Mattia Corrente e Nikolai Prestia per l’ep.1 di “Preliminari”, il videopodcast a cura di Maddalena Crepet

Il video podcast di cui la letteratura italiana non aveva bisogno

Ep. 1: Mattia Corrente per “La fuga di Anna” (Sellerio) e Nikolai Prestia per “La coscienza delle piante” (Marsilio)

Mattia Corrente nasce nel 1987 in terra siciliana, precisamente in un paese in provincia di Messina, che abbraccia l’incantevole vista delle isole Eolie. Lavora come ghostwriter ed editor, oltre che, ebbene sì è un lavoro, come scrittore. Nel 2022, pubblica il romanzo La fuga di Anna sotto la casa editrice Sellerio. Il valore dell’opera viene riconosciuto e premiato in diversi contesti letterari, e il testo viene tradotto in ceco, polacco e francese. Nel mentre, nella primavera del 2024, esordisce nel mondo della letteratura per ragazzi con Cronache dell’Ade, edito da Salani Editore. 

Nikolai Prestia nasce nel 1990 a Nizhny Novgorod, in Russia. A otto anni viene adottato, insieme a sua sorella, da una coppia italiana che vive in Sicilia. Si è laureato in Giurisprudenza a Siena; attualmente vive a Roma. Con Marsilio ha esordito nel 2021 con Dasvidania, romanzo che si è aggiudicato il Premio letterario Massarosa nel 2022. Nel 2024 pubblica con la stessa casa editrice La coscienza delle piante

Questi i due protagonisti della prima puntata di Preliminari, il video podcast della rivista letteraria Il RandagioPreliminari è, già dal titolo-manifesto, un video podcast fuori dagli schemi “classici” della letteratura nostrana. Nel realizzarlo, infatti, abbiamo cercato di eliminare tutto ciò che fa parte della superficie, della forma, andando a scavare nel contenuto, fino ad arrivare all’indicibile. In fondo, non è questo quello che dovrebbe fare la scrittura? Non c’è nulla di più inconfessabile di ciò che precede l’atto di scrittura. In esso, nei preliminari, si annidano le più balzane ritualità, i tic letterari, le micro ossessioni, le intime scaramanzie di ogni autore; in altre parole, la struttura. Attraverso un taglio volutamente ironico, scanzonato, e forse anche irriverente, vogliamo proporvi questa lettura della scrittura, vogliamo farvi vedere l’errore nella perfezione perché è proprio da lì che si innesca il processo di produzione letteraria, è da lì che nasce uno scrittore. 

Preliminari è un confronto attivo fra, di volta in volta, due giovani scrittori nel nostro panorama contemporaneo. Non ci sono tempi morti, davvero, se non i discutibili interventi di Maddalena Crepet.

Nel dialogo di oggi, Mattia e Nikolai, partendo dai loro romanzi La fuga di Anna La coscienza delle piante, si interrogheranno su alcune tematiche centrali nei loro romanzi, e, più in generale, viscerali per la loro conformazione di autori. Parleranno del rapporto fra generazioni, fra genitori e figli, fra la figura ansiosa di una madre e quella soffocante di un padre; indagheranno quanto e in che misura una certa cultura del sud Italia sia ancora radicata in quel pezzo di mondo, e quanto questa possa aver inciso sulle inquietudini dei protagonisti dei loro libri. Last but not least, sveleranno il dietro le quinte della loro, personale scrittura, le loro abitudini, i loro preliminari.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Pietro Comito: “Nome in codice Sandro” (Compagnia Editoriale Aliberti, 2026), di Rosanna Pontoriero

Pietro Comito, col suo ultimo lavoro, propone ai lettori un testo di qualità ed equilibrio notevoli, riuscendo a conciliare narrativa impegnata e chiarezza concettuale allo sguardo giornalistico passionale e partecipe. I fraseggi sono maturi, verosimili, contestualizzati: nulla è eccessivo, fuori posto, ridondante. Sembra di assistere a un film di un regista esperto dalla mano sicura. La bellezza di Nome  in codice Sandro”, edito da Compagnia Editoriale Aliberti, è il passo: incredibilmente fluido per 390 pagine, iconico. Il lettore è dentro  una sequenza di immagini vivide tra la Calabria e il Sudamerica, sguazza su aerei che decollano e atterrano alla velocità della luce. Non vi è una ripetizione, un avverbio stonato, un aggettivo pesante, un  sostantivo di troppo: si cavalca tra l’inchiostro e il lettore elettrizzato vuole sapere, vedere. 

La storia

L’autore, Pietro Comito, è il tipo di giornalista, per intenderci, che non ha mai fatto il passacarte. Ha perso notti e vita tra verbali, registrazioni e carte piovute da terra e cielo. Questo si vede, si sente, si annusa. La storia di Sandro Fuduli è roba da non credere, da sbarrare gli occhi, sembra non abbia avuto la misurazione del tempo comune a tutti gli uomini. Si raccontano quindici anni e si potrebbero tradurre in secoli. Il lettore si chiede: “Ma questa storia dove è stata scovata?”. D’altro canto, di Bruno-Sandro, il protagonista, non si sa nulla e vi è poco anche sul web. Eppure, è stato un personaggio chiave, estremo, per alcuni versi epico. Ci racconta, in merito, l’autore al telefono: «Scopro questa storia quando scatta l’operazione Decollo, nel gennaio 2004. Si consuma una delle operazioni antidroga più importanti di tutti i tempi e, in quella occasione, sappiamo che  fosse coinvolto un infiltrato. Più tardi, scopriremo anche che si tratta addirittura di un civile, parte lesa della ’Ndrangheta. Per venire a conoscenza dell’identità, tuttavia, avremmo dovuto attendere il processo. Fuduli era una persona intemperante, tormentata, irrequieta, impossibile da gestire anche per lo Stato. Bruno si è suicidato a novembre del 2019, un mese prima di Rinascita Scott. Il suo avvocato, Annalisa Pisano, mi disse di avere un debito nei confronti di Bruno, il quale prima di morire si raccomandò di difendere la verità di ciò che è stato».

Bruno che vuole essere Sandro

Bruno è un imprenditore calabrese, eredita dal padre una azienda che commercia marmi, indebitata e asciugata dalla sete mafiosa. Viene divorato dagli strozzini, schiavizzato dai boss. Vive una beffa dietro l’altra, lavora per alimentare un circolo continuo di usura: deve pagare, pagare e ancora pagare e naturalmente lavorare sodo e gratuitamente, regalando i marmi. La ’Ndrangheta lo penetra con forza. Sicché vende l’azienda, salda quello che può e inizia una avventura sbalorditiva come trafficante di cocaina. La coca attraversa i continenti dentro il marmo. Un eclettismo, il suo, difficile da raccontare: si costruisce cento vite, fa girare milioni in continuazione, pur rimanendo con le pezze al sedere. Impara lingue sconosciute, apre strade impensabili, prende per mano il mercato della droga, senza che nessuno glielo abbia mai insegnato. In lui non si avverte, almeno è quello che capta il lettore, una cupidigia cieca, ma un desiderio vulcanico di riscatto, ripresa, rinascita, che non si concretizza.

Vola troppo

Sandro è materia fluida. Non ha regola né limiti, mai avrebbe voluto una vita normale, piana. Cazzo, vuole lavorare! E, per farlo, deve vendere l’anima al diavolo, restando  fottuto e dannato. Possiede un fiuto spiccato per i guai, dentro i quali vi si tuffa con anche i vestiti. È  un uomo problematico, inquieto, combattuto, su una soglia. Fa il mondo suo, con il completo di lino bianco e una leggerezza innata, da primo attore, scalatore forsennato. Esorcizza quando tutto sembra guastato, la sua mente è rapida: si sa fare del male. Non si arricchisce, pur costruendo ponti e collegando oceani, non diventa un mafioso vero. Resta Sandro, con le sfumature cinematografiche, il piede lunghissimo e il pensiero veloce: cade e si rialza, corre si schianta e non si ferma. Come se, in fondo, amasse la distruzione. Pietro non ha dubbi: in un altro contesto Sandro Fuduli sarebbe stato «un pilota di gare estreme, avrebbe fatto arrampicate a mani nude, parapendio. Non sarebbe stato in grado di condurre una vita normale». Ha conosciuto  la ’Ndrangheta nelle viscere e l’ha raccontata. Lo guardano i soci nemici, come fosse un pagliaccio inconsistente, ma ha un guizzo inenarrabile, sebbene sia incostante quanto intrepido.

Gli amori di Sandro

Due i grandi amori di Sandro: Sandra, che lo segnerà per sempre e ne erediterà il nome in codice, conosciuta in Sud America. Con lei vivrà una storia breve e intensa. La donna sparirà nel nulla, lasciando il protagonista con un pensiero fisso. L’altra donna è Valeria: brillante, sagace, corposa. Vivranno un amore profondo: «Ci avvicinammo, sempre di più. Viso a viso. Il nostro respiro divenne sempre più impetuoso. La baciai, mi baciò. Un tornado di passione ed emozioni ci sradicò dal pavimento. Ci strappammo i vestiti. E quella notte non conobbe alba, né tramonto». Valeria è la persona che Sandro chiama quando viene fatto prigioniero dai narcos. «Sandra è stata fugace, – È  sempre Pietro che parla – ma faceva sentire il protagonista l’uomo che avrebbe voluto essere. Valeria, invece, lo ha amato per quello che era e che solo lei riusciva a vedere fino in fondo. Lui parlava in maniera più diffusa di Valeria, perché è rimasta nella sua vita».

La matassa intorno

Dall’opera emerge un contesto inquietante: mafiosi, trafficanti, broker, uomini d’affari, soldati sanguinari, usurai, parenti pericolosi. Una matassa di gente,  rapporti di potere, appetiti. Due personaggi sono degni di nota: Pepe e Ramiro, amici veri di Sandro, che si dimostreranno leali. Ramiro non abbandonerà mai l’amico, neppure in prigionia: «C’era Ramiro, il mio amico Ramiro. Temevo fosse un miraggio e rimasi immobile. Si avvicinò ad abbracciarmi e io lo strinsi fortissimo. Faticai, ma riuscì a trattenere le lacrime». Ramiro era un uomo della droga, ma che si è legato genuinamente e intimamente a Sandro. Una amicizia narrativamente importante, significativa. Abbiamo chiesto a Pietro se ci sarà un seguito del romanzo, del quale, considerando la corposità, abbiamo detto poco, ci ha risposto così: «Spero proprio di sì». E noi lettori aspettiamo con il fiato sospeso.

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Diego Zandel, “Anni di pietra” (Voland, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Diego Zandel, “Anni di pietra” (Voland, 2026)

Il romanzo Anni di pietra, una storia greca (Voland) di Diego Zandel è un’opera che intreccia la memoria personale dell’autore con la tormentata storia della Grecia del Novecento. 

Al centro della narrazione troviamo la figura di Manolis Fourtounis (1926-2019), poeta e combattente per la libertà, la cui tomba nel cimitero di Kefalos diventa il punto di partenza per un viaggio a ritroso nel tempo.

Zandel rende la cronaca storica un vero e proprio mosaico di eventi, esplorando la storia moderna del popolo greco dall’occupazione italiana e nazista di Kos alla brutale guerra civile, fino alla dittatura dei colonnelli. 

seconda parte

Attraverso le testimonianze dei protagonisti, come l’anziana danzatrice Arghirò o il professore Antonio Balbo, il testo ci porta a una riflessione universale sulla coerenza morale, mettendo in luce la complessità del periodo bellico, dove l’umanità emerge anche tra le divise nemiche. 

Il comunista tedesco Rudi, arruolato a forza dalla Wehrmacht dopo anni di lager, diventa il mentore politico di Manolis e il protettore della famiglia di Antonio contro la brutalità dei suoi stessi commilitoni. 

Parallelamente, il Tenente Killmayer è presentato come un ufficiale tedesco e musicista, che vive con orrore le pratiche naziste e si innamora di Arghirò e della cultura greca attraverso la danza, dimostrando che l’anima può restare libera anche sotto un regime oppressivo.

La figura di Manolis è il fulcro di un’epoca che i greci definiscono “anni di pietra” per la durezza del regime carcerario ma anche per la fermezza dei principi dei combattenti. Il testo analizza con crudezza il trauma del confino a Makronissos e Aghios Efstratios, dove la tortura non mirava solo al dolore fisico, ma all’abbattimento della dignità attraverso la richiesta di abiura.

Zandel sottolinea a più riprese il profondo conflitto interiore di Manolis: la sua resistenza non è solo contro i carcerieri, ma anche contro il dogmatismo cieco del suo stesso partito, che lo isolerà per le sue posizioni critiche e per la sua difesa della libertà di dissentire.

I dialoghi sono vere e proprie lezioni di storia vissuta. L’ambientazione di Kos, descritta con minuzia e grande partecipazione emotiva, oscilla tra la bellezza paradisiaca del paesaggio e l’eco degli eccidi, come quello dei 103 ufficiali italiani a Linopoti, o le impiccagioni pubbliche di civili innocenti.

In conclusione, con Anni di pietra, una storia greca, Diego Zandel, nato in un campo profughi da genitori esuli fiumani, riversa la sua sensibilità di uomo di frontiera, rendendo omaggio a Manolis Fourtounis, amico e maestro di vita e contemporaneamente al popolo greco, disegnandone una biografia pregna di dignità e incrollabile rigore morale.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Antonia Pozzi, l’amore infranto, di Lavinia Capogna

“J’avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de la vie”.

(Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è l’età più bella della vita)

Paul Nizan, incipit del romanzo “Aden Arabie” (1932).

“Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera

come le estreme foglie

dei pioppi, che s’accendono di sole

in cima ai tronchi fasciati

di nebbia (…)”

Antonia Pozzi 

Dalle foto scolorite in bianco e nero ci giunge l’immagine di Antonia Pozzi come quella di una ragazza delicata, dal sorriso gentile, in alcune foto molto intensa, possiamo quasi immaginarci la sua voce (flebile? sonora?) con un leggero accento milanese.

Poi apriamo il suo libro, postumamente intitolato “Parole” e leggiamo:

12 maggio 1933

“Ciascuno la propria tristezza se la compra dove vuole

anche in una bottega nera austera 

tra libri impolverati 

che si liquidano a prezzi dimezzati 

libri inutili 

tutti i TRAGICI GRECI 

ma se il greco non lo sai più 

mi sai dire perché li hai comprati? 

libri inutili 

POESIE PER I BAMBINI 

coi fantoccini colorati 

ma se non hai bambini 

tu mi sai dire perché li hai comprati? 

se non avrai dei bimbi mai più 

mi sai dire per chi li hai sciupati i tuoi soldi.

Ciascuno la propria tristezza 

se la compra dove vuole,

come vuole 

anche qui.”

Antonia Pozzi aveva solo 21 anni quando compose questa splendida poesia così matura e perfetta nello stile e nel significato.

Scriveva poesie a mano in quei quaderni con le copertine nere e la carta un po’ ruvida del tempo in una chiara calligrafia. E così scopriamo che quella signorina spersa per le vie di Milano – una Milano con vecchi negozi, botteghe, vetrate appannate, lampioni, una folla che camminava, quasi nessuna macchina, un’intensa vita laboriosa, con la sua luce grigia e la nebbia sui Navigli ancora non interrati dal fascismo – era una grande poeta.

Chi avrebbe potuto sospettarlo? 

Le prime liriche conosciute risalgono al 1929 quando aveva soli 17 anni ma già si ritrova una forza poetica, un pathos e una malinconia che li percorre, una descrizione mai scontata della natura. 

Anche io avevo notato ciò che la poeta Antonella Anedda ha saputo esprimere acutamente: “Raramente Pozzi dice genericamente “alberi”, scrive invece: pioppi, olmi, pini, tigli, larici, faggi”.

In numerose poesie vi sono descrizioni della natura con una percezione sottile, non le solite liriche campestri intrise di retorica ma quelle di ampi spazi quasi selvaggi, imprevedibili, che nella luce della sera diventano quasi inquietanti come la brughiera di Emily Brontë. 

Antonia fu anche appassionata di alpinismo e raccontò di una scalata notturna in cui aveva visto l’alba da una vetta.

La sua è una poesia in antitesi con quella in voga all’epoca. Persino il suo professore universitario, lo stimato Antonio Banfi (con cui si era laureata con il massimo dei voti con una tesi su Flaubert) al quale aveva sottoposto alcune liriche le sconsigliò di dedicarsi alla poesia e altrettanto fece il filosofo Enzo Paci.

Nonostante la grande delusione e le lacrime Antonia non si lasciò depistare. Pensò, negli ultimi anni della sua vita, di dedicarsi anche alla prosa componendo abbozzi di un romanzo storico, ambientato nella seconda metà del 1800 nella campagna lombarda ispirato all’amata nonna.

Per quanto Antonia provenisse da una famiglia benestante, il che le diede la possibilità di studiare, di avere un palco alla Scala e l’educazione di una ragazza di “buona famiglia”: lo studio del pianoforte (amava molto la musica), il francese, l’equitazione non era una famiglia veramente felice: il padre, ex reduce, avvocato, podestà fascista nella cittadina di Pasturo, vicino Lecco, dove avevano una villa fu un genitore autoritario ed ebbe un grosso peso sulla sua vita (come vedremo), la madre era un’aristocratica proveniente da una famiglia di proprietari terrieri, di cui rimane un’immagine un po’ vaga.

Non era facile essere ventenni negli anni Trenta in quell’Italia grigia, nella violenza quotidiana del fascismo al massimo del suo consenso e pronto ad un colonialismo brutale. La popolazione, tutta sotto controllo, doveva solo ubbidire e tacere.

Il fascismo fu anche il trionfo del maschilismo. Le donne non contavano nulla, era mal visto che una borghese lavorasse eccetto che non fosse maestra. Gran parte delle professioni erano inaccessibili alle ragazze. Vi erano regole sociali ben precise. Era raccomandata la modestia, il bon ton, l’obbedienza al padre, la castità, sposarsi era la massima aspirazione, quasi un dovere.

Le donne erano viste come emotive, infantili, incapaci di badare a sé stesse, bisognose della guida di un “uomo forte”.

Nel famigerato Codice Rocco approvato nel 1930 divennero legge il matrimonio riparatore e il delitto d’onore.

L’analfabetismo era altissimo sia tra donne che uomini, il paese era prevalentamente agricolo, andavano in città balie, sartine, ricamatrici, pettinatrici, cameriere. 

Milano e Torino erano le due città più industrializzate: c’erano le ditte Caproni e Breda, specializzate in materiale ferroviario, l’Isotta Fraschini e l’Alfa Romeo per le macchine che facevano concorrenza alla Fiat ed infine la Pirelli. Vi era dunque un alto numero di operai e storici quartieri “rossi” seppure obbligati, per il momento, al silenzio, come Porta Romana e Lambrate.

Venne modificata la città, costruita la Stazione Centrale e alcuni palazzi, buttati giù storici vicoli.

“ll vero amore è dei poveri” scriveva Vasco Pratolini. Le ragazze del popolo potevano infatti sposare un ragazzo di cui erano innamorate, il che purtroppo era meno frequente nella media o alta borghesia dove si combinavano matrimoni basati prevalentemente sul censo e sulla classe sociale.

Persino una donna emancipata come Maria Montessori, medica e grande pedagogista, trent’anni prima (ma in questo la società non era cambiata) aveva dovuto celare di essere una madre nubile.

Nel 1927, a 15 anni, Antonia si iscrisse al liceo Manzoni. In una lettera descriveva alla nonna, nel suo stile colto ed immediato, vivace e affettuoso, inframmezzato da qualche parola in dialetto, il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Un docente di Sassari di 34 anni che insegnava a Milano. Una piccola foto lo ritrae con un’aria seria e distinta, era un entusiasta che sapeva conquistare l’attenzione degli allievi, prestava o regalava loro libri, stimolava la riflessione.

In questo primo accenno lei lo definiva “un topo di biblioteca” ma traspare ammirazione e simpatia.

Nel 1928 egli sarà trasferito a Roma dove insegnerà in altri licei. Per Antonia il suo trasferimento fu una notizia devastante. Lui aveva alimentato la passione di Antonia per la letteratura. Più tardi lei si occuperà anche di un autore ribelle come Aldous Huxley.

Lei e Cervi rimasero in cortese contatto epistolare, dandosi del lei, lui diceva che lei avrebbe sempre potuto contare sul suo fraterno aiuto ma nel 1929 si innamorarono.

Si vedevano raramente ma Antonia, 17 anni, scriveva: “Tu sei veramente l’angelo della mia vita. Piccolo, io non avevo mai baciato nessun uomo prima di te”.

Naturalmente il loro amore non poteva andare oltre qualche bacio, un vagheggiato più che reale fidanzamento (che allora voleva dire un impegno matrimoniale), il desiderio di un figlio.

Il tema del figlio tornerà in modo struggente in varie sue poesie e molte liriche sono dedicate al suo ex professore.

Era abbastanza frequente che una adolescente si invaghisse di un docente e, non a caso, nel 1941 verrà realizzato un film di gran successo, interpretato da Alida Valli, su una situazione analoga, “Ore 9, lezione di chimica”.

Ma quando nel 1931 il padre di Antonia scoprì questa “relazione” si infuriò: Cervi non solo era molto più grande di sua figlia ma soprattutto era povero e meridionale (andava in giro con un cappotto leggero con le tasche rotte sotto la neve – raccontava Antonia in una lettera).

Per separarli convinse Antonia a fare un lungo viaggio a Londra e dintorni per studiare l’inglese.

Tuttavia lui la raggiunse brevemente a Londra.

Nel 1933 lei scrisse a Cervi: “(…) di nuovo mio padre minacciava di venirti a cercare a Roma, di sfidarti a duello e tante mai altre cose spaventose – ed io vi credetti, povera, stupida bambina, vi credetti come l’altra volta – e fu per paura, per paura soltanto che pensai di cedere… Parole, parole, parole – tante parole grandi e belle – per coprire tante meschinità ignobili (…) la rinuncia, sì – la rinuncia (…)”.

Cervi ne fu risentito, l’accusava di non essere stata sincera, trovava un divario tra lui, cattolico fervente, e lei che non pensava a questioni religiose.

Per Antonia la separazione definitiva fu un grande dolore, aveva amici, faceva vita mondana, nuotava, giocava a tennis, viaggiava all’estero (cosa insolita allora), frequentava Grand Hotel, località di gran moda come Viareggio, studiava molto ma nelle poesie ricorreva il tema della morte come quiete, oblio, pace.

La futura scrittrice Maria Corti che l’aveva conosciuta all’università la descrisse poi come sensibile e con una intelligenza filosofica.

Ho il dubbio che sensibile stia per ipersensibile.

Aveva trovato lavoro come insegnante di materie letterarie in una scuola e faceva volontariato per aiutare le persone indigenti.

Nell’autunno del 1938 vennero promulgate le leggi contro gli ebrei. Antonia ne restò scioccata ed era assai preoccupata per Paolo Treves, un suo buon amico, figlio di un ex deputato socialista e di madre ebrea.

Dal 1937 aveva fatto amicizia con un ragazzo completamente diverso da Cervi, di nome Dino Formaggio, che in seguito avrebbe partecipato alla Resistenza e sarebbe diventato un noto critico d’arte

Di famiglia contadina, adolescente era andato a lavorare in fabbrica, aveva dato in un anno l’esame di cinque anni di liceo!

Si conobbero all’università. Come si legge in una delle ultime lettere lei si sentiva trattata alla pari da lui. 

Andavano in bicicletta, facevano lunghe passeggiate, si scrivevano.

Antonia fotografava, con talento, contadini, povera gente, paesaggi e gli donò numerose foto.

Dino rappresentava l’avvenire, il futuro, il mondo nuovo.

Antonia si innamorò di lui.

La sera prima del suo suicidio, ad un concerto, avvenne tra di loro una discussione, probabilmente lei gli rivelò il suo sentimento ma lui le fece capire che non era reciproco.

Il giorno dopo, il 2 dicembre 1938, si recò alla scuola per tener lezione. Ad alcuni allievi parve turbata. Poi chiese di uscire prima dell’orario perché non si sentiva bene 

Raggiunse l’abbazia di Chiaravalle dove era stata un giorno con Dino.

Si distese sul campo pieno di neve e ingerì un’alta dose di barbiturici.

Dopo un po’ un contadino la vide, venne portata in ospedale ma le sue condizioni erano disperate. Il 3 dicembre morì a casa sua. Aveva solo 26 anni.

Il suo fu un atto forse impulsivo ma anche premeditato perché lasciò tre biglietti:

“Dino caro, sono venuta a morire in un luogo che mi ricorda la nostra gioia di un’ora: giugno, mezzogiorno, abbazia di Chiaravalle e papaveri in fiore. 

Chiudo gli occhi con quell’immagine stretta al cuore – Anche tu ricordami solo col volto di allora. Addio.”

Ufficialmente venne detto che fosse deceduta per una polmonite. Furono pubblicati trafiletti che menzionavano “una straziante malattia”.

Durante il ventennio era proibito pubblicare articoli sui suicidi. 

Venne sepolta a Pasturo. La villa di famiglia è oggi un museo.

Nel 1939 il padre fece pubblicare un’edizione fuori commercio, intitolata “Parole”, con 91 poesie delle circa 300 scritte dalla figlia.

Alcuni versi vennero tagliati o modificati da lui così come lettere e diari.

Nel 1943 venne edita una nuova edizione Mondadori con 157 liriche, nel 1948 una terza con una Prefazione di Eugenio Montale.

Tuttavia si dovette attendere l’edizione Garzanti del 1989 per averne una fedele ai testi originali.

Dagli anni ’80 Antonia Pozzi è stata riscoperta, numerose le opere su di lei tra le quali la biografia di Graziella Bernabò, i testi di Alessandra Cenni, Paolo Cognetti, le parole accorate di Eugenio Borgna. Sono stati realizzati anche un film e un paio di documentari sulla sua vita.

Antonia Pozzi fa parte del numero non piccolo di poete che si sono suicidate tra le quali Alfonsina Storni, Marina Cvetaeva, Karin Boye, Sylvia Plath, Alejandra Pizarnik, Anne Sexton, Amelia Rosselli (che, detto per inciso, ho conosciuto) – solo per citare le più famose.

Ciò che conquista è la sua incredibile modernità e il suo talento. Ciò che addolora è la sua morte e i suoi sentimenti mandati in frantumi dai tre uomini della sua vita: il padre che temeva l’opinione pubblica e che le impedì di essere libera, il professore che non ebbe il coraggio di proporle una scandalosa ma liberatoria fuga, l’amico che non vide in lei una compagna.

…….

Nota:

Ringrazio Mara Mattavelli, poeta lombarda, per la sua collaborazione nel ricercare informazioni sulla Milano dell’epoca.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Samuel Beckett: “Aspettando Godot” – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Un uomo cencioso di nome Estragone siede vicino a un albero all’imbrunire e lotta per togliersi uno stivale. Presto si unisce a lui il suo amico Vladimiro, che ricorda al suo amico ansioso che devono rimanere lì ad aspettare qualcuno di nome Godot. Inizia così un circolo tormentoso in cui i due discutono su quando arriverà Godot, perché stanno aspettando e persino se sono all’albero giusto. Da qui Aspettando Godot diventa sempre più strano, ma è considerato il lavoro teatrale che ha cambiato il dramma moderno.

Scritto da Samuel Beckett tra il 1949 e il 1955, pone una domanda semplice ma stimolante: cosa dovrebbero fare i personaggi?

Non facciamo niente, è più sicuro.

Aspettiamo e vediamo cosa dice.

Chi?

Godot!

Buona idea.

Questo dialogo criptico e il ragionamento circolare sono le caratteristiche chiave del Teatro dell’Assurdo, un movimento che emerse alla fine della Seconda guerra mondiale e raccolse gli artisti che lottavano per trovare un senso alla devastazione.

I suoi esponenti destrutturavano trama, personaggi e linguaggio per mettere in dubbio il loro significato e condividere la loro profonda incertezza sul palco. Anche se può sembrare lugubre, l’assurdo mischia l’impotenza con l’umorismo. Questo si riflette nell’approccio unico che Beckett ha con il genere in Aspettando Godot, lavoro che lui chiama una tragicommedia in due atti.

I personaggi sono tragicamente chiusi in uno stallo esistenziale, stanno aspettando invano una figura sconosciuta che dia loro uno scopo, ma il loro solo scopo deriva dall’atto di aspettare. E mentre aspettano, affondano nella noia, esprimono un timore religioso e contemplano il suicidio.

Ma c’è anche un umorismo tagliente nella loro situazione difficile, che si percepisce nel loro linguaggio, nei loro movimenti, le loro interazioni sono piene di bizzarri giochi di parole, ripetizioni, doppi sensi, azioni fisicamente buffe, canti, balli e un frenetico scambio di cappelli. Spesso non è chiaro se il pubblico debba ridere o piangere, o se Beckett vedesse una differenza tra le due cose.

Nato a Dublino, Beckett studiò inglese, francese e italiano, prima di trasferirsi a Parigi, dove passò gran parte della sua vita scrivendo per il teatro, poesia e prosa. Anche se l’amore di Beckett per il linguaggio durò tutta la vita, lasciò spazio anche al silenzio, incorporando intervalli, pause, momenti di vuoto nel suo lavoro. Questa era una caratteristica distintiva del suo ritmo irregolare, del suo umorismo nero, che divennero famosi in tutto il teatro dell’assurdo. Mantenne sempre un atteggiamento riservato, si rifiutò di confermare o negare qualsiasi speculazione sul significato del suo lavoro. Per questo il pubblico ha continuato a fare ipotesi, accrescendo il fascino delle sue parole. surreali e dei personaggi enigmatici.

La mancanza di un significato chiaro rende Godot infinitamente aperto alle interpretazioni. I critici hanno proposto innumerevoli letture dell’opera, creando una serie di ambiguità e speculazioni che rispecchiano la trama dell’opera stessa. È stata letta come allegoria della guerra fredda o della resistenza francese, della colonizzazione dell’Irlanda da parte del Regno Unito. Anche la dinamica dei due protagonisti ha alimentato un intenso dibattito, sono stati visti come sopravvissuti all’Apocalisse, una coppia anziana, due amici impotenti anche come la personificazione dell’Ego e dell’Es di Freud.

Notoriamente Becket disse che la sola cosa di cui era certo era che Vladimiro ed Estragone indossavano delle bombette. Come la speculazione critica e la trama folle, il loro linguaggio spesso gira in tondo, mentre i due bisticciano e fanno battute, perdono il filo dei pensieri e ricominciano da dove avevano smesso.

Forse potremmo iniziare da capo.

Dovrebbe essere facile.

E’ iniziare che è difficile.

Si può iniziare da qualsiasi cosa.

Sì, ma si deve decidere.

Beckett ci ricorda che, proprio come nelle nostre vite quotidiane, il mondo sul palco non sempre ha un senso, può esplorare sia la realtà che l’illusione, il familiare e l’estraneo. E, sebbene una narrativa chiara abbia ancora fascino, il teatro migliore continua a farci pensare e aspettare.

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

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