Luigi Nacci: “I dieci passi dell’addio” (Einaudi), di Rosanna Pontoriero

Un uomo con il cuore in mano

Gino Paoli, “Un altro amore”, in sottofondo e una lettura che scorre fluida, rapida, si ferma solo qui: «Ma è bastato un tuo piccolo gesto, così logico quando l’ho visto, per capire che, eri proprio tu». Una colonna sonora che si è scelta da sola, per un romanzo di Luigi Nacci, “I dieci passi dell’addio”, edito da Einaudi. Il passo è incalzante, doloroso e asciutto. Non c’è umidità. È una sofferenza sana, di un uomo maturo. Potrebbe sembrare un intreccio asfittico, una apnea continuativa, in realtà, è il racconto di un lutto, in tutte le sue sfumature, paradossalmente, anche in quelle belle. Gli amori finiscono e le case rimangono scarnificate, così come le foto, i bigliettini, le pentole, le voci. Ci si attacca per non perdere, siamo parsimoniosi di vissuto, vorremmo congelare baci e carezze. E così si può scivolare nella nevrosi, perché l’amore, senza che gli si attribuisca definizioni corte, è fisiologia emotiva e spirituale. Ossigena ricordi, traumi, fallimenti, aspirazioni, paure, evita cancrene, setticemie. Quando non lottizza, però, sia chiaro. Quello che racconta Nacci è un amore liberato dal possesso, che rimane saldo, pur nel soffocamento della nostalgia. Nei dolori puri manca la rabbia, c’è il retrogusto della pastiera, guazzabuglio di sapori diversi. E su tutto, il desiderio di amare oltre l’epilogo, la materia, l’esistito. E, per “amare”, si intende il volere la felicità dell’altro, senza ma, però, sebbene, tuttavia, nonostante, che servono a immiserire, incattivire. Roba per edipi zoppi e tardoni, vecchi capricciosi, marionette in teatri scaduti. Di questo romanzo si amano le battute finali: lì dove si comprende la stoffa dell’amore e la ricchezza di emozioni, capaci di combinare le giornate e influenzare persino il meteo. Chi soffre non piange sempre allo stesso modo, cambia a seconda dell’ora, è vero. La notte è sempre micidiale. Un rasoio elettrico dove non ci sono peli. Il protagonista scrive e racconta i tempi supplementari di una relazione. Cronaca di giorni trascorsi a vegetare tra gli scatoloni, in una vita apparentemente profuga, con le quattro frecce.

«L’amore è pronto»

Chi sono gli esuli? Coloro che si trovano lontani dalla patria. E, probabilmente, quando nella vita si cambia sequenza affettiva, ci si sente così: perduti. Si legge nel romanzo: «Nelle sere del disamore devi uscire, devi mettere il tuo corpo fuori. Stenderlo come si stende il bucato. Anche se piove, o si gela». L’addio comporta una sopravvivenza fisica per inerzia, come tutti i lutti, fatta di piatti sporchi e trasandatezza. Si fa i conti con la morte: «Moriremo nel sonno, noi esuli dell’addio? Diventeremo mummie. Faremo la muffa. Chi ci troverà? Tra quanto tempo? Scriveranno un trafiletto di cronaca, scritto male, senza cuore. Bisognerebbe formare i giornalisti dell’addio». Il dispiacere di una fine scuote le viscera, fa venire i capelli bianci: è vecchiaia. Lo dicono sempre le mamme, dinnanzi a qualsiasi amarezza: «Oggi ho perso dieci anni di vita». Il cuore batte, comunque, forte e dentro, si scava un buco nero. E, allora, ci dobbiamo prendere cura. Ma di cosa? «Le stanze di una casa in cui c’è stato un grande amore ricordano tutto. Ci sono le vostre sagome impresse sui muri, sui pavimenti. Sugli asciugamani. Di voi due che agitate le braccia mentre litigate. Di te col dito indice alzato, di lei con i pugni in testa, le mani aperte della desolazione, del non poterci più fare niente, del lascia stare, è finita». 

Un addio per gli altri

La terza parte di un amore interessa tutta una matassa di luoghi e persone, perché una storia è un organismo, in grado di espandersi da solo. Soffre chi ha amato una coppia, una vita, un intreccio di esperienze ed emozioni, legate all’equilibrio di due persone. Ci sono gli amici da informare che, tristi e in apprensione, formulano domande, per le quali non si ha risposta. La bellezza di questo libro è l’accettazione delle non risposte. Non si dice: ci siamo lasciati per i seguenti motivi. Non esistono i due punti. Come per tutti i lutti sani ci sono una sequela di domande, che tali rimarranno, sguazzando in un tempo infinito, quello dell’amore. Esistono anche i familiari, nella fattispecie i genitori, i quali  hanno perso una parte di “figlianza”: «Il dolore che non riesco a superare è il dolore che ho dato ai miei genitori. Li ho privati di una figlia. (…) Vado dai miei e taccio. Non so cosa dire e come dirlo. Mangio e mi angoscio sul divano. Vorrei piangere. Non posso piangere. Aggiungerei dolore al dolore. Sarei meschino».

L’amore è natura

Non esistono le pareti nei sentimenti e neppure le quantità. Chi, quando e cosa si può amare? E a chi spetta stabilirlo? Quando una storia si trasforma in gabbia richiede passi fermi: non fare per salvare, preservare. Tuttavia, l’amore è follia ed essa, comporta passi nel vuoto, sull’onda di folate incredibilmente travolgenti. “Amante” non è affatto una parola brutta, l’hanno censurata i bigotti, i mediocri, gli edipi zoppi, i tiepidi per manifesto, i cretini. «Amante è una epifania», siamo perfettamente d’accordo. Non vi è alcuna motivazione se si ama tanto. Sono i paraocchi culturali che ci acciecano. «Se l’amante arriva è perché hai permesso che arrivasse. Dovevi fermarti un attimo prima. Ma un attimo prima di cosa? Di un bacio? Di uno sguardo. Dovevi fermarti molto prima, dice qualcuno. Non dovevi iscriverti in palestra, non dovevi frequentare quel circolo, non dovevi andare a quel convegno, non dovevi fare quel viaggio, non dovevi fare quella cosa nuova senza di me. Dovevi stare fermo». E, infatti, sono le ammonizioni di quanti, tanti, non conoscono la vita. Esistere è sprazzo, fulgore, abbandono, curiosità, ignoto e per ultimo, dolore. Come si fortifica una relazione? Uno sciocco pericoloso potrebbe pensare di farlo. Niente è evitabile, veramente. Nessun ordine umanamente imposto scandisce gli incontri.

Ma cos’è l’amore?

Una ventata di intestino rumore, naturale, che viaggia sui chilometri orari del vento di tramontana.  «L’amore è radice perché da esso ha origine la vita. Il mondo ha origine dalla follia. L’amore spazza via tutto, se ne frega delle agende. È una rivoluzione. È caos. Come tenere in vita il caos che ci agita in un’organizzazione rigida come quella della famiglia? Si parla troppo di famiglia e troppo poco di amore, cioè di follia. La sacra famiglia, dicono. Ma è sacra la follia». Spesso, però, ci leghiamo ai tabù, confortevoli, familiari, come le stanze di casa, illuminate. Si figlia per legare, a volte, mettendo al mondo «i figli del disamore». Eppure, questa vigliaccheria viene intesa come tentativo, prova. Di cosa? Perseveranza nella infelicità indotta e cronica. Torniamo sempre lì, ce lo insegnano da piccoli: sei bravo se ti sacrifichi e rinunci alla libertà, all’amore, alla follia. 

Si chiude con un sorriso

Il libro ci saluta con un tenero e fragile sorriso. Una fogliolina di fine aprile, grappolo di glicine bagnato. Chi ama desidera la serenità dell’amato, sempre. Non a condizioni, compromessi, convenienze. L’ego è lontano e con esso, i suoi tarli: “Ha un altro? Chissà chi è? Se lo ama? La vedo felice non mi pensa; mi ha subito sostituito”. L’amore sano è impegnativo, ma è svincolato dai filamenti narcisisti. «Però amerai ancora amore mio, e verrai amata, farai l’amore, camminerai lucente in ogni stagione e un giorno ti spunteranno le ali delle scapole». Pensa questo il protagonista nel vedere, tempo dopo la rottura, la sua  ex compagna felice, piena. Si sarebbe fatto curare, se proprio avesse avuto necessità, da un poeta. E sapete perché? «Sanno maneggiare le melanconie, trasformano le croci in mongolfiere». Ma curare cosa, di preciso? Il protagonista ci risponde così:  «La mia malattia è la vita».

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Cristina Battocletti: “Epigenetica” (La nave di Teseo), di Rosanna Pontoriero

“Epigenetica”: la corsa liberatoria di una donna

Scientifico, minuzioso, organolettico. “Epigenetica” è un romanzo intenso, quanto spalancato, smanettato e trascinante. I traumi si raccontano con naturalezza e argomentazione tecnica. L’autrice, Cristina Battocletti, non edulcora, non fa sconti e neppure giustifica o tenta di riequilibrare fatti ed intenzioni. Il dolore comunica con tutta la sua carica batterica, la quale entra, di prepotenza, nella gola di chi legge. Senza nessuna lagnanza. Il pietismo non esiste. È un romanzo puro, nudo, che rivela, tramortisce, provoca un leggerissimo disgusto. Il lettore consapevole ne fa tesoro. Siamo traumi, feti sgangherati, galleggianti in pozzanghere meravigliosamente putride. Latrine parlanti. Soffochiamo tra mille cordoni, da ingenui portatori di ferite, atavicamente aperte e purulenti, endemicamente infette. Generazioni di sentimenti, emozioni, abusi, censure, fallimenti, lutti, nostalgie e soprattutto abbandoni, ci schiacciano. Il respiro viene fuori a fatica. La fecondazione è trasmigrazione di vissuti, più o meno consumati, che destina, condiziona, condanna, senza misericordia alcuna. “Epigenetica”, edito da La Nave di Teseo, è il romanzo per chi volesse coraggiosamente sapere, senza l’insopportabile danza delle banalità, del posizionamento convenzionale, del come amare. Ne viene fuori la corsa liberatoria di una donna, che ha patito e fatto patire, ma non vuole pena né redenzione. Una narrazione architettata tra passato e presente. Chi eravamo e chi sono. 

Cos’è l’epigenetica

Afferma, con tono cordiale e autorevole, il professore Carlo Vendramini: «Si chiama epigenetica e studia le modificazioni che non riguardano direttamente la sequenza del DNA ma la sua struttura, cioè la sua forma tridimensionale, il modo in cui i geni si esprimono (…) È una disciplina che studia le interazioni – si legge più avanti – tra fattori genetici e sviluppo embriologico. I processi epigenetici non avvengono solo durante la gestazione, ma anche nel corso della vita adulta, e su di essi hanno influenza il caso, l’ambiente e crediamo, la volontà del singolo». Esiste, come era ovvio supporre, una eredità emotiva: la capacità di assorbire un dolore non diretto, ma remoto, magari neanche mai esplicitamente espresso. Le esperienze che viviamo lasciano una traccia scritta in chi viene dopo, è successo con i nostri progenitori. Maria, saluta Vendramini sbattendo la porta. Vuole cercare il figlio che ha abbandonato e che adesso, vive per strada. Tuttavia, quanto segue è la dimostrazione laboratoriale di quanto questa teoria sia vera. 

Maria: una vita di morsi

La protagonista è stata sbranata da lupi e vita tante volte. Nessun giudizio, riserva un racconto lontano dalle valutazioni di comodo. I morsi sono lì, si possono vedere. Di sua madre, agli occhi del mondo eretica e irresponsabile, ci racconta: «La mamma era eccezionale, estrema, speciale, tremenda, straordinaria. In una parola, terrificante». Eppure, nonostante gli allontanamenti istituzionali e la comparsa di nuove e più accudenti figure, per Maria la madre, nel suo disordine, rimane: «La più soffice forma di tenerezza». Le riserva questi aggettivi: «Vera, innocente, lucida, setosa, tragica». Quella che si abbatte, di pagina in pagina, è la scomunica delle madri, che sanno amare, ma naufragano. Ci confida la protagonista, ormai mamma di Emanuele: «Sentivo in me il fuoco della maledizione della mamma, la figlia di una mamma che non può abbandonare i suoi figli e li abbandona a sua volta». Il guaio è sempre uno, la nota dolente di tutti gli umani: avvertire di essere stati cuccioli non voluti. L’indesiderato ci dispera, come anime purganti. Ed ecco che l’erotismo può diventare conseguenza di tutto questo: «Facevo sesso all’ingrosso per trattenere in mezzo alle gambe tutti quelli che conoscevo, perché nessun organismo vivente mi abbandonasse più». Riflettiamo: sono dinamiche che si fiutano, talvolta a pelle, in milioni di persone. 

Amo chi mi abbandona

La ferita d’abbandono è un puparo, si diventa marionette e si finisce per amare quanti hanno l’aria di allontanare, ignorare. La celebre rincorsa verso un traguardo che, continuamente, si sposta, facendoci battere con la testa in avanti. «Amavo follemente quel ragazzo perché la vita mi aveva insegnato ad amare solo chi mi abbandonava e mi sviliva. (…) – È la protagonista giovane che parla, alla sua prima volta – Gli bastò prendermi due volte i fianchi e far salire le dita all’altezza del seno. Mi bastò pensare che fosse amore. Mi bastò così poco». E il sesso con Giovanni diventa il nutrimento di una ferita, dalla quale esce un bel po’ di pus: «Perché alla fine dei nostri rapporti mi prendeva la vertigine di un lattante che finisce la poppata, sazia di tutto, senza pensieri e senza malanimi». La sazietà dura molto poco, poiché il puparo, la ferita, ha sentenziato: in pace non si può stare. E l’eczema, come lo definisce Maria, ricompare. Esistono, poi, scene di sesso narrate come fossero resoconti scientifici.

Le parti

Quello che attira di “Epigenetica” è il racconto della maternità, ancora oggi trattata con poca lucidità. L’amore per i figli non si scansa dai traumi e dalle mancanze, spesso rimarca tutti i rigetti ricevuti. «La mamma – questo Maria lo afferma con nettezza – è l’unica creatura che io abbia mai amato fino in fondo. Ha fatto dei figli perché il fisico non gliel’ha impedito, rispondendo all’impulso di uno spermatozoo, al sussulto di un ovulo». Ce la ritrae con una delicatezza artistica. Il lettore immagina una principessa orientale. Emanuele, invece, il figlio che Maria, scrittrice nella vita, ha volutamente perso di vista, le dice, alle battute finali: «Tu sei una donna con tante difficoltà, che ha avuto un figlio e che non è riuscita a governare. E io sono questo figlio. Ognuno nella vita riveste una sua parte». È vero, sembra una risposta anonima, suggerita dallo psicologo. Eppure, annuncia l’esplosione di un “Mamma”! Sonoro. Emanuele è un poeta. I suoi aquiloni sono letteratura. Pura epigenetica.

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.