Emmanuel Carrère: “Kolchoz” (Adelphi, 2026, trad. Francesco Bergamasco), di Dino Montanino

Una storia familiare.

Kolchoz, l’ultimo lavoro di Emmanuel Carrère pubblicato da Adelphi nell’aprile scorso, è un romanzo familiare che nasce a partire dai materiali che il padre dello scrittore ha raccolto meticolosamente nel corso della sua esistenza. “Negli archivi di nostro padre l’unica cosa in ordine – o comunque organizzata secondo un ordine accessibile – erano i faldoni contenenti le sue ricerche genealogiche. La genealogia è stata il pallino di tutta la sua vita”. Louis Carrère è uno dei personaggi centrali del romanzo, una figura straordinaria che, però, nel corso del racconto sembra destinato a vivere all’ombra di Hélène, la moglie che, a partire dalle prime pagine, si impone come protagonista. Eppure senza i faldoni in cui Louis ha catalogato tutti i documenti sparsi raccolti nel corso di settant’anni, per Emmanuel Carrère sarebbe stato molto difficile scrivere la sua storia familiare. “Questi faldoni sembrano vere e proprie monografie, rilegate, divise in capitoli, illustrate da alberi genealogici ma anche da mappe, incisioni o foto, tutto nella sua bella grafia elegante, verticale e inclinata, difficilmente leggibile”.

Kolchoz nasce dal bisogno di riscoprire la dimensione verticale dell’esistenza. Nonostante il mondo in cui viviamo ci appaia incomprensibile e destinato alla catastrofe, scopriamo che la dimensione verticale non è né superflua né insignificante. La dimensione orizzontale è quella che si collega all’amore, all’amicizia, a tutto ciò che stiamo vivendo nell’oggi. La dimensione verticale esplora i rapporti tra le generazioni. “Genitori e figli, antenati e discendenti, che hanno abitato mondi diversi, condiviso altri racconti collettivi, altri valori, altri assiomi- dal momento che ciò che era ovvio per i nostri nonni, a noi risulta non solo estraneo ma spesso scandaloso”. È la dimensione peculiare del “romanzo familiare”. Ma, si chiede Carrère, in un mondo che si sta sgretolando, perché raccontare le vicende di una famiglia? Non sarebbe compito della letteratura parlare d’altro? In realtà, come vedremo, in Kolchoz si parla anche d’altro. “Si parlerà molto dell’Ucraina e della feroce guerra che vi sta conducendo la Russia”. Perché per lo scrittore la Russia è una questione di famiglia. Perché ogni microcosmo familiare non è mai veramente chiuso in se stesso ma sempre orientato al “fuori” al mondo vero. Si parlerà della rivoluzione d’ottobre, di Stalin, di Eltsin, di Putin, della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra con le sue contraddizioni. Perché ripescare i ricordi del passato quasi sempre consente di illuminare, anche se molto parzialmente, le zone d’ombra che pervadono il tempo in cui viviamo.

Il romanzo si apre con il racconto dei funerali di Stato di Hélène Zourabichvili, madre di Emmanuel Carrère e figlia di un georgiano, Georges, e di una russa che ha un nome poco russo, Nathalie. Georges e Nathalie si incontrano a Parigi negli anni ‘20. Tutti e due sono esuli. Tutti e due si trovano a Parigi con le loro famiglie perché “fuggiti” dalla rivoluzione d’ottobre. Tutti e due appartengono alla categoria che possiamo definire senza mezzi termini “vittime della storia”. I genitori di Georges, scappati dal loro paese nel 1921, quando i sovietici invadono la Georgia, vivranno da esiliati prima a Istanbul e poi a Parigi. Si danno da fare per sbarcare il lunario ma perdono definitivamente la loro agiatezza e non torneranno mai più nel loro paese. A Parigi ci sono anche tanti esuli russi che vivono nell’illusione di “restaurare in tutto e per tutto una società che, tranne loro, nessuno più voleva. Si sforzavano di credere che il bolscevismo non sarebbe durato e che avrebbero ritrovato il loro paese, i loro possedimenti”. Tra gli esuli russi c’è anche Nathalie giunta nella capitale francese con la madre. Georges e Nathalie si sposano ma il loro non sarà un matrimonio felice. 

L’odissea della famiglia di Georges, il nonno di Emanuel Carrère, ci fa scoprire la storia della Georgia. Non sapevo quasi nulla della storia della Georgia. Non sapevo, per esempio, che la Georgia di oggi era la mitica Colchide, la terra natia di Medea. Leggendo Kolchoz ho imparato che nel 1783 “per sottrarsi all’Impero ottomano, si mette sotto la protezione della Russia – che, nel 1801, procede ad un’annessione pura e semplice”. Nel libro, ancora una volta, è Louis, il padre di Carrère, che ricostruisce le vicende di questo tormentato paese caucasico. “Il Caucaso è stato il Far West dei russi”. Per tutto l’Ottocento, imperversano le scaramucce fra l’esercito coloniale russo e i guerriglieri caucasici “che, rintanati nelle loro montagne, resistono metro per metro all’invasione”. Ai primi del Novecento il paese vive un momento di grande fermento ma, allo scoppio della Grande guerra, i georgiani, che lo volessero o meno, sono costretti a combattere per lo zar contro l’Impero ottomano. Con la rivoluzione del ‘17 sembra che sia arrivata la libertà: la Georgia vive una stagione di vera autonomia. Una parentesi “durante la quale i georgiani si affrettano a redigere una Costituzione – la prima a concedere il diritto di voto alle donne e a eleggere un Parlamento”. Il 27 gennaio 1921 le potenze alleate riunite a Versailles riconoscono ufficialmente la Repubblica democratica di Georgia. Ma il sogno dura poco perché, come già detto, un mese dopo “la Russia dei Soviet lancerà l’XI armata all’attacco della Georgia. Il 25 febbraio sul Parlamento di Tblisi viene issata la bandiera rossa”.

Non è facile costruire un ritratto sintetico di Hélène Zourabichvili, figlia di un georgiano e di una russa. Comincerei dicendo che è una georgiana che vuole a tutti i costi essere francese. Mentre i georgiani sparsi nel mondo rivendicano con orgoglio le loro origini, Hélène è totalmente indifferente a questo sentimento di appartenenza. Vuole essere francese. Tutti i rifugiati russi, in virtù di una deliberazione della Società delle Nazioni, erano apolidi. Helene, prima del matrimonio con Louis, il padre di Carrère, chiede e ottiene la cittadinanza francese. Favorevole allo ius soli, sostiene, però, che la cittadinanza bisogna desiderarla, volerla veramente. Il giorno in cui le viene conferita “si aspettava che la interrogassero, che le facessero cantare La Marsigliese”; ma l’impiegato municipale che la riceve si limita a controllare i moduli compilati e a consegnarle il passaporto francese. E lei resta profondamente delusa. Da ragazza, esule con la madre, aveva deciso di parlare solo il russo e mai il georgiano. “Ma ormai era francese e ha voluto esserlo senza riserve”. Sceglie la Francia contro la Russia e la Georgia e, con grande rammarico di Carrère, con i figli non parlerà mai in russo ma solo in francese.

Hélène Zourabichvili, diventa un’esperta di storia russa, scrive libri su Lenin, su Stalin, sulle repubbliche islamiche dell’URSS. Sarà consulente di politica estera di cinque presidenti francesi e verrà eletta segretaria perpetua dell’Académie française. Le sue idee sulla storia russa sono originali anche se non sempre condivisibili. Non ha amato Gorbaciov mentre, fino a un certo punto, ha apprezzato Eltsin. Ha molte perplessità su Putin ma, nonostante pensi che sia un mafioso, ritiene “che una prima generazione di gangster può produrne una seconda o almeno una terza più civile”. Poi, quando Putin decide di invadere l’Ucraina, Hélène resta smarrita; convinta che Putin non avrebbe mai mosso guerra a Kiev perché non è un pazzo, non riesce a comprendere le ragioni della sua scelta. Carrère, al tempo dell’invasione, si trova in Russia per girare alcune scene del film tratto da Limonov in cui recita una piccola parte. Le riprese vengono sospese e rimandate a data da destinarsi e, dopo qualche esitazione, lui decide di restare a Mosca. Nell’hotel in cui si trova assiste ai notiziari surreali che sembrano ignorare volutamente le notizie legate al conflitto. Non si può pronunciare la parola guerra. Un’amica da Parigi chiede a Carrère, a telefono, se la gente reale sta con Putin. La gente reale? Come si fa a incontrarla? Decide di uscire e di confrontarsi con i tassisti. Forse sono loro la voce della gente reale. Un terzo dei tassisti si rifiuta di parlare. Un terzo ripete i mantra della propaganda ufficiale, un terzo nega che ci sia una guerra: il tempo è bello, quale guerra?

Ma il romanzo di Carrère, nonostante si affacci continuamente sul presente, vuole essere una storia familiare e, come tutte le storie familiari, è affollata di ricordi dei tempi dell’infanzia. A volte ricordi nitidi, altre volte dai contorni poco marcati. Il ricordo più intenso che dà il titolo al libro risale al 1961. Nascono le due sorelle di Emmanuel, Nathalia e Marina e la famiglia si trasferisce nell’appartamento al sesto piano dello stesso edificio in cui aveva vissuto a pianterreno. Emmanuel, Nathalia e Marina dormono spesso nella camera matrimoniale con la madre anche perché il padre viaggia molto per lavoro. “Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz. Non so fino a quando lo abbiamo fatto – direi: per molto tempo ancora dopo aver smesso di credere a Babbo Natale”.  Nei paragrafi finali, quando la madre sta per morire, i tre figli, per l’ultima volta ritrovano il rito della loro infanzia. Si sistemano per la notte accanto a lei nella stanza di ospedale dove Hélène è ricoverata. “Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera al Jeanne-Garnier, abbiamo fatto per l’ultima volta kolchoz”

Il rapporto tra Hélène e Louis, i genitori di Carrère, è intenso e problematico. Il loro amore nasce avvolto da un’aura di tenerezza ma si trasforma in un ménage anomalo, indecifrabile, a tratti umiliante per Louis. Tutto si incrina quando emerge la relazione extraconiugale di Hélène con un importante diplomatico che, probabilmente, la donna ha conosciuto a Mosca nel corso dei suoi viaggi. La scoperta sconvolge la serenità della casa e ha effetti devastanti per Louis che viene relegato in una stanza piccolissima in fondo all’appartamento, poco più di uno sgabuzzino. Non dormirà mai più con la moglie e i due coniugi smettono di parlarsi. Hélène non ha il coraggio di andare fino in fondo e di lasciare il marito. Forse perché Louis ha rivelato a un’amica della moglie che, se lei lo avesse lasciato, lui si sarebbe ucciso. La donna resta in famiglia ma non perdonerà mai a Louis di averla costretta a restare. E Louis piomba in una sofferenza profonda. Carrère racconta un episodio straziante: nell’appartamento in cui abitavano, per andare in bagno era necessario passare davanti alla stanza nella quale il padre viveva confinato. La porta di quella camera non chiudeva bene e, dallo spiraglio, una volta scorge il padre. “È in maniche di camicia e cravatta, è sdraiato sul lettino, come una statua. Ha gli occhi aperti, rivolti verso il soffitto. Non mi vede. Non si muove. È impietrito dalla sofferenza. Tutto ciò che ama, tutto ciò che dà senso alla sua vita, è mia madre, e mia madre si sta allontanando da lui. Ama un altro, lo abbandona. Senza di lei, lui non può vivere. Non vuole più vivere”.  

Ma Hélène ha un rapporto difficile anche con Nicolas, il fratello più piccolo. I due sono agli antipodi su tutto. Lei è una donna di successo orientata politicamente a destra; lui conduce una vita da militante di sinistra sempre alla ricerca di una causa da difendere. Li divide anche l’intenso legame che si stabilisce tra Emmanuel e lo zio. “A partire dalla mia adolescenza ha esercitato su di me un’influenza pari a, e in competizione con, quella di mia madre – il che è stato per lei fino all’ultimo giorno motivo di un rancore tenace, inconfessato, irredimibile”. La vita di Nicolas, come quella di Hélène, è segnata dalla scomparsa del padre Georges che, nel settembre del 1944, si trova risucchiato dal clima di vendetta che regna nella Francia liberata dall’invasione tedesca. Viene prelevato da tre partigiani e portato via. Di lui non si saprà più nulla. A quel tempo Nicolas è un bambino e la madre e la sorella lo tengono all’oscuro della verità. Gli raccontano che il padre è in viaggio. Ma, inesorabilmente, la verità viene fuori; a scuola Nicolas subisce il bullismo dei compagni di classe che accusano il padre di essere stato un collaborazionista. Nicolas vuole conoscere la verità ma in famiglia continuano a mentirgli, a negare le accuse rivolte a Georges; il bambino è smarrito e si mette a cercare ossessivamente tracce del padre finché non trova un documento che ne certifica la morte. Il clima di menzogna in cui è stato costretto a vivere da bambino è alla base del rapporto mai risolto tra Nicolas e la sorella; una incapacità di “incontrarsi” che segnerà le loro esistenze senza nessuna possibilità di scioglimento.  

Vorrei concludere le mie riflessioni su Kolchoz con una vicenda terribile che Carrère riporta nel libro; una di quelle tragedie che segnano la storia del Novecento e che sono state colpevolmente rimosse. All’inizio del 1946 Stalin decreta un’amnistia generale per tutti coloro che avevano lasciato il paese dopo la rivoluzione d’ottobre. Offre agli esuli disposti a tornare in patria la piena cittadinanza e li invita “a costruire, anch’essi, una società più giusta, più prospera, più allegra – poiché, come aveva proclamato al termine del Grande Terrore: «La vita è diventata più allegra»”. Il dittatore dichiara esplicitamente di voler fare tabula rasa e prospetta addirittura la restituzione delle terre confiscate ai tempi della rivoluzione. Tra i russi in esilio c’è molta incertezza. Ci si può fidare delle promesse di Stalin? Molti decidono di partire. Un gruppo di esuli parte da Marsiglia su una nave chiamata Rossija. “La crociera verso il radioso avvenire era colma di promesse. I passeggeri a bordo ballavano, sorridevano, brindavano”. Altri partono in treno. Ma quando giungono nella patria ritrovata scoprono l’agghiacciante verità. Ad attenderli ci sono gli uomini del NKVD, il servizio segreto sovietico. È una trappola! “Alcuni sono stati fucilati sul posto, altri incarcerati per «rapporti con la borghesia occidentale», la maggior parte spediti in un campo di transito. Dopo la confisca dei passaporti, sono stati arbitrariamente disseminati ai quattro angoli dell’Impero”.

Questo è Kolchoz. Un libro che nasce dal bisogno di raccontare una storia familiare e che, continuamente, a partire dalle vicende private, ci costringe ad aprire finestre sul passato e sul presente mostrandoci scorci ignoti, inattesi e, molto spesso, incomprensibili.  

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Intervista a Dino Montanino per “Il calciobalilla non avrà futuro” (Guida, 2025), di Gigi Agnano

In “Il calciobalilla non ha futuro“, Dino Montanino racconta due vite, “due solitudini”, che scorrono in parallelo: quella di Lorenza in un paesino della Sicilia, e quella di Paolo tra un piccolo centro della Campania e Napoli. Scopriremo nell’intervista che la storia narrata è quella dei suoi genitori, attraversati e travolti dalle vicende del Novecento, che il destino farà incontrare casualmente proprio grazie a un “biliardino”. Un libro delicato, piacevole, le cui pagine restituiscono un’Italia che non c’è più e che vale la pena ricordare. Abbiamo incontrato Montanino in un bar del lungomare di Reggio Calabria e ne è venuta fuori una chiacchierata che ci auguriamo possa stimolare la vostra curiosità.

Dino Montanino, napoletano, classe 57, liceo classico, laureato in Lettere moderne, tanti anni d’insegnamento, pregresse esperienze teatrali, una vita tra i libri per studio, per lavoro e per passione. Come succede che in piena maturità hai sentito l’esigenza di scrivere il tuo primo romanzo?

L’idea è nata una decina di anni fa. Più volte, in passato, avevo pensato di scrivere un romanzo. Ho almeno una decina di quaderni pieni di appunti, di idee, di possibili storie da raccontare. Ma nessuno di quei progetti si è mai realizzato. Forse perché nessuna di quelle storie mi sembrava davvero interessante. Chiacchierando con le mie sorelle, mi resi conto che molte vicende della nostra famiglia erano ricchissime di spunti narrativi. Perché non raccontare la storia dei nostri genitori che nascono negli anni venti e attraversano una stagione importante di storia italiana? Ho capito che quella era l’idea giusta ma, nonostante l’improvvisa illuminazione, c’è voluto un bel po’ di tempo per metterla a fuoco e realizzarla e solo cinque anni fa la struttura narrativa ha trovato una forma convincente: due vite parallele, due solitudini, raccontate a capitoli alterni e ambientate in luoghi diversi. Quella di mia madre in Sicilia tra Politi, nome inventato, e Palermo; quella di mio padre tra Laureto Campania, anche questo nome inventato, e Napoli. Due solitudini destinate ad incontrarsi per caso, tutti gli incontri importanti avvengono per caso. E con il loro incontro termina il romanzo. 

“Il calciobalilla” è quindi una saga familiare tra la Sicilia e la Campania fortemente autobiografica: qual è lo spazio che hai dato alla fiction? Intendo dire, quanto c’è di realmente accaduto e quanto hai dovuto giocoforza inventare?

Per scrivere il romanzo ho attinto alle fonti che avevo a disposizione. Prima di tutto una fonte scritta. Mio padre, all’età di novantadue anni, ha redatto una disorganica ma preziosa autobiografia e tanti episodi presenti nel romanzo riprendono le note paterne. Mia madre, al contrario, è scomparsa all’età di sessantacinque anni e non ha lasciato nulla di scritto. Di conseguenza, per quanto riguarda la sua storia, ho attinto alla mole disordinata di racconti che ci ha lasciato e che, con l’aiuto delle mie sorelle, ho cercato di riportare alla memoria. Ma, in verità, anche per quanto riguarda mio padre, i ricordi di famiglia sono stati uno spunto prezioso. Naturalmente molti episodi e molti personaggi presenti nel romanzo sono frutto della mia immaginazione. Con l’immaginazione ho colmato il vuoto, ho riempito tutti gli spazi che erano rimasti disabitati. Ho dovuto inventare tutte le volte che dovevo fare i conti con il rimpianto di non aver chiesto ai miei genitori, ai miei zii e alle mie zie, di raccontarmi di più sulla nostra famiglia. L’immaginazione ha dato vita a quello che, altrimenti, sarebbe morto per sempre.   

Una saga familiare, ma anche un romanzo storico che, come ci stai dicendo, attraversa un lungo tratto del Novecento. Nel racconto c’è la descrizione estremamente accurata di eventi, situazioni, ambientazioni, oggetti che immergono il lettore in un passato e in una quotidianità che non ci sono più. Anche i dialoghi in dialetto hanno un che di antico che ci porta nel pieno del secolo scorso. Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca di documentazione e quanto è stato difficile scrivere in due dialetti?

Ho parlato della documentazione “familiare”. Ma le vicende di Lorenza e Paolo incrociano i grandi eventi della storia del Novecento. Eventi noti e meno noti ma tutti importanti e, molto spesso, devastanti. Ho dedicato molto spazio agli anni della Seconda guerra mondiale perché quei tempi terribili tornavano continuamente nei racconti dei miei genitori e, naturalmente, il lavoro di documentazione storica è stato costante e mi auguro preciso. Sicuramente approfondire tutti gli aspetti legati alla vita quotidiana del tempo in cui è ambientato il romanzo mi ha appassionato e catturato quasi quanto il processo di scrittura. Ho imparato tante cose, ho incontrato tanti eventi storici che conoscevo pochissimo o ignoravo del tutto. Penso, in particolare, al movimento separatista siciliano di cui spesso ci parlava mia madre ma di cui non avevo mai compreso la reale portata storica.

La scelta del dialetto non è stata immediata. Ero partito con l’idea di scrivere i dialoghi in italiano ma, molto presto, mi sono reso conto che non era la scelta giusta. Nel mondo che racconto il dialetto era dominante e i dialoghi in italiano facevano perdere autenticità al parlato. Se è vero che il dialetto può allontanare i lettori che provengono da aree geografiche lontane dalla Sicilia e dalla Campania credo di aver trovato il giusto equilibrio evitando, in ogni modo, di scrivere un romanzo linguisticamente “regionale”. Scrivere in dialetto non è stato facile e anche in questo caso ho dovuto fare un importante lavoro di ricerca per evitare approssimazioni e incongruenze ortografiche.  

“Il calciobalilla non avrà futuro” è un titolo fortemente evocativo. Puoi spiegarci come nasce, il suo significato e qual è il ruolo nel romanzo del “bigliardino” (come lo chiamavano al sud quelli della nostra generazione)?

Il cuore della storia, quello che consente l’incontro tra mia madre e mio padre, è il calciobalilla. Un gioco semplice che si diffonde in Italia all’inizio degli anni Cinquanta e, immediatamente, ottiene un grande successo. Non vorrei anticipare troppo; dico solo che il fratello di mia madre ottiene l’esclusiva per la vendita e la distribuzione del calciobalilla nel sud Italia. La scelta si rivelerà vincente anche se, con l’arrivo dall’America del flipper, serpeggia molta preoccupazione tra i distributori di bigliardini. Da qui la frase “Il calciobalilla non avrà futuro”, nella nostra famiglia attribuita a mio zio. Chissà se l’ha mai pronunciata davvero. Una cosa è certa; se l’avesse davvero pronunciata, avrebbe completamente sbagliato profezia. 

Il libro ha una copertina bellissima. É una foto in bianco e nero dell’album di famiglia? Quanto queste foto – e la fotografia in generale – hanno favorito l’innesco narrativo.

La foto di copertina l’ho trovata in una delle tante scatole piene di ricordi che abbiamo in casa. Nell’immagine ci sono mia madre e mia zia che “giocano” a guidare una Topolino. Le foto di famiglia sono state utili sul piano emozionale ma soprattutto per costruire personaggi credibili. Sapere come vestivano le donne e gli uomini del tempo in cui è ambientata la storia, osservare quali erano le acconciature alla moda mi ha aiutato a conferire concretezza ai personaggi. Soprattutto perché non avevo davanti immagini di repertorio (che pure ho utilizzato) ma fotografie di persone del mio ambito familiare, che avevo conosciuto o di cui avevo sentito parlare.

Negli ultimi anni le saghe familiari hanno avuto un grande successo di pubblico. Eppure, mi sembri un lettore più vicino ai Buddenbrook che ai Leoni di Sicilia. Quali pensi che siano i difetti di questo genere di romanzi che ora vanno per la maggiore? E quali sono state le trappole che hai voluto e dovuto evitare durante la scrittura?

Il riferimento ai Buddenbroock mi terrorizza, mi sembra quasi blasfemo. Scherzi a parte non saprei dire quali siano i difetti dei romanzi che, in senso lato, definiamo “familiari”. Sono certo, invece, che il loro successo sia legato al bisogno di leggere storie di ampio respiro che consentono di abitare, di conoscere dal di dentro, periodi storici lontani che la letteratura ci aiuta ad attraversare. Veniamo alle “trappole”. Per chi, come ho fatto io, decide di scrivere una storia di famiglia nella quale compaiono personaggi realmente vissuti, l’insidia principale è data dal pericolo che i lettori che riconoscono nel testo i loro genitori, parenti, o persone che hanno conosciuto possano reagire con disappunto se ritengono che quei personaggi non siano coerenti con le persone “vere”. Ma è un rischio che vale la pena correre nella convinzione che, come già detto, il romanzo è una mescolanza di verità e immaginazione. 

Qual è stata la reazione dei lettori? Ce n’è stata qualcuna che ti ha colpito o divertito?

Quella che mi ha maggiormente colpito e gratificato è stata la reazione di un mio amico di Cremona. Non solo non ha avuto nessun problema con i dialetti ma, quando era arrivato a metà del romanzo, mi ha scritto: “Tutte le sere, quando vado a letto, dedico un’ora di tempo al tuo libro e i tuoi personaggi (i tuoi antenati) mi fanno una piacevolissima compagnia”. Che cosa si può chiedere di più a un lettore?

C’è un messaggio che mi sento di dare a chi si avvicina al tuo romanzo: di non spaventarsi delle 734 pagine perché si leggono con grande piacere. Qual è invece il tuo messaggio e cosa vorresti lasciasse la lettura del romanzo?

Mi piacerebbe che il lettore conservasse i sapori e le atmosfere che ho cercato di disegnare per conoscere con maggiore profondità, seguendo le vite di Lorenza, Paolo e degli altri personaggi, il travaglio che conduce il nostro paese dagli anni del fascismo fino alle prime propaggini del boom economico.

Gigi Agnano*

Dino Montanino presenta “Il calciobalilla non avrà futuro” a Napoli, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker, giovedì 16 aprile alle 18.15. Introduce Massimo Romano; dialogano con l’autore Elisabetta Abignente e Matteo Palumbo. Letture a cura delle “Macchine Desideranti”.

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Emmanuel Carrère: “Limonov” (Adelphi, 2012, trad. Francesco Bergamasco), di Dino Montanino

Vita indecifrabile di un eroe scomodo

“Sì, ho deciso di schierarmi con il male, con i giornali da strapazzo, con i volantini ciclostilati, con i movimenti e i partiti che non hanno nessuna possibilità di farcela. Nessuna. Mi piacciono i comizi frequentati da quattro gatti, la musica cacofonica di musicisti senza talento… Odio le orchestre sinfoniche e il balletto. Se prendessi il potere, taglierei la gola a tutti i violinisti e i violoncellisti”.

Chi afferma questi principi estremi, disperati, a tratti deliranti è Eduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov. Emmanuel Carrère, in un libro pubblicato in Francia nel 2011 da P.O.I. Èditeur e in Italia nel 2012 da Adelphi, ci racconta la vita avventurosa di un uomo nato in Ucraina nel 1943, che ha vissuto a Mosca tra il 1967 e il 1974, a New York fino al 1980, a Parigi fino al 1989. Torna a Mosca alla fine degli anni ’80 e poi, tra il 1991 e 1992, combatte nella ex Jugoslavia al fianco delle milizie serbe. Combatte a Sarajevo. Poi ritorna in Russia, fonda il partito nazionalbolscevico contro Putin e organizza un campo militare in Altaij, ai confini con il Kazakistan. Viene arrestato, scarcerato e vive gli ultimi anni a Mosca fino alla morte nel 2020 a settantasette anni. 

Chi è Limonov? Dopo aver letto il libro di Carrère non so dare una risposta e vi assicuro che non esagero: l’uomo di cui ci viene raccontata la storia è un personaggio difficile da definire e inquadrare secondo gli schemi di giudizio a cui siamo abituati. Posso solo dire che si fa fatica ad amarlo e che è difficile comprendere e condividere molte delle sue scelte. Se volessimo ridurre tutto a una formula schematica potremmo ripetere le parole del collega di Carrère, direttore di una rivista di attualità, che quando gli viene proposto un articolo su Limonov, risponde: «Ma Limonov è un farabutto di mezza tacca». Carrère replica che bisogna verificare. Dalla verifica invece di un semplice articolo viene fuori un libro. Una biografia? Un romanzo? Un’inchiesta? Sicuramente un libro straordinario e irritante al tempo stesso che ci scaraventa in un universo ricco di suggestioni. Uno di quei libri che ti catturano proprio per il loro carattere spigoloso, scomodo. Un mondo, quello di Limonov, nel quale è impossibile orientarsi. È una sensazione strana quella che si prova; spesso ti senti a disagio quando leggi alcuni passaggi della vita del protagonista. Eppure, nonostante si faccia fatica ad accomodarsi nei diversi capitoli della sua storia, non si ha nessuna voglia di abbandonare la lettura. Più si va avanti, pagina dopo pagina, più sembra evidente che l’esistenza confusa del protagonista non può non essere raccontata. La storia di questo antieroe del nostro del nostro tempo è una storia necessaria. La vita di Limonov sembra inventata, volutamente costruita e pianificata per gettarci in uno stato confusionale. Ma quella di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov è una vita vera: la vita di un russo nato in Ucraina che attraversa la storia del suo paese dal dopoguerra fino quasi ai nostri giorni. Una vita che ci sbatte in faccia una moltitudine di domande senza risposta, una congerie di dubbi che rischiano di incrinare molte delle nostre convinzioni, di intaccare tutti i paradigmi su cui ci siamo adagiati. Chi di noi non ha pensato che con la caduta dell’URSS il mondo avrebbe intrapreso un cammino radioso verso la giustizia e la libertà? Poi leggiamo il libro di Carrère e scopriamo che i russi, dopo tanti anni, hanno ancora bisogno di sentirsi dire da Putin che nessuno ha il diritto di affermare che settant’anni della vita dei loro genitori e dei loro nonni, che ciò in cui hanno creduto, per cui hanno lottato è stato tutto un tragico errore. Che il comunismo è stato qualcosa di grande, di eroico, di bello; qualcosa che credeva nell’uomo e gli dava fiducia.  E anche Limonov la pensa come Putin, anche lui condivide l’idea che i russi non devono in nessun modo rinnegare il loro passato. La pensa come Putin ma dedica l’ultima stagione della sua vita a combatterlo strenuamente senza, peraltro, raggiungere alcun risultato. Carrère arriva ad affermare che se si esamina la vita di Putin si ha “l’inquietante sensazione di trovarsi davanti a un doppio di Eduard (Limonov)”. Se Limonov si trovasse al posto di Putin, “certamente direbbe e farebbe tutto quello che Putin dice e fa. Ma Limonov non è al posto di Putin, e non gli resta che occupare quello, così incongruo per lui, di oppositore virtuoso, difensore di valori in cui non crede (democrazia, diritti umani e stronzate del genere) al fianco di persone oneste che incarnano tutto quello che lui ha sempre disprezzato”. Un eroe velleitario che non può essere Putin perché, per utilizzare un’espressione abusata e talvolta insopportabile, Eduard non è un “vincente”. Per sua volontà decide di stare sempre dalla parte di chi perde pur conservando una vocazione superomistica lontana da qualunque tentazione umanitaria. Il suo desiderio di restare solo a combattere un nemico sempre più invincibile che, in cuor suo, vorrebbe emulare, lo porta a prese di posizioni estreme e volutamente scorrette e indifendibili. La sua esistenza, sostiene Carrère, è una miscela di “disprezzo e invidia” che lo rende antipatico e poco incline alla vita sociale e, probabilmente, anche l’opposizione a Putin è segnata da una marcata frustrazione; la frustrazione di chi voleva arrivare dove è arrivato il suo nemico e non ci è riuscito. Lo dimostra tutta la vita di Limonov che, tra infinite contraddizioni, ha un unico scopo: il successo personale che cerca con ostinata disperazione impegolandosi in un’infinità di imprese velleitarie o facendo di tutto per distinguersi dal mondo che lo circonda. 

Da giovane, in Ucraina, scopre che la sua matura amante è ebrea. Immediatamente prova insofferenza e ostilità nei confronti dell’antisemitismo che pervade il contesto sociale in cui vive. Come ci spiega Carrère, a Limonov si possono imputare le peggiori aberrazioni ma non quella di essere antisemita. Il fatto è che la sua distanza dall’antisemitismo non ha nulla a che fare con la dirittura morale o la coscienza storica. Limonov non tollera l’antisemitismo per mero snobismo, per il suo desiderio di distinguersi a tutti i costi. “Che il russo e più ancora l’ucraino della strada siano notoriamente antisemiti è per lui il miglior motivo per non esserlo. Diffidare degli ebrei è una cosa da zotici con i paraocchi”. E la sua amante ebrea assume, ai suoi e nel suo delirante immaginario, le sembianze di una principessa orientale capace di tirarlo fuori dalla condizione misera in cui era destinato a vivere.

A New York, dopo infinite disavventure, si trova a fare il domestico di un miliardario; di fronte all’incommensurabile ricchezza del suo datore di lavoro, non può fare a meno di chiedersi: “Perché lui e non io?”. E in poco tempo riesce a convincersi che non è quello il suo posto, che lui è destinato a condurre una vita di violenza, l’unica strada possibile verso la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Sogna di “unirsi ai palestinesi o di raggiungere Gheddafi – di cui ha incollato con lo scotch la fotografia sopra il letto, accanto a quella di Charles Mason…”. Pensa che non avrebbe paura di morire; quello che gli dispiacerebbe è morire da sconosciuto. Immagina la prima pagina del «New York Times» che riporta la notizia di lui ucciso da una raffica di Uzi a Beirut. Tutti quelli che lo conoscono direbbero: “Questo è un uomo che ha vissuto veramente”. Morire così varrebbe la pena, non da milite ignoto.  

All’inizio degli anni ’80 si trasferisce a Parigi dove, per la prima volta, incontra Carrère. A Parigi Limonov diventa famoso. Un editore francese ha pubblicato i suoi libri e lui è diventato “una piccola star”. Gli ambienti dei giovani alla moda si innamorano “della sua goffaggine, del suo francese zoppicante e dei suoi discorsi tranquillamente provocatori. Battute crudeli su Solženicyn, brindisi a Stalin: proprio quello che si aveva voglia di sentire in un periodo e in un ambiente che, dopo avere sepolto contemporaneamente la passione politica e le scemenze da fricchettoni, adorava il cinismo, il disincanto, l’algida frivolezza”

A metà degli anni ’80 viene invitato a Budapest, a un convegno internazionale di scrittori. Tra gli altri ci sono la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, che nel 1991 vincerà il premio Nobel, e Alain Robbe Grillet. “Dopo un lugubre dibattito con alcuni scrittori ungheresi, uno degli organizzatori ha manifestato il proprio compiacimento per il fatto di ospitare intellettuali tanto prestigiosi. A quel punto Eduard ha dichiarato di non essere un intellettuale ma un proletario, e un proletario diffidente, né progressista né sindacalizzato, un proletario che sa che ai proprietari tocca sempre la parte dei cornuti”. Di fronte alla meraviglia dei presenti, Eduard rincara la dose. Spiega che, poiché era stato operaio, disprezza gli operai. Poiché era stato povero, disprezza i poveri e non dà loro nemmeno un centesimo. La giornata si conclude al bar dell’albergo dove Eduard dà un pugno in faccia a uno scrittore inglese che parla male dell’URSS. Alcuni presenti intervengono per separarli ma, invece di lasciar perdere, Limonov comincia a tirare pugni come un forsennato scatenando il caos. Nadine Gordimer viene colpita da uno sgabello… .

Quando sale al potere Gorbaciov Eduard non è contento. La popolarità del nuovo leader gli dà fastidio. A tutti quelli che mostrano entusiasmo per il nuovo corso risponde che “il capo dell’Unione Sovietica non deve piacere a quegli stronzetti di giornalisti occidentali, deve fargli paura”. Eduard non sopporta “la glasnost’, né che il potere recitasse il mea culpa, che per riuscire gradito all’Occidente abbandonasse i territori conquistati con il sangue di venti milioni di russi”. Vuole a tutti i costi distinguersi dalla massa. È un bisogno incontrollabile, una malattia da cui non riesce a guarire.  

A Parigi entra in contatto con Jean-Édern Hallier che, alla fine degli anni ’80, aveva rilanciato uno strano giornale: «L’Idiot international». Intorno al giornale il fondatore “aveva radunato un gruppo di scrittori rissosi e brillanti, a cui non si chiedeva altro che di scrivere qualsiasi cosa venisse loro in mente purché scandalosa”. Nella redazione del giornale si incontravano personaggi come Le Pen ma anche sindacalisti comunisti. “Estrema destra ed estrema sinistra si ubriacavano fianco a fianco, e la convivenza fra le opinioni più contraddittorie veniva incoraggiata senza che si ponesse mai il problema di affrontare una cosa tanto volgare come un dibattito”. Il luogo ideale per Limonov che, poiché la sede del giornale era a Place des Vosges, “poteva credere di trovarsi nei Tre moschettieri che tanto aveva amato da adolescente, e vedere in se stesso un d’Artagnan della penna”.   

Dopo aver riportato alcune delle avvincenti e controverse avventure di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov, appare evidente che ci troviamo di fronte a un testimone attivo e, al tempo stesso, inattendibile degli ultimi decenni della storia russa. Quando nell’autunno del 1993 gli oppositori di Eltsin occupano il parlamento Eduard è lì e cerca di spiegare a Ruckoj, un militare capo degli insorti, che bisogna combattere, resistere, distribuire le armi. Ruckoj gli risponde che è prematuro e non è certo un intellettuale che può dare ordini. Intellettuale… Per Eduard quella è la peggiore offesa; decide di uscire dal palazzo del parlamento. Se ne pentirà amaramente perché, il giorno dopo, l’esercito inizia l’assedio che durerà dieci giorni e che si concluderà con un bagno di sangue. Eduard voleva essere lì, a combattere, a morire; e invece resta fuori. Assiste al massacro perpetrato dall’esercito nelle strade, viene ferito ad una spalla ed è costretto a fuggire per evitare di essere arrestato. Questo è Limonov. Un tragico testimone della Storia destinato a restare ai margini a dispetto del suo bisogno di autoaffermazione. Uno sconfitto che con la sua vita sopra le righe ci aiuta ad attraversare il nostro tempo da prospettive inesplorate.

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Theodor Kallifatides: “Madri e figli” (Voland, 2026, trad. Carmen Giorgetti Cima), di Dino Montanino

Tra ricordi, carciofi alla polita e kourambiedes

Madri e figli è un romanzo familiare scritto da Theodor Kallifatides nel 2024 e pubblicato in traduzione italiana da Voland nel gennaio del 2026.  Quando pensiamo alle saghe familiari ci vengono subito in mente opere corpose: I BuddenbrookMenzogna e sortilegio.

Madri e figli, al contrario, è un romanzo breve; eppure Kallifatides, in meno di duecento pagine, riesce a narrare le vicende della sua famiglia attraversando più di un secolo di storia. Il racconto è in prima persona, è un racconto autobiografico. All’età di sessantotto anni Theodor decide di andare ad Atene a trovare la madre novantaduenne. Il protagonista, scrittore affermato, vive in Svezia dai tempi dell’università, è sposato con una donna svedese e da poco è diventato nonno. La madre Antonia, vedova da molti anni, vive sola. Ad Atene è rimasto Stelios, il fratello maggiore di Theodor, che si occupa di lei.

Theodor decide di andare a trovare la madre perché vuole scrivere un libro su di lei. In passato ha scritto due libri sul padre, quando il padre era già morto. Ma Theodor non è più giovane e si rende conto che non può aspettare. “Ormai siamo vecchi tutti e due e il tempo comincia a stringere, se davvero voglio fare ciò che da tempo desidero fare: scrivere di lei. Non volevo scrivere di lei finché era in vita. Adesso però mi sembra di non avere altra scelta. La morte si avvicina per entrambi. E non si sa chi dei due morirà per primo. Devo scrivere di lei e tenere conto del fatto che lei lo leggerà”. E che libro sarà quello che Theodor intende scrivere? Sarà il libro di cui vi sto parlando e che ho letto tutto d’un fiato. Un libro nel quale, tra i tanti temi che lo abitano, affiora di continuo quello della scrittura e dello sguardo dello scrittore. Theodor vuole scrivere della madre ma è consapevole che sarà difficile tenere a bada il demone che avvolge ogni scrittore. Lo scrittore vuole “ricamare, divertirsi, abbellire o imbruttire, esagerare, fare di una gallina un fagiano e di un fagiano una gallina”. Sarà in grado di liberarsi dalla tentazione, connaturata in ogni scrittore, di fuggire dalla realtà? Forse potrà aiutarlo un manoscritto, il lungo testo autobiografico che il padre di Theodor ha scritto all’età di ottantadue anni. Non lo ha scritto per pubblicarlo ma unicamente a beneficio del figlio per conoscere “l’origine della nostra famiglia, vale a dire della famiglia Kallifatides”. Il manoscritto paterno, che Theodor ha portato con sé nel suo viaggio verso Atene, costituisce un elemento chiave di Madri e figli. Da un lato c’è il libro da scrivere sulla madre, il libro che nasce dal breve soggiorno ad Atene a casa di lei, il breve romanzo familiare denso di ricordi, di riflessioni, di emozioni quotidiane; dall’altro il libro già scritto dal padre, di cui Kallifatides ci consente di leggere molte pagine. L’incrocio di questi due scritti, il “libro scritto” e il “libro da scrivere”, generano una struttura narrativa labirintica, apparentemente disorganica e caleidoscopica che, lentamente, trova un suo ordine e ci consente di conoscere a fondo le tormentate, e a tratti rocambolesche, vicende che segnano la storia della famiglia Kallifatides.    

La storia del padre di Theodor è la storia di un uomo che nasce in una famiglia greca che vive in un villaggio vicino a Trebisonda, sul Mar Nero. Molti greci, al tempo dell’Impero ottomano, vivevano nelle regioni dell’attuale Turchia e furono costretti, come avviene per la famiglia Kallifatides, a riparare in Grecia a seguito degli accadimenti che portano alla disgregazione dell’Impero e alla nascita della Turchia moderna. Il padre di Theodor avrà due mogli e tre figli e la sua vita sarà segnata dai tragici eventi della Storia: Grande guerra, esodo dei greci dalla Turchia, Seconda guerra mondiale e invasione italo-tedesca della Grecia, guerra civile greca, dittatura dei colonnelli, ritorno alla democrazia. La vita che ci viene raccontata è una vita di perenne resistenza, è la storia di un uomo probo, che ha dedicato la sua esistenza al mestiere di insegnante, all’educazione dei figli, all’amore per la famiglia. E noi lettori, seguendo le vicende presenti nel manoscritto e ribadite dai racconti della madre di Theodor, abbiamo l’opportunità di conoscere aspetti della storia greca sconosciuti o poco noti. Continuo a pensare, ma forse è una mia ossessione, che uno dei grandi meriti della letteratura sia proprio l’opportunità di venire a contatto con la Storia attraverso le vicissitudini, individuali o collettive, di personaggi che sono costretti a scontrarsi con eventi che travolgeranno la loro esistenza. Una Storia che da racconto specialistico, analisi dettagliata, attenta individuazione di nessi di casualità, diventa esperienza quotidiana, tragico confronto con qualcosa di più grande di noi che, molto spesso, non avremmo mai voluto incontrare. Il padre di Theodor è una vittima della Storia; deve orientare tutta la sua vita a resistere senza mai rinunciare alla sua integrità etica. Una vita condivisa per più di cinquant’anni con Antonia, la sua seconda moglie molto più giovane di lui che nel romanzo, sin dalle prime pagine, assume il ruolo indiscusso di protagonista.

Theodor si tratterrà a casa della madre per sette giorni. Un soggiorno caratterizzato dalla malinconica convinzione che potrebbe essere il loro ultimo incontro. Giorni pieni di ricordi condivisi e di zone d’ombra da rivelare. Giorni segnati dal bisogno di Antonia di cucinare per il figlio. 

Partiamo dai ricordi. Nella casa ritrovata, quando resta solo sul divano letto, Theodor ritrova suo padre, ha la sensazione di sentirlo, di vederlo. Si convince “che non siamo noi a scegliere i nostri ricordi, ma sono loro a scegliere noi”. Vuole “essere” i suoi ricordi. E i continui dialoghi con la madre accavallano storie su storie che si aggrovigliano nei meandri della memoria familiare. E il racconto di quei dialoghi diventa la cornice narrativa per dare spazio al bisogno di Theodor di ritrovare il tempo perduto con l’avidità tipica dello scrittore. La madre asseconda il desiderio del figlio e diventa una sorta di anziana Sherazade, una affabulatrice che, con i suoi racconti orali, fa da contrappunto alla narrazione scritta del padre di Theodor. Una affabulatrice che non esita a intrecciare il bisogno di evocare i ricordi con il desiderio di vestire i panni della pensatrice in grado di dispensare riflessioni profonde. “Diventare anziani è avere troppo poco da fare e troppo da ricordare”. “Prima eravamo affamati e adesso siamo costipati. Eravamo magri e adesso siamo grassi. Lavoravamo molto e adesso siamo pigri. Amavamo le nostre famiglie e adesso amiamo noi stessi. Fortuna che sono così vecchia! Così non farò in tempo a vedere troppe altre follie”. 

Ma Antonia non è solo un’affascinante affabulatrice-filosofa innamorata dei ricordi che desidera a tutti i costi evocare. Antonia è una cuoca raffinata che, nei sette giorni che scandiscono il tempo del racconto, ritrova il suo ruolo di madre desiderosa di accudire il figlio riproponendo sapori che, in terra di Svezia, Theodor ha inevitabilmente smarrito. Il romanzo, tra le altre suggestioni, ci offre un repertorio succulento di preparazioni gastronomiche, una piccola enciclopedia della cucina greca, quella vera, quella quotidiana che, quando ci capita di andare in Grecia come turisti, difficilmente possiamo incontrare. Si comincia dal capretto al forno, un piatto che Theodor, da bambino, faceva fatica a mangiare. Ma questa volta il capretto è celestiale perché la carne è “croccante fuori e morbida dentro, senza la minima traccia dell’odore un po’ acre che ha di solito la carne di capra”. Come ha fatto Antonia a raggiungere un risultato simile? “Strofino la carne con mezzo limone. Quindi ci verso sopra il succo, ma lo faccio penetrare strofinando”. Dopo pranzo, una lunga riflessione sul caffè. Il tipo di caffè “che i greci chiamano greco e i turchi turco”. Prepararlo è un’arte e le numerose varianti, dolce, molto dolce, medio, forte senza zucchero…, raccontano tanto sul carattere della persona che lo beve. Sarà Theodor a preparare il caffè per la madre, l’unica incombenza domestica che la madre concede al figlio perché “preparare il caffè per qualcuno non fa parte delle incombenze domestiche ma delle leggi non scritte della premura e del calore, dell’intimità e della vicinanza. Tazzine di caffè al posto di abbracci, molto semplicemente”. 

Il secondo giorno è caratterizzato dalla preparazione dei “carciofi alla polita”. Neanche la madre è in grado di spiegare cosa significhi “alla polita” ma sa come preparare quella pietanza, “soprattutto sa come mescolare uova e limone in modo che ne risulti un gusto armonioso nel quale non spicchino né il limone né l’uovo, ma proprio la loro combinazione”. La ricetta dei carciofi è l’occasione per una piccola lezione di cucina sulle diverse modalità di cottura dei cibi. “Le verdure devono cuocere brevemente a fuoco vivo, la carne a lungo e a fuoco dolce, il pesce non deve cuocere ma restare solo immerso per alcuni minuti in acqua bollente salata”. Theodor vorrebbe annotare sul suo taccuino i suggerimenti della madre e Antonia, immediatamente, capisce le intenzioni del figlio: vuole scrivere un libro su di lei. Lo faccia pure, basta che non ci siano sesso e imprecazioni… Lei ha un’idea precisa della cucina: la cosa più importante è “amare le persone per cui si cucina”. E poi bisogna “danzare per la pentola. I cuochi infelici sono la causa più comune del cibo cattivo”. Anche nel suo ruolo di cuoca Antonia non può fare a meno di confermare il suo bisogno di costruire suggestive massime filosofiche. 

Il terzo giorno fanno la loro apparizione le polpette di carne e una torta di spinaci. “Mamma compone le sue torte salate come se fossero dei dolci sontuosi. Diversi strati di ripieno: feta, riso, prezzemolo, cipolla, e dosi massicce di olio d’oliva. Alla fine ne risulta una torta che di scioglie in bocca”.

Il quarto giorno Antonia prepara due pesci al forno che ha portato il figlio maggiore. Resta anche lui a pranzo.

Il quinto giorno Theodor, Antonia e tutta la famiglia del fratello vanno a mangiare al ristorante. La cena è l’occasione per assaggiare tzatziki, insalata di melanzane, uova di pesce, tortini di formaggio, olive, feta e spicchi di patate fritte. E poi capretto alla griglia. E poi ricordi che, lentamente, orientano la conversazione in direzione degli anni bui della dittatura dei colonnelli.

Il sesto è dedicato ai kourambiedes, dolcetti alle mandorle che verranno preparati affinché Theodor possa portarli in Svezia. La preparazione è lunga e accurata e, al termine delle operazioni, l’appartamento “era pervaso di un profumo delizioso”. 

Il cibo, le pietanze, i dolci che Antonia prepara per il figlio sono costantemente incrociate con i ricordi passati spesso poco felici. La necessità di nutrire le persone che si amano non può non essere connessa alla memoria della fame patita negli anni della Seconda guerra mondiale e poi della guerra civile; la dolcezza e il profumo dei kourambiedes non può essere scisso dalle pagine del memoriale paterno nelle quali si racconta delle torture subite quando era prigioniero dei tedeschi. E, nonostante quel memoriale, restano tanti dubbi sulla vita di un uomo che, anche dopo la guerra, continua a essere perseguitato dai fascisti. Perché? Era davvero stato comunista come sostenevano i suoi nemici? “Quei segreti lo seguirono nella tomba e non avrebbero comunque potuto spiegare l’odio selvaggio che avvelenò gli anni che gli rimanevano”. Di quel tempo Theodor ricorda il viaggio a bordo di un caicco quando, in compagnia del nonno materno, viaggiava verso Atene dove la famiglia si era rifugiata per sfuggire alle persecuzioni dei fascisti. Il mare era burrascoso e tutti vomitavano. Poi “dopo una lunga notte raggiungemmo l’isola di Poros, dove per la prima volta nella mia vita assaggiai lo yogurt con il miele. È da allora che cerco invano di ritrovare quel gusto”. Ricordi e sapori: la chiave narrativa di questo romanzo   

Arriva il settimo giorno, quello della partenza e dell’addio. In macchina, mentre vanno all’aeroporto, il fratello Stelios dice: “Siamo fortunati ad averla” riferendosi alla madre. E Theodor pensa che sia vero e gli torna in mente una frase che sua madre ha pronunciato sul balcone poco prima del loro addio. “Una frase che non trascriverò adesso. Non sarà la fine di questo libro, ma l’inizio del prossimo. È questo che vuol dire, avere una madre. Si porta sempre con sé un inizio”.           

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Italo Calvino: “Sotto il sole giaguaro”, di Dino Montanino

Sotto il sole giaguaro è un’opera di Italo Calvino pubblicata postuma, nel maggio 1986, dall’editore Garzanti. Calvino si proponeva di scrivere cinque racconti dedicati ai cinque sensi ma la morte improvvisa non gli consente di portare a termine il suo progetto. Il libro dell’86 contiene i tre titoli compiuti: Il nome, il nasoSotto il sole giaguaro, Un re in ascolto, dedicati rispettivamente all’olfatto, al gusto e all’udito. 

Il racconto Sotto il sole giaguaro è la storia di un viaggio in Messico. Chi racconta è il protagonista maschile che viaggia con Olivia, la sua compagna. Il racconto si apre con la descrizione di un dipinto. Siamo a Oaxaca, tra Città del Messico e il Chapas e, in una saletta che porta al bar dell’hotel dove sono ospitati i due viaggiatori, c’è una grande tela oscura che rappresenta “una giovane monaca e un vecchio prete, in piedi, affiancati, le mani leggermente staccate dal corpo, quasi sfiorandosi”. Una didascalia nella parte bassa del quadro ci racconta che lui era stato il cappellano e lei la badessa del convento. Si tratta del convento di Santa Catalina successivamente trasformato in albergo. Nella didascalia si trova un’affermazione strana che cattura l’attenzione dei due viaggiatori. Si dice che la donna, di nobile famiglia, era entrata in convento all’età di diciotto anni e che lui era stato il suo confessore; i due erano ritratti insieme per l’amore che li aveva legati per trent’anni. Quando lui era morto lei, più giovane di vent’anni, si era ammalata gravemente ed “era spirata d’amore per raggiungerlo in cielo”. Che amore poteva essere quello che legava il cappellano alla badessa? Sicuramente un “amore difficile” per citare Calvino al punto che il narratore sente di trovarsi “in presenza d’un dramma o d’una felicità” che impedisce ogni commento; che intimidisce, suscita timore e comunica un senso di malessere. Olivia, di fronte al dipinto, resta in silenzio poi esprime il desiderio di mangiare chiles en nogada, peperoncini rossobruni in salsa di noci. Perché, dopo la vista del dipinto, Olivia afferma di voler mangiare? Ce lo spiega il suo compagno, di viaggio e di vita. Pochi giorni prima, in un ristorante di Tepotzotlán, anche questo ricavato da un vecchio convento, i due avevano assaggiato pietanze preparate secondo le antiche ricette delle monache. Pietanze raffinate ed elaborate che richiedevano ore e ore di lavoro. Quelle monache passavano intere giornate in cucina? La curiosità di Olivia è legittima ma le viene spiegato che le figlie di famiglie nobili entravano in convento “portando con sé le proprie donne di servizio; cosicché per soddisfare i veniali capricci della gola, i soli a esser loro concessi, le monache potevano contare su uno stuolo alacre e infaticabile d’esecutrici”. Risultato: piatti nati da “vite intere dedicate alla ricerca di nuove mescolanze d’ingredienti e variazioni nei dosaggi, all’attenta pazienza combinatoria, alla trasmissione d’un sapere minuzioso e puntuale”. Piatti capaci di generare un’estasi barocca e ridondante, una mescolanza tra tradizione india e cultura ispanica che ricorda gli eccessi degli edifici coloniali. La sfida tra le antiche civiltà d’America e lo sfarzo barocco introdotto dai conquistatori dall’architettura si era estesa alla cucina dove era avvenuta una mirabile e inattesa fusione. “Attraverso bianche mani di novizie e mani brune di converse, la cucina della nuova civiltà ispano-india s’era fatta anch’essa campo di battaglia tra la ferinità aggressiva degli antichi dèi dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca…”.  

Ma torniamo a Olivia e al suo desiderio di mangiare. Da quando è iniziato il viaggio in Messico, la donna mangia in modo diverso. “Le labbra d’Olivia nel bel mezzo della masticazione indugiavano fin quasi a fermarsi, ma senza interrompere del tutto la continuità del movimento, che rallentava come non volendo lasciar allontanare un’eco interiore, mentre il suo sguardo si fissava in un’attenzione senza oggetto apparente, quasi come in allarme”. Ma, nonostante possa sembrare un approccio teso a vivere in solitudine l’esperienza della scoperta di nuovi sapori, in realtà la donna sente continuamente il bisogno di condividere le sue emozioni gustative coinvolgendo continuamente il suo compagno “come se in quel preciso momento i nostri incisivi avessero triturato un boccone di composizione identica e la stessa stilla d’aroma fosse stata captata dai recettori della mia lingua e della sua”. Il narratore gradisce moltissimo il bisogno di condivisione manifestato dalla sua compagna anche perché, dall’inizio del viaggio in Messico, l’intesa fisica con Olivia sta vivendo un momento di rarefazione e la nuova complicità costruita a partire dalla degustazione di cibi esotici porta l’uomo a notare con compiacimento come “certe manifestazioni della carica vitale di Olivia, certi suoi scatti o indugi o struggimenti o palpiti, continuassero a dispiegarsi senz’aver perso nulla della loro intensità, con una sola variante di rilievo: l’aver per teatro non più il letto ma una tavola apparecchiata”. Ma la speranza che dalla tavola apparecchiata si possa tornare alla ritrovata pratica dell’amore fisico è destinata, almeno per ora, a restare frustrata. La cucina messicana evoca e stimola il desiderio, ma si tratta di un desiderio che trova soddisfazione solo nell’ ambito che lo ha fatto nascere: il cibo. E, di conseguenza, si alimenta mangiando sempre nuovi piatti senza, per questo, investire l’intimità amorosa.

Tornando alla badessa e al cappellano, il narratore è convinto che, come stava accadendo a lui e a Olivia, anche quell’amore immortalato nel dipinto, se riusciamo a sconfinare oltre la cornice del quadro e al di là delle parole contenute nella didascalia, dobbiamo immaginarlo come un sentimento “perfettamente casto, e nello stesso tempo d’una carnalità senza limiti in quell’esperienza dei sapori raggiunta per mezzo d’una complicità segreta e sottile”.

Il racconto potrebbe finire qui. Utilizzando la metafora del viaggio potremmo dire che siamo arrivati alla meta. Il percorso del narratore e di Olivia li ha portati a una scoperta inattesa, a ritrovare una complicità nuova e mai immaginata. Ma quando si viaggia evitando di ancorarsi a programmi rigidi è possibile scoprire in ogni momento realtà e suggestioni impreviste. È quello che accade ai viaggiatori protagonisti del racconto che, come molti turisti in Messico, vanno a visitare, in prossimità di Oaxaca, gli scavi archeologici di Monte Albán. Monte Albán “è un complesso di templi, bassorilievi, grandiose scalinate, piattaforme per i sacrifici umani”. Tre civiltà si sono succedute a Monte Albán: Olmechi, Zapotechi, Mixtechi. La guida che accompagna il narratore e Olivia è un uomo grosso di nome Alonso che fornisce le sue spiegazioni accompagnandole con ampi gesti teatrali; si sofferma a lungo sui bassorilievi detti «Los Danzantes» che raffigurano scene legate a riti sanguinosi e a sacrifici umani. Si fa riferimento anche a gare sportive: “figure che corrono o lottano o giocano a palla”. Quella gare non hanno nulla di olimpico, di pacifico. Coloro che gareggiano sono prigionieri di guerra obbligati a entrare nell’agone per decidere chi di loro dovesse salire per primo sull’altare del sacrificio. E, con grande sorpresa di Olivia, si scopre che erano i vincitori a essere sacrificati per primi: avere il petto squarciato dal coltello d’ossidiana era un onore. La donna, sempre più incuriosita, chiede ad Alonso quale fine facessero i corpi delle vittime, le loro membra, le loro viscere. Le bruciavano? Alonso, interdetto e imbarazzato, risponde che non venivano bruciati, venivano lasciati in pasto agli avvoltoi. Olivia incalza l’uomo come se sapesse che non sta dicendo tutta la verità, come se avesse capito che c’è dell’altro che Alonso non vuole riferire. Lui continua a illustrare lo scavo ma Olivia è pensierosa e resta in silenzio per tutta durata della visita.   

Quando rientrano in albergo scoprono che in una delle grandi sale dell’ex convento è in corso una manifestazione elettorale in occasione delle imminenti elezioni presidenziali. Tra i partecipanti compare Salustiano Velazco, un amico di Città del Messico che aveva dato alla coppia molti consigli sul viaggio che si accingevano a compiere. L’uomo va incontro ai due viaggiatori e si informa su quello che, fino a quel momento, hanno visto. Quando gli viene raccontato che sono di ritorno da Monte Albán, Salustiano fa fatica a contenere la sua emozione e, nel fragore della sala, comincia a parlare di sangue, coltelli di ossidiana, sacrifici. Lo fa con un misto di partecipazione ammirata e di sacro orrore e Olivia non si lascia sfuggire l’occasione di chiedergli quello che non era riuscita a sapere da Alonso: il cibo che gli avvoltoi non si portavano via… come finiva? Salustiano risponde e non risponde. Parla di sacerdoti che assumevano le funzioni del dio, di cerimonie segrete, di pasto rituale, di cibo divino… Olivia non si accontenta e chiede come si svolgeva questo pasto. L’interlocutore risponde che, in verità sono solo supposizioni, che forse anche i principi e i guerrieri partecipavano a quel pasto, che la vittima era già parte del dio perché trasmetteva la sua forza divina… e che “solo il guerriero che aveva catturato il prigioniero sacrificato non poteva toccare la sua carne… Stava in disparte piangendo”. Quello che Olivia aveva sospettato si rivela terribilmente vero. Le vittime venivano mangiate, il pasto rituale era fondato sul cannibalismo. Ma alla donna non basta questa sconcertante scoperta, vuole sapere di più. Chiede come veniva preparata quella carne perché, dicono, non è buona da mangiare e allora, forse, ci volevano condimenti forti, per coprire quel sapore. Ma magari quel sapore veniva fuori lo stesso, non era possibile coprirlo. E i sacerdoti? Non hanno lasciato qualche indicazione scritta. Sembra incredibile ma in pochissimo tempo siamo passati dalle raffinate preparazioni delle monache, all’ipotesi di un ricettario utile a preparare piatti a base di carne umana. Salustiano non può dare risposte precise. Ribadisce che quei riti restano avvolti nel mistero e che quella era una “cucina sacra… doveva celebrare l’armonia degli elementi raggiunta attraverso il sacrificio, un’armonia terribile, fiammeggiante, incandescente…”. Poi resta in silenzio e si congeda dalla coppia di amici. 

Durante la cena, Olivia e il suo compagno non possono fare a meno di ritornare sul cannibalismo e sulle modalità con cui venivano preparate le pietanze a base di carne umana. Forse, ipotizza Olivia, il sapore di quella carne “non si poteva, non si doveva nasconderlo… Altrimenti era come non mangiare quel che si mangiava… Forse gli altri sapori avevano la funzione d’esaltare quel sapore, di dargli uno sfondo degno, di fargli onore…”. Come in tutto il racconto, Olivia assume su di sé il ruolo dell’osservatrice attenta del mondo che la circonda. È una viaggiatrice-antropologa che indaga usando strumenti originali. Pone domande, come tutti gli antropologi, e si aspetta risposte esaustive. Ma la sua indagine va ben oltre le modalità consuete. Lei vuole scoprire il mondo anche attraverso i sensi, in particolare attraverso il gusto. E la scoperta del cannibalismo la porta a desiderare di squarciare il diaframma che separa la modernità, a cui lei e il suo compagno, in quanto viaggiatori-turisti, appartengono a pieno titolo, dalla misteriosa e indecifrabile cultura mesoamericana.  

Anche per il narratore l’incontro con il cannibalismo rituale rappresenta un elemento di forte novità. Lui, contrariamente alla sua compagna, non sembra interessato a scoprire i misteri che nascondono gli antichi riti precolombiani. Lui è interessato solo a Olivia, osserva lei perché vuole capire in che modo il rapporto della donna con il cibo messicano possa rappresentare l’occasione per ritrovare gli amplessi rimossi. E dopo le rivelazioni sui banchetti rituali nei quali si serviva carne umana, a cena, osserva Olivia con occhi nuovi. La guarda masticare ogni boccone delle pietanze che ha ordinato e gli sembra di sentire i denti di lei che lo azzannano, che si conficcano nella sua carne, sente la lingua della donna che penetra la sua bocca fino al palato e, poi indietro, sotto la punta dei canini. “Ero seduto lì, davanti a lei ma nello stesso tempo mi pareva che una parte di me, o tutto me stesso fossi contenuto nella sua bocca, stritolato, dilaniato fibra a fibra”. Una situazione di grande intensità ma, anche, di grande reciprocità. Perché mentre viene “masticato” da lei, sente di non essere vittima passiva delle sue fauci. Mentre era “divorato” si convince che sta trasmettendo a Olivia “sensazioni che si propagavano dalle papille della bocca per tutto il suo corpo: era un rapporto reciproco e completo che ci coinvolgeva e ci divorava”. Il narratore non ha la vocazione dell’antropologo. Ci appare, più che altro, un sognatore innamorato desideroso di indagare i comportamenti della sua compagna per immaginare tutte le possibili strade che lo portano a lei, per ritrovare l’intimità perduta. Per questo motivo, quando scopre il cannibalismo rituale, sogna di stabilire con Olivia un rapporto erotico attraverso il cibo arrivando a immaginare di essere “mangiato” per vivere fino in fondo un’unione totale: se mi mangi io posso entrare completamente in te provocando nel tuo corpo vibrazioni mai vissute. 

Ma è un’illusione. Olivia non condivide i desideri del suo compagno. Lo accusa di restare sempre chiuso in se stesso, indifferente al mondo, insipido. Insipido? Se lui è insipido la cucina messicana, forse, può venirgli in aiuto. I suoi sapori accesi potrebbero aiutare Olivia a nutrirsi di lui, della sua sostanza. Ma lei azzera ogni speranza. “La cucina è l’arte di dar rilievo ai sapori con altri sapori, ma se la materia prima è scipita, nessun condimento può rialzare un sapore che non c’è!”. Il viaggiatore, agli occhi di Olivia, è insipido perché non ha nessuna voglia, nessuna intenzione di rompere il diaframma che lo separa dal mondo arcaico. Lui resta un uomo del nostro tempo e le suggestioni che provengono dai cibi messicani lo attirano solo perché possono portarlo alla donna che desidera. 

Con l’amico Salustiano Velazco vanno a visitare uno scavo ancora poco conosciuto. C’è una statua che rappresenta una figura umana semisdraiata che tiene un vassoio posato sul ventre. È il chac-mool. Su quel vassoio venivano offerti al dio i cuori delle vittime. Il narratore chiede come avveniva l’offerta agli dei e Salustiano prefigura varie ipotesi. “Potrebbe essere la vittima stessa, supina sull’altare, che offre le proprie viscere sul piatto… O il sacrificatore che assume la posa della vittima perché sa che domani toccherà a lui…”. In quei riti misteriosi non è facile stabilire la linea di confine tra il carnefice e la vittima. Vigeva una sorta di reversibilità dei ruoli e la vittima accettava di essere tale perché “aveva lottato per catturare altri come vittime…”. Il narratore tira le conclusioni: i sacrificati potevano essere mangiati perché erano loro stessi mangiatori di uomini. Ma Salustiano non lo ascolta perché sta parlando del serpente, l’animale che simboleggia la continuità della vita e del cosmo.

Dopo la visita al chac-mool il narratore crede di aver capito dove ha sbagliato con Olivia: per essere mangiato da lei deve essere lui, per primo, a mangiarla. La sera a cena ordinano due piatti di gorditas pellizicadas con manteca, polpette mantecate al burro, e lui le divora immaginando di mangiare “tutta la fragranza di Olivia attraverso una masticazione voluttuosa”. Quando, dopo cena, si ritrovano in camera da letto, per la prima volta, dopo tanti giorni, ritrovano l’intesa fisica che sembrava assopita. Le proiezioni fantastiche del narratore sono state finalmente appagate. Lui e Olivia hanno fatto l’amore, è riuscito nel suo intento e il racconto, ancora una volta, potrebbe terminare qui.

Ma il viaggio in Messico continua nei territori dei Maya e, di conseguenza, continua anche il racconto. E, nel finale, ci attende una svolta che potrebbe mettere in discussione molte delle nostre osservazioni. A Palenque il narratore visita il Tempio delle Iscrizioni. Olivia, che non ama salire le scale, decide di non seguirlo. Assistiamo ad un improvviso rimescolamento dei ruoli. Lei, l’antropologa indagatrice, resta da sola “confusa nella folla di comitive chiassose di suoni e colori che i torpedoni scaricavano e ingurgitavano di continuo nello spiazzo tra i templi”. Rinuncia per sempre a cogliere il mistero che ammanta quelle affascinanti civiltà e si lascia risucchiare dalla modernità, dalla caciara dei turisti numerosi e disattenti. Lui, al contrario, sale fino al bassorilievo del Sole-giaguaro ed entra nella cripta sotterranea dove c’è la tomba del re-sacerdote. Quando ritrova la luce e comincia la discesa prova una sensazione inattesa. “Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo”. L’uomo che ha vissuto tutto il viaggio nella posizione privilegiata di osservatore di Olivia ha scoperto una vocazione nuova? La sensazione di vertigine che lo avvolge, l’esperienza panica che vive, per un attimo ci fanno pensare a uno scambio di ruoli. Come se dopo gli amplessi notturni, Olivia avesse ceduto al suo compagno il suo desiderio di aprire un varco per andare oltre i limiti angusti della modernità. Ma è un attimo, un’illusione. La “selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese” sono lì davanti a ricordare che il nostro destino è segnato. Pure i viaggiatori più attenti e raffinati, coloro che sono capaci di cogliere la raffinatezza dei cibi esotici e la misteriosa e inquietante profondità di civiltà arcaiche, sono ancorati al tempo limitato e angusto del turismo di massa che può solo immaginare di collegarsi al tempo ciclico e tragico che caratterizzava le civiltà precolombiane. Ma, nonostante tutto, anche nel tempo del turismo di massa il viaggio può assumere una funzione importante. Forse non sarà mai possibile varcare la soglia che dall’oggi ci conduce nei meandri delle società del passato, ma due viaggiatori sensibili come Olivia e il suo compagno riescono a trovare comunque una strada originale per ritrovarsi. Quando sono a tavola, nell’ultima scena del racconto, i denti dei due amanti, per la prima volta, si muovono lentamente con pari ritmo e il loro sguardi si fissano l’uno nell’altro con l’intensità dei serpenti. “Serpenti immedesimati nello spasimo di d’inghiottirci a vicenda, coscienti d’essere a nostra volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e assimila incessantemente nel processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini tra i nostri corpi e la sopa de frijoles, lo huacinango a la veracruzana, le enchilladas…”.

Il cannibalismo universale riferito al rapporto tra i due protagonisti chiude la storia con una suggestiva e problematica ipotesi di pratica dell’amare e del viaggiare che, fino alla fine, non può prescindere dalla degustazione condivisa di cibi raffinati. 

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali.