Maria La Tela: “Nel nome tuo” (Ventanas, 2026), di Rita Mele

 L’esordio che porta la ferita transgenerazionale nella lingua

Cosa abbiamo in comune noi de Il Randagio con l’autrice Maria La Tela? La passione per i libri e la letteratura? Sì, e poi cos’altro? L’amore per Napoli, ma certo. Può bastare? No, perché il forte anello di congiunzione è Italo Calvino. Se il 15 ottobre 2023, a cento anni dalla nascita dello “scrittore invisibile”, nasceva la nostra rivista letteraria, pochi mesi dopo, a giugno del 2024, il romanzo inedito Nel nome tuo di Maria La Tela viene scelto come finalista della XXXVII edizione del Premio Calvino.  

Oggi, dopo aver letto in un crescendo di trasporto emotivo le 324 pagine scandite da Maria La Tela nella sua lingua matura, incandescente e lavica, cerchiamo le parole che siano capaci di portare ai nostri lettori randagi la ricchezza narrativa del romanzo appena pubblicato nella collana Parole, da Ventanas, l’editrice indipendente, con il debole per gli argomenti forti e originali di prove letterarie moderne e di classici dimenticati. 

Il romanzo si apre al lettore con un esergo di Amelia Rosselli, ‘Poeta della ricerca’ che ha inventato la lingua nuova del dolore. Per noi ha funzionato come una dichiarazione della poetica intima che percorre l’intero romanzo: Lo scritto che in me è folle risponde a tutto questo dolore con parole sempre spero sempre vere. Suona come un avvertimento: la lingua di Maria La Tela che incontreremo nella concatenazione di storie sarà una lingua ferita, una lingua che tenta di dire ciò che non si può dire, una lingua che non consola ma rivela. Come Rosselli, La Tela sembra scrivere dal margine della coscienza, dove il trauma esistenziale non è un tema ma una forma, un abito, della vita stessa.

E come Tolstoj, che in apertura di Anna Karenina scriveva che tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, La Tela ci porta dentro un’infelicità familiare che non è mai generica, mai astratta: è un dolore incarnato, genealogico, irripetibile, che si trasmette come un’eredità emotiva.

In questa spaziatura trova posto naturale il titolo, Nel nome tuo, che ha l’impronta e la forza di una formula liturgica rovesciata. Non invoca il divino – i lettori se ne accorgeranno – ma la genealogia ferita da cui Teresa, la protagonista, proviene. È un titolo che suona come un atto d’accusa e insieme come una preghiera: tutto ciò che Teresa vive, lo vive nel nome di chi l’ha preceduta. È un titolo che, come il romanzo tutto, parla di colpa, di eredità, di un perdono impossibile. E che restituisce alla storia narrata, la sua natura più profonda: un rito di passaggio in cui la protagonista tenta — lasciamo a voi scoprire se ci riuscirà — di sciogliere il nodo che la lega alla sua linea femminile di discendenza: la madre, la nonna, la balia, e tutte le donne che l’hanno generata, affiancata e ferita.

Il romanzo che ci ha avvinti alle pagine è costruito come un rito a cui non è facile sottrarsi. Nell’architettura tripartita dell’indice, i titoli non sono semplici etichette, ma categorie di una liturgia morale che i lettori seguiranno e ritroveranno espanse nel testo — dell’odio, della purezza, del suo stesso sangue. 
Essenziale e spoglio, suggerisce che il romanzo non è una sequenza di capitoli, ma un unico movimento emotivo in tre tempi: come una tragedia antica o una partitura teatrale.

La Tela costruisce un mondo narrativo che procede per accumulo di tensioni, come se la casa gialla, scenario campano isolato in un Sud arcaico dove la storia si dipana tra gli anni Venti e il Secondo Dopoguerra, trattenesse il fiato insieme ai suoi personaggi. La struttura è compatta, coerente, necessaria: ogni scena è un tassello di un destino che si va compiendo.

La costellazione dei personaggi gravita in ambientazioni meridionali riconoscibili, ma nominate con fantasia come a tracciare una mappa di non luoghi, eppure autenticamente connotati da povertà, religiosità, rigidità.

La casa gialla è un microcosmo chiuso, quasi fuori dal tempo, dove il mondo esterno entra solo come eco o minaccia.

Tra i personaggi e i protagonisti del romanzo prevale la componente femminile, come se la genealogia del trauma transgenerazionale che percorre la storia, potesse trasmettersi solo attraverso i corpi delle donne:

Maria, la madre morta di Teresa e Amalia, origine della ferita; Teresa, la protagonista; Amalia, la sorella minore; Erminia, la nonna materna; Luciè, la balia e altre numerose donne tutte egualmente cruciali nei diversi snodi temporali e narrativi del romanzo.

Accanto a loro, non mancano le figure maschili, ridimensionate per lo più in profili marginali o prepotenti: Salvatore, il padre, un uomo che sopravvive più che vivere; l’uomo calvo, presenza simbolica, più sintomo che personaggio, Rafele, Michele, David, Domenico, Gaetano.

La Tela costruisce con metodo un universo in cui la trasmissione del dolore è un fatto materno, mentre gli uomini restano ai margini, incapaci di interrompere o comprendere il ciclo di colpa e ripetizione.

La Tela costruisce un romanzo che sembra ispirarsi direttamente al lessico psicoanalitico, pur senza mai dichiararlo o indugiare in esso. La casa gialla la racconta appunto come il luogo della scena primaria, dove il trauma originario — la morte della madre — si imprime nel corpo di Teresa prima ancora che nella sua memoria.
L’odio verso la sorellina Amalia, più piccola di lei di cinque anni, si può leggere come una forma di spostamento, un modo per colpire ciò che resta quando l’oggetto d’amore è perduto.
Luciè, la balia incarna il meccanismo della ripetizione del trauma: ciò che non è stato elaborato ritorna, si reincarna, si trasmette.

La lingua di Maria La Tela, spezzata, giustapposta, non subordinata, è la lingua di chi cresce in un Sud dove non si parla, dove il dolore non si elabora, dove le donne tramandano ferite più che parole.
È la lingua di Teresa, che non ha accesso alla complessità dell’ipotassi; la lingua delle donne della casa gialla, che parlano per sopravvivere più che per comprendere; la lingua del trauma, che procede per lampi e non per spiegazioni. E Teresa, che vive in un mondo dove nessuno nomina davvero ciò che accade, sviluppa un bisogno muto ma potentissimo: il bisogno di perdono. Un perdono che non sa chiedere, che non sa nominare, ma che attraversa tutto il romanzo come una corrente sotterranea.

La vita di Teresa è puntellata da una presenza ricorrente nella storia che è come un’ombra isolata e invisibile al resto del mondo: l’uomo calvo. Appare più volte, in momenti diversi della crescita di Teresa, come un sintomo che ritorna, come un segnale che la realtà sta cedendo sotto il peso del trauma, come una serie di epifanie che preparano il lettore al culmine della rivelazione finale. La figura dell’uomo calvo, ci fa tornare in mente altri personaggi e temi letterari incontrati in Kafka, Morante, la stessa Rosselli e nella scrittura teatrale di Emma Dante: il giudice muto, il trauma che prende corpo, la follia come linguaggio, il sacro inquietante. Lasciamo scoprire ai lettori randagi quali altri significati si concentrano in quella presenza muta e immobile dell’uomo calvo che non assolve e non condanna: esiste.

Il romanzo di Maria La Tela, nella sua inequivocabile ambientazione storico-geografica, dialoga non solo con la tradizione italiana, ma anche con alcune grandi autrici straniere che hanno esplorato il trauma familiare e la trasmissione intergenerazionale del dolore. Pensiamo a Toni Morrison che in Beloved fa prendere corpo al trauma nello spazio domestico; Alice Munro che riduce il dramma ai dettagli minimi e ai gesti quotidiani e domestici; Annie Ernaux la cui lingua è insieme personale e politica. Nel nome tuo è il contenitore parlante di un microcosmo sociale dove il trauma individuale è anche collettivo. E la lingua con cui Maria La Tela rende il suo esordio sorprendente è una lingua che incide e scolpisce le scene sino a farcele sentire respirare. La sua prosa è scarna ma non povera, densa ma non barocca, ritmica ma mai compiaciuta. È una lingua che sembra nascere dal corpo prima che dalla mente: una lingua che trema, che trattiene il fiato, che si spezza nei punti in cui il dolore non può essere detto. La Tela lavora per sottrazione, eliminando l’ornamento, asciugando il dialogo, lasciando che siano i gesti a parlare. In ogni passaggio costruisce scene come quadri teatrali affidando alla sintassi la tensione emotiva. La paratassi è il tatuaggio delle sue pagine: frasi brevi, giustapposte, subordinazione ridotta al minimo, costruiscono un ritmo che è insieme corporeo e psichico. È una lingua che non spiega, ma espone; che non interpreta, ma mostra; che non consola, ma incide.
La sua paratassi non semplifica: intensifica. Ogni frase è plastica come un gesto. Ogni gesto è un taglio sulla pagina, come nelle tele di Lucio Fontana che aprono varchi nello spazio infinito. Ogni taglio è una rivelazione. Quella paratassi nasce anche dall’ambientazione scelta dall’autrice, un Sud dove la parola è scarna, dove il dolore è muto, dove le donne parlano per necessità e non per stile.

Azzardare una previsione sul futuro di un’autrice è sempre rischioso, ma nel caso di Maria La Tela il rischio è minimo. Nel nome tuo non è un esordio promettente, è un esordio compiuto. La sua è una voce che resterà perché ha già tutto ciò che serve per durare: è riconoscibile, è ispirata da un immaginario coerente, è capace di tenere insieme corpo, lingua, dolore e verità, usa una struttura narrativa solida, si alimenta con radici culturali forti ma non folkloristiche, fa risuonare con sensibilità le ferite transgenerazionali.

Se La Tela continuerà a lavorare su questa linea del corpo, della memoria, della casa come teatro del trauma, è molto probabile che diventi una delle voci più interessanti della narrativa italiana dei prossimi anni. Non perché piacerà genericamente, ma perché ha qualcosa da dire. E lo dice con una lingua che non assomiglia a nessun’altra.

Nel nome tuo è un romanzo che non si limita a raccontare. Lo abbiamo letto ascoltando la ferita da cui nasce. Lo fa con una voce nuova, necessaria, capace di trasformare il dolore in forma e spazi riflessivi. È un libro che si sente. In un panorama narrativo spesso dominato dall’urgenza del presente, La Tela sceglie la profondità del passato, la genealogia, la memoria, il corpo. E ci ricorda che la letteratura serve a vedere e a sentire e che queste esperienze sono già una forma di salvezza, per l’autore e per il lettore.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Mattia Insolia: “La vita giovane” (Mondadori, 2026), di Martina Ruggiero

Quello che resta dei sogni 

Cosa resta in noi di quella tenera versione giovane e acerba quando diventiamo adulti? Che fine fa? Quanto di quella versione di noi resta intrappolata invece nei ricordi degli altri? 

Questo libro cerca di rispondere a queste e ad altre domande. Lo fa ponendone al centro una in particolare: Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? 

Perché sì, quando si è molto giovani, c’è un momento nella vita in cui potenzialmente possiamo essere tutto. Siamo tutto in potenza e la sensazione di poter scrivere la nostra vita ci dà un senso di invincibilità che è legato allo stesso tempo intrinsecamente a un’incoscienza ingenua. Vulnerabili e invincibili, è questo paradosso a creare quel fascino pericoloso degli anni dell’adolescenza. Perché gli adolescenti, i giovani, sono in una condizione simile ai folli. Come chi, per fare un occhiolino a Pirandello, ha un’anima che potrebbe scegliere di rapprendersi in una qualche forma, per poi quindi adultizzarsi, ma sceglie di non farlo, di restare magma, un magma di infinite possibilità. 

Diventare adulti vuol dire in effetti fare una scelta, scegliere una forma, cominciare quantomeno a segnare un tracciato, a costruire un’identità. Ma cosa succede quando l’identità che a fatica stiamo tentando di costruire viene segnata da un trauma collettivo e, soprattutto, da una notte in particolare che cambia tutto per sempre? 

Una notte che non è solo un evento, ma una frattura: il punto esatto in cui la giovinezza si incrina e nulla, da lì in poi, resta integro allo stesso modo. 

Incontriamo Teo (Matteo Gallo, 28 anni), il protagonista del romanzo, con una scena simbolica: è al volante, da solo. La strada che percorre smette quasi subito di essere un luogo: diventa vita. All’incrocio che dovrebbe condurlo alla sua città natale (Foro), ripete un gesto rituale della sua giovinezza: chiude gli occhi per dieci secondi e pigia sull’acceleratore. Un gesto sconsiderato, ripetuto migliaia di volte con i suoi amici quando il futuro era ancora una distesa senza confini. Sono più di dieci anni che non lo fa. Ora quel gesto non è più gioco, è un’eco sbiadita, un distacco: dai propri sogni, da quella versione di sé che sembra rimasta ferma altrove, come se lo aspettasse nel buio. 

Ed è così che attraverso la voce di Teo entriamo nel mondo di questo gruppo di amici. Sofia, Giorgio, Matilde, Tommaso e Marta e lo stesso Teo prendono corpo. Chi erano? Chi sono davvero diventati? 

Seguiamo la loro evoluzione tramite un intreccio di linee temporali: il passato e il presente. Teo non vede i suoi vecchi amici dalla fine del liceo, da quando ha deciso di trasferirsi a Milano, ricominciare. Andare via dal suo paesino del Sud. Riscrivere la storia. Un Sud che resta spesso spoglio dei propri giovani, periferico e desertico, più emotivo che geografico, e da cui si fugge anche per sopravvivere a ciò che si è stati. 

È un invito al matrimonio dei suoi più cari amici del liceo che lo riporta al luogo delle sue origini. Giorgio e Matilde si sposano, costringendo così gli amici dispersi nelle diverse città d’Italia a fare un doloroso tuffo nel passato. Un tuffo che Teo in particolare rimanda da dieci anni. È una sberla in pieno viso, destinata a riaprire un amaro processo di guarigione. E nell’incontrare dopo così tanto tempo i propri amici, Teo cerca di ricordarne le “fisionomie” giovanili, di ridisegnarne i confini, sovrapponendo i ricordi alle loro nuove versioni adulte. E guarda anche sé stesso, si guarda crescere. 

Ricostruire i pezzi diventa necessario, mettere insieme i cocci per ricomporre qualcosa di più saldo è diventato urgente. Farlo è però anche pericoloso: perché quei pezzi non sono neutri, sono vivi, feriti, deformati dal tempo e da quella notte. Ognuno di loro è sopravvissuto come ha potuto. C’è chi si è spento lentamente, chi ha cercato rifugio in relazioni malsane o nelle droghe e nell’alcol, chi ha anestetizzato tutto, chi ha trasformato il dolore in rabbia (come Teo), chi è rimasto in silenzio. Nessuno è rimasto intatto. 

Ed è così che si diventa grandi delle volte, quasi senza accorgersene, attraversando il dolore. Il dolore ha consumato tutti loro in modo diverso, ma costante: ha scavato nelle relazioni, nelle scelte, nei corpi stessi. Eppure, li tiene ancora, in qualche modo, nello stesso perimetro emotivo. 

Nel romanzo di Insolia perfino i luoghi non sono mai soltanto fisici: sono soprattutto emotivi. I paesaggi diventano correlativi oggettivi degli stati interiori del protagonista. La descrizione degli ambienti non si limita a descrivere, ma rivela ciò che i personaggi non sanno o non riescono a dire. 

Accanto a questa dimensione evocativa, i dialoghi restano concreti, solidi, credibili: come se la realtà continuasse a parlare anche quando tutto il resto si sfalda. E proprio nel contrasto tra ciò che si percepisce e ciò che si dice si apre la frattura più profonda. 

Interessante è come i personaggi emergano per disvelamento graduale: piccoli gesti, dettagli minimi, atteggiamenti quasi casuali che nascondono ferite enormi. Nulla è mai solo ciò che appare. 

Ed è così che quei ragazzi si incontrano di nuovo, e sono ora adulti, con amori andati a male, i non detti, le scosse della vita, una giovinezza che ha cambiato sapore, diventando più consapevole, meno temeraria, più abitudinaria. Ognuno continua a portare dentro il segno di quella notte, anche quando finge di averla superata. 

Il dolore ha inevitabilmente trasformato i sogni ma non li ha cancellati. I sogni hanno cambiato forma ma non sostanza. Crescere, allora, non significa smettere di sognare, ma imparare a riconoscere i sogni anche quando non assomigliano più a quelli di un tempo. Forse i sogni non spariscono davvero: restano immobili dentro di noi per anni, aspettando soltanto il momento giusto per cambiare nome. 

Teo alla fine riesce ad aggrapparsi al suo ultimo sogno, a non lasciarlo scappare, barlume di luce in una buia caverna. 

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Io direi che restano dentro e prima o poi trovano il modo per liberarsi, per diventare realtà. 

Martina Ruggiero

Martina Ruggiero: classe 2001, cresciuta a Vico Equense, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, un percorso che ho scelto perché credo profondamente nella forza delle storie, delle immagini e delle emozioni.

Sono una persona curiosa e creativa, con una forte passione per la letteratura, i viaggi e la scoperta di nuove culture. Amo nutrire costantemente la mia immaginazione e, nel tempo libero, mi dedico al disegno, trovando ispirazione nelle piccole cose.

Attualmente sto svolgendo un tirocinio presso l’ufficio stampa Bompiani a Roma che ho intrapreso grazie al master SEMA, spinta dal mio amore per le parole e per quello che riescono a trasmettere. 

Toto Strega 2026: fuga per la finale – una mappa per costruire la tua cinquina, di Gigi Agnano

Molti lettori trovano attraente lo Strega come un pranzo della domenica dalla suocera: si mangia benino, ma la noia è insopportabile. Lo snobbano convinti, non del tutto a torto, che sia un campionato truccato, dove giudici pigri non fanno manco lo sforzo di leggere, anche perché vincerà non il miglior libro o l’autore più bravo, ma l’editore più forte nell’imbastire relazioni. Ai troppo snob va però ricordato che non siamo nel regno della sperimentazione e che il premio pare proprio voglia tendere a raggiungere lettori medi e consumatori occasionali con testi leggibili e di approccio poco complicato. È comunque innegabile e sono tutti d’accordo che il nostro concorso letterario più importante, essendo forse l’unico ad incidere significativamente sulle vendite, offra degli spunti interessanti sulle tendenze dell’editoria italiana.

Diamo quindi un’occhiata alla dozzina 2026, procedendo per casa editrice, visto che è più una competizione del mondo editoriale che tra libri e scrittori.

Sia chiaro, niente di serio, solo una mappa (una piccola mappa, una “mappina”…) per scommettere al Toto Strega e costruire la tua cinquina.

Einaudi pigliatutto piazza tre colpi

Michele Mari, I convitati di pietra

Ex compagni di classe si ritrovano un anno dopo la maturità e siglano un patto con conseguenze imprevedibili: versano quote annue per costituire un capitale che verrà attribuito agli ultimi tre sopravvissuti. Un po’ Settimo sigillo, un po’ Dieci piccoli indiani, se la trama ha un che di geniale, non convince del tutto per lingua e per stile. Ma Mari, che ha scritto di meglio, fa gara a sé, è dato per favorito e forse ha già vinto. 

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Eccitante come una cartella clinica, consigliatissimo per lettori un po’ masochisti maniaci della tivù del dolore. Non meraviglierebbe vincesse: la malattia, particolarmente quella psichica, narrata in prima persona (“Mi chiamo Alcide Pierantozzi”), si vende che è un piacere. Poco conta se in farmacia o in libreria, basta che venda. Va detto che sembra piaciuto a tantissimi.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

Dei due libri precedenti pubblicati da 66thand2nd abbiamo parlato qui sul Randagio. Per dire che il tema de “L’unica persona nera nella stanza” (titolo già di per sé esplicito) c’interessa e non poco. Con l’etichetta Einaudi la scrittrice brianzola di origini singalesi fa il salto di qualità e arriva in dozzina, ma per tutti gli osservatori il suo percorso nello Strega finiscee qui. A noi del Randagio però piacerebbe molto vederla alla serata finale, forse proprio perché sappiamo che non accadrà. 

Due titoli per La nave di Teseo:

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Prima di comprarlo e di leggerlo avremmo dovuto dare ascolto a Lorenzo Marchese (Snaporaz): “quest’ultimo romanzo si incaglia in una storia da cui neanche un cosiddetto lettore forte riuscirebbe a trarre un sugo”. Non possiamo però escludere che a qualcuno piaccia in bianco.

Christian Raimo, L’invenzione del colore

E’ l’unico romanzo al mondo dove ancora trovi “felicità proletaria” e “lotta di classe” e si fa l’amore “come un rito operaio”. Memoir tra il narcisistico e l’autoreferenziale, un frullato di impegno sociale, citazioni cinematografiche, il traffico di Roma, la militanza, il riscaldamento globale, i migranti, gli amati studenti. Poetica dell’impegno di cui forse si avverte il bisogno, più Amaro Montenegro che Strega, con l’aggiunta di una romanità che allo Strega può far comodo.

Poi un libro a testa per le più importanti case editrici nostrane, a dimostrazione che i giurati hanno studiato letteratura anche sul manuale Cencelli:

Bompiani:

Bianca Pitzorno, La sonnambula

Prosa elegante, magia, preveggenza, temi femministi, la protagonista in fuga dal marito violento, tutta ciccia che, nonostante (o grazie a) i tanti stereotipi, dovrebbe assicurarle un posto in cinquina. Anche l’età dell’autrice e la lunga rispettabilissima carriera potrebbero incidere favorevolmente. Rischia di essere esclusa solo per il suo pregio più riconoscibile: vende già benissimo anche senza lo Strega. Investimento a rischio zero.

Sellerio

Maria Attanasio, La Rosa Inversa

Agli inizi del ‘900 in Sicilia un professore eredita un palazzo e vi scopre una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento, ricca di libri di Voltaire, Diderot ed altri illuministi proibiti. Trova anche il manoscritto di un suo avo massone e libertino ecc… Classe 1943, se passasse in cinquina insieme alla Pitzorno di un anno più grandicella, costituirebbe un duo insulare inedito, siciliana una sarda l’altra, di “letteratura da premio” (vedi Gianluigi Simonetti “Caccia allo Strega”)

Mondadori:

Teresa Ciabatti, Donnaregina

Parte con l’intervista a un superboss della camorra, ma il romanzo prende forma assumendo una dimensione introspettiva. Pagine che non risparmiano nulla al lettore: l’intervista al boss Giuseppe Misso, le velleità letterarie del camorrista che ama i piccioni e crede negli ufo, Napoli, la prostituta, la critica sociale, il rapporto padri – figli, il figlio gay e ovviamente i femminielli, la giornalista mamma che osserva la figlia “irascibile”, il marito professionista, un fratello gemello… Materia per almeno due romanzi al prezzo di uno. E’ rimasto agli atti il commento di Cazzullo del 2021, quando “Sembrava bellezza” fu escluso dalla finale perché “sta sulle scatole” ai salotti letterari romani. Proposto da Roberto Saviano, un altro che ha da riconciliarsi con lo Strega per antiche polemiche (Ferrante). Relazioni pericolose.

Feltrinelli:

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

Galimberti, autore Feltrinelli, ci assicura, in uno spot Feltrinelli, che il libro di Nucci, pubblicato da Feltrinelli, “non si fa nessuna fatica a leggerlo”. Con tutta la stima per Galimberti, ci piacerebbe sapere quante persone non hanno avuto voglia di leggere 400 pagine che ripercorrono in forma narrativa una parte della vita del filosofo ateniese anche a causa di questa brillante pubblicità. 

Guanda:

Marco Vichi, Occhi di bambina

Ci sono quelli che se iniziano vanno avanti fino alla fine; quelli che, dopo Pennac, si sentono autorizzati a mollare; quelli che spilluzzicano aprendo il libro a caso; e quelli che leggono l’incipit e come un chirurgo aprono e richiudono: “«Arianna… Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» È la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni. Lei si era piegata sulle ginocchia e mi stava davanti. Mi guardava. Sorrideva. Avevo la sensazione che fosse triste, e mi sembrava che avesse gli occhi lucidi. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi risposi. «Io la mamma non la lascio da sola» dissi.”

Ce l’hanno fatta pure due indie gloriose. Sarebbe bello vederle entrambe alla serata finale, ma, a meno di ripescaggi destinati a case editrici minori, è probabile come uno scudetto al Palermo:

L’orma:

Elena Rui, Vedove di Camus

Il 4 gennaio del 1950 muore in un incidente automobilistico Albert Camus. La Rui immagina le conseguenze sulla vita delle donne dello scrittore, mogli ed amanti. A proposito di amanti apprendiamo che “gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca”. Ecco chiarito perché quasi tutti i bancari, ma non solo loro, hanno velleità letterarie. La narrazione saggistica negli ultimi anni ha avuto molta fortuna allo Strega (Scurati, Petrignani, Janaczek, Trevi): ce la farà la Rui ad arrivare alla serata finale?

Quodlibet:

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia: sarebbe da portare in finale già per il solo fatto che si parla di Celati (La banda dei sospiri, Narratori delle pianure). O perché è di Cavazzoni. Ancora di più perché si parla dell’amicizia trentennale tra Celati e Cavazzoni. L’ennesimo memoir, ma “alato e volatile”, soprattutto onesto. Talmente onesto che verrebbe da chiedere con Dylan “che ci fa un cuore gentile come il tuo in un postaccio come questo?”

Ciò detto, scommetto non più di due lire su questa cinquina:

Mari, Pierantozzi, Ciabatti, Pitzorno, Covacich (più, speriamo, un ripescato Cavazzoni)

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Francesco Piccolo per “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 2026) – Capitolo Zero: Ep. 12 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 12 Francesco Piccolo, “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 2026)

Francesco Piccolo, Premio Strega 2014 per “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi), sceneggiatore vincitore di tre David di Donatello e due Nastri d’argento, autore di fiction di grande successo, noto per la sua capacità di radiografare i sentimenti minimi e le piccole sfumature del quotidiano, con questo testo ci conduce in un’operazione di profonda umanità sia letteraria che biografica.

“Cosa sono le nuvole” (Einaudi) è un racconto degli ultimi anni del principe Antonio De Curtis, un’indagine malinconica che naviga con delicatezza nel crepuscolo di un gigante che avvertiva, paradossalmente, il peso dell’arrivo delle ombre su una carriera in cui non si era mai sentito abbastanza. Il cuore del libro esplora con garbo e ironia la scissione netta, quasi schizofrenica, tra Antonio De Curtis e Totò.

Il “Principe” abita ai Parioli, esige eleganza impeccabile con lo stemma nobiliare sulle camicie e si dedica all’araldica; Totò è invece la marionetta sguaiata, il “venditore di chiacchiere” che lavora senza sosta per mantenere l’aristocratico e la sua vasta famiglia, composta da venticinque persone e duecentoventi cani, poiché Totò considerava famiglia anche gli ultimi e gli indesiderabili di cui era silenzioso benefattore. Totò apparteneva al popolo della notte, ore che erano il suo regno di pace dedicate a piccoli riti domestici, all’ascolto del bollettino dei naviganti — un modo per viaggiare restando a casa — e a pensieri profondi che il rumore del giorno non permetteva.

Nonostante la semicecità che lo colpì duramente dal 1957 durante una tournée e aggravatasi notevolmente nel corso degli anni successivi fino a renderlo quasi totalmente cieco, continuò a girare film a ritmi industriali per fuggire dall’angoscia del declino.

Uno dei punti più alti del libro è proprio la descrizione del rapporto di Totò con la sua malattia. Piccolo racconta il “miracolo” testimoniato da registi come Fellini e Pasolini: fino a quando non si accendeva la macchina da presa il principe doveva essere sorretto per ogni passo, ma al momento del “ciak” Totò si toglieva gli occhiali neri e si muoveva tra i mobili e i cavi elettrici con una disinvoltura incredibile, come se la telecamera gli restituisse, per pochi istanti, la vista.

L’incontro con Pier Paolo Pasolini rappresentò una “consacrazione tardiva” presso la critica intellettuale che lo aveva snobbato per decenni. Tuttavia, Piccolo sottolinea il paradosso tragico: i premi e i consensi diedero a Totò un senso di profondo fallimento, convincendolo di aver sprecato trent’anni in filmetti mediocri quando avrebbe potuto essere un attore di ben altra levatura. Egli stesso arrivò a dire che un falegname valeva più di lui, perché almeno il tavolo che fabbrica resta nel tempo.

La conclusione del libro è commovente. Piccolo narra la morte di Totò, avvenuta nell’aprile 1967, e l’umiliazione postuma subita da Franca Faldini, costretta a restare sul pianerottolo dal prete che si rifiutava di benedire una “concubina”. Il finale si sposta su una dimensione quasi onirica: il fedele autista di Totò, Cafiero, smarritosi nel Cimitero del Pianto, vede due sagome discutere nella penombra. Sembrano il Marchese e lo Scopatore della celebre poesia ‘A livella o forse, più semplicemente, sono Antonio De Curtis e Totò, finalmente riuniti in quell’uguaglianza che solo la morte conosce.

Quest’opera rinnova la grandezza di un artista che nello specchio vedeva la “tristezza di un naso torto”, che ha fatto ridere l’Italia mentre il suo cuore cercava il riconoscimento più alto e nobile, arrivato purtroppo solo dopo la fine. Perché, per citare lo stesso Totò, questo è un bellissimo Paese in cui però, per venire riconosciuti di qualcosa, bisogna morire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Diego e Margherita intervistano la Signora Merla, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

Diego e Margherita

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Prof. Cosmo Mundis

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla Signora Merla!

Diego: Ciao Margherita, che splendida giornata di sole!

Margherita: Finalmente, Diego! Fino a oggi maggio è stato così piovoso che non siamo quasi mai riusciti a uscire. E stare sempre al chiuso, senza poter intervistare i nostri amici animali, è stato davvero noioso.

Diego: Hai proprio ragione. Ma oggi possiamo recuperare! Allora, chi intervistiamo?

Margherita: Io avrei un’idea: perché non facciamo qualche domanda a un merlo? In questo periodo se ne vedono tanti nei giardini e nei prati.

Diego: Ottima idea! Aspetta un momento… laggiù, vicino alla siepe, c’è un uccellino marrone. Però non sono sicuro che sia un merlo.

Signora Merla: State parlando di me, per caso? Vi ho sentiti benissimo, sapete? Noi merli abbiamo un ottimo udito. E se state cercando un merlo da intervistare… eccomi qua.

Margherita: Oh! Buongiorno! Allora lei è davvero un merlo?

Signora Merla: Più precisamente, sono una merla. “Merlo” è il nome generale, ma la femmina si chiama proprio così: merla.

Diego: Che sorpresa! Io pensavo che i merli fossero tutti neri. Ma lei ha le piume marroni.

Signora Merla: È normalissimo. Noi femmine siamo diverse dai maschi. Il nostro piumaggio è marrone, con il dorso più scuro e il petto più chiaro. La gola e il mento hanno piccole striature chiare, e anche il becco può avere colori diversi, dal bruno scuro al giallastro. Questo ci aiuta a mimetizzarci meglio nell’ambiente, soprattutto quando dobbiamo proteggere il nido.

Margherita: Che meraviglia! Non lo sapevamo affatto.

Diego: Grazie, Signora Merla. Abbiamo già imparato una cosa nuova.

Signora Merla: Sono contenta di esservi utile. Se volete, potete farmi altre domande.

Margherita: Volentieri! Io ne ho una che mi incuriosisce da tanto tempo. Perché si dice “i giorni della merla” quando si parla degli ultimi giorni più freddi di gennaio?

Signora Merla: Ah, questa è una storia molto famosa. Secondo una leggenda, un tempo i merli erano bianchi. Si racconta che, durante alcuni giorni di gennaio particolarmente gelidi, una merla e i suoi piccoli si rifugiarono dentro un camino per ripararsi dal freddo. Quando uscirono, erano tutti neri a causa della fuliggine. E da allora, secondo la leggenda, i merli sarebbero diventati neri.

Diego: Che storia buffa! Però c’è un piccolo problema…

Margherita: Già! Perché lei, che è una merla, è marroncina e non nera.

Signora Merla: Eh eh eh! Avete ragione anche voi. Ma in fondo si tratta di una leggenda, e le leggende mescolano sempre un po’ di realtà e un po’ di fantasia.

Diego: Allora possiamo dire che è una storia da ascoltare con curiosità… ma senza prenderla proprio alla lettera.

Signora Merla: Esattamente.

Margherita: Posso farle ancora un’ultima domanda? In questo periodo vi vediamo molto indaffarati. Come mai?

Signora Merla: Perché tra maggio e giugno, per noi merli, è tempo di nidi, uova e nuove nascite. Sono giorni molto impegnativi: bisogna sistemare il nido, proteggere i piccoli e andare in cerca di cibo.

Diego: Quindi è un periodo pieno di lavoro… ma anche di grande felicità.

Signora Merla: Proprio così. E adesso infatti dovrei tornare dai miei pulcini: mi staranno già aspettando con i becchi spalancati.

Margherita: Certo, Signora Merla. Grazie davvero per questa bella intervista.

Diego: Prima che vada, però, ci piacerebbe ricambiare la sua gentilezza consigliandole un libro a tema.

Signora Merla: Che pensiero carino! Vi ascolto molto volentieri.

Margherita: Il libro si intitola L’ibis di Palmira e il merlo ribelle. È scritto da Simone Dini Gandini, con le illustrazioni di David Pintor, ed è pubblicato da Notes Edizioni.

Diego: È una storia molto particolare, perché racconta un incontro insolito e sorprendente. Da una parte c’è un merlo considerato un po’ strano dagli altri, quasi un ribelle, perché parla con tutti e non ha paura di avvicinarsi a chi è diverso da lui.

Margherita: Dall’altra parte arriva un uccello misterioso, insolito, che sconvolge la tranquilla vita del bosco. E così cominciano domande, chiacchiere, pettegolezzi e anche un po’ di paura.

Diego: Nel racconto compaiono tanti personaggi curiosi: altri merli, un lombrico, due pesci, una tartaruga, un pappagallo e perfino un gruppo di pipistrelli molto paurosi.

Margherita: È una storia che sa essere leggera e ironica, ma che tocca anche temi importanti. Si ispira infatti a una vicenda reale, quella dell’ibis eremita avvistato vicino a Palmira, in Siria.

Diego: Il libro parla anche, con delicatezza, di cose difficili come la guerra, la perdita della propria casa e il bisogno di accogliere chi arriva da lontano.

Margherita: E poi ci sono le illustrazioni, molto particolari e suggestive, che accompagnano il racconto con uno stile originale e aiutano a mettere in risalto i momenti più intensi della storia.

Diego: Insomma, è un libro che invita ad ascoltare, a osservare meglio e a non giudicare troppo in fretta chi sembra diverso.

Signora Merla: Ma che bel consiglio! Un merlo ribelle e un ibis misterioso… direi proprio che è una lettura che merita di essere scoperta.

Margherita: Secondo noi sì. È una storia che fa riflettere, ma con leggerezza.

Diego: E in fondo ci ricorda una cosa molto importante: ogni creatura ha qualcosa da raccontare, basta fermarsi un momento ad ascoltarla.

Signora Merla: Allora vi ringrazio di cuore, cari ragazzi. Adesso però devo proprio volare dai miei piccoli.

Margherita: Buon ritorno al nido, Signora Merla!

Diego: E grazie ancora per averci aiutati a conoscere meglio il vostro mondo.

Margherita: Oggi abbiamo scoperto che dietro un semplice uccellino del giardino si nascondono tante meraviglie.

Diego: Basta osservare con attenzione, fare le domande giuste… e lasciare che la natura ci racconti le sue storie.

Cinzia Milite*

*Nata in provincia di Milano, vive nel comasco. Ha vinto diversi premi letterari tra i quali il “Premio Montessori”. Il suo ultimo lavoro è “Il falconiere del conte”: https://heybook.it/catalogo/84-il-falconiere-del-conte.html.

Sito web: www.cinziamilite.com;

Canale Youtube “Cinzia Milite Scrittrice”https://www.youtube.com/channel/UCW3Yoroc713XdqnPuUU8UvA