È un interrogativo che sento scorrere dentro di me. Io, figlia di baresi con una nonna materna salentina, un nonno materno napoletano, una nonna paterna foggiana e un nonno paterno barese, porto questo intero arcipelago di geografie nel sangue, un incrocio di lingue, accenti e parlate diverse. Eppure, proprio io che in questa terra affondo radici così ramificate, mi sono posta questa domanda continuamente, pagina dopo pagina, durante tutta la lettura de La fabbricante di isole. Con questo romanzo, Antonella Cilento — scrittrice, drammaturga e insegnante, il cui cammino letterario è iniziato come finalista al Premio Italo Calvino per gli esordienti nel 1997 con il romanzo inedito Ora d’aria — torna a occuparsi di isole dopo Isole senza mare del 2009. E ci torna in veste di ‘fabbricante’, accogliendo l’invito dell’editore, Mauro Daltin: ‘Perché non scrivi un libro sull’anima del Sud?’. È da questo input che prende corpo La fabbricante di isole. Viaggio dentro l’immaginario del Sud, pubblicato da Bottega Errante Edizioni il 26 agosto scorso. Un’opera che scopriamo organizzarsi attorno a una partitura scenica: il testo segue un andamento teatrale, dove l’indice si fa mappa della rappresentazione. C’è un antefatto e una conclusione, un prologo e un epilogo che sulla pagina assumono i nomi nudi e netti di ‘PRIMA’ e ‘DOPO’, intervallati da 15 scene o meglio itinerari attraverso il Sud. Un attimo prima che il sipario si alzi e che il viaggio dell’autrice con noi lettori da un angolo all’altro del Sud inizi, la Cilento si confessa con una lucidità disarmante e si sbilancia con una promessa che manterrà sino alla fine del libro: ‘Insomma, mi sono cacciata, come spesso mi capita, in un guaio: ho accettato l’invito di Mauro e non mi resta che evocare il mio Sud. Se non sarà un’oleografia fra tante, una fake news, sarà forse poesia’. Ed è proprio dentro le maglie di questo ‘guaio’ poetico che la richiesta iniziale — lo conosco davvero, il Sud? — si trasforma in un dubbio pervasivo che accompagna, immutato, lo spettatore-lettore dall’apertura del sipario fino al suo congedo. Un tarlo che rievoca un Mezzogiorno profondo anche in quei lettori che sono del Sud ma scoprono di non conoscerlo, proprio come me, e che fa risuonare nella memoria il verso di un altro figlio della stessa terra, Vittorio Bodini, quando ammoniva: ‘Tu non conosci il Sud, le case di calce da cui uscivamo al sole come numeri dalla faccia d’un dado’. Il margine di fantasticheria della ‘fabbricante di isole’ è ridotto all’essenziale: la cruda realtà del Meridione supera qualunque idealizzazione. Non basta vedere le isole e riconoscerle sulle mappe; la Cilento ricorre alle sue arti letterarie per compilare un atlante vivente, in cui alla forma geografica delle coste e delle terre aggiunge lo spessore dell’antropologia, dei costumi, della psicologia e della sociologia. Tutto quello che rende queste isole viventi al di sopra di tutto. Un’operazione, quella della Cilento, che riscatta il Mezzogiorno restituendogli – per usare le parole del sociologo barese Franco Cassano nel suo manifesto Il pensiero meridiano – ‘l’antica dignità di soggetto di pensiero’, interrompendo finalmente la lunga sequenza in cui il Sud è stato soltanto narrato da sguardi esterni. Attraversare con l’autrice l’arcipelago che rivela i contorni sotto la sua penna è come guardarlo attraverso un caleidoscopio, un cosmorama. Lo strumento ottico ‘fabbricato’ dall’autrice mostra le forme cangianti che il Mezzogiorno assume sotto i nostri occhi: geometrie, luci, sfumature, sovrapposizioni e intarsi.
Uno spettro infinito che si compone di parola in parola. Che dire poi delle atmosfere, degli spazi emotivi, delle memorie personali che scopriamo essere condivise? Che dire dei sapori, degli odori, delle storie, dell’arte e delle musiche che condiscono questa narrazione esperta e appassionata? Più volte, nel corso della lettura, viene da dirsi con slancio: questo è un manuale di educazione civica. Un’opera civile, uno strumento necessario per i giovani e fondamentale per i non più giovani, utile a prendere le misure e conoscere la consistenza di una comunità che continua a rendere possibile l’Italia per differenza. La differenza tra un Nord che si affanna ad esserlo e un Sud che non sa pienamente di esserlo. Ci ritroviamo tra le mani un romanzo sui generis che è un libro pop-up: fabbrica elementi tridimensionali pronti ad alzarsi e conformarsi sfogliando le pagine. È abitato da mirabili visioni come un imaginarium, un libro ottico che, pagina dopo pagina, chiede ai lettori di confermare la propria umanità. Come quando sulle pagine virtuali appare il Captcha ‘Confirm humanity / Non sono un robot’ — quel controllo che serve a verificare se a navigare sia un utente in carne e ossa oppure un software automatico — le pagine della Cilento fanno esattamente lo stesso. Esige da noi lettori il superamento di un test biologico e spirituale, costringendoci a guardare attraverso il suo taumatropio per vedere girare le meraviglie del Sud. Dove le meraviglie sono belle, ma sanno essere anche crude e dolorose. E dove ai sogni sognati si accompagnano sogni ancora sognabili anche da chi credeva di non poterlo fare più. Leggiamo e scopriamo che la Cilento ha ‘fabbricato’ una guida per viaggiatori nel tempo e nello spazio di questo arcipelago, mai una guida turistica o commerciale. Una guida alternativa che filtra la realtà attraverso il mito: non dice dove mangiare la migliore mozzarella o a che ora aprono i musei, ma racconta l’archetipo dietro un muretto a secco della Puglia, il silenzio immobile dei calanchi lucani o la stratificazione di un vicolo di Napoli. Mette al centro le persone e le loro storie, le arti e gli artisti, la storia, i riti religiosi e sociali e, all’estremo Sud del libro fabbrica persino un’Isola bibliografica che riprendendo i fili snodati nelle 230 pagine precedenti, li riannoda per ricostituire trama e ordito nell’infinito ramificarsi di informazioni incrociate sul Sud e i suoi numerosi e variegati interpreti. Quello che arriva a noi lettori è una insolita e inaspettata mappa del Sud che in filigrana ci fa vedere l’invisibile: un eserciziario per gli occhi che spinge a perdersi, a decifrare la luce accecante e a capire che il Sud non si visita, si ‘sente’. Antonella Cilento moltiplica la sua voce e ci fa dislocare, imponendo salti mentali ed emozionali. Saltella da un angolo di Sud all’altro, ci spianta per ripiantarci altrove e poi farci tornare lì da dove eravamo partiti. Apre i cassetti della memoria di uomini e donne del Sud, compresi i suoi familiari, e ci trova dentro poesie, arti, storia e ricordi che erano rimasti custoditi nel buio, esattamente come l’intero universo poetico chiuso nella casa rifugio di Emily Dickinson. E le donne appunto, quelle del Sud, sono l’epicentro di questa ricognizione: donne che hanno abitato in un ingiusto esilio narrativo e che ora, grazie alla fabbricante di isole, si riprendono lo spazio. Certo, camminando a Napoli con l’autrice per via Orazio a Posillipo sperimentiamo lo sconcerto di una ‘bellezza inutile’, quella di appartamenti super panoramici con le imposte sbarrate, laddove la bellezza dovrebbe scuotere fin nel midollo, come l’Amore. E non possiamo nemmeno sottrarci al caos napoletano che scopriamo essere in realtà regola. E l’autrice lo fa dire da Quirante Rives che ci si trova davanti a ‘una Napoli perfettamente assestata e geometrica, esatta e necessaria come una proporzione di Spinoza’. La Cilento butta giù false credenze e finzioni sul Sud sotto i nostri occhi e ci fa sognare insieme a lei di rifabbricare il vero Sud, anche quello più nascosto e misconosciuto. Dopotutto, com’è che non ce ne siamo accorti prima? La fabbricante di isole è un sogno e l’autrice non lo nasconde. Lo dice, lo ripete, scrivendo una sceneggiatura in cui le parole ‘isola’ e ‘sogno’ ritornano come battiti di un metronomo invisibile. E forse solo per differenza, alla fine di questo viaggio onirico, eppure sinestetico, a romper il velo di Maya è il suo Easter Egg finale che svela la sorpresa più paradossale del romanzo. Un errore volontario, un depistamento, proprio come nei sogni: qualcosa che non c’entra niente con la realtà descritta sin lì, eppure è tutt’uno con l’identità dell’autrice e del suo Sud fabbricato. Funziona come l’esodo della tragedia greca, il deus ex machina che cala sulla scena quando i personaggi non hanno più vie d’uscita.
In questa architettura teatrale di scatole cinesi, itinerari e illusioni, che ci ha portati sin qui, la Cilento chiude il sipario con una visione che evoca potentemente la giovinezza mitica di Parthenope vista recentemente nella versione cinematografica di Paolo Sorrentino, ma la declina in un bizzarro, quotidiano calembour: la sirena non abita più i flutti di Posillipo, ma è una ‘creatura reale e incongrua che abita nel cassetto delle mutande e dei calzini di Marina, nutrita a formaggini e barrette energetiche’. Una ‘cosa che sa ogni storia, la brutta gallina che puzza di pesce e ha la faccia da vecchia barbuta’. Attraversare questo cortocircuito ironico significa scoprire che se il Sud è storicamente ‘il cimitero delle sirene’, a volte la meraviglia esce dalle uova del supermercato. È l’epifania di un Mezzogiorno surreale in cui d’ora in avanti ‘il mondo sorride in ogni lingua e con tutti i sogni che è capace di sognare’.
Nell’ultimo capitolo del romanzo, nel DOPO a solo trenta pagine prima dell’Easter egg, l’autrice ci ha fatto sentire quanto al Sud la spietatezza si fa totale: ‘Intorno a noi l’inferno, spesso colorito, arde. Ci sono ossesse, indemoniati, diavoli di seconda mano e disgraziati privi d’anima. Il Mediterraneo, che pare una scodella, è immenso, illusorio e abitato’. La Cilento lo scrive con durezza, ma per puro contrappunto si salva e salva noi lettori ricordandoci il potere del sogno. Ci esorta a cercare il Sud lì dove siamo e, come scrive Giuseppe Montesano, a restare vive, restare vivi.
Ed è qui che le parole dell’autrice sigillano la fine del percorso: ‘Dunque, anche queste pagine sono un’isola. Il tempo per leggerle è un’isola, un piccolo arcipelago rubato, ora dopo ora, a giorni distratti e affollati. Stanotte, se sognando il Sud capiteremo su un’isola, saremo gentili con il mare e con le piante, con gli animali e con la terra: siamo solo un sogno di questo azzurro pianeta’.
Davanti a questo congedo, a noi lettori monta dentro l’onda. Un’onda che lambisce l’isola della nostra memoria, il cui vento favorevole evoca, inevitabilmente, quel duca di Milano esiliato su un’isola abitata da spiriti. Proprio lì, sulla soglia di quella grotta in cui riunisce tutti i personaggi della storia per l’atto conclusivo, Prospero pronuncia il suo monologo più celebre nel grande dramma shakespeariano La tempesta. Non è un caso che quel dramma seicentesco che ci sovviene sia ambientato su un’imprecisata isola del Mediterraneo, lo stesso specchio d’acqua illusorio navigato dalla Cilento e da noi lettori. Risvegliati dal taumatropio della scrittura, scopriamo che ‘siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni, e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita’.
Rita Mele
Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare
Kolchoz, l’ultimo lavoro di Emmanuel Carrère pubblicato da Adelphi nell’aprile scorso, è un romanzo familiare che nasce a partire dai materiali che il padre dello scrittore ha raccolto meticolosamente nel corso della sua esistenza. “Negli archivi di nostro padre l’unica cosa in ordine – o comunque organizzata secondo un ordine accessibile – erano i faldoni contenenti le sue ricerche genealogiche. La genealogia è stata il pallino di tutta la sua vita”. Louis Carrère è uno dei personaggi centrali del romanzo, una figura straordinaria che, però, nel corso del racconto sembra destinato a vivere all’ombra di Hélène, la moglie che, a partire dalle prime pagine, si impone come protagonista. Eppure senza i faldoni in cui Louis ha catalogato tutti i documenti sparsi raccolti nel corso di settant’anni, per Emmanuel Carrère sarebbe stato molto difficile scrivere la sua storia familiare. “Questi faldoni sembrano vere e proprie monografie, rilegate, divise in capitoli, illustrate da alberi genealogici ma anche da mappe, incisioni o foto, tutto nella sua bella grafia elegante, verticale e inclinata, difficilmente leggibile”.
Kolchoz nasce dal bisogno di riscoprire la dimensione verticale dell’esistenza. Nonostante il mondo in cui viviamo ci appaia incomprensibile e destinato alla catastrofe, scopriamo che la dimensione verticale non è né superflua né insignificante. La dimensione orizzontale è quella che si collega all’amore, all’amicizia, a tutto ciò che stiamo vivendo nell’oggi. La dimensione verticale esplora i rapporti tra le generazioni. “Genitori e figli, antenati e discendenti, che hanno abitato mondi diversi, condiviso altri racconti collettivi, altri valori, altri assiomi- dal momento che ciò che era ovvio per i nostri nonni, a noi risulta non solo estraneo ma spesso scandaloso”. È la dimensione peculiare del “romanzo familiare”. Ma, si chiede Carrère, in un mondo che si sta sgretolando, perché raccontare le vicende di una famiglia? Non sarebbe compito della letteratura parlare d’altro? In realtà, come vedremo, in Kolchoz si parla anche d’altro. “Si parlerà molto dell’Ucraina e della feroce guerra che vi sta conducendo la Russia”. Perché per lo scrittore la Russia è una questione di famiglia. Perché ogni microcosmo familiare non è mai veramente chiuso in se stesso ma sempre orientato al “fuori” al mondo vero. Si parlerà della rivoluzione d’ottobre, di Stalin, di Eltsin, di Putin, della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra con le sue contraddizioni. Perché ripescare i ricordi del passato quasi sempre consente di illuminare, anche se molto parzialmente, le zone d’ombra che pervadono il tempo in cui viviamo.
Il romanzo si apre con il racconto dei funerali di Stato di Hélène Zourabichvili, madre di Emmanuel Carrère e figlia di un georgiano, Georges, e di una russa che ha un nome poco russo, Nathalie. Georges e Nathalie si incontrano a Parigi negli anni ‘20. Tutti e due sono esuli. Tutti e due si trovano a Parigi con le loro famiglie perché “fuggiti” dalla rivoluzione d’ottobre. Tutti e due appartengono alla categoria che possiamo definire senza mezzi termini “vittime della storia”. I genitori di Georges, scappati dal loro paese nel 1921, quando i sovietici invadono la Georgia, vivranno da esiliati prima a Istanbul e poi a Parigi. Si danno da fare per sbarcare il lunario ma perdono definitivamente la loro agiatezza e non torneranno mai più nel loro paese. A Parigi ci sono anche tanti esuli russi che vivono nell’illusione di “restaurare in tutto e per tutto una società che, tranne loro, nessuno più voleva. Si sforzavano di credere che il bolscevismo non sarebbe durato e che avrebbero ritrovato il loro paese, i loro possedimenti”. Tra gli esuli russi c’è anche Nathalie giunta nella capitale francese con la madre. Georges e Nathalie si sposano ma il loro non sarà un matrimonio felice.
L’odissea della famiglia di Georges, il nonno di Emanuel Carrère, ci fa scoprire la storia della Georgia. Non sapevo quasi nulla della storia della Georgia. Non sapevo, per esempio, che la Georgia di oggi era la mitica Colchide, la terra natia di Medea. Leggendo Kolchoz ho imparato che nel 1783 “per sottrarsi all’Impero ottomano, si mette sotto la protezione della Russia – che, nel 1801, procede ad un’annessione pura e semplice”. Nel libro, ancora una volta, è Louis, il padre di Carrère, che ricostruisce le vicende di questo tormentato paese caucasico. “Il Caucaso è stato il Far West dei russi”. Per tutto l’Ottocento, imperversano le scaramucce fra l’esercito coloniale russo e i guerriglieri caucasici “che, rintanati nelle loro montagne, resistono metro per metro all’invasione”. Ai primi del Novecento il paese vive un momento di grande fermento ma, allo scoppio della Grande guerra, i georgiani, che lo volessero o meno, sono costretti a combattere per lo zar contro l’Impero ottomano. Con la rivoluzione del ‘17 sembra che sia arrivata la libertà: la Georgia vive una stagione di vera autonomia. Una parentesi “durante la quale i georgiani si affrettano a redigere una Costituzione – la prima a concedere il diritto di voto alle donne e a eleggere un Parlamento”. Il 27 gennaio 1921 le potenze alleate riunite a Versailles riconoscono ufficialmente la Repubblica democratica di Georgia.Ma il sogno dura poco perché, come già detto, un mese dopo “la Russia dei Soviet lancerà l’XI armata all’attacco della Georgia. Il 25 febbraio sul Parlamento di Tblisi viene issata la bandiera rossa”.
Non è facile costruire un ritratto sintetico di Hélène Zourabichvili, figlia di un georgiano e di una russa. Comincerei dicendo che è una georgiana che vuole a tutti i costi essere francese. Mentre i georgiani sparsi nel mondo rivendicano con orgoglio le loro origini, Hélène è totalmente indifferente a questo sentimento di appartenenza. Vuole essere francese. Tutti i rifugiati russi, in virtù di una deliberazione della Società delle Nazioni, erano apolidi. Helene, prima del matrimonio con Louis, il padre di Carrère, chiede e ottiene la cittadinanza francese. Favorevole allo ius soli, sostiene, però, che la cittadinanza bisogna desiderarla, volerla veramente. Il giorno in cui le viene conferita “si aspettava che la interrogassero, che le facessero cantare La Marsigliese”; ma l’impiegato municipale che la riceve si limita a controllare i moduli compilati e a consegnarle il passaporto francese. E lei resta profondamente delusa. Da ragazza, esule con la madre, aveva deciso di parlare solo il russo e mai il georgiano. “Ma ormai era francese e ha voluto esserlo senza riserve”. Sceglie la Francia contro la Russia e la Georgia e, con grande rammarico di Carrère, con i figli non parlerà mai in russo ma solo in francese.
Hélène Zourabichvili, diventa un’esperta di storia russa, scrive libri su Lenin, su Stalin, sulle repubbliche islamiche dell’URSS. Sarà consulente di politica estera di cinque presidenti francesi e verrà eletta segretaria perpetua dell’Académie française. Le sue idee sulla storia russa sono originali anche se non sempre condivisibili. Non ha amato Gorbaciov mentre, fino a un certo punto, ha apprezzato Eltsin. Ha molte perplessità su Putin ma, nonostante pensi che sia un mafioso, ritiene “che una prima generazione di gangster può produrne una seconda o almeno una terza più civile”. Poi, quando Putin decide di invadere l’Ucraina, Hélène resta smarrita; convinta che Putin non avrebbe mai mosso guerra a Kiev perché non è un pazzo, non riesce a comprendere le ragioni della sua scelta. Carrère, al tempo dell’invasione, si trova in Russia per girare alcune scene del film tratto da Limonov in cui recita una piccola parte. Le riprese vengono sospese e rimandate a data da destinarsi e, dopo qualche esitazione, lui decide di restare a Mosca. Nell’hotel in cui si trova assiste ai notiziari surreali che sembrano ignorare volutamente le notizie legate al conflitto. Non si può pronunciare la parola guerra. Un’amica da Parigi chiede a Carrère, a telefono, se la gente reale sta con Putin. La gente reale? Come si fa a incontrarla? Decide di uscire e di confrontarsi con i tassisti. Forse sono loro la voce della gente reale. Un terzo dei tassisti si rifiuta di parlare. Un terzo ripete i mantra della propaganda ufficiale, un terzo nega che ci sia una guerra: il tempo è bello, quale guerra?
Ma il romanzo di Carrère, nonostante si affacci continuamente sul presente, vuole essere una storia familiare e, come tutte le storie familiari, è affollata di ricordi dei tempi dell’infanzia. A volte ricordi nitidi, altre volte dai contorni poco marcati. Il ricordo più intenso che dà il titolo al libro risale al 1961. Nascono le due sorelle di Emmanuel, Nathalia e Marina e la famiglia si trasferisce nell’appartamento al sesto piano dello stesso edificio in cui aveva vissuto a pianterreno. Emmanuel, Nathalia e Marina dormono spesso nella camera matrimoniale con la madre anche perché il padre viaggia molto per lavoro. “Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz. Non so fino a quando lo abbiamo fatto – direi: per molto tempo ancora dopo aver smesso di credere a Babbo Natale”. Nei paragrafi finali, quando la madre sta per morire, i tre figli, per l’ultima volta ritrovano il rito della loro infanzia. Si sistemano per la notte accanto a lei nella stanza di ospedale dove Hélène è ricoverata. “Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera al Jeanne-Garnier, abbiamo fatto per l’ultima volta kolchoz”.
Il rapporto tra Hélène e Louis, i genitori di Carrère, è intenso e problematico. Il loro amore nasce avvolto da un’aura di tenerezza ma si trasforma in un ménage anomalo, indecifrabile, a tratti umiliante per Louis. Tutto si incrina quando emerge la relazione extraconiugale di Hélène con un importante diplomatico che, probabilmente, la donna ha conosciuto a Mosca nel corso dei suoi viaggi. La scoperta sconvolge la serenità della casa e ha effetti devastanti per Louis che viene relegato in una stanza piccolissima in fondo all’appartamento, poco più di uno sgabuzzino. Non dormirà mai più con la moglie e i due coniugi smettono di parlarsi. Hélène non ha il coraggio di andare fino in fondo e di lasciare il marito. Forse perché Louis ha rivelato a un’amica della moglie che, se lei lo avesse lasciato, lui si sarebbe ucciso. La donna resta in famiglia ma non perdonerà mai a Louis di averla costretta a restare. E Louis piomba in una sofferenza profonda. Carrère racconta un episodio straziante: nell’appartamento in cui abitavano, per andare in bagno era necessario passare davanti alla stanza nella quale il padre viveva confinato. La porta di quella camera non chiudeva bene e, dallo spiraglio, una volta scorge il padre. “È in maniche di camicia e cravatta, è sdraiato sul lettino, come una statua. Ha gli occhi aperti, rivolti verso il soffitto. Non mi vede. Non si muove. È impietrito dalla sofferenza. Tutto ciò che ama, tutto ciò che dà senso alla sua vita, è mia madre, e mia madre si sta allontanando da lui. Ama un altro, lo abbandona. Senza di lei, lui non può vivere. Non vuole più vivere”.
Ma Hélène ha un rapporto difficile anche con Nicolas, il fratello più piccolo. I due sono agli antipodi su tutto. Lei è una donna di successo orientata politicamente a destra; lui conduce una vita da militante di sinistra sempre alla ricerca di una causa da difendere. Li divide anche l’intenso legame che si stabilisce tra Emmanuel e lo zio. “A partire dalla mia adolescenza ha esercitato su di me un’influenza pari a, e in competizione con, quella di mia madre – il che è stato per lei fino all’ultimo giorno motivo di un rancore tenace, inconfessato, irredimibile”. La vita di Nicolas, come quella di Hélène, è segnata dalla scomparsa del padre Georges che, nel settembre del 1944, si trova risucchiato dal clima di vendetta che regna nella Francia liberata dall’invasione tedesca. Viene prelevato da tre partigiani e portato via. Di lui non si saprà più nulla. A quel tempo Nicolas è un bambino e la madre e la sorella lo tengono all’oscuro della verità. Gli raccontano che il padre è in viaggio. Ma, inesorabilmente, la verità viene fuori; a scuola Nicolas subisce il bullismo dei compagni di classe che accusano il padre di essere stato un collaborazionista. Nicolas vuole conoscere la verità ma in famiglia continuano a mentirgli, a negare le accuse rivolte a Georges; il bambino è smarrito e si mette a cercare ossessivamente tracce del padre finché non trova un documento che ne certifica la morte. Il clima di menzogna in cui è stato costretto a vivere da bambino è alla base del rapporto mai risolto tra Nicolas e la sorella; una incapacità di “incontrarsi” che segnerà le loro esistenze senza nessuna possibilità di scioglimento.
Vorrei concludere le mie riflessioni su Kolchoz con una vicenda terribile che Carrère riporta nel libro; una di quelle tragedie che segnano la storia del Novecento e che sono state colpevolmente rimosse. All’inizio del 1946 Stalin decreta un’amnistia generale per tutti coloro che avevano lasciato il paese dopo la rivoluzione d’ottobre. Offre agli esuli disposti a tornare in patria la piena cittadinanza e li invita “a costruire, anch’essi, una società più giusta, più prospera, più allegra – poiché, come aveva proclamato al termine del Grande Terrore: «La vita è diventata più allegra»”. Il dittatore dichiara esplicitamente di voler fare tabula rasa e prospetta addirittura la restituzione delle terre confiscate ai tempi della rivoluzione. Tra i russi in esilio c’è molta incertezza. Ci si può fidare delle promesse di Stalin? Molti decidono di partire. Un gruppo di esuli parte da Marsiglia su una nave chiamata Rossija. “La crociera verso il radioso avvenire era colma di promesse. I passeggeri a bordo ballavano, sorridevano, brindavano”. Altri partono in treno. Ma quando giungono nella patria ritrovata scoprono l’agghiacciante verità. Ad attenderli ci sono gli uomini del NKVD, il servizio segreto sovietico. È una trappola! “Alcuni sono stati fucilati sul posto, altri incarcerati per «rapporti con la borghesia occidentale», la maggior parte spediti in un campo di transito. Dopo la confisca dei passaporti, sono stati arbitrariamente disseminati ai quattro angoli dell’Impero”.
Questo è Kolchoz. Un libro che nasce dal bisogno di raccontare una storia familiare e che, continuamente, a partire dalle vicende private, ci costringe ad aprire finestre sul passato e sul presente mostrandoci scorci ignoti, inattesi e, molto spesso, incomprensibili.
Dino Montanino
Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.
Ho percorso, pagina dopo pagina, come fossero esse stesse altrettanti approdi, il “Breviario Mediterraneo” di Predrag Matvejevic alla ricerca delle Civiltà perdute, delle storie aggrovigliate, dei popoli e delle genti che si sono mischiati, combattuti, fusi e confusi, delle coste con spiagge accoglienti e falesie ardite che talora non temono il confronto con l’oceano, e delle terre su di esso adagiate, verdi e rigogliose o arse e pietrose, sempre abitate dall’olivo, punteggiate dal fico, tratteggiate dalla vite, segnate a sud e a oriente dal deserto, a nord da montagne, valli e pianure e ovunque accarezzate dal mare cosparso di pietre che non han visto basse maree e abitato da pescatori, gabbiani e delfini docili e suadenti di giorno ma infidi e nefasti per il notturno, faticoso pescare.
Mi sono perduto più di una volta tra i marosi sollevati dalla tramontana o gonfiati dal libeccio e tra le infinite isole ho dovuto invocare il soccorso di Predrag per indovinarne i nomi, venir fuori dai loro labirinti e ritrovare la strada per l’alto mare aperto.
D’altronde se doveste decidere anche voi di navigare per il Mediterraneo o soltanto di immergervi nel Breviario che tutto lo scandisce non dimenticate che vi trovate a fare i conti con un mare che certo non ha l’immensità geografica degli Oceani ma, per converso, ha l’immensità senza confini dell’Umanità che lo ha attraversato e che tuttora lo abita o lo concupisce sia pure con più di qualche peccato.
Ma Predrag, che i segni di quei peccati aveva sperimentato sulla sua pelle e che nei Balcani aveva registrato l’ultimo smarrimento della Civiltà Mediterranea che mai si pensava avrebbe potuto ancora vacillare, indica proprio nella incommensurabile capacità del Mare di purificare ogni peccato, e nell’antidoto da esso custodito, la risposta a ogni sopraffazione, ogni violenza e ogni bestemmia contro l’Umanità.
…
L’incontro con Predrag Matvejevic
Ho conosciuto Predrag Matvejevic nel 2010. Avevo appena letto il suo “Breviario Mediterraneo” ed, in sequenza, “Danubio” di Claudio Magris che del Breviario aveva scritto la prefazione da cui traspariva non solo l’ammirazione per lo scrittore jugoslavo, come Predrag amava definirsi, ma anche l’amore, lui triestino, per quel mare dei tre continenti che il suo Danubio per tremila chilometri aveva inseguito finendo tuttavia per sfociare nel Mar Nero che del Mediterraneo era comunque parte integrante e che per il tramite dei Dardanelli felicemente ve lo condusse. Nel 2011, allorché egli era ormai naturalizzato italiano avendo ricevuto la cittadinanza italiana nel 2007, invitai Predrag Matvejevic a tenere la prolusione di apertura ad un simposio di studiosi, imprenditori e politici che giungevano da tutta Europa, dal Mediterraneo in particolare ed anche dal resto del mondo per discutere di Mezzogiorno e Mediterraneo in un periodo storico in cui l’uno e l’altro sembravano aver perso l’antica simbiosi. Il primo tutto proteso a settentrione, Mare del Nord e Atlantico, in cerca di qualche spiraglio di sviluppo, il secondo costretto ad un ruolo di piattaforma nelle contese delle potenze a vocazione più o meno imperialista, prima che divenisse, nei tempi recenti, custode di quanti, in fuga da violenze, guerre, fame, vi lasciavano la vita.
Fu una sorpresa, o forse un azzardo calcolato e con lui deciso. Un intellettuale, un letterato, un poeta del Mediterraneo chiamato a indicare possibili alternative e coordinate del progresso europeo da cui dipendeva il futuro anche del Mezzogiorno italiano? Sembrava una stravaganza se non proprio una burla. Non solo per il Mezzogiorno egli avrebbe dovuto tracciare l’orizzonte. Lo avrebbe dovuto fare anche per la Grecia e la stessa Spagna ed anche la ex Jugoslavia di cui Predrag Matvejevic continuava a sentirsi un romantico, sopravvissuto sostenitore non potendone più essere cittadino. Più di qualcuno era scettico. Anzi del tutto ostile. Predrag nel suo intervento introduttivo, raccontò il Mediterraneo. La sua civiltà, la sua cultura, la sua vocazione di Continente oltre i continenti. Il suo essere naturale orizzonte e destino obbligato per l’Europa, innanzitutto. La forza che gli derivava dai tre continenti che su di esso affacciavano avrebbe potuto essere il giusto contrappeso per un equilibrio mondiale capace di favorire pace e progresso contro lo sfruttamento della globalizzazione selvaggia e predatrice. Le reazioni furono, paradossalmente, assai lusinghiere. I presenti sembrò, per un attimo, si fossero specchiati nelle cose che diceva quell’intellettuale un pò scanzonato e controcorrente, la giacca un po’ troppo larga ed il ciuffo ribelle che andava e veniva sulla fronte in quella chioma bianca e fluente che chiedeva continui interventi per tenerla a bada. Le cose, a simposio terminato, seguirono il loro verso. Ovviamente quanto ineluttabilmente. Il Mezzogiorno continuò ad arretrare illudendosi di declinare a proprio vantaggio il paradigma costruito sulle sponde del Mare del Nord e dell’Atlantico. La Grecia continuava a dibattersi tra i marosi della tempesta, le repubbliche ex jugoslave cercavano di ritrovare un qualche equilibrio stabile che facesse dimenticare le aberrazioni ancora troppo recenti, l’Europa imbastiva inutili conferenze sul Mediterraneo e questo languiva incredulo e triste tra le sponde dei suoi tre, un tempo, gloriosi continenti. … La sera, al termine dell’ultima giornata dei lavori del nostro simposio, eravamo ai primi di luglio, Predrag mi prese sottobraccio e mi disse “perché
non ce ne andiamo in un posto sconosciuto sulla costiera Sorrentina a cercarci una piccola trattoria da cui godere il golfo e Napoli con il Vesuvio, tutto insieme? Siamo nella terra delle sirene e magari troveremo una sirena ad affascinarci”.
Così disertammo la cena ufficiale e ce ne andammo per conto nostro. Chiesi lumi in albergo ad una mia amica del ricevimento. Lei capì e mi fece cenno di sì con la testa. Dopo mezz’ora arrivò un pulmino bianco pieno di bernoccoli sui fianchi. Montammo. Con Predrag c’era Emma una sua amica napoletana, una regista teatrale, venuta appositamente per incontrarlo. Con me vi era Miriam che allora non meditava di percorrere altre vie lontano da me. Vi era anche un’altra coppia di amici. Il pulmino si avviò per strade sconosciute lungo la costa che saliva verso nord. Nel buio imboccò una stradina apparentemente impossibile da percorrere, scommettemmo, ed assai preoccupante anche, dati gli scossoni che imprimeva all’interno per gli urti rimediati tra un lato e l’altro del viottolo. Ma l’autista ci tranquillizzava con la sua spensieratezza. Cantava e parlava con un’allegria contagiosa inanellando motivi, ritornelli, frasi e parole in larga misura incomprensibili ma dalla musicalità ammaliante. Il pulmino imboccò infine una discesa a rotta di collo fermandosi davanti ad uno stretto palazzotto a due piani addossato al monte a sua volta dominato in alto da maestosi pini marittimi che si protendevano in avanti. A mezza costa vi erano altre poche case, pure quelle, dio solo sa come, abbarbicate tra le rocce sporgenti. Il pulmino si arrestò di botto sulla piazzola antistante inchiodato dall’autista il quale continuò a canticchiare mentre caracollando sulle anche scompariva all’interno. La costruzione assai essenziale e senza pretese, se si eccettua un piccolo pergolato che anticipava l’ingresso, mostrava a pian terreno i segni di una trattoria, tra questi un’insegna di legno scrostata e quasi illeggibile, dei tavolini anche questi di legno nella prima stanza ed un intenso profumo di mare dappertutto. Dalla cucina arrivavano gli echi di una conversazione a più voci assai melodiosa tra l’ilare, il divertito e il curioso. Di fronte, appena discosta dal pergolato si apriva una piccolissima insenatura ricolma di ciottoli piatti. In fondo il golfo in tutta la sua interezza oltre che magnificenza. Napoli, Il Vesuvio ed il Monte Somma erano lì per noi, si sarebbe detto, oltre che per quanti, fortunati al pari di noi, per caso si fossero imbattuti in un qualche altro angolo simile a quello. Era buio fondo ormai ed il cielo si vestiva a festa con una parata di stelle sterminata. Due ragazzi uscirono dalla trattoria recando con sé un tavolo che andarono a sistemare sul bagnasciuga tra i ciottoli.
Il mare lento e silenzioso sembrava complice. Andava e veniva sotto i nostri piedi. E arrivò la sirena. Era imponente. Aveva fianchi larghi e seno generoso. I capelli tirati sulla nuca intrecciati a crocchia erano neri e lei era ancor giovane seppur, alla maniera delle popolane partenopee, consapevolmente disattenta ad ogni ostentazione pruriginosa o seducente. “Va buò” disse mentre faceva sistemare piatti e stoviglie. “Stasera ci siti sulamente vui”, sottolineò strascicando quel “sulamente” come una nota lunga, lunga e isolata a significare probabilmente che tanto le era stato chiesto e lei volentieri aveva acconsentito. Quanto al pesce, se non avevamo niente in contrario, ci avrebbe pensato lei, annunciò suadente, con i suoi figli che continuavano ad interloquire beatamente tra loro e con lei stessa creando un siparietto straordinario in cui la lingua napoletana ci accarezzava tutti e mandava in estasi Predrag. L’autista doveva aver raccontato la nostra avventura ed anche il terrore che in qualche momento si era disegnato sui nostri volti. Era il terzo fratello e figlio. Di padri non se ne vedevano e non se ne videro quella sera. E noi trascorremmo una serata indimenticabile. Cullati dallo sciabordio del Tirreno che lì abitava il Golfo, eravamo ammaliati dalla meravigliosa musica che animava il discorrere della sirena e dei suoi figli ed affascinati da quel cielo stellato che di più non si sarebbe potuto immaginare. Eravamo prigionieri della fantasmagoria mediterranea. Di fronte a noi le silhouette del Monte Somma e del Vesuvio ammiccavano complici. Quest’ultimo montava la guardia mostrando il suo inconfondibile, meraviglioso profilo mentre il Monte Somma gli faceva il contro canto, poco discosto. Predrag si piegò verso di me, mise mano alla tasca interna dell’ampia giacca estraendone un taccuino con una penna e disse guardandomi quasi in estasi
“Questo è il Mediterraneo. Un Mare che non finirà mai di sorprenderti e che non potrai mai scoprire del tutto, tante sono le sue facce, i suoi approdi, i suoi popoli, le sue lingue, i suoi cieli, i suoi misteri, i suoi segreti. Un’altro breviario dovrò scrivere per raccontare questo angolo, questa sirena, questo monte, quel viottolo impercorribile che si stringeva e si allargava misteriosamente davanti al nostro pulmino. E con esso raccontare di Partenope e di tutte le terre che costellano i mari che danno forma al Mediterraneo.”
Poi mi guardò, tacque e “Anche tu dovrai scrivere del nostro Padre Mediterraneo, non dimenticartene” sillabò. Predrag qualche anno dopo morì. Lui non riuscì a scrivere un nuovo Breviario e a me rimase il suo invito. A cui non posso dare seguito se prima non racconto il suo Mediterraneo.
Il Mediterraneo è come una silloge poetica. Non ti impone un inizio come il romanzo. Ti lascia libero di scegliere da dove, come e quando iniziare. Perché ogni approdo, ogni spigolo, ogni angolo, ogni popolo possiede in sé, tutto intero, il Mediterraneo. Esattamente come la musa a cui Omero chiedeva ispirazione pregandola di manifestarsi in un punto qualsiasi e da lì condurlo alla scoperta del suo universo a lei legato da un filo tenue e leggero eppure impossibile da spezzare.
…
Il Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejevic
Da dove cominciare dunque? Dal Mare o dalla terra? Dal mare che unisce o dalla terra che divide? Dagli approdi selvaggi o dai moli? Dalle coste o dalle isole? E ancora, quali sono i confini del Mediterraneo? Praga e Salisburgo ne fanno parte o ne sono fuori? E la Baviera, da dove parte il Danubio?
Predrag Matvejevic conosce il Mediterraneo sin nei suoi anfratti più nascosti, eppure quello ancora gli sfugge, si nasconde, gioca a rimpiattino, infine si mostra in una caletta improbabile, in un angolo scoperto per caso dove si annuncia con la musica dei linguaggi e vaga con l’eco portata dal vento lungo le coste per dare loro vita imperitura.
Non sono solamente dialetti quelli che vengono parlati nei villaggi, a ridosso delle torri, dei castelli e delle cattedrali, sulle barche o nelle piazze, da cerchie di gente minuscole eppure capaci di trattenere nelle loro parole la storia del mondo.
Quelle parlate, per quanto lontane e dimesse, sconosciute addirittura al di là dei loro stessi confini, hanno lo spessore della vita e vivificano i territori che le hanno generate, dando senso alla loro esistenza ed evocandone la memoria in un processo osmotico di profonda, intima contaminazione con la storia dei tre continenti disposti intorno al mare comune.
Cos’è dunque il Mediterraneo? Dove comincia? Dove finisce? È solo una distesa di acque marine, un mare da solcare per muoversi e raggiungere terre lontane, tra loro distanti?
Trasportare merci? Oppure è mare e terra allo stesso tempo, un continente terraqueo, liquido e solido, tutto insieme e tutto mischiato?
Ed i suoi confini? Come per gli Oceani anche per esso la sua estensione finisce dove cominciano le coste ed appare la terra ferma? O, per un miracolo unico sul pianeta, si estende oltre, fino a comprendere isole, penisole, promontori, fiumi, laghi, mari interni, lagune, catene montuose, popoli, nazioni, storie, civiltà, miti e religioni, lingue infinite e genti infinite anche queste e porti non solo per le navi da diporto o da trasporto ma anche per i pescatori e moli e golfi e bacini e fari? “Non solo… È tutto questo, ma non solo”. Risponde Predrag Matvejevic. Cos’è allora il Mediterraneo? Una distesa di terre intorno ad un mare incastonato per il capriccio della natura che lo ha lasciato fluire dall’Oceano all’imbocco delle Colonne d’Ercole per instillare negli uomini il desiderio di conoscenza e di avventura? O al contrario sono state le profondità lasciate dalla fine delle glaciazioni tra l’Europa, l’Africa e l’Oriente asiatico a risucchiare l’oceano trasformandolo nel mare che, a differenza di quello, è da esse contenuto e definito? O ancora è il mare che attraversa i continenti e li fa suoi anche quando questi si stendono sino a raggiungere dalla parte opposta gli Oceani immensi? E quali sono queste terre e questi continenti? Dove iniziano e dove finiscono le terre del Mediterraneo? Bisogna penetrarne l’anima, la sua anima poliedrica, multiforme e proteiforme se vuoi davvero conoscerlo il Mediterraneo e predisporti ad un lungo viaggio. Un viaggio lento in cerca della luce e del buio, della luna e del sole, della notte stellata e del giorno che ti acceca e ti sorprende, delle stagioni, tutte, proprio tutte, dalla primavera all’inverno, passando per l’estate e per l’autunno. E magari conoscere i miti che lo hanno abitato, gli dei antichi e quelli più recenti e infine quelli veri e quelli falsi, vecchi e contemporanei. E le scritture, quelle sacre anche, da cui potrai scoprire il rapporto dei popoli con il Mediterraneo o con il mare semplicemente, avverte Predrag. Yahweh aveva aperto le acque davanti al popolo ebreo in fuga dall’Egitto per farli camminare sulla terra ferma e li tenne bloccati per quaranta giorni nel deserto piuttosto che farli andare per mare. (Libro dell’esodo 13:17). Gli stessi discepoli di Cristo pescavano su un lago, il lago di Tiberiade (Luca 4,38), non sul mare. I discorsi il Maestro li teneva sui monti e per sé scelse il Golgotha. Ma gli Apostoli solcarono i mari. Pietro giunse a Roma e Paolo evangelizzò il Mediterraneo, dopo essere naufragato a Malta ( Atti degli Apostoli, 27-28). E Giacomo, dicono abbia raggiunto la Spagna prima di tornare a Gerusalemme ed essere messo a morte, primo fra gli apostoli, da Erode Antipa, erede di Erode detto il grande.
Allah, al contrario, apprezzava il mare ed incoraggiava i credenti a conquistarlo. Nel Corano la salvezza e la prosperità passano attraverso il mare e le navi sono paragonate ai cammelli del deserto ed i venti alle guide. Egli è colui che ha sottomesso il mare, recita il sacro testo dell’Islam (Corano. Sura 16:14) e più avanti afferma che le navi solcano il mare in virtù della grazia e della potenza divina ( Corano. Sura 31:31). Arabi, Berberi, Saraceni e Musulmani sarebbero divenuti in breve dei formidabili navigatori e le loro flotte avrebbero percorso, in lungo ed in largo, il Mediterraneo. Corsari musulmani avrebbero, dal canto loro, in più circostanze tenuto sotto scacco il Mediterraneo. Nel 1565 il corsaro Dragut già viceré di Tunisi assediò Malta e solo il valore e la determinazione dei Cavalieri di San Giovanni che da allora divennero Cavalieri di Malta ne scongiurarono la capitolazione sia pure grazie agli aiuti arrivati dalla Sicilia e dalla Spagna. Ma anche Salomone, nonostante la ritrosia del popolo ebreo, possedeva delle navi mentre gli antichi Egizi avevano costruito una flotta per raggiungere il mare aperto, prima dal Nilo, quindi da Alessandria. Cleopatra da ultimo portò le sue navi sin nell’Egeo, ad Azio, per lo scontro finale tra Augusto e lei stessa con Antonio. In palio il dominio del Mediterraneo e del mondo che intorno ad esso si raccoglieva. L’antica Persia era Mediterraneo. Anelava al Mediterraneo. Ingaggiò guerre su guerre con i Greci per affermare il suo diritto ad essere nel Mediterraneo. Un diritto infine sancito da Alessandro il Macedone. Nessun popolo al mondo fuori dal Mediterraneo ha un rapporto così forte con il mare. Come se nel Mediterraneo vi fosse piantato il loro stesso onphalos.
La scansione del tempo, la luce e il pensiero mediterraneo
Allora non resta che salire a bordo di un peschereccio, di un battello, di un veliero e percorrerlo il Mediterraneo. Prendendosi il tempo che ci vuole. Perché nel Mediterraneo non alberga la fretta e tanto meno la frenesia.
La luce, sottolinea Predrag, lo percorre e lo caratterizza, esaltata dal buio, dalla notte, dall’ombra, dal sole e dalla luna. Dal colore. Artisti e poeti l’hanno cercata da sempre. Hanno intrapreso viaggi lunghissimi per arrivarci.
Il giorno in cui decisi di andare anch’io nel deserto alla ricerca della luce accecante e della notte piena di stella e solcata dalla Via Lattea mi imbattei in Paul Klee giunto dalle montagne svizzere e dalle pianure della Germania. Si era imbarcato a Marsiglia, erano i primi decenni del secolo scorso, aveva attraversato l’intera distesa del mare scoprendo la gradazione della luce
lungo il tragitto che menava a Tunisi. Da qui raggiunse Hammamet e da lì passò nella città santa di Kairouan sempre alla ricerca della quintessenza della luce e dei colori. Ed anche dei confini del Mediterraneo che aveva solcato.
Non lo fece da solo ma con altri compagni e tutti seguendo i tempi mediterranei. Tempi lenti, troppo lenti, se volete raffrontarli con l’approccio del mondo contemporaneo sopraffatto dalla fretta di produrre e consumare.
Ma quelli non sono i tempi della natura. I tempi della natura li trovate qui sul mare e nelle terre mediterranee. I tempi scanditi dalla notte e dal giorno, dal bel tempo e dal maestrale, dal levante e dal libeccio, dalle bufere e dalla bonaccia, dal caldo e dal freddo, dalle stagioni che devono alternarsi tra loro, senza mischiarsi. E se vuoi attraversare il Mediterraneo dovrai entrare in sintonia con i suoi tempi. Li chiamano tempi mediterranei ed il pensiero che li sostiene lo chiamano pensiero meridiano. Al meriggio, in estate, la gente si ferma sulle coste del Mediterraneo. L’aria è calda e consiglia di sostare all’ombra di un olivo, di un fico, di un carrubo, di un noce, della parete di una torre o nell’intimità di una casa. Per lasciar libera la fantasia di vagare. Dare modo al corpo di ritemprarsi. Scambiare le proprie impressioni con il vicino. Ritrovarsi in convivio con tutta la famiglia. Grandi e piccini, giovani e vecchi. Lasciar fluire la memoria da monte a valle e ritrovare le energie per andare avanti. In primavera si attende Persefone, si prega Demetra e si va in processione mostrando, nel prezioso ostensorio, il Corpus Domini, per chiedere di render fertile la terra e abbondanti le messi. In autunno si colgono i frutti e si accudisce l’orto per l’inverno e si semina per l’estate e in inverno si dà mano alle provviste estive e si loda Dio o l’Universo per quanto si è fatto e costruito e ci si prepara ancora una volta al ritorno della bella stagione. E per cogliere tutto questo dovrai addestrarti alla riscoperta del senso del limite e della misura, parametri che definiscono l’armonia universale, indispensabile, come sosteneva Platone, per un corretto vivere ed un efficace operare. Il limite dettato dalla Terra in quel che fai e la misura che dovrai trovare in te per quanto devi consumare evitando sprechi. Le residue putee o putie sulle coste siciliane e della Magna Graecia, l’apothéke in terra greca, i magazzini o makhazin, i Suq o Suk, i Bazar sulle coste arabe, in Persia ed in Turchia e nel deserto del Sahara ti libereranno dall’ansia estraniante dei centri commerciali e degli ipermercati che
accatastano merci in sovrappiù e concentrano consumatori che han smarrito il senso del necessario e del superfluo. È sempre Predrag a parlare. Per quanto mi riguarda non posso che assentire convinto oltre che entusiasta.
Ho incontrato delle putie sui monti Nebrodi in Sicilia e nelle terre di mezzo delle Murge, della Daunia, del Matese, dell’Irpinia, delle Terre Sannitiche e in tutto il Sud. A Fes, in Marocco ho scoperto il fascino religioso della Medina.
Essa, tutta intera, mischiava makhazin e suq o suk, abitazioni, bazar, laboratori e telai, concerie e produttori di babouche, battitori di rame e incisori d’argento, fabbri e fucine che esponevano la loro merce sulle piazze e dappertutto, spezie e agli, cipolle e arance, angurie su banchi e carretti giunti direttamente dalle campagne e, avvicinandosi la festa del sacrificio di Ibrahim, pecore e montoni sulle spalle degli uomini occupavano la Medina custodita da infinite schiere di gatti appartenenti a qualcuno e tutti a ciascuno.
Non c’erano trappole consumistiche e non vi erano sotterfugi o trucchi commerciali. La Medina pullulava di gente ma non vi era alcun segnale di frenesia. Le contrattazioni procedevano intense e puntigliose, appassionate o occasionalmente accese ma sempre al riparo da ogni pressione e tampoco da ogni inganno; il prezzo si formava laddove domanda e offerta si incontravano.
Le voci si alternavano e si sovrapponevano melodiose o sincopate ma si ascoltavano senza sopraffarsi e ciascuno raggiungeva il suo scopo. Era un formicaio caotico appena ci entravi, la Medina, ma essa rivelava la sua natura ordinata ed il suo dispiegarsi efficace e rispettoso delle ragioni e delle esigenze di chi vendeva e di chi comprava lasciando per intero il convincimento di aver conosciuto il senso più profondo ed autentico, ancestrale dell’universo umano.
Predrag mi guarda con occhi soddisfatti. Anche Elias Canetti ne parla nel romanzo “le voci di Marrakech”chiosa entusiasta. Il Corano stesso, aggiunge, incoraggia il commercio (Sura 24, 7) laddove nostro Signore scacciando i venditori dal tempio (Giovanni, 2, 12) ne ha spostato lo sviluppo lontano da Dio. Forse è tutta qui la differenza. Nella Medina, nei bazar e suq che la popolano, ma anche nelle residue putie o putee nostrane tu potrai ritrovare la dimensione ancestrale del rapporto con gli altri.
Limite e misura sono i binari entro i quali è necessario far procedere la propria vita al riparo dagli eccessi e dagli sprechi ma anche al riparo dalla tracotanza verso i propri simili e verso il creato o Dio, se più vi piace. Esse tengono al riparo da ogni tracotanza umana perché le genti del Mediterraneo conoscono la Hybris e sanno cos’è la Nemesis.
Non che nel Mediterraneo non si pecchi e non si bestemmi. Anzi. Ma anche nei peccati, nelle guerre, l’umanità si è sempre ben guardata dall’offendere il divino ed anche le bestemmie, sono sante bestemmie. Non maledizioni contro Dio ma sfogo contro tutto ciò che nega la felicità degli uomini e li costringe alla più nera fatica. Le antiche religioni ed anche le nuove e le loro scritture fustigavano o addirittura spingevano ad incarcerare i bestemmiatori. Nel libro dell’Esodo è scritto che il Signore Dio non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano (Libro dell’Esodo 20:7). Il Corano, dal canto suo, afferma che coloro i quali offendono Allah ed il suo Messaggero vengono condannati. (Corano. Sura 33:57). Ma i bestemmiatori, il più delle volte, erano in pace con Dio e le loro invettive non erano contro Dio ma contro un destino amaro che, ahimè, faticavano ad addomesticare. I pescatori sono i più terribili bestemmiatori ma sono anche i più fedeli adoratori del Dio che bestemmiano e lo invocano nella tempesta e nella notte buia e senza stelle.
La navigazione tra terre, mari e popoli
Resi edotti dello spirito del nostro mare, andremo a navigare verso i confini del Mediterraneo come gli Argonauti di Giasone. Raggiungeremo per primo il Mar Nero e la Tauride sulle tracce di Agamennone e di Ifigenia; attraverseremo il Mare d’Azov e circumnavigheremo la penisola di Crimea, un tempo abitata dai Tauri, dai Dori e dagli Ateniesi che vi fondarono le prime colonie e cercheremo il glorioso Regno del Bosforo prima di spostarci sulle coste dell’Ucraina al confine con la Romania ad incrociare il Delta del Danubio.
Il Mediterraneo non è solo distesa marina e dunque come Odìsseo bisognerà sbarcare nelle terre che lo circondano e, cercarlo, magari seguendo le carte nautiche e geografiche, fin dentro il cuore dell’Europa, nella Foresta Nera seguendo il Danubio che lì nasce, l’Austria e la Pannonia, la Dalmazia e la Slovenia, l’Ungheria, i Balcani e di nuovo la Romania.
Lo sapevano bene i Romani e altrettanto bene lo sapevano i Saraceni che con le loro navi ed i loro eserciti si spinsero sin là, mentre il Conte Vlad Terzo, divenuto l’impalatore nella fantasia popolare e Dracula, signore dei vampiri per la penna dell’irlandese Bram Stoker, li combatteva rifugiandosi nel suo castello di Valacchia sui Monti Karpazi. L’Europa, tutta intera è Mediterranea.
Se voi andate ad Helsinki ci trovate l’Italia futurista e razionalista mentre il museo d’arte Ateneum riecheggia la Grecia e a Stoccolma, nella vecchia città, ci trovate Barcellona, il barocco e la Spagna. Ad Amsterdam ed a Bruges ci trovate Venezia e ad Anversa e Gand le cattedrali della chiesa cristiana nata in Palestina e affermatasi a Roma.
A Londra Shakespeare si nutriva dei miti mediterranei da Cipro a Verona e lord Byron combatteva per la libertà della Grecia e per essa moriva.
L’Oriente dai tempi degli Egizi, di Salomone e della Regina di Saba, dei Romani, dei Greci e dei Persiani, di Dario e Serse, di Alessandro il Macedone, è stato la quintessenza del Mediterraneo. Napoleone, ancora nei tempi moderni, si pose sulle loro orme.
Il paradiso terrestre era tra il Tigri e l’Eufrate. Da lì i progenitori, Adamo ed Eva, popolarono le contrade asiatiche e quelle africane prima che i loro discendenti si spostassero nel resto del mondo allorché questo emerse completamente e gli Oceani si frazionarono.
L’Africa dal canto suo si distende da un capo all’altro sul Mediterraneo. Da Occidente ad Oriente. Non solo i popoli e le nazioni costiere, fossero essi i Lestrigoni o i Ciclopi siciliani, i Lotofagi della Cirenaica, gli abitanti della nobile Libia o della Mauritania, Algerini o Tunisini, Egiziani o Arabi, Berberi o Musulmani, erano parte essenziale del Mediterraneo.
Predrag, mentre l’equipaggio governa il veliero ne parla con trasporto e con dovizia di particolari. Il deserto, il Sahara, la sabbia con il Libeccio e lo Scirocco, con le palme ed i datteri, i laghi prosciugati e le rose calcaree rimaste sul fondo, corrono verso il Mediterraneo e sulle sue sponde si acquietano e da esse le genti partono per solcarlo il Mare, ovunque esso si distenda.
Esattamente allo stesso modo dei popoli e delle nazioni che abitano l’Europa e prima l’intero mondo romano.
Romani e Cartaginesi, Fenici e Greci, e quindi Arabi e Persiani han solcato il Mediterraneo rendendolo casa e patria comune. Certo, guerre, conquiste e reconquiste non sono mancate ma esse hanno consolidato il concetto di Patria comune.
E se tale concetto vien meno non è per volontà, o colpa, del Mediterraneo che lo custodisce nelle profondità delle sue falesie su cui si infrangono oggi i sogni di quanti ad esso accorrono. Predrag discorre, indica un’insenatura, mostra un faro, chiede di raggiungere Malta e di approdare a Gozo, l’isola di Calipso secondo alcuni, quindi invita a puntare su Stromboli, ritenuta anch’essa, da altri studiosi degli itinerari omerici, il rifugio della ninfa che trattenne con il suo amore ed il fior di loto
l’eroe di Itaca per sette lunghi anni prima di lasciarlo andare, per ordine di Zeus a lei giunto per il tramite di Ermes, messaggero degli dei. Anche tra Scilla a Cariddi seguiamo le tracce di Odìsseo e nella terra delle Sirene all’altezza di Capri.
In prossimità della costa Predrag segue il volo di un gabbiano, evoca i delfini, immagina le lampare, chiama le tonnare sfiorando Favignana ed elenca i diversi tipi di pesca praticati al largo delle coste appena superate. Mi racconta la storia ormai conclusa, delle spugne che stazionano in fondo al mare sui banchi di roccia e tra le alghe.
I pescatori di spugne, scendevano in apnea nelle profondità legandosi come zavorra delle pietre in vita e con un lungo arpione usato come un giavellotto infilzavano le spugne, come guerrieri sulla piana di Troia, e le depositavano in un sacco anch’esso legato in vita e salivano e scendevano finché quello non fosse stato riempito. E una volta riemersi tornavano a riva, sui moli, le scogliere, le piazze dei villaggi le lasciavo asciugare ed essiccare.
Le spugne arrivavano così, porose e rugose, docili e sensuali al tatto sui tavoli dei mastri sartori che le usavano per addomesticare le stoffe e dare loro le torsioni necessarie sotto il pesante ferro da stiro ricolmo di carboni ardenti. Io conoscevo bene quelle spugne dalla multiforme struttura. Ovali o tonde, bitorzolute come parallelepipedi sforacchiati, sempre irregolari e mai uguali, bellissime, grigie tendenti al colore della terra con l’uso.
Al largo dell’Adriatico meridionale, sulle coste della Messapia, non era infrequente che i pescatori portassero a riva con il pescato anche un carico di spugne. E quelle spugne le avevo inzuppate e strizzate innumerevoli volte nella bottega del mastro sartore in cui mi recavo bambino, al pomeriggio, dopo la scuola, per evitare pericoli, mi diceva mia madre, ma anche per imparare un mestiere fuori dai campi, non si sa mai, nella vita. E Predrag chiamava in superficie, dopo i pescatori di spugne, quelli di corallo e quelli salivano con interi rami di color rosso, alberi in miniatura addirittura. Niente a che fare con le spugne. Il corallo è un nobile abitante delle profondità marine e diviene nelle mani di artisti, orafi e gioiellieri prezioso monile. Sulle coste della Sicilia, in Sardegna e nel Golfo di Napoli ed anche nel golfo messapico di Gallipoli i pescatori ne raccolgono in quantità e botteghe e atelier lo lavorano e lo vendono ovunque nel mondo. Ancora oggi. Torre del Greco a due passi da Sorrento, Pompei ed Ercolano, da Oplontis anche, dove dimorava la divina Poppea in una villa raffinata e maestosa, è per il corallo quel che Amsterdam è per i diamanti. O, almeno, potrebbe esserlo, commento al termine del mio racconto a beneficio di Predrag. … Intanto l’equipaggio del nostro veliero ha continuato la navigazione. Dopo il Mar Nero, la Tauride e la colta Odessa, avevamo solcato l’Egeo, toccato le sue isole e gli arcipelaghi, i suoi promontori, le sue punte, Capo
Sunio con il tempio di Poseidone, le sue Meteore con gli arditi monasteri vietati al genere femminile per non turbare l’ascesi dei monaci forse o per la troppo ardua fatica necessaria a raggiungerli. Dopo aver rivolto lo sguardo alla Troade che ospitò Ilio, abbiamo puntato verso la Sicilia e la Magna Graecia, Siracusa, Taranto e Crotone, per poi virare verso i Balcani e quindi di nuovo verso la Spagna e la Francia.
Andiamo in cerca dell’ultimo confine segnato dall’olivo, dice Predrag. Lo dobbiamo a Fernand Braudel che indicò appunto nell’olivo il limite del Mediterraneo. Lo abbiamo lasciato sulle sponde dell’Africa e in Oriente, l’Olivo. Lo abbiamo contemplato costeggiando l’Italia, adesso andiamo a trovarlo sulle sponde francesi e spagnole, liguri anche e sarde, ma dovremo attraccare a Barcellona o a Valencia e inoltrarci nel continente a nord ovest. In Portogallo. Crescono ulivi superbi che non temono l’oceano da quelle parti e con essi la macchia mediterranea. Ha ragione Braudel: non esiste Mediterraneo senza l’Olivo. Esso ne disegna i limiti più esterni e i suoi alberi fronzuti, i suoi tronchi centenari, millenari e plurimillenari addirittura, i suoi rami contorti e poderosi delimitano i tre continenti che si dispongono intorno alle sue distese marine, ne rinfrescano i territori e ne insaporiscono le tavole con il fluido delle verdi olive, dopo aver illuminato, sino ad un passato non lontano, con l’olio lampante, le piazze di Venezia ed i viali di San Pietroburgo. Ma anche il fico, dice Predrag, lo segna. Ad Oriente nel Paradiso terrestre Adamo ed Eva si nutrirono del dolce frutto del fico per la tentazione del demonio e la maledizione di Dio. Ma non basta, sottolinea con una punta di lieve soddisfazione. Anche le nazioni e le genti del deserto, i nomadi esperti conoscitori di oasi, piste e carovane per cammelli e dromedari appartengono al Mediterraneo. Lungi dal definire una cesura, come pure possono indurre a pensare, le immense distese del Sahara ne rappresentano la più ardita estensione, afferma Predrag rivolgendosi al suo amico Fernand Braudel che ci guarda, compiaciuto, da lontano. La sabbia dorata arriva con lo scirocco che attraversa il mare e ne deposita enormi quantità sulle contrade europee. Non è solo questione geografica. Da quelle parti sorgeva il continente di Atlantide che del Mediterraneo era parte fondante, a sentire Platone che ne parla nei suoi dialoghi Timeo e Crizia. Un luogo della cultura primigenia, fonte della civiltà costruita nei millenni passati dentro ai suoi spazi. Ma non è ancora finita. Ci sono le storie, le epopee, le poesie, i venti che quelle portano dappertutto a scandire i confini del Mediterraneo.
Sono le civiltà che su di esso sono nate, si sono scontrate, si sono sovrapposte fino a crearne delle nuove che le prime contenevano e tutte concorrevano ad espanderlo, il Mediterraneo. Sono stati gli dei antichi e quelli più recenti, le religioni nate le une dalle altre, fondendosi magari e che anche quando fan fatica a riconoscersi non possono negare la comune radice.
E con esse sono le lingue, i vocaboli e le parole dalla comune etimologia a portarsi il Mediterraneo in ogni angolo delle coste e dell’entroterra dove non esistono dialetti ma solo nobili linguaggi.
La ricchezza delle diversità. Genti, pietre, asini.
Siam giunti sul Tirreno, nel frattempo. Paestum, Elea e Cuma, l’antro della Sibilla Cumana e Averno, da dove si entrava nel regno dei morti, sfilano all’orizzonte ed anche Capri ed Ischia, l’antica Pithecusa, isola delle scimmie o degli eccelsi maestri vasai, stando al grande storico e naturalista romano Plinio il vecchio che ne parla nella sua Naturalis Historia e che conosceva bene quelle terre essendo la flotta dell’impero posta sotto il suo comando di stanza a Capo Miseno al momento dell’esplosione del Vesuvio-Somma che allora erano una cosa sola e che distrusse tutto il litorale con Pompei ed Ercolano
Predrag ha chiesto di lasciare per ultimo l’Adriatico. Da quelle parti c’è casa sua. O almeno quella che fu casa sua. Nato da padre ucraino ma di etnia russa e da madre croata-bosniaca, a Mostar in Jugoslavia, oggi Bosnia ed Erzegovina, egli sente ancora sulla pelle la ferita dei massacri fratricidi che hanno insanguinato i Balcani e che, per lunghi anni, hanno spento la luce in quelle contrade, eppure proprio in esse il Mediterraneo ha raggiunto uno splendore pari a quello dell’antica Grecia, con Venezia, Ragusa e le città della costa e dell’entroterra che qui saldarono la propria storia con quella di Roma. Dunque il Mediterraneo si estende sin dove cresce l’olivo, come sottolinea Fernand Braudel ma esso, insiste Predrag Matvejevic, va oltre l’olivo e la macchia mediterranea, il clima e la biodiversità che lo accomunano, le storie e le poesie che volano con i venti. Va anche oltre i venti. Sono le diversità che fanno il Mediterraneo. Afferma guardandomi in tralice per difendersi dal sole ormai basso all’orizzonte. E prende a raccontare le infinite sfaccettature di questo mare che arriva dalle glaciazioni primordiali, che è sopravvissuto allo strangolamento delle Colonne d’Ercole ed anche all’assalto degli Oceani. Qualcuno aveva addirittura pensato di prosciugarlo il Mediterraneo, nel secolo appena trascorso, costruendo una diga ciclopica per arrestare l’Oceano tra le Colonne d’Ercole. Avevano pronto anche il nuovo nome per l’Europa: Atlantropa.
Fortunatamente la storia a metà di quel secolo prese un’altra direzione. Con Predrag, felici dello scampato pericolo, riprendiamo la nostra navigazione nel Mediterraneo noto. Tra gli approdi e le isole, i porti e i fari, le coste e le città, le genti e il loro parlato, i canti ed i dialetti, le civiltà e le culture, i cibi e le coltivazioni, i popoli e i solitari asceti che tutto lo circondano. Le guerre anche e le invasioni, le continue contaminazioni, i luoghi, i miti, gli eroi… Le Termopili e Salamina, Leonida, Alessandro e Dario, le nazioni e gli imperi, gli dei dell’Olimpo e il Dio di Abramo, la religione di Cristo e quella di Maometto. Tutto e tutti han tracciato i confini del Mediterraneo.
Le terre che su di esso si affacciavano erano sacre ed il mare stesso provvedeva a sfamare chi non aveva niente. Sulle coste e sulle isole dello Ionio, del Tirreno e dell’Adriatico si combatteva la miseria mettendo a bollire le pietre del mare. Pietre antiche che non avessero conosciuto bassa marea e intrise di segrete, quanto misteriose e miracolose capacità nutritive. E mentre Predrag scandisce le ultime parole riemerge la nenia che mia madre silenziosamente evocava mentre là fuori tirava il vento di tramontana. “Dormite bambini, quando vi sveglierete avrete di che mangiare” cantilenava come in un lamento o in una ninna nanna una donna curva su sé stessa per gli stenti e la fatica mentre i piccoli chiudevano gli occhi e quella riprendeva ad armeggiare intorno alla pentola vuota. Quella storia adesso assumeva un’altro sapore. Nel Mediterraneo tutto si tiene. Non solo i popoli e le storie ma anche i racconti, dai Cunti sull’aia alle storie delle Mille e una notte. Da queste parti il mare era un destino, insieme alla campagna. La notte a pescare e il giorno a zappare, arare, seminare, falciare. E non solo quei pescatori e le loro mogli ma anche la gente del villaggio probabilmente sapeva di quelle proprietà misteriose nascoste nelle pietre di mare che messe a bollire liberavano sostanze imprigionate da sempre tra i loro pori e tali da attutire se non altro i morsi della fame. Non solo le pietre ma anche gli animali sono stati da sempre compagni degli uomini, continua a narrare Predrag . Si, certo i nobili cavalli. Ve ne erano dei superbi che avrebbero potuto gareggiare con i cavalli di Zeus. E vi erano i buoi e le mucche. Le pecore e le capre ed i porci. Odisseo approdò ad Itaca e si fermò proprio dal suo fidato porcaio, Eumeo. Con lui organizzò la liberazione della reggia prima di rivelarsi a Penelope. Ma vi erano anche i muli, testardi e tenaci e soprattutto gli asini, ciuchi o ciucci, tenaci e mansueti e amici degli uomini.
In ogni posto gli asini, sottolinea con grande trasporto Predrag, sono chiamati con nomi diversi, addirittura con nomi familiari. Tutto esprime grande empatia e partecipazione se non affetto per questo quadrupede umile e sempre disponibile a girare le ruote e le macine nei frantoi ipogei, a trasportare carichi che pendono da un lato e dall’altro del bastio, a camminare sempre accanto al suo padrone riconoscendolo e mai mostrandogli segni di stanchezza. Anche nostro Signore volle un asino per il suo trionfo a Gerusalemme prima del Golgotha. Ed un asino fu compagno della sacra Famiglia nella fuga in Egitto intrapresa per sfuggire all’eccidio di Erode, chissà perché chiamato “il grande”.
Sono piccoli di stazza gli asini a cui faceva riferimento Predrag. Li trovi su tutte le coste del Mediterraneo e meritano più di un pensiero riconoscente. Ma quelli delle Murge sono grandi come cavalli, faccio osservare. Nel Mediterraneo la gente conosceva la fatica e il sapore della miseria e quindi coltivava come un premio la presenza di quegli asini, piccoli o grandi che spesso finivano per essere l’unico sostegno ed anche l’unica compagnia e nella loro fatica custodivano come un comandamento religioso anche il senso del limite e della misura.
La Fata Morgana. Le mappe e i glossari
Gli individui e i popoli conoscevano e praticavano, con il senso del limite e della misura, la Pietas e la Compassione. Coltivavano il timore di dio, rifuggivano dalla tracotanza e accoglievano l’ospite e lo straniero sacri agli occhi di Zeus, Padre degli dei e massimo reggitore dei destini degli uomini.
Le guerre non cancellavano il rispetto, e il recupero dei feriti con la sepoltura dei morti interrompevano guerre e battaglie. Non si uccideva per disprezzo dell’altro e non si accumulava per affamarlo e finché lo spirito antico e la legge primordiale hanno scandito la convivenza umana lungo le coste, le terre ed il mare nello spazio mediterraneo, son si praticavano genocidi e nemmeno gli olocausti per nessun motivo.
L’odio e la sopraffazione umana provocava l’intervento divino e la Nemesis avrebbe ricomposto l’armonia a costi drammatici tuttavia per colpevoli ed innocenti. E la gente, potenti e popolani, lo sapeva e coltivava la virtù o comunque si guardava dalla Hybris temendo l’ira divina.
Il Mediterraneo era Patria comune oltre ogni divisione. E chiunque poteva spostarsi da una sponda all’altra sentendosi a casa. Era un po’ soprappensiero Predrag mentre così si esprimeva. Probabilmente aveva negli occhi i genocidi, le guerre e gli eccidi che si sono consumati e si consumavano a Oriente, a Occidente e a Sud oltre che a Nord.
Il Continente Mediterraneo forse non esiste più, ma lui non lo diceva.
Nel suo Breviario egli aveva cantato la storia del mare che fu dei Fenici e dei Cretesi, degli Achei e dei Persiani, dei Romani e dei Cartaginesi, dei Cristiani, degli Ebrei e dei Musulmani. Quel mare non potrà mai essere cancellato, afferma deciso mentre ci rimettiamo in mare, dopo l’ennesima sosta.
Altre coste, gli approdi, i moli scorrono sotto i nostri occhi, isole, golfi, bacini locali che prendono il nome della terra che bagnano. All’orecchio arrivano le conversazioni che si intrecciano e che si manifestano ad ogni approdo con l’eco di alfabeti antichi, le voci di popoli scomparsi, le memorie di migrazioni compiute o naufragate.
E intanto l’aria si intrufola nelle nostre vele, i refoli giocano con esse e ci accompagnano come messaggeri di Eolo incaricati di agevolare la nostra navigazione. “Il Mediterraneo”, afferma Predrag dopo un momento di prolungato silenzio che somigliava ad una tentazione mistica o ad un desiderio di intimità religiosa con l’universo intorno a noi, “nasce, cambia e talvolta muore con i suoi venti, umili o prepotenti. Le correnti lo attraversano. La spuma e le nuvole lo seguono e le albe ed i tramonti lo rendono unico e prezioso.
Non basta una vita a percorrere le rotte del Mediterraneo, a raggiungere la sabbia del deserto. Il miraggio viene in aiuto talora. E la Fata Morgana ti fa vedere ciò che non c’è e ti illude di poter toccare ciò che è lontano. Anche questo è Mediterraneo.”
E se non ce la farai ad attraccare in ogni porto e insenatura, se non ce la farai a passare da uno all’altro tutti i fari che illuminano la costa e indicano il pericolo o al contrario segnalano via libera da secche, scogli affioranti e promontori pericolosi, se non ricorderai tutte le isole, gli arcipelaghi i promontori e le penisole, potrai aprire i vecchi libri dei navigatori-esploratori e cercare sulle carte nautiche quanto non sei riuscito a vedere lungo gli itinerari mediterranei. Troverai carte e pergamene, veri e propri tesori, mappe di un’umanità in cammino che cercava di fissare le sue conoscenze a beneficio di tutti. Potrai osservare il nostro mare guardato da sud. Capovolto rispetto all’idea che ci hanno somministrato nei secoli i colonizzatori del nord. Ci fu un tempo in cui il Sud era la terra del latte e del miele, la terra del sapere e della poesia, della libertà e dell’avventura e le carte mostravano un Mediterraneo capovolto perché allora, a differenza della realtà attuale in cui la gente sale a nord, interi popoli scendevano verso sud. E troverai gli infiniti fari che non hai visto lungo le coste. E se non sei riuscito ad ascoltare le tante lingue, le innumerevoli parole, i termini con cui marinai, pescatori, gente del Mediterraneo nominava venti e barche, posti e approdi, scandiva bestemmie e pronunciava preghiere, chiamava i venti e le bonacce, le burrasche e le mareggiate, i pesci e i
molluschi, beh allora dovrai cercare nei glossari in cui valorosi testimoni con certosina pazienza hanno raccolto ogni vocabolo, ogni bestemmia, ogni preghiera, ogni vento, ogni sponda, ogni angolo, ogni linguaggio declinandoli nella parlata dei tanti, incantevoli posti che incorniciano il Mediterraneo.
Non solo, li ritroverai anche nelle lingue del deserto e delle montagne che ad esso appartengono. Per i secoli dei secoli.
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Testi e autori richiamati
Predrag Matvejevic. Breviario Mediterrano, Garzanti 2010 Claudio Magris. Danubio, Garzanti, 2015 Elias Canetti. Le voci di Marrakech, Adelphi, 2024 Omero. Odissea, Einaudi, 1989 Dante. Divina Commedia. Inferno, Casa Editrice Le Lettere, 1996 Albert Camus. L’Homme Révolté, nella versione di Bompiani, 2009 “L’Uomo in Rivolta Platone. Dialoghi, Einaudi, 2020 Platone. La repubblica, traduzione di F.Sartori. Laterza 1999 Paul Klee. Viaggio in Tunisia. Nuovi equilibri/stampa alternativa,1991 Sacre Scritture. Il rapporto dell’uomo con il mare. Vecchio Testamento. Libro dell’esodo 13:17 Nuovo Testamento. Vangelo di Luca 4,38. Nuovo Testamento. Atti degli Apostoli. 27-28 Corano. Sura 16:14. Sura 31:31 Il Rapporto degli uomini con il mercato. Nuovo testamento. Giovanni 2, 12 Corano. Sura 25:7 Il rapporto degli uomini bestemmiatori con la divinità. Vecchio Testamento. Libro dell’Esodo 20:7 Il Corano. Sura 33:57. Nel testo si fa riferimento ad Atlantropa. Si tratta di un (folle) progetto del 1927 dell’architetto tedesco Herman Sörgel che, attraverso la costruzione di una mastodontica diga sullo stretto di Gibilterra, avrebbe dovuto favorire il prosciugamento di quota parte del Adriatico, del Canale di Sicilia e delle coste mediterranee Tutti i riferimenti sono tratti per diretta citazione, dall’opera di Predrag Matvejevic “Breviario Mediterraneo” o per suggestioni da essa scaturite. I personaggi ed i nomi riportati, Emma e Miriam, sono frutto di fantasia. L’io narrante non coincide con l’autore del saggio.
Antonio Corvino
Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud. Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi. Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno” Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.
Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.
Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente. Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno. Collabora con la rivista letteraria Il Randagio. Collabora con quotidiani cartacei ed on line.
Il tipo statuario tradizionalmente identificato con il Doriforo di Policleto è divenuto, nella cultura moderna, uno dei principali paradigmi dell’arte greca classica. Proprio la forza di questa identificazione ha tuttavia finito per condizionare la lettura dei dati materiali. Poiché il nome Doriforo designa un portatore di lancia, la presenza dell’asta è stata generalmente considerata come un dato acquisito, anziché come un’ipotesi da verificare.
La questione può essere posta in termini molto semplici: la mano sinistra della copia pompeiana è realmente conformata per impugnare una lancia?
Da questa domanda ha preso avvio il riesame della statua. Non dalla volontà di proporre una nuova identificazione, né dal desiderio di sostituire alla ricostruzione tradizionale un’immagine più originale, ma dall’osservazione di un’incongruenza materiale. La disposizione delle dita non sembra infatti compatibile con la presa regolare di un’asta cilindrica. Occorreva dunque rovesciare il procedimento seguito abitualmente: non partire dal nome per stabilire quale attributo collocare nella mano, ma partire dalla mano per verificare quale attributo essa potesse effettivamente sostenere.
La copia rinvenuta nel 1797 nella cosiddetta Palestra Sannitica di Pompei fu ricomposta da Angelo Solari fra il 1809 e il 1817. Nel corso del restauro venne inserita nella mano sinistra un’asta. Quando, nel 1863, Karl Friederichs riconobbe nel tipo il Doriforodi Policleto, la figura appariva dunque già come un portatore di lancia. Non è possibile stabilire in quale misura l’integrazione di Solari abbia orientato la sua proposta; resta tuttavia il fatto che l’asta moderna precedette l’identificazione e contribuì a consolidarla. Il restauro offriva un’immagine, il nome sembrava confermarla e l’autorità del nome finì a sua volta per rendere necessaria la lancia, trasformando progressivamente un’ipotesi ottocentesca in un dato apparentemente acquisito.
Osservata senza questo presupposto, la mano sinistra presenta una conformazione diversa da quella richiesta dalla presa di un’asta. Il mignolo e, in misura minore, l’indice avanzano rispetto al medio e all’anulare. Le dita non si chiudono uniformemente intorno a un elemento cilindrico. La loro disposizione è invece coerente con un oggetto arcuato: l’antilabé, la presa anteriore dello scudo oplitico, afferrata dalla mano mentre l’avambraccio passava attraverso il pórpax.
A questa osservazione si aggiungono le tracce conservate sull’avambraccio sinistro, in posizione compatibile con il bracciale dello scudo, e i dati emersi dalle indagini in fluorescenza ultravioletta del progetto MannInColours. Le prove pratiche di inserimento dell’asta hanno inoltre mostrato che, se essa attraversa la cavità della mano, raggiunge la spalla in una posizione innaturale, sulla testa dell’omero; se viene collocata nel punto anatomicamente più plausibile, presso la fossa sovraspinata, non passa al centro del pugno, ma si arresta fra l’anulare e il mignolo.
Le prove pratiche confermano dunque quanto suggerisce la conformazione delle dita: un’asta può essere adattata alla figura soltanto forzando la presa o alterandone la posizione naturale. Il problema non riguarda perciò la lunghezza o il peso dell’attributo, ma la sua forma. La mano sinistra non sembra predisposta a stringere un elemento cilindrico; risulta invece coerente con la presa arcuata dell’antilabé.
Il riesame della sinistra conduce necessariamente alla destra. Il braccio destro non pende inerte lungo il fianco: è leggermente avanzato e scostato; il bicipite e i tendini sono in tensione. La mano conserva una cavità quadrangolare, difficilmente conciliabile con una posizione di riposo e più coerente con una presa. Per dimensioni e orientamento, l’ipotesi più economica è che stringesse l’impugnatura di una spada.
Sulla spalla destra è inoltre visibile un foro rettangolare con tracce di ossidazione, interpretabile come sede di un perno destinato al fissaggio dell’aortér, il balteo che attraversava obliquamente il torace e sosteneva il fodero sul fianco sinistro. Su quest’ultimo si conservano abrasioni compatibili con il contatto del fodero. Scudo, spada e aortér non costituiscono quindi tre aggiunte indipendenti: formano un unico sistema funzionale, nel quale la posizione delle mani, la tensione degli arti e le tracce tecniche si spiegano reciprocamente.
La proposta non dipende da un singolo dettaglio. Le repliche di Berlino e Minneapolis conservano una tensione analoga del braccio destro e una cavità della mano riconducibile a un gesto di impugnatura; sono inoltre presenti, sul fianco sinistro, tracce di puntelli compatibili con il sostegno di un braccio gravato dallo scudo. Nessun elemento, considerato isolatamente, è decisivo. È la loro convergenza entro una ricostruzione meccanicamente coerente a costituire l’argomento.
Questa revisione degli attributi non determina automaticamente il nome del personaggio. A Messene, tuttavia, una replica del tipo fu rinvenuta nel ginnasio insieme con immagini riferibili a Hermes e a Eracle. Pausania ricorda nello stesso edificio una triade composta da Hermes, Eracle e Teseo. La coincidenza fra testimonianza letteraria, contesto e attributi rende plausibile l’identificazione della terza figura con Teseo.
Il 3 agosto 2026 a Pompei è stata presentata una nuova fusione bronzea del tipo. Nella fase preparatoria mi era stato prospettato che essa avrebbe consentito di verificare nello spazio la ricostruzione con scudo, spada e aortér. Il bronzo effettivamente realizzato ha seguito una strada diversa: combina il corpo della copia pompeiana con la testa dell’erma bronzea di Ercolano, colloca un akóntion, ossia un giavellotto, nella mano sinistra, lascia vuota la destra ed è stato presentato con il nome di Canone.
La sostituzione della tradizionale lancia con un giavellotto riduce l’ingombro dell’asta, ma non risponde all’obiezione posta dalla morfologia della mano. L’akóntion è più corto e leggero del dóry, ma rimane un elemento cilindrico. Il problema non consisteva nella lunghezza della lancia, bensì nella compatibilità stessa della presa.
Una fusione moderna può rendere visibile un’ipotesi e permettere di valutarne nello spazio l’equilibrio, gli ingombri e la coerenza. Non può però dimostrare da sola le premesse sulle quali è stata costruita. Il bronzo mostra un akóntion inserito nella mano, ma non prova che la mano antica fosse predisposta a reggerlo; mostra una destra vuota, ma non spiega la tensione dell’arto, la cavità delle dita, il foro sulla spalla e le abrasioni sul fianco.
Anche il nome Canone richiede una dimostrazione autonoma. Le fonti antiche distinguono il Doriforo dal Canone: è dunque legittimo rimettere in discussione l’equazione tradizionale fra le due opere. Ma mostrare che il tipo pompeiano potrebbe non essere il Doriforo non equivale a dimostrare che sia il Canone. La sostituzione di un nome incerto con un altro non elimina l’onere della prova.
Il cosiddetto Doriforo continua a essere una delle immagini più rappresentative dell’arte classica. Proprio la sua celebrità, tuttavia, rischia di nascondere la statua sotto le interpretazioni che si sono accumulate intorno a essa. Tornare davanti al marmo significa allora sottoporre nuovamente i nomi e le ricostruzioni alla verifica delle mani, delle tensioni muscolari, dei fori, delle abrasioni e degli ingombri.
È su questo terreno che, da oltre vent’anni, ho cercato di riaprire la discussione: non sostituendo un’immagine consacrata con un’altra destinata a diventarlo, ma restituendo priorità all’evidenza materiale. La mano sinistra, incompatibile con la presa di un’asta cilindrica, costituisce il punto di partenza di questo riesame. Le risposte possono ancora essere discusse; ciò che non dovrebbe più essere eluso è la domanda posta dalla statua.
Vincenzo Franciosi
Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.
Quando il viaggio umanitario diventa ricerca di sé
Mi piace affidarmi alle letture che ispirano fiducia. Perdonerete il gioco di parole ma è proprio la fiducia il primo sentimento che questo libro mi ha trasmesso: la fiducia nella capacità di una buona penna, come quella dell’autrice, di accompagnare, confortare e offrire uno sguardo nuovo sul mondo. Ci sono libri che raccontano un luogo e altri che raccontano uno stato dell’anima. Dal punto in cui il sentiero scompare di Adriana Parrella, pubblicato da Baldini+Castoldi nella collana I Lemuri, sembra appartenere a questa seconda categoria. La quarta di copertina potrebbe far pensare a un memoir di viaggio, a una testimonianza dal fronte delle emergenze internazionali. In realtà il Congo rappresenta soprattutto uno spazio interiore, il luogo in cui la protagonista Amaranta è costretta a ridefinire il proprio rapporto con il dolore, la perdita e con il significato stesso della cura.
Il romanzo evita la retorica dell’eroismo umanitario. Le pagine dedicate alla missione mostrano una quotidianità fatta di organizzazione, responsabilità e problemi concreti: dalla gestione del personale alla prevenzione della malaria, fino alle tensioni di un territorio attraversato dalla violenza. Lo stile della Parrella è sobrio ma attraversato da un forte spirito lirico. La prosa alterna l’osservazione concreta alla riflessione filosofica senza risultare artificiosa. Emblematico, in questo senso, è il paesaggio in cui la natura africana diventa occasione per meditare sulla propria finitezza. Il paesaggio non è semplice sfondo, ma interlocutore silenzioso che ridimensiona l’essere umano e lo riconduce a una dimensione universale.
“I primi giorni di missione passarono, come al solito, con un’intensità estrema in cui ci fu posto per pochissimo altro al di fuori delle cose da imparare e da capire…”
Particolarmente riuscita è anche l’attenzione verso i dettagli apparentemente marginali. Un album da disegno inviato dalla Francia, una bottiglia piena di arachidi, il ricordo di un capretto destinato al sacrificio. Sono oggetti quotidiani che raccontano molto più delle grandi dichiarazioni perché diventano punti di contatto fra culture differenti interrogando continuamente il lettore sul significato della cura, della memoria e del privilegio.
“Nel frattempo, però, intorno a me la vita fermentava in ogni dove, straripando da ogni lato della strada così che non si riuscisse a vedere al di là del prossimo tornante.”
La scrittura evita giudizi semplicistici. Quando affronta temi delicati come il rapporto con gli animali, le dinamiche del colonialismo economico o le contraddizioni della cooperazione internazionale, l’autrice preferisce il dubbio alla sentenza. È una scelta narrativa convincente, perché restituisce la complessità morale di chi vive realmente questi contesti senza pretendere di possedere risposte definitive. Anche la costruzione di Amaranta appare coerente con questa impostazione. La protagonista non percorre un cammino di redenzione lineare; piuttosto, attraversa un processo di progressiva esposizione al mondo, nel quale la fragilità non viene superata ma accettata come parte integrante dell’identità. È un libro che sembra rifiutare sia l’esotismo sia il pietismo, scegliendo invece una dimensione profondamente umana, nella quale il viaggio geografico coincide con quello etico ed esistenziale.
Più che un reportage romanzato, l’opera si presenta come una riflessione sul significato dell’essere presenti nel mondo. E forse il “sentiero” evocato dal titolo non scompare davvero: semplicemente, arriva a un punto in cui non può più essere tracciato sulle mappe, ma soltanto percorso interiormente.
Adriana Mastropasqua*
Adriana Mastropasqua: appassionata di scrittura e storie. Sono una fervida lettrice e mi piace immergermi in mondi sempre nuovi alla ricerca costante della verità. Ho pubblicato due libri: una raccolta di poesie, Sinestesia in divenire (La valle del tempo, 2026) e un romanzo, Keira la prediletta (Marlin, 2026).