Napoletano in pillole: Lezione 9, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“ ‘A MARONNA T’ACCUMPAGNA”

Ad litteram: “La Madonna ti accompagni.” È un saluto, ma dentro ci sta molto di più: affetto, protezione, apprensione. È la frase che si dice a chi esce di casa, quasi a voler allungare una mano oltre la porta e continuare ad accompagnarlo anche quando scompare dalla vista.

Secondo una tradizione molto diffusa, l’espressione avrebbe preso forza nella Napoli della seconda metà del Settecento, ai tempi di Ferdinando IV. La città, di notte, era in gran parte buia e l’illuminazione delle strade rappresentava anche un problema di sicurezza. Qui entra in scena Padre Gregorio Maria Rocco, domenicano che avrebbe avuto un’intuizione semplice e geniale: utilizzare la devozione popolare per portare luce dove i lampioni pubblici ancora mancavano.

Immagini della Madonna furono collocate nelle edicole votive sparse nei quartieri e gli abitanti cominciarono a mantenerle illuminate con lampade a olio. Il risultato fu che quelle piccole luci, accese per devozione, finirono anche per rischiarare vicoli e strade.

 
Ed è facile capire perché, in un simile scenario, accompagnare qualcuno con le parole “’A Maronna t’accumpagna” assumesse un significato concreto oltre che religioso: fuori dalla porta cominciava il buio, ma lungo il cammino c’erano quelle Madonne illuminate a vegliare sulla strada.

Forse è proprio questo che rende l’espressione ancora così viva. Chi la pronuncia affida per qualche istante una persona cara a una protezione più grande della propria. È un modo napoletano di dire: da questo momento, che qualcuno continui a guardarti per me.

BUONE VACANZE! 

Simona Iaccio e Stefano Russo

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Buon divertimento!

Le “incorreggibili”: Maria Fuxa, Janet Frame, Unica Zürn, voci letterarie uscite dalla memoria culturale collettiva, di Barbara Gramegna

Il mio interesse verso le sorti di donne particolarmente sensibili e creative incomprese, bandite, ristrette, contenute, discriminate in vari modi, fatte oggetto di torto, indirizza spesso le mie letture e mi porta a scoprire, non solo e a malincuore ancora troppe dolorose sorti comuni, ma anche, per fortuna, autrici non esattamente mainstream.

Si tratta di donne private della possibilità di “esistere” nel senso più ampio del termine, a cui è stata sottratta per varie ragioni la parola e che l’hanno conquistata o riconquistata scrivendo.

Si tratta di donne che hanno mostrato forme di inadeguatezza alle norme sociali della propria epoca, di esuberanza, di incapacità di assoggettamento al volerle unicamente madri e spose, di straripante fantasia e creatività, di profondità di sguardo per le quali, ritenute “sbagliate”, l’unico strumento di “correzione” è stato individuato nell’appiccicare loro delle diagnosi, spesso non suffragate da alcun esame oggettivo, e nel rinchiuderle in un ospedale psichiatrico.

Diverse di loro hanno condiviso l’esperienza della contenzione manicomiale per i motivi accennati, hanno però cercato di ricomporre la loro frammentazione, sia durante che in seguito a questa terribile esperienza proprio grazie alla loro urgenza espressiva, alla capacità di affidare alla penna la propria esondante carica emotiva.

Nel mio precedente contributo ho tratteggiato la figura di Mariella Mehr, che ha subito l’internamento in ben quattro diversi ospedali psichiatrici e nel carcere femminile di Hindelbank, nella Svizzera degli anni ’50-’60. (vedi contributo precedente)

Negli stessi anni una poeta italiana, Alda Merini, viveva in Italia, per altri motivi, la stessa esperienza. Ma Alda è diventata, suo malgrado, un’icona pop; di lei è stato scritto e detto così tanto sino a spettacolizzarne l’esperienza dolorosa ed è un esempio che porto intenzionalmente a contrappunto di quello che è accaduto alle autrici che desidero qui ricordare.

Si tratta di altre donne che hanno ricevuto, come Alda, proprio nel secolo dei primi passi verso l’emancipazione, dei primi assaggi di presa di parola e di partecipazione alla vita pubblica, il marchio di “inadatte”, di scomode, di strane, di “incorreggibili” appunto, ma senza mai acquistare la sua popolarità.

I fenomeni di sovraesposizione mediatica rischiano però anche di ridurre la complessità dell’opera alla biografia e/o a leggere la produzione letteraria come semplice testimonianza della patologia, o presunta tale. La costruzione di un personaggio pubblico conduce spesso a stereotipizzare e a considerare in maniera univoca la sua scrittura finendo per oscurarne il valore estetico, culturale e letterario.

L’ appropriazione della narrazione della sofferenza e la sua ridefinizione secondo logiche mediatiche non mette naturalmente in discussione la qualità dell’opera, ma la sua ricezione.

Per contro, in assenza di un discorso pubblico, succede invece che diversi autrici, che hanno condiviso l’esperienza della malattia psichica, reale o ipotizzata, vengano presto dimenticate.

Mi riferisco qui a Maria Fuxa, Janet Frame e Unica Zürn, autrici uscite dai radar della memoria, o forse mai entrate appieno. 

Sono donne che hanno avuto la forza di uscire, attraverso la scrittura, da un doloroso stato di inibizione della propria sensibilità e dei propri talenti a causa di una società incapace di riconoscere loro cifre di anticonformismo, di originalità, di creatività, senza dovere ricorrere a diagnosi psichiatriche e successive terapie violente e disumanizzanti.

Ermenegilda Maria Fuxa, nata ad Alia (Pa) il 12 dicembre del 1913, prima di tre gemelle, sopravviverà insieme alla sorella Nicoletta Ermelinda Maria.

Ermenegilda Maria viene dichiarata negli anni ’50 “incapace di intendere e volere” e internata permanentemente nell’Ospedale Psichiatrico “Pietro Pisani” di Palermo, ex Real Casa dei Matti.

Motivo? Una patologica disperazione e uno stato di prostrazione causato da un evento del tutto inaspettato: la sorella Nicoletta Ermelinda le sottrae il fidanzato.

Questo dolore profondo, l’umiliazione, anche agli occhi di una società che la vuole “accasata”, la conduce ad un tentativo di suicido e, con esso, ad una diagnosi di depressione e schizofrenia.

Ha così inizio un periodo di degenza lungo cinquant’anni, durante il quale Maria subisce e assiste a pratiche spesso disumanizzanti quali l’elettroshock, un trattamento applicato all’epoca nei manicomi senza anestesia e senza il consenso dei pazienti.

Nonostante le sofferenze, Maria scopre però nella scrittura uno strumento di riscatto e di denuncia sociale. I suoi pensieri trovano forma su fogli di carta velina che riesce a reperire negli spogli spazi manicomiali.

Sarà prevalentemente la poesia a dare voce al suo dolore, una poesia per lei taumaturgica, semplice nella forma per cui non c’è bisogno di adottare un apparato critico nel tentativo di analizzarla.

Maria è una donna colta, ma sola nel suo agire artistico, non può fare parte di cenacoli letterari con cui confrontarsi, insaziabile lettrice, ha una “fame” che le deriva da un’astinenza forzata dagli affetti, a lei doppiamente negati, prima dalla sorella e poi dal suo allontanamento dalla vita famigliare.

Nella sua autobiografia, “Nel silenzio della crisalide”, all’interno della raccolta di poesie “Paesaggi d’anima”, parla di sé stessa in terza persona con il nome di Esther e, come per Mariella Mehr (i cui alter ego si chiamano invece Silvia, Silvio e Silvana in“Silviasilviosilvana”), si tratta di personalità lacerate, che la società ha estromesso, alle quali non è stato permesso amare né essere amate.

La razione quotidiana di pillole colorate dovrebbe riuscire a quietare l’ansia  scrive nell’autobiografia- Invece di farla sentire sé stessa, di darle vigore e dignità, invece di aiutarla a capire cosa è avvenuto nel suo intimo, invece di tentare con lei di capire il senso di tante esperienze, la società ha saputo solo darle una “gabbia”. E ad ogni accenno di ribellione la risposta è sempre unica: medicine…

La prima raccolta di poesie esce nel 1980 e si intitola “Voce dei senza voce”, è infatti tra gli anni’ ‘70 e ‘80, superata la fase più dolorosa dei trattamenti, che Maria sperimenta la poesia come via di fuga dalla dura realtà di confinata, anche se suoi scritti risalgono anche ad anni precedenti.

Vedo intorno a me disfarsi/il mondo. Mi resti ancora/tu, dolce poesia, come fresca/sorgiva in torrido deserto./In te ritrovo il mio io/autentico e puro. Per me/sei scintilla di vita/e luce armoniosa…/Con te respiro;/in te scopro un senso/alla mia perduta vita,/per te mi ritrovo amore.

Il messaggio è chiaro, non abbiamo bisogno di cercare significati nascosti, allusioni, non ci sono metafore, ma similitudini: poesia come acqua nel deserto, poesia come luce, poesia come veicolo di salvezza e di riappropriazione di una vita “rubata”.

Maria pubblica i suoi versi nel periodo in cui il dibattito sull’utilità del dispositivo manicomiale è al culmine; Franco Basaglia (psichiatra veneto, divenuto direttore, nel 1961, dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia) è protagonista indiscusso ed è a lui che si deve la famosa Legge 180 del 13 maggio 1978, apripista in Italia per un nuovo concetto di cura e di assistenza alla salute mentale.

L’ospedale “Pisani” in cui è ricoverata Maria rimane però attivo fino al 1998 e a lei, ormai anziana, rimarranno poi solo una manciata di anni da vivere fuori da quella che era diventata, suo malgrado, casa; si spegne infatti nel 2004 lasciando più di 3000 pagine manoscritte.

Maria ha potuto godere di diversi riconoscimenti letterari, ma di notorietà temporalmente e geograficamente piuttosto limitata.

Le sue opere sono state pubblicate grazie all’Accademia Siciliana Letteratura ed Arti, non si reperiscono nei normali circuiti.

Anche Janet Frame nasce in un’isola, della Nuova Zelanda però, a Dunedin nel 1924.

Janet Frame è la figura che meglio rientra nell’idea di equazione fra scrittura e resilienza, ma la cui opera è uscita ormai da decenni dalla divulgazione culturale (se non in Nuova Zelanda), dopo avere goduto di una fama internazionale, sebbene di nicchia, soprattutto grazie al film “Un angelo alla mia tavola” (1990) di Jane Campion, Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, che conserva il titolo dell’opera originale di Janet, sua corposa autobiografia.

Il seme della poesia è in lei sin da bambina, da ogni oggetto al suo intorno sgorgano immagini, parole. La madre la sostiene e vede nella figlia lo stesso suo anelito, troppo scomodo per quel luogo e per quell’epoca: l’amore per la parola, per la suggestione evocativa delle cose, la voglia e l’urgenza di esprimersi liberamente.

La famiglia di Janet attraversa dolori profondi, lutti, e lei, appena entra ufficialmente in società con la frequenza della scuola, risulta in tutta la sua sorprendente originalità di rappresentazione e di pensiero. Viene derisa perché povera, additata perché sorella di un bambino con presunti attacchi epilettici, probabilmente autistico, esclusa dai giochi. 

Ma il suo mondo è al contempo popolato di storie, canzoni, racconti, fantasiose “avventure”.

Janet è ammaliata dalle parole, dai loro suoni, crea soprannomi, è affascinata dai fiori, dalle piante, dagli uccellini.

La bambina Janet legge, legge e scrive, scrive. Qualche adulto meno giudicante ne intravede il potenziale, la sprona; il padre stesso, sebbene più rustico, e la madre, comunque, più immaginifica e creativa, paiono orgogliosi dei suoi buoni risultati scolastici, anche se le urgenze familiari sono di ordine economico e logistico e queste faranno sentire Janet sempre inadeguata.

I buoni risultati scolastici e la predisposizione per “la parola” convincono i genitori di farla proseguire negli studi per farla diventare maestra. Janet non è esattamente dello stesso parere.

Credono che diventerò un’insegnante, ma io diventerò una poeta.

Fino ai suoi vent’anni trascorre un’infanzia e un’adolescenza in cui tutto ciò che legge, ascolta o carpisce da altri, si trasforma, le genera curiosità, le sollecita immaginazione, voglia di sapere.

Gli oggetti più comuni sono carichi per lei di un fortissimo valore simbolico: una corda dei giochi da cui veniva esclusa, un primo libro vero, il taccuino delle ferrovie regalatole dal padre.  

La sua testa è popolata da immagini, associazioni, un fermento continuo, incomprensibile ovviamente ai più, un universo parallelo.

Il confronto con l’esterno è però spesso motivo di preoccupazione, la sensazione di non appartenenza, di lontananza da tutto e da tutti.

Il raggiungimento della maggior età, (21 anni all’epoca) le ricorda di fare parte in qualche modo del mondo. Ma quel momento ineludibile la vede anche chiamata a contegni, atteggiamenti e un ruolo non sentiti.

Avevo tessuto con tanta cura e con una trama così fitta la mia apparenza di “studentessa tranquilla che non dava alcun disturbo, sempre pronta a sorridere, sempre felice”, che neppure io sarei riuscita a lacerare la tela di quel mio inganno.

La frattura fra il sé interiore e il sé pubblico diventa sempre più lacerante e, ben presto, Janet matura pensieri suicidari a cui segue un tentativo un po’ goffo attraverso l’assunzione di aspirine.

Questo episodio inaugura un tragico capitolo che la conduce poco più tardi ad una pesantissima diagnosi di schizofrenia con conseguente internamento al Seacliff Lunatic Asylum con conseguente annullamento del suo essere.

La vita all’interno dell’ospedale viene descritta da Janet come un luogo in cui i pazienti “non avevano alcuna identità esterna, legale o personale; nessun vestito proprio da indossare […] molti non avevano neppure un nome, solo soprannomi, nessun passato, nessun futuro, solo un Adesso di reclusione, un’eterna Isola del Presente senza orizzonti che la accompagnassero, senza appoggi né appigli, e perfino senza il suo cielo mutevole.

Janet subisce così oltre 200 trattamenti di elettroshock, “la cura elettrica” la chiama lei, da cui esce ogni volta più devastata.

Janet Frame condivide con Mariella Mehr una fra le diagnosi probabilmente meno sostenute da evidenze scientifiche e frutto di pregiudizio, di paura del diverso, di resa della società di fronte all’inconsueto: condotte inappropriate e non conformi vanno corrette, con ogni mezzo!

Sapevo di essere timida, timorosa, ancora di più dopo avere trascorso sei settimane in ospedale e avere visto quello che avevo visto intorno a me, sapevo di vivere assorta nel mondo dell’immaginazione, ma sapevo anche di essere totalmente presente nel mondo “reale” e qualsiasi ombra incombesse su di me, incombeva solo nelle parole del certificato medico.

La diagnosi diventa però la persona e la persona si riduce ad una diagnosi.

Libri e scrittura, dolore per le vicende familiari (il fratello malato, due sorelle morte per annegamento) – la morte è una drammatica apoteosi dell’assenza – accompagnano Janet.

Il suo primo libro è “The lagoon and other stories” (1952). Le degenze in ospedale e qualche breve periodo di libertà si susseguono fino al 1954.

Il successo letterario di questi racconti e l’arrivo dalla Scozia di un nuovo medico nella struttura in cui è internata impediscono il già programmato intervento di lobotomia, individuato come unica “soluzione” alla sua schizofrenia.

Ricordiamo che la lobotomia avveniva attraverso barbare pratiche chirurgiche per andare a rimuovere la sostanza bianca presente nei lobi frontali e interrompere le connessioni nervose in arrivo a e in partenza dalla corteccia cerebrale, in posizione frontale.

Dopo nove anni, più o meno continuativi di internamento, Janet torna a casa e trova impiego come cameriera in un albergo. 

Dopo essere stata ed essermi sentita un niente, un nessuno, costretta in una continua condizione di sottomissione fisica ed emotiva, avevo l’impressione che il mondo mi avrebbe sommerso e inghiottito, mentre a me non sarebbe rimasto che accettare e agire secondo i consigli e gli ordini degli altri a causa dell’abituale paura che era cresciuta in me all’ospedale.

Ma le sue opere non passano inosservate a Frank Sargeson, uno scrittore, che le offre un sostegno e grazie al quale, inizia per Janet una nuova vita fatta di soggiorni all’estero, di esperienze, di incontri. 

Numerosi i riconoscimenti letterari, fino quasi al Premio Nobel, a cui è candidata per ben due volte, senza però riuscire ad ottenerlo.

Gli scritti che Janet Frame ci lascia sono molti; le versioni in italiano: “La leggenda del fiore della memoria”, “La laguna e altre storie”, “Giardini profumati per i ciechi”, “Un angelo alla mia tavola”, “Vivere nel Maniototo”, “Dentro il muro”, “Gridano i gufi”, “Verso un’altra estate”, “Volti nell’acqua”, “Parleranno le tempeste”.

Janet muore, curiosamente, nello stesso anno di Maria Fuxa, nel 2004 nella sua Dunedin.

Un angelo alla mia tavola” , definito dal Times Literary Supplement una delle più grandi biografie del Novecento risulta nell’edizione italiana di Neri Pozza del 2010 attualmente non disponibile, quella di Einaudi del 1997 si reperisce solo da pusher.

Unica Zürn nasce a Berlino nel 1916 in una famiglia dell’alta borghesia, ma la separazione dei suoi genitori prima e la sua stessa da un marito a cui la legge affida i due figli, la segnano profondamente. 

Anche per Unica la propensione alla scrittura è evidente sin da giovane. 

Scrive inizialmente racconti brevi, drammi radiofonici e si avvicina sempre più ai circoli artistici berlinesi; nel 1953, dopo avere conosciuto Hans Bellmer (pittore, scultore, fotografo) lascia la Germania per la Francia, dove abbraccia il Surrealismo entrando in contatto con André Breton, Hans Arp, Man Ray und Marcel Duchamp.

Unica Zürn è una delle figure più originali del surrealismo del secondo Novecento, insieme alla più conosciuta Leonora Carrington (ricordiamo la recente mostra a lei dedicata a Palazzo Reale a Milano); è capace di fondere scrittura, disegno, pensiero critico e sperimentazione linguistica in un’unica ricerca sull’identità e sull’inconscio.

Ne adotta il principio dell’”automatismo psichico”, ovvero il lasciare emergere immagini e parole senza il controllo della razionalità. Per Unica Zürn questo coincide sempre più con un’esperienza esistenziale, segnata dall’alterazione della percezione e dalle crisi psicotiche, che la conducono poi al ricovero in diverse cliniche psichiatriche in Francia (fra il 1961 e il 1963 a Parigi all’Hôpital Sainte-Anne e dal1965 a più riprese fino al 1970 all’Hôpital de Maison-Blanche di Neully-sur-Marne).

È ossessionata da cifre (dal numero 8 ad esempio, sia in verticale che nella sua rappresentazione orizzontale dell’infinito), monogrammi, titoli, parole.

Una tragedia produttiva la sua vita, così l’ha definita qualcuno, in cui metodo e follia convivono.

Nel romanzo autobiografico “Der Mann im Jasmin”1977 (in italiano “L’uomo nel gelsomino”, 1980) racconta dall’interno la schizofrenia, i ricoveri e il rapporto tra immaginazione e follia. 

Entrambi sono difficilmente reperibili.

La scrittura diventa un tentativo di dare forma a un’esperienza che rischia continuamente di dissolvere il sé.

La frammentazione interiore si rispecchia nella sua pratica linguistica degli anagrammi, solo in parte un esercizio, quello di scomporre e ricomporre parole con il loro significante, ma anche il loro significato, o meglio ciò che per convenzione si attribuisce loro.

La scomposizione e ricomposizione di parole input o di frasi input si rivela come una vera ars combinatoria, che Unica Zürn esercita con metodo e le consente di scoprire nuove verità.

Non disponiamo di traduzione italiana dei suoi anagrammi,ma la sua maestria è forse in qualche modo percepibile anche attraverso una lettura guidata: 

Ich weiß nicht, wie man Liebe macht (frase di partenza) / Wie ich weiss, ‘macht‘ man die Liebe nicht. / Sie weint bei einem Wachslicht im Dach. / Ach sie waechst im Lichten, im Winde bei / Nacht. Sie wacht im weichen Bilde, im Eis / des Niemals, im Bitten: wache, wie ich. Ich / weiss, wie ich macht man die Liebe nicht.

Le prime due frasi paiono conseguenti, plausibili: Non so come si fa l’amore/Per quanto ne so, l’amore non si fa, ma la proteica natura della lingua tedesca le permette poi di comporre sovversivamente nuove frasi in altro ordine e nuove parole in un puzzle generativo di immagini poetiche e di una nuova semantica con il soggetto alla terza persona: Sie weint bei einem Wachslicht im Dach – Lei piange sul tetto (im Dachalla luce di una candela (bei einem Wachslicht). “Wachs” significa cera, ma è metonimia per “candela”, oppure potrebbe essere una “luce crescente”, dal verbo “wachsen”, per analogia con il termine der “Wachsmond”, “luna crescente”. Infatti, poi troviamo il verbo “wachsen”, cresce nella luce (waechst im Lichten), nel vento (im Windedi notte” (bei Nacht). Poi ilverbo “wachsen”, crescere, diventa “wachen” e il soggetto ora veglia in un’immagine che è “weich”, tenue, sfumata, sfuocata o forse mossa (wacht im weichen Bilde), (veglia) nel ghiaccio (im Eis), del Mai (des Niemals), nell’Implorare/nella Supplica (im Bitten) e si ritorna infine, allitterando e utilizzando un esortativo “wache” -veglia, indirizzato ad una presunta altra da sé, alla prima persona “wie ich” – come me. 

L’epilogo-presa di coscienza chiude con circolarità il componimento anagrammatico: Ich / weiss, wie ich macht man die Liebe nicht.

In italiano si ottiene in traduzione un effetto minore e si perde il gusto delle assonanze, delle allitterazioni, ma si può sentire risuonare il mondo interiore di Unica.

Non so come si fa l’amore/Per quanto ne so, l’amore non si “fa”./Lei piange sul tetto alla luce di una candela/Ah, cresce nella luce, nel vento, di/notte. Veglia nell’immagine sfumata, nel ghiaccio/del mai, nella supplica: veglia, come me. Io/ come me, so, (che) l’amore non si fa.

Ci troviamo di fronte ad una vera pirotecnia linguistica!

La forma dell’anagramma è stata in letteratura considerata poco più che un divertissement barocco per alleviare la noia della vita di corte, ma Unica Zürn dimostra con la capacità manipolativa della sua lingua di sapere andare oltre.

In questi anagrammi poetici si manifesta, così come rilevato in Mariella Mehr e Janet Frame, la necessità di osservarsi da fuori – perché il dentro comprime e fa esplodere – di affidare ad una terza persona la propria esistenza narrativa.

Unica, un nome bizzarramente antifrastico, se si pensa alla diagnosi ricevuta di “schizofrenia paranoide”, un quadro clinico pesante che si declina in molti comportamenti tutti col comune denominatore della perdita di contatto con la realtà.

La sua produzione, ricca di disegni, liriche, racconti, un romanzo, è stata per lo più dimenticata, insieme alla sua storia, anche dal suo stesso Paese.

Ah, l’anagramma del suo nome, come proposto dal poeta rumeno Oskar Pastior, risulta in francese azur in nuce… curioso, il colore che secondo la cromoterapia favorisce proprio introspezione ed equilibrio, quello che le donne conosciute in questo percorso faticavano a trovare.

Sebbene Mariella Mehr, Maria Fuxa, Janet Frame e Unica Zürn attribuiscano alla scrittura funzioni differenti – denuncia, sopravvivenza, rivendicazione della propria umanità, esplorazione dell’interiorità –, per tutte loro essa rappresenta uno strumento di resistenza all’annientamento. 

La scrittura diventa il luogo in cui trauma, esclusione e sofferenza psichica sono stati trasformati in una occasione di riscatto del soggetto mettendo in discussione le forme di violenza, istituzionale, sociale o interiore, che ne hanno minacciato l’identità dando loro una voce e la possibilità di lasciare una traccia.

Forse attraverso un nuovo interesse verso le loro storie e le loro opere è possibile scostare il velo dell’oblio che è calato su di loro.

Sito – e bibliografia

Maria Fuxa

Fuxa, M., (1980), Voce dei senza voce, ASLA, Palermo;

Fuxa, M., (1990), Paesaggi d’anima, ASLA, Palermo;

Lentini, M.T., (2019), La voce della crisalide, Mohicani Edizioni, Palermo.

Janet Frame

Frame, J., (2010), Un angelo alla mia tavola, Neri Pozza, Milano;

https://www.doppiozero.com/janet-frame-la-vita-negli-oggetti;

https://www.larivistaintelligente.it/polaroid-janet-frame/anna-toscano/;

https://www.nazioneindiana.com/2024/08/28/per-un-ritorno-dei-libri-di-janet-frame-cento-di-questi-anniversari/;

https://www.artisorelle.com/post/l-oscura-primavera-di-unica-z%C3%BCrn.

Unica Zürn

Zürn, U., (1988), Gesamtausgabe – Anagramme: Bd. 1, Brinkmann U. Bose, Berlin;

Deutschlandfunk Archiv  2008: https://www.deutschlandfunk.de/satt-irrt-der-spassgeist-100.html;

Deutschlandfunk Kultur 2020: https://www.deutschlandfunkkultur.de/50-todestag-der-surrealistin-unica-zuern-einzigartig-und-100.html.

France Culture 2007: https://youtu.be/20vHDQaQQY8?si=aHhIrYOEFNF2lxd-

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

“Donne nel mito”, il videopodcast a cura di Chantal Fantuzzi – Episodio 4: Penelope

Ep. 4 Penelope: la regina dell’attesa

A differenza di Giocasta e Clitemnestra, che eliminano il vecchio sovrano con uno nuovo, Penelope interrompe questo schema matriarcale, rifiutando di cedere il trono alle insistenze dei Proci o al figlio Telemaco, permettendo invece il ritorno del vecchio re e dell’ordine legittimo attraverso l’attesa, la fedeltà e il perdono.

Penelope è la grande assente-presente dell’epopea. Senza di lei, il viaggio di ritorno di Odisseo e la stessa identità di principe di Telemaco non avrebbero ragione di esistere.

Nel vasto mosaico dei miti classici, la figura di Penelope viene spesso liquidata come il cliché della sposa fedele e sottomessa, confinata al telaio in attesa del ritorno dello sposo. Eppure, a un’attenta lettura dell’Odissea, la regina di Itaca emerge come un personaggio dirompente, capace di sovvertire i canoni del mondo omerico e patriarcale. A differenza delle sue celebri antenate tragiche, come Giocasta e Clitemnestra, Penelope compie una scelta rivoluzionaria: interrompe il cosiddetto “sacrificio del paredro“, rifiutandosi di detronizzare il vecchio re, di offrire il trono al figlio o di cedere a un giovane pretendente. Sceglie invece l’attesa, la strategia e il ritorno dell’ordine legittimo.

La sua è una presenza-assenza costante. Senza di lei, il lungo viaggio di Odisseo e la stessa identità di Telemaco come principe perderebbero di significato. E se il paragone con la cugina Elena è inevitabile, le differenze emergono con forza: Elena è libera, visibile, protetta dalla dea dell’amore Afrodite; Penelope, invece, si muove velata ed è la protetta di Atena, la divinità dell’intelligenza e della strategia. Dietro un’apparente sottomissione al padre, al marito e persino alle frecciate del giovane figlio, la regina custodisce una tempra d’acciaio.

È lei la grande procrastinatrice e ingannatrice dell’epopea: con il celebre stratagemma della tela — tessuta di giorno e disfatta di notte — riesce a tenere a bada i Proci per anni, logorandoli psicologicamente e preferendo sacrificare i beni materiali della casa pur di non tradire il legame con Odisseo. Nel teso rapporto con Telemaco e nella gestione spietata del tempo e dello spazio all’interno dell’isola, Penelope non è una vittima passiva, ma la vera stratega e custode dell’oikositacese. 

Il rapporto con il figlio Telemaco è complesso e segnato da tensioni generazionali, ma unito da una comune protezione nascosta. Penelope si conferma il vero perno di Itaca: la sua resistenza passiva ma tenace logora i pretendenti e spiana la strada al trionfale ritorno di Odisseo, ristabilendo l’unità della coppia regale.

Chantal Fantuzzi*

Chantal Fantuzzi: docente di greco, latino, lettere, storia e filosofia. Autrice di svariati saggi storici, collabora con Rai 3 e Rai Storia alla trasmissione “Passato Presente” di Paolo Mieli.

Omosessualità tra persecuzioni e arte, di Lavinia Capogna

L’attimo

Nessun cielo di una notte d’estate senza respiro

giunge così profondo nell’eternità,

nessun lago, quando le nebbie si diradano,

riflette una calma simile

come l’attimo –

quando i confini della solitudine si cancellano

e gli occhi diventano trasparenti

e le voci diventano semplici come venti

e niente c’è più da nascondere.

Come posso ora aver paura?

Io non ti perderò mai.

Karin Boye

Negli anni ’70 molti pensavano che il futuro sarebbe stato migliore: progressista, rispettoso.

Invece l’Italia sta attraversando una buia notte in cui il rispetto, la garanzia di alcuni diritti, le regole della convivenza civile vengono spesso ignorati.

Lo vediamo quotidianamente su alcuni social media, nei talk show televisivi e, purtroppo, nelle cronache cittadine.

Tra questi diritti c’è quello della protezione delle minoranze.

In relazione ai diritti civili per le persone omosessuali il nostro paese risulta 36º su 49 Paesi europei con un punteggio di tutela dei diritti del 24%, ben al di sotto della media UE (Fonte ILGA).

Secondo le stime le persone che si ritrovano nell’acronimo Lgbt+ sarebbero tra il 7 e il 9% della popolazione.

Pensiamo ad Andrea S., 15enne romano, suicida perché aggredito a scuola e via online solo perché era andato in classe con un paio di pantaloni rossi diventati rosa a causa di un lavaggio.

Pensiamo a Paolo M., anche lui quindicenne in provincia di Latina, bullizzato solo perché aveva i capelli lunghi biondi. Anch’egli suicida.

Due adolescenti, quasi due bambini, di cui non si sa che orientamento sentimentale avrebbero avuto da adulti.

Due bellissimi ragazzi traditi da coetanei in un tempo della vita in cui ci si apre al mondo con fiducia e meraviglia.

Pensiamo a Cloe Bianco, professoressa di fisica transgender, che un giorno, a 50 anni, stanca di nascondersi, si era presentata nella sua classe in Veneto vestita nel modo che lei sentiva più suo: da donna e non da uomo e bersaglio dell’odio leghista.

Anche Cloe suicida e lasciata sola.

Pensiamo alle aggressioni verso ragazzi che si tengono per mano o si scambiano un lieve bacio per strada – cosa che un ragazzo e una ragazza possono fare, senza più destare scandalo, da quarant’anni. 

Pensiamo a due donne innamorate che hanno scelto di fare un’unione civile, che eccetto due differenze equivale al matrimonio civile, che magari hanno un figlio e che devono affrontare un coming out continuo e non sanno mai come sarà accolto.

Pensiamo alla valanga di commenti quotidiani sgradevoli, volgari, brutali su un noto social media.

Pensiamo ai politici che diffondono omofobia.

La vita sentimentale reale o desiderata dalle persone non dovrebbe riguardare gli altri. Si chiama appunto vita privata.

Dovrebbe riguardare la legge solo laddove vi siano eventuali reati.

Purtroppo nei secoli c’è sempre stato un interesse, spesso nefasto, verso l’omosessualità, un orientamento sentimentale (e non solo sessuale) che è soltanto una variante minoritaria della sfera amorosa.

L’omofobia, termine coniato dallo psicologo George Weinberg nel 1972, è una forma di odio non innata ma appresa in famiglia, nell’ambiente, nella cultura (in senso sociologico) e che raramente viene messa in discussione dal soggetto anche se potrebbe farlo.

Alcuni sostengono che gli o le omofobe sarebbero gay repressi.

Essi odiano qualcuno che neppure conoscono solo perché lo ritengono appartenente ad un certo “gruppo” che mette in discussione, involontariamente, modelli e certezze.

È un processo di “deumanizzazione”, come è intitolato un saggio illuminante di Chiara Volpato, psicologa sociale (Deumanizzazione. Come si legittima la violenza, 2011).

In Italia l’omofobia viene spesso associata alla chiesa cattolica (in parte è stato così anche se, recentemente, con Papa Francesco ci sono state aperture e ci sono molti gay cattolici).

Tuttavia essa non nasce dal Vangelo dove non c’è nulla contro l’omosessualità.

Nel 1994 John Boswell, filologo medievale, docente universitario della prestigiosa università di Yale, ha dimostrato, esaminando documenti Vaticani dell’epoca, come in alcune comunità cristiane fossero possibili matrimoni fondati sull’amore tra due uomini o tra due donne nel saggio “Same-Sex Unions in Pre – Modern Europe”.

Il libro non è mai stato tradotto e pubblicato in italiano…

Le persecuzioni da parte della chiesa incominciarono solo nel 1200.

Eva Cantarella, storica e docente universitaria, ha invece studiato la bisessualità nel mondo greco romano in “Secondo natura” (1988).

La sociologa Daniela Danna le donne nell’esaustivo saggio, “Amiche, compagne, amanti. Storie dell’amore tra donne” (1994). 

Molto recentemente la storica Maya De Leo in “Queer. Storia culturale della comunità LGBT+” (2023) si è domandata come mai ora che l’influenza della chiesa è minore sulla società l’omofobia sia invece aumentata.

È essenziale, nei limiti di un articolo, andare a vedere il passato sperando di migliorare un poco il presente, di far sorgere il dubbio a qualche omofobo/a che l’odio è sempre un male.

Nel Rinascimento Leonardo da Vinci subì un processo per ‘sodomia’ da cui venne assolto. Egli visse poi molti anni con il Salai, soprannome di un suo allievo. Fu risparmiato un processo a Michelangelo che visse decenni con il bellissimo poeta Tommaso de Cavalieri. E anche al più grande filosofo dell’umanesimo, Pico della Mirandola, compagno del poeta Girolamo Benivieni che, quando Pico venne avvelenato a 31 anni, tentò il suicidio dalla disperazione.

L’Inquisizione spagnola processò invece Miguel Cervantes che riuscì a scagionarsi. Si poteva finire sul rogo o in carcere.

Nel 1800 in Italia vi era una legge antigay (solo relativa agli uomini) nel Regno Sabaudo o regno di Sardegna con capitale Torino.

Tale legge non esisteva invece nel Regno delle Due Sicilie, capitale Napoli.

Solo in qualche libro francese c’erano accenni a personaggi gay o lesbiche: Balzac (“La ragazza dagli occhi d’oro” e il personaggio di Vautrin), Gautier (“Mademoiselle de Maupin), Dumas (“Il conte di Montecristo”), Zola (“Nanà”). Suscitarono scandalo la scrittrice bisessuale George Sand e il processo ad Oscar Wilde.

Nel 1886 Henry James scrisse “Le bostoniane” sull’affetto di una ragazza conteso tra una suffragetta e un bellimbusto.

Ancora oggi si nega, nonostante le documentazioni storiche, il fatto che grandi musicisti come Tchaikovsky e Chopin fossero gay anche se si ammette di Robert Schumann, Franz Schubert e di poeti come Rimbaud, Verlaine, Lord Byron, Mary Shelley, Emily Dickinson, Walt Whitman, Lord Tennyson, Swinburne, August von Platen, Renée Vivien, Gabriela Mistral.

Durante il periodo del Regno d’Italia e quello positivo di Giolitti l’atteggiamento verso l’omosessualità era variegata. La medicina e la nascente psicologia si occupavano spesso, in modo inquietante, di ‘invertiti’ o ‘pederasti’, come venivano chiamati i gay.

È importante sottolineare – perché l’estrema destra e i cattolici integralisti ci riprovano sempre – che l’omosessualità non ha nessun collegamento con la pedofilia che, se agita, è un grave crimine.

Il fascismo, che esplose negli anni Venti del 1900 come fenomeno terroristico, esaltava fino alla nausea un maschilismo becero e grossolano (battute da osteria, estrema misoginia ecc. ecc.).

Mussolini stesso aveva aggredito una donna e fatto sparire in manicomio una sua partner caduta in rovina per averlo finanziato e il loro figlio Albino (vedi: Aldo Cazzullo “Mussolini, il capobanda. Perché dovremmo vergognarci del fascismo” e il film “Vincere” di Marco Bellocchio).

I gay venivano visti allora come tutti uguali, damerini, manierati o come i boys di Wanda Osiris. Modo che, in senso ironico, avrebbe poi riproposto il geniale attore Paolo Poli (che ho conosciuto).

Nel 1930/31 Mussolini non fece inserire nel famigerato Codice Rocco l’articolo contro i gay perché sarebbe stata la prova regina che c’erano omosessuali anche in Italia. Il fascismo voleva dimostrare che da noi… non esistevano!

Il fascismo cercò di renderli invisibili, come si vede nel bellissimo film di Ettore Scola, “Una giornata particolare” (1977) interpretato da Sophia Loren e Marcello Mastroianni, facendoli sparire ‘al confino’ in isole allora remote come le Tremiti o Ustica oppure in carcere o, grazie a compiacenti medici, nei manicomi, spesso luoghi di violenze inaudite.

Furono almeno 300 tra il 1938 e il 1942 le vittime del confino. Moltissimi i ragazzi.

Vite che il fascismo voleva cancellare e di cui restava traccia solo nei verbali sgrammaticati scritti a macchina dalla polizia segreta.

Le lesbiche non erano prese in considerazione, vivevano a volte sole, a volte in coppia, ufficialmente come amiche, o sposate a mariti, a volte comprensivi, a volte ignari.

Si considerava l’amore tra due ragazze una fase passeggera adolescenziale o si guardava a loro morbosamente.

Stereotipi duri a morire.

Un grande narratore come Vasco Pratolini ha immaginato due lesbiche come “La Signora” in “Cronache di poveri amanti” (1947) ambientato negli anni Venti (un personaggio non troppo lusinghiero – una ricca fiorentina che circuisce una ragazza del popolo) e la più variegata e complessa Ninì, una giovane donna infelicemente sposata che ha una relazione con una cameriera, Fru, ma che ama perdutamente e segretamente la bella Nella Corsini tanto da compiere un delitto.

Giorgio Bassani avrebbe scritto una storia ambientata negli anni Trenta, “Gli occhiali d’oro”, nel 1958 su un mite professore ferrarese sfruttato da un bel ragazzo cinico dal quale il regista Giuliano Montaldo avrebbe realizzato poi un ottimo film.

Robert Musil aveva narrato la tragica storia di un cadetto militare austriaco in “I turbamenti del giovane Törless” nel 1906, pubblicato in Italia solo nel…1959!

In Francia Marcel Proust aveva creato i personaggi di Albertine e di Charlus nel capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto” e André Gide aveva scritto “Corydon” (1924), “I falsari” (1925), “Se il grano non muore” (1926), libri essenziali per una generazione.

Sigmund Freud nel suo saggio su “Anna O.” non si era dimostrato molto positivo anche se poi in una lettera privata aveva sostenuto che tutte le persone sarebbero bisessuali.

Per un certo tempo la psicoanalisi tramutò l’omosessualità da “peccato” – come era allora per la chiesa – o “vizio” nel parlar comune – in una malattia senza però basi scientifiche.

Per molti fu visto come un progresso: il vicino di casa gay non era più un vizioso ma un povero ammalato …

Bisognerà arrivare al 1973 e poi definitivamente al 17 maggio 1990 perché l’omosessualità fosse tolta dall’elenco delle malattie mentali e riconosciuta dall’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) come “variante naturale del comportamento umano”.

In Austria negli anni Venti le lesbiche erano perseguitate legalmente (legge Paragrafo 129) ma non in Germania dove il Paragrafo 175 era esclusivamente contro i gay.

Durante la Repubblica di Weimar Berlino fu notoriamente una città molto aperta con caffè, locali, riviste, iniziative culturali e, insieme a Parigi (dove abitavano la libraia e amica di Joyce, Sylvia Beach, e Gertrude Stein, amica di Hemingway) la città più gay friendly d’Europa. 

Qui viveva la scrittrice svizzera ventenne Annemarie Schwarzenbach che scriveva delicati romanzi, lo scrittore Ludwig Renn, ex reduce, di famiglia aristocratica e comunista, la scenografa Thea Sternheim che sarà un’eroina nella Resistenza.

Nel 1931 venne realizzato un film che ebbe un grande successo, “Ragazze in uniforme”, diretto dalla regista Leontine Sagan sull’amore di una ragazza per la sua insegnante.

Lo scrittore gay inglese Christopher Isherwood lasciò Berlino, dove aveva vissuto alcuni anni, e scritto dei romanzi che nel 1972 avrebbero ispirato il famoso film di Bob Fosse “Cabaret” con Liza Minnelli.

Nel ’39 con il poeta W. H. Auden raggiunse l’America.

Nel frattempo Adolf Hitler, ex caporale, figlio di una cameriera sposata con un cugino in un paesetto austriaco, imbevuto delle peggiori scartoffie razziste, che aveva avuto una relazione incestuosa con la nipote (!) che dopo una furiosa lite era stata trovata morta (caso immediatamente archiviato come suicidio…) aveva radunato i peggiori soggetti in circolazione tra cui un militare che gli fu utilissimo.

William L. Shirer nella sua “Storia del Terzo Reich” ci racconta chi era il capitano Ernst Röhm: “appartenente al comando del settimo distretto militare di Monaco, che aveva aderito al partito prima di Hitler, era un soldato di professione, tozzo, col collo taurino, gli occhi porcini e la faccia sfregiata: la parte superiore del suo naso era stata asportata da un proiettile nel 1914. (…) Era pervaso, come Hitler, da un odio violento per la Repubblica (…). 

Era un uomo ostinato, spietato e impulsivo. Come tanti altri nazisti della prima ora, era un omosessuale. Ebbe una grande parte nell’organizzazione delle prime squadre armate naziste che dovevano dare origine alle SA, i reparti d’assalto che egli comandò fino all’ultimo, fino a quando nel 1934 fu ucciso per ordine di Hitler”.

Ci si può chiedere perché Shirer avesse scritto “come tanti altri nazisti della prima ora, era un omosessuale”.

Si può rispondere in due modi: primo, essendo l’omosessualità un orientamento sentimentale/sessuale può appartenere a qualsiasi tipo di persona; secondo, in contemporanea all’inizio della persecuzione dei nazisti ne era incominciata un’altra nell’Unione sovietica di Stalin. Come vedremo lo scrittore gay Klaus Mann, figlio di Thomas Mann, le mise perfettamente a fuoco in un suo articolo della fine del 1934 su una rivista di Praga.

Nel 1934 Hitler fece, dunque, uccidere Röhm e nella “notte dei lunghi coltelli” le SA in una lotta feroce tra militari (come si vede nel film “La caduta degli Dei” diretto da Luchino Visconti 1969).

Iniziarono da allora violente persecuzioni verso gli omosessuali o presunti tali in Germania con deportazioni, mostruosi esperimenti, castrazioni, obbligo di frequentare bordelli.

È l’Olocausto dimenticato e rimosso: almeno 10.000 gay morirono nei campi di sterminio nazisti dei 15.000 deportati. 

Il saggista Massimo Consoli (che ho conosciuto) gli ha dedicato il libro “Homocaust’ che andrebbe ripubblicato.

Lo storico Giovanni Dall’Orto un testo.

Pierre Seel, allora diciassettenne, deportato francese, è stato uno dei pochi sopravvissuti che ha raccontato questo sterminio nel libro “Io, Pierre Seel, deportato omosessuale”.

La storica tedesca Claudia Schoppmann ha narrato invece in “Zeit der Maskierung – Lebensgeschichten lesbischer Frauen im “Dritten Reich” (Il tempo del mascheramento – Storie di vita di donne lesbiche nel “Terzo Reich”) la situazione delle donne.

Un saggio fondamentale del 1998 ancora non pubblicato in italiano….

Nell’articolo “Lesbiennes sous Ie III Reich: disparaître ou mourir” (Essere lesbiche durante il nazismo: scomparire o morire) di Edna Costello, pubblicato su un sito svizzero, si legge:

“L’arrivo al potere di Hitler nel 1933 colpì pienamente la comunità lesbica. Le retate nei caffè erano frequenti (…) la stampa proibita, le associazioni disciolte.

“(…) le lesbiche vivevano nella paura di essere denunciate. Temevano anche, a giusto titolo, i licenziamenti (…).

La maggior parte delle donne intervistate raccontavano che al fine di passare inosservate cambiarono la loro apparenza (…) la pressione sociale era così forte che molte si sposarono.

Si sa tuttavia che numerose lesbiche furono arrestate e mandate in campi di concentramento”.

Nel 1917 con la rivoluzione russa e la nascita dell’URSS Lenin aveva dichiarato le leggi zariste decadute: si aprì un periodo in cui vennero approvate leggi molto emancipate. 

Anche gli omosessuali potevano iscriversi al partito comunista.

Le persecuzioni incominciarono con Stalin nel 1934 quando l’omosessualità venne dichiarata una “degenerazione borghese”. Si attribuì, vera o falsa che fosse, allo scrittore Maksim Gor’kij la frase: “Facciamo sparire gli omosessuali, così sparirà il fascismo!”.

Una falsa idea che rimase in alcuni marxisti (non socialisti) fino agli anni ’60.

Non si sa il numero dei gay deportati nei gulag sovietici ma subivano trattamenti drammatici anche se non venivano uccisi. I gulag erano situati prevalentemente in Siberia e si doveva, per esempio, estrarre oro e carbone, tagliare legname, costruire grandi infrastrutture.

Le lesbiche non erano perseguitate legalmente ma se veniva scoperta una storia d’amore si veniva considerate “asociali” o malate mentali.

Pensiamo alla grande poeta bisessuale Marina Cvetaeva, suicida nel 1941, come la svedese Karin Boye.

Klaus Mann, attivista antifascista a cui si devono in decine e decine di articoli le analisi più illuminanti sul suo tempo, pubblicò dunque un articolo intitolato “Omosessualità e fascismo” in cui denunciò sia le persecuzioni in Germania sia quelle in URSS.

Fu l’unico a farlo.

Non parlò di quelle in Italia perché sarebbero iniziate tre anni dopo.

Egli scriveva “Hanno dimenticato i marxisti che il dogma e il tipo di Führer, che noi combattiamo prima di tutto, sono determinati da fattori economici?

E che Hitler (che fra l’altro è sicuramente amato più calorosamente o istericamente da donne piccole borghesi che da baldi maschi o effeminati) è potuto arrivare al potere non perché “la gioventù tedesca è contaminata dall’omosessualità” ma piuttosto perché Thyssen (celebre industriale ndr) pagava e menzogne prezzolate hanno offuscato i cervelli di gente affamata”.

Anche nel franchismo spagnolo i gay vennero assai perseguitati.

La vittima più celebre fu nel 1936 il grande poeta Federico García Lorca, brutalmente ucciso a 38 anni non solo perché aveva firmato una petizione contro Franco ma principalmente per il suo orientamento.

Gli uomini venivano imprigionati.

Le lesbiche dovevano rendersi invisibili altrimenti venivano sottoposte a violenze ed elettroshock.

La famosa artista Victorina Durán e la nota attrice teatrale Margarita Xirgu si rifugiarono in Argentina.

I 10.000 gay uccisi, i “confinati” italiani, i deportati sovietici e le violenze spagnole dovrebbero suscitare rispetto verso queste vittime innocenti.

L’unico conforto era la letteratura.

Alla fine degli anni Venti erano stati pubblicati in Inghilterra tre romanzi seri come “Risposte nella polvere” di Rosamond Lehmann, “Il pozzo della solitudine” di Radclyffe Hall e “Orlando”, un libro prezioso e originalissimo di Virginia Woolf.

Lillian Hellman ebbe un grande successo a Broadway negli anni Trenta con la commedia “The Children’s Hour” dal quale sarebbero stati tratti due film di cui uno, “Quelle due”, interpretato Audrey Hepburn e Shirley MacLaine. 

Nel 1952 al tempo del maccartismo in cui i bar gay erano vietati, Patricia Highsmith pubblicò con un nome d’arte “The Price of Salt” o “Carol” dal quale il regista Todd Haynes avrebbe tratto il bellissimo film omonimo.

Tennesse Williams scriveva le sue grandi commedie e James Baldwin e Lorraine Hansberry affrontavano una doppia discriminazione perché Afro American e gay.

Nel paese i due famosi Rapporti Kinsey sulla vita sessuale degli americani rivelarono che le persone Lgbt erano molte di più di quelle che si credevano.

In Europa nel 1949 Simone de Beauvoir pubblicò il saggio “Il secondo sesso” che avrebbe aperto un dibattito nel movimento femminista degli anni ’70 con i suoi gruppi di autocoscienza.

Marguerite Yourcenar il romanzo “Memorie di Adriano”, Elsa Morante ‘L’isola di Arturo”, Natalia Ginzburg “Valentino” e poi “Caro Michele”.

Nel 1964 Milena Milani scandalizzò con “La ragazza di nome Giulio” che venne sequestrato. Idem Alberto Arbasino, Jean Genet e Françoise Sagan con la sua vita spericolata. Goliardia Sapienza (che ho conosciuto) avrebbe avuto un meritato successo troppo tardi.

Si pubblicarono le splendide, sommesse poesie di Sandro Penna e quelle assai profonde della poeta Ingeborg Bachmann.

Umberto Saba poté rendere pubblico “Ernesto”, romanzo autobiografico.

Pier Paolo Pasolini, unico gay dichiarato, pubblicava le sue opere ma “Amado mio”, suo primo romanzo, rimase a lungo inedito: contiene limpide immagini poetiche delle gite sul fiume e sulla forza della vita nonostante la guerra.

Anche ‘Maurice” dello scrittore inglese E.M.Forster venne pubblicato postumo.

Negli anni ’80 David Leavitt seppe ben descrivere la società contemporanea così come Pier Vittorio Tondelli che ci ha lasciati troppo presto come il poeta Dario Bellezza.

Susan Sontag proseguiva le sue acute analisi sulla società e sulla fotografia. 

I film di Pedro Almodóvar e quelli di Ferzan Özpetek raggiungevano il grande pubblico.

La Winterson prendeva in giro il fanatismo di una setta inglese in “Non ci sono solo le arance”. Alejandra Pizarnik, poeta argentina, Sarah Kane, commediografa inglese iconoclasta e Chantal Akerman, regista sperimentale belga, purtroppo si suicidarono.

Nel 1984 moriva il sociologo gay Michel Foucault.

Il testo attuale migliore, relativo alle donne, è, secondo me, il saggio “Identités lesbiennes: en finir avec les idées reçues” (Identità lesbiche, per farla finita con le idee preconcette) della scrittrice e docente francese Stéphanie Arc, ancora inedito in Italia.

Nel 1969 era nato dalla rivolta di Stonewell a New York il Movimento Lgbt+ che, seppure lentamente, si era affermato anche in Italia. 

Esso non minava o non mina la società, vuole solo giusti diritti civili e rispetto. 

E, ricordiamo, che anche se è aperto a tutti non sarebbe mai potuto esistere in un paese omofobo come il nostro senza l’appoggio negli anni ’70 del partito radicale e negli anni ’80 del partito comunista (PCI).

Attualmente la psicologia è, in gran parte, rispettosa.

Ma ancora oggi vi sono persone ignoranti o in malafede che diffondono, come gli untori di manzoniana memoria, la falsa idea che l’omosessualità sia una malattia o che non sia “normale’ o “contronatura” – idiozie che si possono smontare in un minuto.

La società sa benissimo come creare sofferenza nei giovani omosessuali facendoli sentire sbagliati, esclusi, derisi, bullizzati se non aggrediti. 

La cosa che disturba tanto l’estrema destra e i cattolici integralisti è la visibilità. 

Se tutti gli omosessuali stessero silenziosi, a casa, timorosi di essere “scoperti” o al massimo supplicassero tolleranza come se fosse una grande cortesia andrebbe a loro benissimo.

Invece ogni essere umano ha diritto di vivere la propria vita alla luce del sole.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Erich Maria Remarque: L’obelisco nero (Neri Pozza, trad. Quirino Maffi e Enrichetta Lupis), di Maurizia Maiano

Nella letteratura, come nel teatro e nel cinema, ritroviamo spesso una parte di noi. I personaggi che leggiamo sono talvolta lì per parlarci del nostro presente, da uno spazio e da un tempo lontani. Riconoscersi in una storia che non ci appartiene e scoprire, all’improvviso, che parla proprio di noi è forse uno dei miracoli della narrativa.

L’obelisco nero (Der schwarze Obelisk), pubblicato nel 1956, è uno dei romanzi più intensi di Erich Maria Remarque. La storia si svolge nel 1923, nella Germania della Repubblica di Weimar devastata dall’iperinflazione. La moneta perde valore di ora in ora e, insieme al denaro, sembrano sgretolarsi anche le certezze morali e civili di un’intera società.

Il titolo del romanzo deriva dall’obelisco in granito nero che si trova nel cortile della ditta di monumenti funebri di Georg Kroll, un oggetto imponente, fuori dal tempo, immune agli sconvolgimenti del presente.

In quella ditta lavora Ludwig Bodmer, un giovane reduce, appassionato di poesia e di musica, che cerca di orientarsi in un mondo dominato dall’instabilità. Ludwig suona l’organo nella cappella dell’ospedale psichiatrico, dove incontra Geneviève Terhoven, detta Isabelle. La giovane vive una frattura dell’identità che la conduce ad assumere, a tratti, personalità differenti.

Nel giardino dell’ospedale, seduti su una panca vicino a un’aiuola di rose, Ludwig e Isabelle sembrano sottrarsi per qualche momento alla violenza del mondo esterno. Là fuori il dollaro è salito vertiginosamente e qualcuno si è tolto la vita; nel giardino, invece, il tempo sembra obbedire a un’altra misura. Nei dialoghi con Isabelle, Ludwig scopre una dimensione spirituale e filosofica che contrasta con il cinismo della società. La follia della giovane appare talvolta più autentica della presunta normalità degli uomini cosiddetti sani.

Forse è per questo che Remarque affida proprio a Isabelle il centro spirituale del romanzo. Chi è considerato folle può ancora vedere ciò che gli altri hanno smesso di vedere. Nel loro incontro sanità e follia sembrano riconoscersi, come se appartenessero da sempre allo stesso spazio. Isabelle è la custode di una saggezza incoerente che fa scoprire visioni lontane, di una verità che la razionalità ordinaria non sa più ascoltare: il desiderio di conoscere l’ignoto, anche quando spaventa, e di attraversare quella zona incerta che può renderci ora felici, ora infelici.

Ludwig vive anche una relazione con l’affascinante Gerda Schneider, donna concreta, profondamente radicata nella vita quotidiana e desiderosa di una sicurezza materiale. Gerda fa da contraltare a Isabelle, che, al contrario, appartiene all’immaginazione, alla fragilità e alla ricerca spirituale. Le due donne rappresentano due modi di abitare il mondo. E Ludwig oscilla fra queste due polarità, consapevole che nessuna delle due, da sola, basta a definire l’esistenza.

Intorno ai protagonisti si muove una vasta galleria di commercianti, reduci, opportunisti, nazionalisti e borghesi impoveriti. Attraverso di loro Remarque restituisce il ritratto di una Germania smarrita, appena uscita dalla Prima guerra mondiale e tuttavia attraversata da un incontenibile desiderio di vivere. La voglia di rinascita convive con la precarietà economica, mentre i fermenti nazionalisti e antisemiti, ancora apparentemente marginali, lasciano già presagire ciò che di lì a pochi anni avrebbe travolto la Germania e l’Europa.
La Repubblica di Weimar porta il nome di una delle capitali spirituali della cultura tedesca. E’ la città di Goethe e Schiller, del classicismo, della Bildung e dell’ideale di un’educazione capace di condurre l’uomo alla libertà. A Weimar si lega simbolicamente anche l’eco dell’Inno alla gioia di Beethoven, ovvero il sogno di un’umanità finalmente riconciliata.

Proprio per questo la parabola della Germania assume un valore tragico e universale. La civiltà non mette l’uomo definitivamente al riparo dalla barbarie; l’alta cultura, da sola, non basta a impedire il crollo dell’umano. Come ha potuto la patria di Goethe, di Kant e di Beethoven generare l’orrore del nazionalsocialismo? È un interrogativo che attraversa la riflessione di Thomas Mann negli anni dell’esilio e trova una delle sue espressioni più compiute in Doctor Faustus. Remarque sembra suggerire che la barbarie non nasca all’improvviso: germina lentamente nelle crepe lasciate dalla guerra, dall’umiliazione, dalla paura e dalla perdita dei valori condivisi.

Nel corso del romanzo Ludwig comprende che né l’amore né il successo economico possono colmare il vuoto lasciato dalla guerra. Isabelle viene infine dimessa dalla clinica e si allontana dalla sua vita, mentre lui prosegue il proprio cammino con una consapevolezza nuova: la felicità è fragile, la memoria è indispensabile e la dignità dell’uomo consiste soprattutto nella capacità di conservare umanità nei periodi di disgregazione.

Come in Niente di nuovo sul fronte occidentale, Remarque, attraverso il suo protagonista, riflette sulla fragilità della civiltà europea e sulla difficoltà di restare umani quando la storia sembra aver perso ogni punto di riferimento.

Al termine della lettura ci pare di scoprire il dono più grande della letteratura: dare forma a qualcosa che già ci abitava e che, senza un libro, sarebbe rimasto indistinto. Remarque ci ricorda, attraverso Ludwig e Isabelle, che l’essere umano non è una monade, ma un intreccio di memoria, contraddizioni, fragilità e possibilità.

È proprio nella frattura dell’identità che può nascere la possibilità di comprendere noi stessi e gli altri. Nessuna identità è monolitica o definitivamente compiuta. E riconoscerlo significa sottrarsi a ogni ideologia fondata sull’appartenenza assoluta, sul mito del Blut und Boden, del sangue e suolo. Forse da questa consapevolezza può nascere un autentico umanesimo, non quello delle certezze granitiche, ma quello delle crepe, perché è nelle crepe dell’identità che l’altro smette di essere un nemico e diventa un volto da riconoscere.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.