Natalia Ginzburg: “Caro Michele”, di Lavinia Capogna

Nel 1973 a 57 anni, Natalia Ginzburg pubblicava un nuovo romanzo, “Caro Michele“, che non solo era molto bello ma che è anche uno dei pochissimi libri che descrivono come era veramente il post ’68 e l’inizio di quel decennio, gli anni ’70, pieno di speranze, di fermenti, di dimostrazioni nelle piazze ma anche di terrorismo, lutti, repressioni e della diffusione delle droghe.

Fu anche il decennio in cui la società italiana si aprì al nuovo dopo il boom economico e le contestazioni degli studenti e degli operai. Il decennio delle lotte femministe in cui le donne, come recitava uno slogan, “erano uscite dalle cucine”, della rivoluzione sessuale.

Anni, insomma, pieni di libertà e speranze poi svanite nel kitsch degli edonistici anni ’80, nelle TV berlusconiane e nell’omologazione che Pasolini aveva lucidamente previsto. 

Un’Italia complessa, non semplice, certo, ma che aveva una sua unità nei momenti difficili, antifascista, e che aveva ancora la capacità di sognare e di costruire il futuro – cosa che oggi appare, purtroppo, più difficile.

Ho conosciuto fuggevolmente Natalia Ginzburg, una volta le ho anche parlato e ho una sua lettera autografa in cui gentilmente rispondeva ad una mia.

Una donna sobria nei modi, severa nei tratti ma non dura, simpatica e riservata – così almeno mi parve. 

Ho letto tutta la sua opera e amo le sue storie, i suoi libri, racconti, commedie.

Scrivevo in un articolo un anno fa che “I personaggi e le trame della Ginzburg non sono mai banali o scontati ma sempre originali: spesso gli uomini sono miti, incerti, insicuri e le donne vitali, estrose, imprevedibili.” (Nota 1)

Perdonate questa parentesi personale ma serviva come premessa perché temo che oggi “Caro Michele” possa essere un po’ frainteso. Nonostante lo stile chiaro, essenziale seppur ricchissimo di dettagli, tra le epistole, i dialoghi e le brevi descrizioni in cui è elaborato, si rischia, forse, di non afferrare i personaggi talmente peculiari sono degli anni ’70. 

Si legge sovente che la famiglia del fuggiasco Michele sia una famiglia “borghese” ma non è esatto.

Le famiglie borghesi erano allora quelle spietatamente prese di mira in alcuni film del grande Alberto Sordi; la famiglia di Michele appartiene più ad un’alta borghesia in declino. 

Il libro si apre in uno stile diretto senza alcun preambolo in una giornata dell’inverno del 1970, un giorno di neve e quello del 43esimo compleanno di Adriana (che nessuno festeggia). Lei si è trasferita in campagna (come tanti allora) e scrive una lettera al suo unico figlio maschio Michele che abita “in uno scantinato”. Adriana ha anche due figlie, Angelica e Viola, e due gemelle.

Il loro padre, dalla quale si è urbanamente separata, è un ricchissimo pittore in fin di vita che abita con uno stordito cameriere nella elegante via San Sebastianello (il romanzo ha una precisa topografia capitolina).

Egli adora solo Michele che è cresciuto con lui ma abbandonato a governanti.

Adriana è una donna colma di amarezza e perspicace, un po’ depressa. Ha chiamato a vivere con lei sua cognata Matilde, una donna mascolina e vigorosa in difficoltà economica a causa di alcune speculazioni su fondi svizzeri che ha scritto un romanzo mediocre, intitolato “Polenta e veleno”.

Adriana ha ricevuto una lettera di una certa Mara di cui si sbaglia a scrivere il cognome: una ragazza sconosciuta che ha appena avuto un bambino. Mara non glielo aveva scritto ma Adriana aveva avuto il dubbio che il padre sarebbe potuto essere Michele.

Michele scrive brevissime lettere dall’Inghilterra (Ginzburg aveva vissuto a lungo in Inghilterra). 

Alla sorella Angelica scrive anche, quasi distrattamente, che si era scordato nella stufa un mitra che un amico gli aveva chiesto di nascondere. Michele scriverà poi che non è comunista, l’unica cosa che sembra interessargli sono i libri di filosofia di Immanuel Kant.

Angelica, una bella ragazza sposata con un funzionario del PCI, va a gettare il mitra nel Tevere senza raccontare nulla al marito.

Mara e il neonato vengono soccorsi da Osvaldo, un quasi quarantenne, biondo, stempiato che ha una libreria di seconda mano, una ex moglie iperattiva, una bambina, un “sorriso incerto” e che è sempre disponibile, gentile, affidabile.

Mara è una ragazza “casinara”, come si sarebbe detto allora, vive dove capita, è al verde, ha avuto alcuni flirt, non ha arte né parte ma è simpatica. 

Nel bel film che Mario Monicelli ha tratto dal romanzo nel 1976 era interpretata da Mariangela Melato, un’attrice eccezionale ma che non aveva nello sguardo la sventatezza di Mara. Forse, se posso dirlo, ci sarebbe voluta Maria Schneider.

Attraverso le lettere a Michele, con il quale, seppure assente e distante emotivamente, tutti i personaggi principali si confidano si svela la trama: egli è come una calamita che attrae piccoli eventi, segreti, amori fugaci e disamori, antipatie, ricordi, una vana ricerca di conforto.

Con il tempo (il libro si conclude nell’estate 1971) Adriana scoprirà di non aver mai avuto un rapporto di autentico scambio con il figlio.

L’elemento di rottura sarà scoprire la passata relazione sentimentale tra Michele e Osvaldo in tempi in cui non si sapeva nulla di omosessualità e non esisteva un movimento Lgbt. Tema che la scrittrice aveva già, coraggiosamente dati i tempi, affrontato nel 1957 nel lungo racconto “Valentino” (e il personaggio di Kit ha qualche similitudine con Osvaldo). (2)

Non proseguo a narrare la storia in cui vi è un forte colpo di scena per chi volesse leggerlo.

Romanzo perfettamente equilibrato, sobrio ma anche drammatico, “Caro Michele” è il ritratto imperdibile di alcune vite ma anche, sociologicamente parlando, di un momento storico. 

……

Nota 1) Lavinia Capogna “Ricordo di Natalia Ginzburg” (articolo rintracciabile sul web 2025)

2) Lavinia Capogna “Valentino” (articolo rintracciabile sul web 2005 – scritto nel 2003)

Bibliografia:

Tutti i libri di Natalia Ginzburg (Einaudi)

Sandra Petrignani La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Beat editore 2020)

“Caro Michele” di Natalia Ginzburg, letto da Nanni Moretti. Audiolibro. CD Audio formato MP3. Ediz. integrale Emons Edizioni, 2016

Di “Caro Michele” la casa editrice Einaudi ha portato da qualche giorno in libreria il tascabile di una nuova edizione a cura di Domenico Scarpa con la prefazione di Cesare Garboli.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Carlo Alessandro Landini: “with each gust of wind ad ogni colpo di vento – poesie” (Fara editore), di Maurizia Maiano

Don’t ask the poets

non chiedere ai poeti non domandare loro perché mai

tutto questo accada senza che un solo gesto inane

vada a scombinare l’abaco delle nostre sventure

al dio non importa di nulla e di nessuno

la ragione di ciò è ignota a tutti

non interrogare il poeta non saprebbe risponderti   

essi farfugliano incespicano sulle loro stesse parole

Siamo posti subito di fronte al mistero. Vano il nostro tentativo di trovare risposte. Possiamo chiederle ai poeti, possiamo chiederle alla scienza che inizia ad affannarsi  nel dispiegare le intuizioni, formula numeri e teoremi e quando pensa di aver spiegato, ricomincia proprio da lì, non era che un limite la certezza a cui era arrivata.

I versi di Landini ci accompagnano in questo cammino,  osservano, si meravigliano e si interrogano, in un fluire continuo, sempre uguale eppure sempre diverso: scorrono come l’acqua del fiume di Hesse, come il Danubio di Magris a Krems: il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che si rispecchiano sempre nelle sue onde. Come la Morava di Handke: dove tutto vive come presagio repentino, come presagio duraturo, come altro presente in quella notte in cui tutto ritorna. Come nell’eterna ghirlanda brillante di Gödel, Escher, Bach. È un movimento circolare, non progressivo: non conduce a una verità finale, ma a un ritorno incessante dello stupore.

Ma questa è l’Arte, è la sua capacità di imbrigliare in una combinazione alchemica sostantivi, verbi, aggettivi legati insieme da punti, virgole, punti esclamativi, interrogativi che vorrebbero guidarci per interpretare il mondo: ci indicano quando dobbiamo meravigliarci, manifestare disappunto, interrogarci, dubitare, metterci in pausa, aprirci a tante possibilità, dire punto e a capo o mettere semplicemente un punto? Landini mette da parte la punteggiatura lascia che tutto scorra senza inciampare, senza sollevare dubbi, tutto avvolto nella meraviglia. Nulla solleva dubbi perché nulla pretende di risolverli; nulla impone una direzione perché il movimento è già dato. Tutto è avvolto nel thauma  che si rinnova ad ogni colpo di vento, quel primo stupore  che precede la domanda stessa e che, come in Florenskij, non chiede di essere sciolto, ma custodito. 

È precisamente qui che si colloca il gesto di Landini. La rinuncia quasi totale alla punteggiatura non è sottrazione formale, ma scelta ontologica: il verso non vuole delimitare, non vuole chiudere, non vuole decidere per il lettore. Troviamo un punto solo alla fine di ogni paragrafo, ma il successivo non inizia con la lettera maiuscola, non vuole essere una interruzione e o un nuovo inizio, perché semplicemente niente si può interrompere, tutto si muove e si agita, si incontra, si scontra e si allontana, si ritrova e rimbalza per ritornare o per andare altrove. Il senso non è guidato, ma affidato; non è scandito, ma lasciato scorrere. Il testo non procede per fratture, ma per continuità, come un respiro che non conosce apnee. Come nella pratica della meditazione Vipassana osserva il respiro e le sensazioni corporee senza reagire o giudicare e sviluppare distacco e se il pensiero vaga si ritorna al respiro per calmare la mente e comprendere l’impermanenza di ogni esperienza.

In Landini la parola non comanda il mondo, lo accompagna. I segni che tradizionalmente orientano, chiariscono, disciplinano il discorso, perché ciò che conta non è l’interpretazione, ma l’esperienza. La poesia non spiega il mistero: lo abita. E nel farlo sospende il tempo logico, restituendoci a un tempo originario.

La poesia di Landini non risponde: espone. Non argomenta: lascia accadere.

Non si tratta di prosa, ma di una poesia discorsiva. Potremmo definirla una epica lirica, il protagonista è l’Io senza legami storici ma eterni. I vincoli storici si metamorfizzano assumono nuove vesti e ornamenti e custodiscono anche quel nocciolo duro che è dell’umanità tutta, seguiamo quel fluire empatico dell’esistenza che rende la poesia universale, diventando Erlebnis, esperienza vissuta, incarnata che le parole riattivano in ogni lettore. Non descrive un’epoca ma le epoche tutte ricompaiono nei segni e nei nomi, simboli radicati di un disagio esistenziale mai spentosi, ma anche di energia vitale e rinascita. Un teatro di poesia  per usare una espressione di Maria Luisa Spaziani, un poeta-narratore di una endless story che si rinnova ad ogni colpo di vento.

Singolare la premiazione di With Each Gust of Wind – Ad ogni colpo di vento di Carlo Alessandro Landini a Porto Venere, luogo sospeso tra roccia e mare che conserva ancora l’eco romantica di Lord Byron, il vento non è solo un fenomeno naturale ma diventa una figura dello spirito. Non è casuale che proprio qui nasca il Premio intitolato al poeta inglese e che la sua prima assegnazione nel 2025 abbia premiato Carlo Alessandro Landini. Artista ecclettico e capace di rievocare e far rivivere, sia nella musica che nella scrittura, la memoria culturale e artistica del passato. Niente è mai completamente nuovo.

Carlo Alessandro Landini nasce a Milano il 20 Aprile 1954. Già ricercatore Fulbright presso la University of California, San Diego, e Visiting Professor nelle università americane (Columbia University 2003, University of Maryland 2006), poi docente di Composizione al Conservatorio di Piacenza, si dedica da sempre all’analisi del rapporto tra arte, la musica soprattutto, e nevrosi. Fenomenologia dell’estasi : Il caso di una Santa italiana (FrancoAngeli 1983). Lo sguardo assente. Arte e autismo: il caso Savinio (Franco Angeli 2009) Ha una vasta produzione di critica musicale e di opere letterarie. Tra i suoi lavori: “Stanze- poesie-ottave” (Fara Editore2018, Premio Byron 2025). “L’orecchio di Proteo. Saggio di neuroesteticamusicale. Ambiguità, trappole cognitive, strategie decisionali” (LIM 2021); “Orizzontale Verticale. Lettera ad un medico” (Puntoacapo editore 2021); “Musica di Dio, Musica del diavolo” (Zecchini Editore 2024); “Dopo il diluvio. Un caso clinico” (BookEditore 2024); “La vendeuse” (Phasar edizioni 2025). Carlo Alessandro Landini è però prima di tutto musicista. Il solo italiano finora ad aver conseguito il Primo Premio – col suo Le retour d’Astrée per violino e pianoforte – al Concorso «W. Lutosławski» di Varsavia (2007). Del 2015 la Sonata n. 5 per pianoforte, la Sonata n. 7 del 2019 e la Sonata n.8 del 2021.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Andrea Sceresini per “Di guerra e di altre schifezze” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Andrea Sceresini, “Di guerra e di altre schifezze – Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina” (Minimum Fax, 2026).

prima parte

​«La guerra è una grande opportunità, nessuno vuole dirlo perché rovinerebbe l’immagine del reporter senza macchia e senza paura. Invece bisogna immaginare che un conflitto è come una vena d’oro e i reporter saltano su carri e cavalli correndo a cercare la pepita più grossa.»

​Il libro di Andrea Sceresini, Di guerra e di altre schifezze. Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina (Minimum Fax), fa a pezzi l’immagine idealizzata dell’inviato in prima linea attraverso una cronaca che pone al centro sia i protagonisti, sia il sistema informativo che li nutre. L’autore descrive il giornalismo nelle zone di conflitto non come una missione umanitaria, ma come una ricerca di profitto e visibilità, facendo emergere l’egoismo che muove parte del mondo dell’informazione, dove il dolore altrui diventa il «mascara della tragedia» utile a rendere lo sguardo del cronista più magnetico per il pubblico dei talk show.

​In questo contesto, l’Ucraina non appare come la democrazia specchiata descritta dalla propaganda occidentale, ma come un sistema politico ed economico molto simile a quello russo, dove gli undici partiti di opposizione sono fuorilegge e l’informazione è concentrata in un unico canale governativo.

seconda parte

​Al centro del racconto c’è il meccanismo con cui la politica e la geopolitica soffocano l’informazione attraverso la censura preventiva e l’uso punitivo degli accrediti militari. Ed ecco servito il paradosso: un sistema che, per difendere i propri valori, adotta metodi repressivi che rendono invisibili i dissidenti, i renitenti o chiunque non si allinei alla narrazione del popolo eroico in armi.

​Proprio l’estetica del combattente — con il suo bagaglio di valori, che imbraccia il kalashnikov in virtù di un’ideologia di libertà e difesa della patria contro il nemico — viene messa totalmente in discussione. Sceresini narra diverse avventure (o disavventure) di guerra nella Repubblica Ucraina, fra aggressioni, interrogatori, blocchi alla frontiera e piogge di bombe; è proprio durante una di queste incursioni che si accorge di quanto la guerra, quella iniziale di posizione e di trincea con i suoi racconti dalla prima linea, sia cambiata.

​L’incontro con un’unità di dronisti ucraini — che «più che a dei normali soldati, in effetti, assomigliavano a una brigata di nerd, e senza troppe difficoltà ci confessarono che la loro grande passione comune consisteva nell’organizzare lunghi tornei di Call of Duty alla playstation» — illustra l’assurdità di un conflitto combattuto con i joystick da chi è distante chilometri dal fuoco. Per il resto della popolazione, invece, la guerra rimane una trappola fisica da subire: c’è chi non si arrende e resta a presidiare un territorio martoriato solo per una questione di mera appartenenza, e chi cerca di fuggire a ogni costo.

​Il libro documenta, da un lato, la guerra degli ultimi: anziani che scrivono su biglietti improvvisati messaggi per i propri cari, sapendo che con molta probabilità non li rivedranno più, affidandoli ai giornalisti perché li recapitino via WhatsApp; volontari in ricoveri d’urgenza senza medici, dove i pazienti vengono accolti fra le macerie con poche garze e disinfettante. Dall’altro lato, emerge l’imponente fenomeno della resistenza alla leva, riportando che «circa ottocentomila giovani ucraini si erano dati alla macchia per evitare di finire sotto le armi».

Il fenomeno della diserzione si unisce a doppio filo con quello della corruzione: «o ti nascondevi a tempo indeterminato sperando di non farti beccare, oppure pagavi una mazzetta all’ufficiale di turno per farti esentare». Ne deriva una frattura sociale netta, dove chi ha i mezzi corrompe gli ufficiali o scappa all’estero, mentre chi non li ha finisce al macello in quello che un fuggiasco definisce uno «scannamento tra pezzenti e morti di fame».

​In questo scenario claustrofobico, dopo dieci anni di racconti da tutti i fronti — russo, ucraino e separatista — ad Andrea Sceresini, come ad altri giornalisti e fotografi italiani e internazionali, è stato negato il pass stampa. Non possono più fare ritorno formalmente in Ucraina e, informalmente, nemmeno in Russia. Resta l’interrogativo sul perché, domanda alla quale nessun governo, servizio segreto o ambasciata — men che meno quelli 

italiani — ha voluto rispondere.

​Così come ai tempi della Seconda guerra mondiale, pur con i dovuti correttivi della modernità tra email, Telegram, selfie stick e reel sui social, l’informazione rimane un’arma vera e propria. È manipolata dal potere per raccontare una verità che copre anziché svelare, infiltrandosi fra le case bombardate senza guardare davvero: un mondo fatto della solita propaganda da «lavaggio del cervello» in base alla quale ci si schiera per i «buoni» o per i «cattivi». Un conflitto dove molti guadagnano e dove gli interessi economici, come al solito, forniscono l’alibi perfetto per giustificare la profonda sofferenza di chi la guerra la prova sulla propria pelle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Diego e Margherita intervistano la Signora Elefante, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

Diego e Margherita

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Prof. Cosmo Mundis

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla Signora Elefante!

Diego: Ciao Margherita, sei pronta per una nuova intervista a distanza?

Margherita: Prontissima! Ho già acceso lo schermo del versoconver del professor Mundis!

Diego: Perfetto! Allora iniziamo. Chi intervistiamo oggi?

Margherita: Io direi… un elefante! Ho sempre voluto fare una domanda sulla sua proboscide.

Diego: Ottima idea! Vai!

Margherita: Sintonizziamoci con lo Zimbabwe. So che lì vivono molti elefanti… ecco! Vedo un’elefantessa con i suoi piccoli. Signora Elefante, ci sente?

Signora Elefante: Oh sì, vi sento benissimo! Con chi ho il piacere di parlare?

Diego: Ci chiamiamo Diego e Margherita. Siamo amici del professor Mundis e vorremmo farle qualche domanda per un’intervista.

Signora Elefante: Davvero? Amici del professor Mundis? È tanto che non viene a trovarmi. Come sta?

Margherita: Sta bene! È sempre molto occupato con esperimenti e nuove invenzioni per scoprire i segreti della natura.

Signora Elefante: Ah, lo immaginavo… Va bene, miei cari, chiedetemi pure quello che volete sapere.

Margherita: Vorrei farle una domanda sulla sua proboscide. Ho visto qualche documentario e mi è sembrato che serva a tantissime cose.

Signora Elefante: È proprio così! La nostra proboscide è davvero speciale. Pensate che ha circa 50.000 muscoli e non ha neanche un osso. È molto più di quanti muscoli abbia tutto il corpo di un essere umano! Con la proboscide possiamo respirare, bere, mangiare, annusare i profumi dell’aria, immergerci nell’acqua, comunicare con gli altri elefanti, afferrare gli oggetti e persino dare una piccola spinta quando serve. È uno strumento davvero utilissimo!

Diego: Fantastico! Io invece volevo chiederle una cosa. Ho notato che gli elefanti stanno quasi sempre in gruppo. Chi è il capo del branco?

Signora Elefante: Nei branchi comandano le femmine. Di solito è una vecchia elefantessa, molto saggia, a guidare tutti. I giovani maschi, quando crescono, lasciano il branco e vanno a vivere da soli o con altri maschi. Poi, ogni tanto, tornano a incontrare il branco.

Margherita: Grazie per tutte queste informazioni! Un’ultima domanda: siete animali davvero grandi… ma quanto mangiate?

Signora Elefante: Eh, parecchio! Un elefante adulto può mangiare anche 300 chili di cibo e bere 160 litri d’acqua in un solo giorno.

Diego: Accidenti! È come svuotare una montagna di foglie!

Signora Elefante: È proprio vero! E infatti adesso devo andare a raggiungere il mio branco laggiù.

Margherita: Certo! Ma prima vogliamo ringraziarla consigliandole un libro sugli elefanti. Si intitola “Archie, il bambino che parlava agli elefanti” di Lluís Prats, pubblicato da Rizzoli.

Diego: È una storia molto bella che si svolge in Africa, in Kenya, nel 1947. Il protagonista è un bambino di nome Archibald Arthur Cunningham, ma tutti lo chiamano Archie. Vive con i suoi genitori in una grande piantagione di tè circondata da natura, animali e villaggi.

Margherita: Un giorno succede qualcosa di speciale: in un villaggio vicino nasce una piccola elefantina. Quando Archie la vede per la prima volta, tra i due nasce subito un legame fortissimo. Non è una semplice amicizia: sembra proprio che riescano a capirsi, quasi come se parlassero la stessa lingua!

Diego: Infatti gli abitanti del posto iniziano a chiamarlo con un nome molto particolare: mtoto anayeongea na tembo, che significa “il bambino che parlava agli elefanti”.

Margherita: Nel libro Archie e la sua amica elefantessa vivono tante avventure: giocano insieme, scoprono la savana, ascoltano i suoni della natura e imparano a fidarsi l’uno dell’altra. È una storia piena di momenti divertenti ma anche molto emozionanti.

Diego: A un certo punto però succede qualcosa di difficile: la famiglia di Archie deve tornare in Inghilterra. Archie e la sua amica elefantessa devono separarsi, ed è davvero un momento triste.

Margherita: Ma la cosa più bella del libro è che il loro legame non si spezza. Anche quando passano gli anni e la vita cambia, l’amicizia tra Archie e l’elefantessa resta nel loro cuore.

Diego: Questo libro ci insegna tante cose: che gli animali sono esseri speciali, che la natura va rispettata e che le vere amicizie possono superare anche la distanza e il tempo.

Margherita: Inoltre l’autore racconta la storia in modo semplice e un po’ magico, così mentre leggi ti sembra quasi di essere anche tu nella savana africana, tra alberi altissimi, profumi della terra e… elefanti che camminano lenti ma maestosi.

Diego: È un libro perfetto per chi ama gli animali, l’avventura e le storie che fanno battere forte il cuore.

Signora Elefante: Che meraviglia! Grazie per questo bellissimo consiglio. Lo racconterò a tutto il mio branco!

Diego: Insomma, Signora Elefante, se leggerà questo libro scoprirà che tra bambini ed elefanti possono nascere amicizie davvero gigantesche!

Margherita: Proprio come voi: grandi, forti… ma con un cuore enorme!

Diego: E noi abbiamo imparato una cosa importante: a volte basta ascoltare la natura per trovare un nuovo amico. Anche se pesa qualche tonnellata!

Cinzia Milite

Intervista a Edoardo Pisani per “Ho servito la regina di Francia” (Marsilio, 2026), di Gigi Agnano

Ho servito la regina di Francia” è l’ultimo romanzo di Edoardo Pisani, da pochi giorni in libreria per Marsilio. È un libro che colpisce per la freschezza e la genuinità della trama, per l’ironia e la malinconica tenerezza dei personaggi, cui fa da sfondo una riflessione continua e mai banale sulla scrittura e la letteratura, sui libri e gli autori che entrano nelle nostre vite e, molto spesso, le cambiano.
Il protagonista è Giorgio Mavi, un giovane scrittore “autore di insuccessi” convinto di non avere più ragioni per scrivere dopo la morte della madre, che è la sua unica lettrice. Vive, o meglio sopravvive, con il padre ex poliziotto, piegato dal lutto fino a sfiorare lo squilibrio, in una casa segnata dalla precarietà e da una tristezza palpabile. A interrompere questa deriva deprimente entra in scena la professoressa Passiotti. Ex insegnante di francese di Giorgio, accusata ingiustamente di molestie e rifugiata in un ospizio, per anni ha finto di essere malata di alzheimer e sarebbe morta in quel posto orrendo se non ci fosse stato l’intervento del suo discepolo prediletto.
L’incontro di queste tre solitudini e la decisione dell’autore di farle partire per un viaggio rigenerante a Parigi danno forza e brio al romanzo. Parigi, città della memoria e della letteratura, popolata di cimiteri, di fantasmi letterari benevoli e di presenze che non hanno mai abbandonato chi legge, diventa il palcoscenico della loro complicità e di un finale sorprendente.
La delicatezza di questa storia mi ha spinto a voler conoscere meglio il suo autore, e per questo gli ho rivolto alcune domande in una breve intervista per gli amici de Il Randagio.

La trama di “Ho servito la regina di Francia” ruota intorno a tre personaggi: il protagonista e voce narrante Giorgio Mavi, lo scrittore in crisi creativa per la morte della madre sua unica lettrice; il padre sconvolto fino allo squilibrio dalla morte della moglie; la professoressa Passiotti che, accusata ingiustamente di molestie, si rifugia in un ospizio fingendo per anni l’alzheimer.  Per quel pochissimo che ti conosco è evidente che lo scrittore con una passione smodata per la letteratura sei tu, ma quanto c’è di autobiografico in questa storia? Esiste davvero una regina di Francia? E cosa accomuna questi tre protagonisti?

Non parlerei di “crisi creativa”, per Giorgio: morta sua madre, cioè la sua unica vera lettrice in un mondo letterario in cui tutti dicono di amare ciò che scrivi ma in cui pochi ti leggono davvero, continuare a scrivere gli sembra semplicemente insensato. Tieni presente che io sono cresciuto con il mito del “silenzio” di Rimbaud, che è più un rifiuto della poesia che una crisi creativa o esistenziale. Rimbaud tace perché vuole e il mio Giorgio fa altrettanto. Poi ho molto a cuore Giorgio Mavi ma non è del tutto me, sebbene “Mavi” in francese si pronunci ma vie, cioè “la mia vita”. La regina di Francia esiste veramente, è viva. Non posso dire altro. I miei tre protagonisti sono uniti dall’essere persi. 

Mavi, il padre e la professoressa Passiotti sono tre persone fragili che devono ricominciare a vivere. La dimensione del viaggio è senz’altro la migliore per una rinascita e tu li fai partire per Parigi. Come hai scelto questa destinazione simbolica per il loro percorso di guarigione e quali emozioni speri di evocare nel lettore attraverso questa fuga condivisa?

Ho vissuto un anno a Parigi e nel corso di un decennio ci sono tornato continuamente, anche improvvisando le partenze. Prendevo lo stesso treno che prendono i miei eroi, un treno Thello che online ha delle recensioni terrificanti e che infatti è stato soppresso a furor di popolo. Ma era un’avventura: quando mi sentivo giù o Roma mi respingeva spendevo venti euro di sera e la mattina dopo ero a Parigi senza un soldo, come dice quel titolo di Orwell. Ho sempre amato la letteratura francese e la mia regina non poteva che insegnarla. Poi, riguardo alle emozioni, spero che il mio romanzo offra al lettore non tanto una salvezza quanto un tentativo di libertà. D’altra parte senza libertà non siamo salvi. 

La madre lettrice, appassionata di Dickens e dell’Ottocento francese, si confronta col figlio che invece ama i libri del Novecento; Mavi porta in ospizio alla professoressa Camus, la Yourcenar, Thomas Mann e tanti altri; Parigi è la città letteraria per antonomasia, ecc… Il romanzo è così pieno di riferimenti letterari, già a partire dal titolo, che sembra quasi che tu l’abbia voluto scrivere per il gusto di raccontare gli autori che ti piacciono e che ti esaltano… Al punto che in certe pagine sembra di entrare in un saggio narrativo… 

Sì, in questo libro ho voluto anche dare dei pareri “forti” su alcuni autori che amo. Penso che tutta la grande letteratura vada desacralizzata. Quando osanniamo un grande scrittore non è detto che gli rendiamo un buon servizio, no? I libri che amiamo non vanno tenuti sotto una teca bensì nel “cuore”, questa parola difficile. E il nostro è un cuore volubile, dedito alle intermittenze. Proust lo sapeva meglio di chiunque altro.


Poi ti diverti a parlar male – e a ragione – del mondo letterario, editoriale e dei social. Sembra quasi che tu voglia dire ai giovani aspiranti scrittori “guardate che state per entrare in un inferno”. È così?

EP: Giorgio parla male innanzitutto di se stesso e di ciò che fa e conseguentemente del mondo letterario e editoriale. Mi è sembrato liberatorio e divertente e perfino necessario parlare male di noi. Però penso che dal libro traspaia anche un grande rispetto per chiunque tenti di scrivere, me compreso. Lo dice a Giorgio la madre, prima di morire: “Ogni libro è un atto di coraggio.” Sì, credo che nei migliori dei casi la scrittura sia riservata a quei coraggiosi che non temono di avere paura e di ammetterlo. 


Tu dici della madre di Mavi che era una “lettrice autentica”. Cosa intendi per lettore autentico? Te lo chiedo perché è lo stesso aggettivo che abbiamo usato quando due anni e mezzo fa abbiamo pensato al Randagio: ci dicevamo di voler fare la “rivista dei lettori autentici…”

Domanda bella e risposta complessa. Si potrebbe dire che il lettore autentico è il lettore dilettante, colui che legge per diletto e non per obbligo o per lavoro, ma così faremmo fuori gran parte del mondo editoriale. In realtà penso che alla base di un buon lettore debbano esserci la passione e l’onestà, scusa i paroloni. Però è Giorgio a dire che sua madre è una lettrice autentica, non io. Io non sono del tutto Giorgio, ripeto. 

Durante la lettura, nei miei zig-zag mentali ho pensato superficialmente a film come Harold e Maude o Qualcuno volò sul nido del cuculo (ma avverto i lettori che il romanzo ha esiti diversi e originali). C’è qualche film o magari qualche scena che ti ha ispirato nella scrittura del romanzo? Magari non ti farà piacere, ma la domanda viene dal fatto che la trama mi sembra perfetta per un film… Nel caso, quale colonna sonora sceglieresti?

Siamo sempre influenzati da tutto ciò che abbiamo vissuto o visto o letto o, come dice un’autrice che amo molto, mangiato. Però se nel mio libro ci sono delle influenze cinematografiche non ne sono consapevole. Di sicuro conosco tutti i film di Jean-Pierre Jeunet e amo la sua Parigi. Quanto alla colonna sonora, a un certo punto il mio protagonista fa sentire alla regina di Francia una canzone di Charles Aznavour, ma anche il valzer finale del Lago dei cigni. E poi il giovane Mohamed Bakur – nella scena che porterà la mia professoressa alla catastrofe – ascolta un pezzo hip hop, degli NTM. 

Condividiamo la stessa passione per i cimiteri, tutti gli amici con cui ho viaggiato mi prendono in giro. AlL’Acattolico, a Père-Lachaise, a Zurigo da Joyce o a Kilchberg da Mann, rischiamo d’incontrarci. Nel romanzo Mavi va al Testaccio quasi per prendere fiato e darsi la carica prima degli incontri impegnativi con la professoressa. A Parigi nel cimitero si svolge una scena importante che lascia presagire il finale drammatico tra Giorgio e l’insegnante. Mavi accenna a un “al di là letterario”. Che cosa ci trovi nello stare lì di fronte a una tomba, a un monumento funebre magari anche bruttino, ha senso? 

Innanzitutto ci trovo la solitudine e il silenzio. Poi, devo dirlo, i cimiteri sono gratuiti e quando ero a Parigi di soldi ne avevo pochissimi. Inoltre di fronte a una tomba impari a desacralizzare la morte, come quando Giorgio scrive che il busto sulla tomba di Balzac sembra piuttosto quello di John Wayne. Poco dopo un piccione ci caca sopra ed è come se di fronte a tanta grandezza letteraria non restasse altro che un testone pieno di colante cacca di uccello… Naturalmente amo molto Balzac, anche per il suo grugno. 


Mi dici qual è la tua giornata tipo quando scrivi? 

Dipende da cosa sto scrivendo. Quando lavoro a un romanzo non vedo altro, fino all’ossessione, tanto che spesso mi vengono dei tremendi mal di schiena. In questo posso essere terribile, molto disciplinato. Le poesie invece nascono dopo i momenti difficili; per fortuna ne scrivo poche. Quanto agli articoli e ai saggi, in questo caso scrivo come se stessi preparando un discorso pubblico, come diceva Pavese: scrivere è parlare da soli e parlare a una folla. Però mi considero principalmente un narratore e un poeta. 

Gigi Agnano*

Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.