Indebitatevi, indebitatevi: la strategia che non abbiamo saputo leggere, di Francesco Russo

C’è una domanda che raramente ci poniamo con la precisione che meriterebbe: come ha fatto una strategia di classe così esplicita — spostare il conflitto dal salario al debito — a passare quasi inosservata a chi quel conflitto avrebbe dovuto per mestiere saperlo leggere, cioè il movimento operaio e la sinistra che lo rappresentava? È la sconfitta storica dei lavoratori, subita a partire dagli anni Settanta, da cui non ci siamo mai davvero rialzati: non un arretramento salariale qualunque, ma la perdita del terreno stesso su cui si combatteva. Fernand Braudel, lo storico francese che nel 1979 pubblicò i tre volumi di Civiltà materiale, economia e capitalismo, non scriveva certo per rispondere a questa domanda, ma offre — meglio di chi quella sconfitta l’ha vissuta in diretta — gli strumenti per capire perché lo spostamento sia riuscito così bene. Maurizio Lazzarato (sociologo e filosofo italiano, residente a Parigi dagli anni Settanta dopo essere stato attivista dell’Autonomia Operaia, tra le voci più note della critica del debito come dispositivo di governo) ne ha fatto di recente materia per un articolo su Machina, e il suo contributo specifico non è scoprire Braudel, ma prenderne le categorie storiografiche — pensate per i secoli XV-XVIII — e usarle come chiave politica per un decennio preciso, quello tra il 1971 e il 1979, leggendolo come battaglia di classe deliberata e non come deriva ideologica1.

Il punto di partenza è la genealogia del dollaro come arma. L’egemonia della moneta americana non nasce dalla crisi degli anni Settanta: nasce nel 1944, agli accordi di Bretton Woods, quando il dollaro diventa l’unica valuta convertibile in oro e tutte le altre si ancorano a esso. È quell’egemonia pregressa, non una conquistata in seguito, a rendere possibile la mossa successiva: nel 1971 Nixon rompe la convertibilità in oro, e nel decennio che segue gli Stati Uniti smettono di essere il grande creditore del dopoguerra e diventano il più grande debitore della storia — ma lo fanno potendo permetterselo proprio perché il dollaro resta, nonostante tutto, la valuta in cui il mondo tiene le proprie riserve. Il debito americano, insomma, non crea l’egemonia: la usa. È lo stesso meccanismo, spostato sul piano interno, a spiegare il secondo pilastro della strategia: mettere il debito al centro non solo dei rapporti tra Stati ma dei rapporti di classe interni, così che il salario ceda il passo al debito, il profitto industriale alla rendita finanziaria, il lavoratore all’azionista e all’obbligazionista. È una strategia nel senso più letterale: la capacità di scegliere un campo di battaglia più favorevole, spostando il conflitto su un terreno — quello del debito — dove la classe lavoratrice non aveva ancora imparato a riconoscersi come soggetto collettivo.

Perché la mossa ha funzionato così a lungo senza essere riconosciuta? Qui entra la prima categoria di Braudel, ed è quella che dà senso al titolo: il capitalismo non è mai stato, storicamente, la rivoluzione industriale né l’economia di mercato. Il capitale finanziario, il credito, il debito precedono l’industria e le sopravvivono — Firenze nel Duecento, Genova nel Seicento, Amsterdam nel Settecento sono già laboratori di un comando esercitato attraverso la moneta prima ancora che attraverso la fabbrica. Se questo è vero, la finanziarizzazione degli anni Settanta non è un’anomalia da spiegare con una nuova ideologia — il neoliberismo — ma il ritorno alla forma storica normale del capitalismo, dopo la parentesi fordista in cui era stata temporaneamente subordinata all’industria per ragioni politiche: il contenimento della lotta di classe e la ricostruzione postbellica. Chi aspettava un ritorno del capitalismo industriale non ha visto arrivare, semplicemente, il capitalismo.

A cogliere questo passaggio in tempo reale, quando sembrava ancora un’anomalia da correggere, è proprio uno degli ultimi marxisti americani di scuola industriale, Paul Sweezy, costretto a ricredersi sulle proprie categorie. Fino agli anni Sessanta aveva letto il capitalismo come dominio delle grandi imprese industriali; nel corso del decennio successivo osserva invece l’emergere di un’egemonia dei «capitalisti finanziari privi di esperienza o interesse nella produzione», al punto da sostituire la distinzione marxiana tra capitale reale e capitale fittizio con quella tra capitale produttivo e capitale speculativo — perché entrambi, avverte, sono ugualmente reali, ugualmente capaci di trasformare i rapporti di forza tra le classi. Nel 1981 descrive il fenomeno come «elefantiasi finanziaria»: non solo crescita quantitativa del debito pubblico e privato, ma proliferazione senza precedenti di istituzioni e mercati costruiti per gestire, rivendere e scommettere su quel debito1. È la stessa dinamica che spinge la deindustrializzazione del Nord e l’industrializzazione del Sud globale: la finanza organizza la mondializzazione, ma finisce sempre per separarsi dall’economia produttiva che dovrebbe sostenere, vivendo nell’illusione di potersi valorizzare all’infinito.

Anche il modo in cui quel debito viene prezzato segue la stessa logica, ed è qui che si misura il secondo scarto di Braudel, quello tra capitalismo e mercato. Definire il mercato come un meccanismo autoregolato che risponde soltanto a domanda, costo dell’offerta e prezzi, senza alcun elemento esterno, gli sembra derivare da «un gusto teologico della definizione»2: una creatura fantastica, più vicina alla teologia che alla storia. I tassi d’interesse, i rendimenti dei titoli di Stato, il prezzo stesso del debito sovrano non nascono da un incontro tra risparmiatori e debitori in condizioni di parità, ma da quello che Braudel chiama «contromercato» — la zona, sopra il piano ordinario degli scambi, che è «il regno dell’arrangiarsi e del diritto del più forte», dove si trova «per eccellenza il campo del capitalismo, ieri come oggi»3. Quando nell’ottobre 1979 la Federal Reserve di Paul Volcker decide di far esplodere i tassi d’interesse americani per attirare capitali e disinnescare l’inflazione, non sta rispondendo a un mercato: sta esercitando quello che Braudel chiama altrove «il monopolio di fatto o di diritto, la manipolazione dei prezzi»4— in questo caso, il prezzo del denaro stesso.

Ed è proprio a questo punto che si misura il terzo scarto, quello sul modello dell’accumulazione, e il suo legame diretto con il debito annunciato nel titolo. Ogni economia-mondo, scrive Braudel nel terzo volume di Civiltà materiale, si organizza attorno a un «cuore» circondato da una semiperiferia vicina e da una periferia lontana: per lui dire zona centrale o dire capitalismo «significa indicare la stessa realtà»56. Sulla «vera» periferia, quella ai margini, non lascia spazio a eufemismi: può essere retta «solo con la forza, la violenza, la riduzione all’ubbidienza»7 — ieri con il colonialismo diretto, praticato dall’Olanda a Ceylon e a Giava, dalla Spagna in America, dall’Inghilterra in India. E quando descrive il presente del suo tempo, la formula si fa tagliente: l’Inghilterra ha vinto la sua rivoluzione industriale perché era al centro del mondo, mentre i paesi del Terzo mondo possono desiderare la propria rivoluzione quanto vogliono — restano periferici, e tutto agisce contro di loro8. È esattamente ciò che accade nel 1982, quando l’esplosione dei tassi d’interesse voluta da Paul Volcker per difendere il dollaro rende insostenibili in poche settimane i debiti che decine di paesi dell’America Latina avevano contratto a tassi variabili negli anni precedenti, aprendo la stagione dei default e dei piani di aggiustamento imposti dal Fondo Monetario Internazionale che segnerà il continente per un decennio: la periferia paga, ancora una volta, le decisioni prese al centro.

Il quarto elemento è quello che permette di tenere insieme tutto il resto, ed è il motivo per cui la sinistra ha continuato a rincorrere l’iniziativa avversaria senza mai anticiparla: Braudel rifiuta di trattare il capitalismo come un automatismo, un sistema, un’astrazione, e lo pensa invece come strategia — capacità di leggere la congiuntura, di scegliere dove investire e dove disinvestire, di cambiare rotta quando necessario. È una distinzione che Lazzarato fa risalire a un salto preciso: c’è differenza tra elaborare una teoria rivoluzionaria — cosa che Marx ha fatto — e pensare e attuare una teoria della rivoluzione, che è un’altra cosa, perché implica una scelta organizzativa, un nemico nominato, dei mezzi per batterlo: è quello che hanno fatto, con esiti diversi, Lenin, Mao, Giap1. Braudel descrive solo la strategia del nemico di classe, ma la descrive come azione politica, non come automatismo economico né come oggettività di un modo di produzione — ed è un salto che secondo Lazzarato buona parte del pensiero critico del secondo Novecento non ha saputo compiere, sostituendo la rivoluzione politica con una rivoluzione ontologica incapace di trasformarsi mai in rapporto di forza reale perché priva di un nemico da nominare e battere. Mentre nuovi movimenti, femminista e postcoloniale, approfondivano giustamente la specificità dei propri rapporti di potere, e altri si illudevano di un’autonomia del politico ormai priva di fondamento, la macchina Stato-capitale lavorava a un piano coerente, di cui il dollaro, i tassi di Volcker e il debito del Terzo mondo sono tre mosse dello stesso piano, non tre crisi separate.

Che cosa resta da fare, oggi, di questa lezione? Non un ritorno al mercato regolato, perché il debito pubblico e privato, la rendita da monopolio delle grandi piattaforme, la finanziarizzazione dei consumi non sono deviazioni da correggere: sono la forma storica ordinaria del comando capitalistico, oggi come nel Cinquecento — la stessa «elefantiasi finanziaria» di cui parlava Sweezy nel 1981, oggi visibile nella capitalizzazione delle società di intelligenza artificiale, che corre su aspettative di profitti futuri più che su ricavi già realizzati — e chi continua a proporre più mercato o più regole di mercato come argine sta ancora combattendo sul terreno sbagliato. Il debito è uno dei terreni su cui quella battaglia si può oggi riaprire — non l’unico, e nemmeno Lazzarato lo indica come tale — ma è quello che la lettura di Braudel mette a fuoco con più precisione: contestarne la legittimità, la modalità con cui viene prezzato, l’automatismo con cui si pretende di farlo pagare a chi non ha deciso di contrarlo, dai debiti sovrani del Terzo mondo negli anni Ottanta ai mutui e ai prestiti studenteschi di oggi. Riconoscere che quel campo di battaglia esiste non basta a vincerlo, ma è la condizione minima per smettere di ignorarlo.

Note

1. M. Lazzarato, Fernand Braudel: il capitalismo come strategia, Machina, 18 settembre 2026.

2. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo. II. I giochi dello scambio, trad. it. di C. Vivanti, Einaudi, Torino 1981, p. 214.

3. Ibid., pp. 216-217.

4. Ibid., p. 379 (cap. IV, «Il capitalismo in casa sua»).

5. F. Braudel, Civiltà materiale, economia e capitalismo. III. I tempi del mondo, trad. it., Einaudi, Torino 1982, p. 37.

6. Ibid., p. 37.

7. Ibid., p. 254.

8. Ibid., p. 578.

Francesco Russo*

* Francesco Russo è avvocato cassazionista, interno all’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale di Napoli, dove si occupa di contenzioso civile, amministrativo e tributario. Scrive di diritto, intelligenza artificiale e spazio pubblico per Pressenza, Filodiritto e altre testate giuridiche e culturali. Ha pubblicato Il principio del risultato. AI e decisione pubblica (Amazon KDP, 2025) e sta lavorando a un secondo progetto editoriale sullo stesso tema.

Mediterraneo: conversazione con Predrag Matvejevic, di Antonio Corvino

Prologo

Ho percorso, pagina dopo pagina, come fossero esse stesse altrettanti approdi, il “Breviario Mediterraneo” di Predrag Matvejevic alla ricerca delle Civiltà perdute, delle storie aggrovigliate, dei popoli e delle genti che si sono mischiati, combattuti, fusi e confusi, delle coste con spiagge accoglienti e falesie ardite che talora non temono il confronto con l’oceano, e delle terre su di esso adagiate, verdi e rigogliose o arse e pietrose, sempre abitate dall’olivo, punteggiate dal fico, tratteggiate dalla vite, segnate a sud e a oriente dal deserto, a nord da montagne, valli e pianure e ovunque accarezzate dal mare cosparso di pietre che non han visto basse maree e abitato da pescatori, gabbiani e delfini docili e suadenti di giorno ma infidi e nefasti per il notturno, faticoso pescare.

Mi sono perduto più di una volta tra i marosi sollevati dalla tramontana o gonfiati dal libeccio e tra le infinite isole ho dovuto invocare il soccorso di Predrag per indovinarne i nomi, venir fuori dai loro labirinti e ritrovare la strada per l’alto mare aperto.

D’altronde se doveste decidere anche voi di navigare per il Mediterraneo o soltanto di immergervi nel Breviario che tutto lo scandisce non dimenticate che vi trovate a fare i conti con un mare che certo non ha l’immensità geografica degli Oceani ma, per converso, ha l’immensità senza confini dell’Umanità che lo ha attraversato e che tuttora lo abita o lo concupisce sia pure con più di qualche peccato.

Ma Predrag, che i segni di quei peccati aveva sperimentato sulla sua pelle e che nei Balcani aveva registrato l’ultimo smarrimento della Civiltà Mediterranea che mai si pensava avrebbe potuto ancora vacillare, indica proprio nella incommensurabile capacità del Mare di purificare ogni peccato, e nell’antidoto da esso custodito, la risposta a ogni sopraffazione, ogni violenza e ogni bestemmia contro l’Umanità.

…

L’incontro con Predrag Matvejevic

Ho conosciuto Predrag Matvejevic nel 2010.
Avevo appena letto il suo “Breviario Mediterraneo” ed, in sequenza, “Danubio” di Claudio Magris che del Breviario aveva scritto la prefazione da cui traspariva non solo l’ammirazione per lo scrittore jugoslavo, come Predrag amava definirsi, ma anche l’amore, lui triestino, per quel mare dei tre continenti che il suo Danubio per tremila chilometri aveva inseguito finendo tuttavia per sfociare nel Mar Nero che del Mediterraneo era comunque parte integrante e che per il tramite dei Dardanelli felicemente ve lo condusse.
Nel 2011, allorché egli era ormai naturalizzato italiano avendo ricevuto la cittadinanza italiana nel 2007, invitai Predrag Matvejevic a tenere la prolusione di apertura ad un simposio di studiosi, imprenditori e politici che giungevano da tutta Europa, dal Mediterraneo in particolare ed anche dal resto del mondo per discutere di Mezzogiorno e Mediterraneo in un periodo storico in cui l’uno e l’altro sembravano aver perso l’antica simbiosi. Il primo tutto proteso a settentrione, Mare del Nord e Atlantico, in cerca di qualche spiraglio di sviluppo, il secondo costretto ad un ruolo di piattaforma nelle contese delle potenze a vocazione più o meno imperialista, prima che divenisse, nei tempi recenti, custode di quanti, in fuga da violenze, guerre, fame, vi lasciavano la vita.

Fu una sorpresa, o forse un azzardo calcolato e con lui deciso.
Un intellettuale, un letterato, un poeta del Mediterraneo chiamato a indicare possibili alternative e coordinate del progresso europeo da cui dipendeva il futuro anche del Mezzogiorno italiano? Sembrava una stravaganza se non proprio una burla.
Non solo per il Mezzogiorno egli avrebbe dovuto tracciare l’orizzonte.
Lo avrebbe dovuto fare anche per la Grecia e la stessa Spagna ed anche la ex Jugoslavia di cui Predrag Matvejevic continuava a sentirsi un romantico, sopravvissuto sostenitore non potendone più essere cittadino.
Più di qualcuno era scettico. Anzi del tutto ostile.
Predrag nel suo intervento introduttivo, raccontò il Mediterraneo.
La sua civiltà, la sua cultura, la sua vocazione di Continente oltre i continenti. Il suo essere naturale orizzonte e destino obbligato per l’Europa, innanzitutto.
La forza che gli derivava dai tre continenti che su di esso affacciavano avrebbe potuto essere il giusto contrappeso per un equilibrio mondiale capace di favorire pace e progresso contro lo sfruttamento della globalizzazione selvaggia e predatrice.
Le reazioni furono, paradossalmente, assai lusinghiere.
I presenti sembrò, per un attimo, si fossero specchiati nelle cose che diceva quell’intellettuale un pò scanzonato e controcorrente, la giacca un po’ troppo larga ed il ciuffo ribelle che andava e veniva sulla fronte in quella chioma bianca e fluente che chiedeva continui interventi per tenerla a bada. Le cose, a simposio terminato, seguirono il loro verso. Ovviamente quanto ineluttabilmente.
Il Mezzogiorno continuò ad arretrare illudendosi di declinare a proprio vantaggio il paradigma costruito sulle sponde del Mare del Nord e dell’Atlantico.
La Grecia continuava a dibattersi tra i marosi della tempesta, le repubbliche ex jugoslave cercavano di ritrovare un qualche equilibrio stabile che facesse dimenticare le aberrazioni ancora troppo recenti, l’Europa imbastiva inutili conferenze sul Mediterraneo e questo languiva incredulo e triste tra le sponde dei suoi tre, un tempo, gloriosi continenti.
…
La sera, al termine dell’ultima giornata dei lavori del nostro simposio, eravamo ai primi di luglio, Predrag mi prese sottobraccio e mi disse “perché

non ce ne andiamo in un posto sconosciuto sulla costiera Sorrentina a cercarci una piccola trattoria da cui godere il golfo e Napoli con il Vesuvio, tutto insieme? Siamo nella terra delle sirene e magari troveremo una sirena ad affascinarci”.

Così disertammo la cena ufficiale e ce ne andammo per conto nostro.
Chiesi lumi in albergo ad una mia amica del ricevimento. Lei capì e mi fece cenno di sì con la testa.
Dopo mezz’ora arrivò un pulmino bianco pieno di bernoccoli sui fianchi. Montammo. Con Predrag c’era Emma una sua amica napoletana, una regista teatrale, venuta appositamente per incontrarlo. Con me vi era Miriam che allora non meditava di percorrere altre vie lontano da me. Vi era anche un’altra coppia di amici.
Il pulmino si avviò per strade sconosciute lungo la costa che saliva verso nord. Nel buio imboccò una stradina apparentemente impossibile da percorrere, scommettemmo, ed assai preoccupante anche, dati gli scossoni che imprimeva all’interno per gli urti rimediati tra un lato e l’altro del viottolo. Ma l’autista ci tranquillizzava con la sua spensieratezza.
Cantava e parlava con un’allegria contagiosa inanellando motivi, ritornelli, frasi e parole in larga misura incomprensibili ma dalla musicalità ammaliante. Il pulmino imboccò infine una discesa a rotta di collo fermandosi davanti ad uno stretto palazzotto a due piani addossato al monte a sua volta dominato in alto da maestosi pini marittimi che si protendevano in avanti. A mezza costa vi erano altre poche case, pure quelle, dio solo sa come, abbarbicate tra le rocce sporgenti.
Il pulmino si arrestò di botto sulla piazzola antistante inchiodato dall’autista il quale continuò a canticchiare mentre caracollando sulle anche scompariva all’interno.
La costruzione assai essenziale e senza pretese, se si eccettua un piccolo pergolato che anticipava l’ingresso, mostrava a pian terreno i segni di una trattoria, tra questi un’insegna di legno scrostata e quasi illeggibile, dei tavolini anche questi di legno nella prima stanza ed un intenso profumo di mare dappertutto. Dalla cucina arrivavano gli echi di una conversazione a più voci assai melodiosa tra l’ilare, il divertito e il curioso. Di fronte, appena discosta dal pergolato si apriva una piccolissima insenatura ricolma di ciottoli piatti.
In fondo il golfo in tutta la sua interezza oltre che magnificenza.
Napoli, Il Vesuvio ed il Monte Somma erano lì per noi, si sarebbe detto, oltre che per quanti, fortunati al pari di noi, per caso si fossero imbattuti in un qualche altro angolo simile a quello.
Era buio fondo ormai ed il cielo si vestiva a festa con una parata di stelle sterminata.
Due ragazzi uscirono dalla trattoria recando con sé un tavolo che andarono a sistemare sul bagnasciuga tra i ciottoli.

Il mare lento e silenzioso sembrava complice. Andava e veniva sotto i nostri piedi. E arrivò la sirena. Era imponente. Aveva fianchi larghi e seno generoso. I capelli tirati sulla nuca intrecciati a crocchia erano neri e lei era ancor giovane seppur, alla maniera delle popolane partenopee, consapevolmente disattenta ad ogni ostentazione pruriginosa o seducente.
“Va buò” disse mentre faceva sistemare piatti e stoviglie.
“Stasera ci siti sulamente vui”, sottolineò strascicando quel “sulamente” come una nota lunga, lunga e isolata a significare probabilmente che tanto le era stato chiesto e lei volentieri aveva acconsentito.
Quanto al pesce, se non avevamo niente in contrario, ci avrebbe pensato lei, annunciò suadente, con i suoi figli che continuavano ad interloquire beatamente tra loro e con lei stessa creando un siparietto straordinario in cui la lingua napoletana ci accarezzava tutti e mandava in estasi Predrag. L’autista doveva aver raccontato la nostra avventura ed anche il terrore che in qualche momento si era disegnato sui nostri volti.
Era il terzo fratello e figlio.
Di padri non se ne vedevano e non se ne videro quella sera.
E noi trascorremmo una serata indimenticabile.
Cullati dallo sciabordio del Tirreno che lì abitava il Golfo, eravamo ammaliati dalla meravigliosa musica che animava il discorrere della sirena e dei suoi figli ed affascinati da quel cielo stellato che di più non si sarebbe potuto immaginare.
Eravamo prigionieri della fantasmagoria mediterranea.
Di fronte a noi le silhouette del Monte Somma e del Vesuvio ammiccavano complici.
Quest’ultimo montava la guardia mostrando il suo inconfondibile, meraviglioso profilo mentre il Monte Somma gli faceva il contro canto, poco discosto.
Predrag si piegò verso di me, mise mano alla tasca interna dell’ampia giacca estraendone un taccuino con una penna e disse guardandomi quasi in estasi

“Questo è il Mediterraneo. Un Mare che non finirà mai di sorprenderti e che non potrai mai scoprire del tutto, tante sono le sue facce, i suoi approdi, i suoi popoli, le sue lingue, i suoi cieli, i suoi misteri, i suoi segreti. Un’altro breviario dovrò scrivere per raccontare questo angolo, questa sirena, questo monte, quel viottolo impercorribile che si stringeva e si allargava misteriosamente davanti al nostro pulmino. E con esso raccontare di Partenope e di tutte le terre che costellano i mari che danno forma al Mediterraneo.”

Poi mi guardò, tacque e “Anche tu dovrai scrivere del nostro Padre Mediterraneo, non dimenticartene” sillabò.
Predrag qualche anno dopo morì. Lui non riuscì a scrivere un nuovo Breviario e a me rimase il suo invito. A cui non posso dare seguito se prima non racconto il suo Mediterraneo.

Il Mediterraneo è come una silloge poetica.
Non ti impone un inizio come il romanzo. Ti lascia libero di scegliere da dove, come e quando iniziare. Perché ogni approdo, ogni spigolo, ogni angolo, ogni popolo possiede in sé, tutto intero, il Mediterraneo.
Esattamente come la musa a cui Omero chiedeva ispirazione pregandola di manifestarsi in un punto qualsiasi e da lì condurlo alla scoperta del suo universo a lei legato da un filo tenue e leggero eppure impossibile da spezzare.

…

Il Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejevic

Da dove cominciare dunque?
Dal Mare o dalla terra?
Dal mare che unisce o dalla terra che divide?
Dagli approdi selvaggi o dai moli?
Dalle coste o dalle isole?
E ancora, quali sono i confini del Mediterraneo? Praga e Salisburgo ne fanno parte o ne sono fuori? E la Baviera, da dove parte il Danubio?

Predrag Matvejevic conosce il Mediterraneo sin nei suoi anfratti più nascosti, eppure quello ancora gli sfugge, si nasconde, gioca a rimpiattino, infine si mostra in una caletta improbabile, in un angolo scoperto per caso dove si annuncia con la musica dei linguaggi e vaga con l’eco portata dal vento lungo le coste per dare loro vita imperitura.

Non sono solamente dialetti quelli che vengono parlati nei villaggi, a ridosso delle torri, dei castelli e delle cattedrali, sulle barche o nelle piazze, da cerchie di gente minuscole eppure capaci di trattenere nelle loro parole la storia del mondo.

Quelle parlate, per quanto lontane e dimesse, sconosciute addirittura al di là dei loro stessi confini, hanno lo spessore della vita e vivificano i territori che le hanno generate, dando senso alla loro esistenza ed evocandone la memoria in un processo osmotico di profonda, intima contaminazione con la storia dei tre continenti disposti intorno al mare comune.

Cos’è dunque il Mediterraneo?
Dove comincia?
Dove finisce?
È solo una distesa di acque marine, un mare da solcare per muoversi e raggiungere terre lontane, tra loro distanti?

Trasportare merci?
Oppure è mare e terra allo stesso tempo, un continente terraqueo, liquido e solido, tutto insieme e tutto mischiato?

Ed i suoi confini?
Come per gli Oceani anche per esso la sua estensione finisce dove cominciano le coste ed appare la terra ferma?
O, per un miracolo unico sul pianeta, si estende oltre, fino a comprendere isole, penisole, promontori, fiumi, laghi, mari interni, lagune, catene montuose, popoli, nazioni, storie, civiltà, miti e religioni, lingue infinite e genti infinite anche queste e porti non solo per le navi da diporto o da trasporto ma anche per i pescatori e moli e golfi e bacini e fari?
“Non solo… È tutto questo, ma non solo”. Risponde Predrag Matvejevic. Cos’è allora il Mediterraneo?
Una distesa di terre intorno ad un mare incastonato per il capriccio della natura che lo ha lasciato fluire dall’Oceano all’imbocco delle Colonne d’Ercole per instillare negli uomini il desiderio di conoscenza e di avventura? O al contrario sono state le profondità lasciate dalla fine delle glaciazioni tra l’Europa, l’Africa e l’Oriente asiatico a risucchiare l’oceano trasformandolo nel mare che, a differenza di quello, è da esse contenuto e definito?
O ancora è il mare che attraversa i continenti e li fa suoi anche quando questi si stendono sino a raggiungere dalla parte opposta gli Oceani immensi?
E quali sono queste terre e questi continenti? Dove iniziano e dove finiscono le terre del Mediterraneo?
Bisogna penetrarne l’anima, la sua anima poliedrica, multiforme e proteiforme se vuoi davvero conoscerlo il Mediterraneo e predisporti ad un lungo viaggio.
Un viaggio lento in cerca della luce e del buio, della luna e del sole, della notte stellata e del giorno che ti acceca e ti sorprende, delle stagioni, tutte, proprio tutte, dalla primavera all’inverno, passando per l’estate e per l’autunno.
E magari conoscere i miti che lo hanno abitato, gli dei antichi e quelli più recenti e infine quelli veri e quelli falsi, vecchi e contemporanei.
E le scritture, quelle sacre anche, da cui potrai scoprire il rapporto dei popoli con il Mediterraneo o con il mare semplicemente, avverte Predrag.
Yahweh aveva aperto le acque davanti al popolo ebreo in fuga dall’Egitto per farli camminare sulla terra ferma e li tenne bloccati per quaranta giorni nel deserto piuttosto che farli andare per mare. (Libro dell’esodo 13:17).
Gli stessi discepoli di Cristo pescavano su un lago, il lago di Tiberiade (Luca 4,38), non sul mare. I discorsi il Maestro li teneva sui monti e per sé scelse il Golgotha. Ma gli Apostoli solcarono i mari. Pietro giunse a Roma e Paolo evangelizzò il Mediterraneo, dopo essere naufragato a Malta ( Atti degli Apostoli, 27-28). E Giacomo, dicono abbia raggiunto la Spagna prima di tornare a Gerusalemme ed essere messo a morte, primo fra gli apostoli, da Erode Antipa, erede di Erode detto il grande.

Allah, al contrario, apprezzava il mare ed incoraggiava i credenti a conquistarlo.
Nel Corano la salvezza e la prosperità passano attraverso il mare e le navi sono paragonate ai cammelli del deserto ed i venti alle guide.
Egli è colui che ha sottomesso il mare, recita il sacro testo dell’Islam (Corano. Sura 16:14) e più avanti afferma che le navi solcano il mare in virtù della grazia e della potenza divina ( Corano. Sura 31:31).
Arabi, Berberi, Saraceni e Musulmani sarebbero divenuti in breve dei formidabili navigatori e le loro flotte avrebbero percorso, in lungo ed in largo, il Mediterraneo. Corsari musulmani avrebbero, dal canto loro, in più circostanze tenuto sotto scacco il Mediterraneo.
Nel 1565 il corsaro Dragut già viceré di Tunisi assediò Malta e solo il valore e la determinazione dei Cavalieri di San Giovanni che da allora divennero Cavalieri di Malta ne scongiurarono la capitolazione sia pure grazie agli aiuti arrivati dalla Sicilia e dalla Spagna.
Ma anche Salomone, nonostante la ritrosia del popolo ebreo, possedeva delle navi mentre gli antichi Egizi avevano costruito una flotta per raggiungere il mare aperto, prima dal Nilo, quindi da Alessandria. Cleopatra da ultimo portò le sue navi sin nell’Egeo, ad Azio, per lo scontro finale tra Augusto e lei stessa con Antonio. In palio il dominio del Mediterraneo e del mondo che intorno ad esso si raccoglieva.
L’antica Persia era Mediterraneo.
Anelava al Mediterraneo.
Ingaggiò guerre su guerre con i Greci per affermare il suo diritto ad essere nel Mediterraneo. Un diritto infine sancito da Alessandro il Macedone. Nessun popolo al mondo fuori dal Mediterraneo ha un rapporto così forte con il mare.
Come se nel Mediterraneo vi fosse piantato il loro stesso onphalos.

La scansione del tempo, la luce e il pensiero mediterraneo

Allora non resta che salire a bordo di un peschereccio, di un battello, di un veliero e percorrerlo il Mediterraneo.
Prendendosi il tempo che ci vuole.
Perché nel Mediterraneo non alberga la fretta e tanto meno la frenesia.

La luce, sottolinea Predrag, lo percorre e lo caratterizza, esaltata dal buio, dalla notte, dall’ombra, dal sole e dalla luna. Dal colore.
Artisti e poeti l’hanno cercata da sempre.
Hanno intrapreso viaggi lunghissimi per arrivarci.

Il giorno in cui decisi di andare anch’io nel deserto alla ricerca della luce accecante e della notte piena di stella e solcata dalla Via Lattea mi imbattei in Paul Klee giunto dalle montagne svizzere e dalle pianure della Germania. Si era imbarcato a Marsiglia, erano i primi decenni del secolo scorso, aveva attraversato l’intera distesa del mare scoprendo la gradazione della luce

lungo il tragitto che menava a Tunisi. Da qui raggiunse Hammamet e da lì passò nella città santa di Kairouan sempre alla ricerca della quintessenza della luce e dei colori. Ed anche dei confini del Mediterraneo che aveva solcato.

Non lo fece da solo ma con altri compagni e tutti seguendo i tempi mediterranei.
Tempi lenti, troppo lenti, se volete raffrontarli con l’approccio del mondo contemporaneo sopraffatto dalla fretta di produrre e consumare.

Ma quelli non sono i tempi della natura.
I tempi della natura li trovate qui sul mare e nelle terre mediterranee.
I tempi scanditi dalla notte e dal giorno, dal bel tempo e dal maestrale, dal levante e dal libeccio, dalle bufere e dalla bonaccia, dal caldo e dal freddo, dalle stagioni che devono alternarsi tra loro, senza mischiarsi.
E se vuoi attraversare il Mediterraneo dovrai entrare in sintonia con i suoi tempi.
Li chiamano tempi mediterranei ed il pensiero che li sostiene lo chiamano pensiero meridiano.
Al meriggio, in estate, la gente si ferma sulle coste del Mediterraneo.
L’aria è calda e consiglia di sostare all’ombra di un olivo, di un fico, di un carrubo, di un noce, della parete di una torre o nell’intimità di una casa.
Per lasciar libera la fantasia di vagare.
Dare modo al corpo di ritemprarsi.
Scambiare le proprie impressioni con il vicino.
Ritrovarsi in convivio con tutta la famiglia. Grandi e piccini, giovani e vecchi. Lasciar fluire la memoria da monte a valle e ritrovare le energie per andare avanti.
In primavera si attende Persefone, si prega Demetra e si va in processione mostrando, nel prezioso ostensorio, il Corpus Domini, per chiedere di render fertile la terra e abbondanti le messi.
In autunno si colgono i frutti e si accudisce l’orto per l’inverno e si semina per l’estate e in inverno si dà mano alle provviste estive e si loda Dio o l’Universo per quanto si è fatto e costruito e ci si prepara ancora una volta al ritorno della bella stagione.
E per cogliere tutto questo dovrai addestrarti alla riscoperta del senso del limite e della misura, parametri che definiscono l’armonia universale, indispensabile, come sosteneva Platone, per un corretto vivere ed un efficace operare.
Il limite dettato dalla Terra in quel che fai e la misura che dovrai trovare in te per quanto devi consumare evitando sprechi.
Le residue putee o putie sulle coste siciliane e della Magna Graecia, l’apothéke in terra greca, i magazzini o makhazin, i Suq o Suk, i Bazar sulle coste arabe, in Persia ed in Turchia e nel deserto del Sahara ti libereranno dall’ansia estraniante dei centri commerciali e degli ipermercati che

accatastano merci in sovrappiù e concentrano consumatori che han smarrito il senso del necessario e del superfluo.
È sempre Predrag a parlare.
Per quanto mi riguarda non posso che assentire convinto oltre che entusiasta.

Ho incontrato delle putie sui monti Nebrodi in Sicilia e nelle terre di mezzo delle Murge, della Daunia, del Matese, dell’Irpinia, delle Terre Sannitiche e in tutto il Sud.
A Fes, in Marocco ho scoperto il fascino religioso della Medina.

Essa, tutta intera, mischiava makhazin e suq o suk, abitazioni, bazar, laboratori e telai, concerie e produttori di babouche, battitori di rame e incisori d’argento, fabbri e fucine che esponevano la loro merce sulle piazze e dappertutto, spezie e agli, cipolle e arance, angurie su banchi e carretti giunti direttamente dalle campagne e, avvicinandosi la festa del sacrificio di Ibrahim, pecore e montoni sulle spalle degli uomini occupavano la Medina custodita da infinite schiere di gatti appartenenti a qualcuno e tutti a ciascuno.

Non c’erano trappole consumistiche e non vi erano sotterfugi o trucchi commerciali.
La Medina pullulava di gente ma non vi era alcun segnale di frenesia.
Le contrattazioni procedevano intense e puntigliose, appassionate o occasionalmente accese ma sempre al riparo da ogni pressione e tampoco da ogni inganno; il prezzo si formava laddove domanda e offerta si incontravano.

Le voci si alternavano e si sovrapponevano melodiose o sincopate ma si ascoltavano senza sopraffarsi e ciascuno raggiungeva il suo scopo.
Era un formicaio caotico appena ci entravi, la Medina, ma essa rivelava la sua natura ordinata ed il suo dispiegarsi efficace e rispettoso delle ragioni e delle esigenze di chi vendeva e di chi comprava lasciando per intero il convincimento di aver conosciuto il senso più profondo ed autentico, ancestrale dell’universo umano.

Predrag mi guarda con occhi soddisfatti.
Anche Elias Canetti ne parla nel romanzo “le voci di Marrakech”chiosa entusiasta. Il Corano stesso, aggiunge, incoraggia il commercio (Sura 24, 7) laddove nostro Signore scacciando i venditori dal tempio (Giovanni, 2, 12) ne ha spostato lo sviluppo lontano da Dio.
Forse è tutta qui la differenza.
Nella Medina, nei bazar e suq che la popolano, ma anche nelle residue putie o putee nostrane tu potrai ritrovare la dimensione ancestrale del rapporto con gli altri.

Limite e misura sono i binari entro i quali è necessario far procedere la propria vita al riparo dagli eccessi e dagli sprechi ma anche al riparo dalla tracotanza verso i propri simili e verso il creato o Dio, se più vi piace. Esse tengono al riparo da ogni tracotanza umana perché le genti del Mediterraneo conoscono la Hybris e sanno cos’è la Nemesis.

Non che nel Mediterraneo non si pecchi e non si bestemmi. Anzi.
Ma anche nei peccati, nelle guerre, l’umanità si è sempre ben guardata dall’offendere il divino ed anche le bestemmie, sono sante bestemmie.
Non maledizioni contro Dio ma sfogo contro tutto ciò che nega la felicità degli uomini e li costringe alla più nera fatica.
Le antiche religioni ed anche le nuove e le loro scritture fustigavano o addirittura spingevano ad incarcerare i bestemmiatori.
Nel libro dell’Esodo è scritto che il Signore Dio non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano (Libro dell’Esodo 20:7).
Il Corano, dal canto suo, afferma che coloro i quali offendono Allah ed il suo Messaggero vengono condannati. (Corano. Sura 33:57).
Ma i bestemmiatori, il più delle volte, erano in pace con Dio e le loro invettive non erano contro Dio ma contro un destino amaro che, ahimè, faticavano ad addomesticare.
I pescatori sono i più terribili bestemmiatori ma sono anche i più fedeli adoratori del Dio che bestemmiano e lo invocano nella tempesta e nella notte buia e senza stelle.

La navigazione tra terre, mari e popoli

Resi edotti dello spirito del nostro mare, andremo a navigare verso i confini del Mediterraneo come gli Argonauti di Giasone.
Raggiungeremo per primo il Mar Nero e la Tauride sulle tracce di Agamennone e di Ifigenia; attraverseremo il Mare d’Azov e circumnavigheremo la penisola di Crimea, un tempo abitata dai Tauri, dai Dori e dagli Ateniesi che vi fondarono le prime colonie e cercheremo il glorioso Regno del Bosforo prima di spostarci sulle coste dell’Ucraina al confine con la Romania ad incrociare il Delta del Danubio.

Il Mediterraneo non è solo distesa marina e dunque come Odìsseo bisognerà sbarcare nelle terre che lo circondano e, cercarlo, magari seguendo le carte nautiche e geografiche, fin dentro il cuore dell’Europa, nella Foresta Nera seguendo il Danubio che lì nasce, l’Austria e la Pannonia, la Dalmazia e la Slovenia, l’Ungheria, i Balcani e di nuovo la Romania.

Lo sapevano bene i Romani e altrettanto bene lo sapevano i Saraceni che con le loro navi ed i loro eserciti si spinsero sin là, mentre il Conte Vlad Terzo, divenuto l’impalatore nella fantasia popolare e Dracula, signore dei vampiri per la penna dell’irlandese Bram Stoker, li combatteva rifugiandosi nel suo castello di Valacchia sui Monti Karpazi.
L’Europa, tutta intera è Mediterranea.

Se voi andate ad Helsinki ci trovate l’Italia futurista e razionalista mentre il museo d’arte Ateneum riecheggia la Grecia e a Stoccolma, nella vecchia città, ci trovate Barcellona, il barocco e la Spagna.
Ad Amsterdam ed a Bruges ci trovate Venezia e ad Anversa e Gand le cattedrali della chiesa cristiana nata in Palestina e affermatasi a Roma.

A Londra Shakespeare si nutriva dei miti mediterranei da Cipro a Verona e lord Byron combatteva per la libertà della Grecia e per essa moriva.

L’Oriente dai tempi degli Egizi, di Salomone e della Regina di Saba, dei Romani, dei Greci e dei Persiani, di Dario e Serse, di Alessandro il Macedone, è stato la quintessenza del Mediterraneo.
Napoleone, ancora nei tempi moderni, si pose sulle loro orme.

Il paradiso terrestre era tra il Tigri e l’Eufrate. Da lì i progenitori, Adamo ed Eva, popolarono le contrade asiatiche e quelle africane prima che i loro discendenti si spostassero nel resto del mondo allorché questo emerse completamente e gli Oceani si frazionarono.

L’Africa dal canto suo si distende da un capo all’altro sul Mediterraneo.
Da Occidente ad Oriente.
Non solo i popoli e le nazioni costiere, fossero essi i Lestrigoni o i Ciclopi siciliani, i Lotofagi della Cirenaica, gli abitanti della nobile Libia o della Mauritania, Algerini o Tunisini, Egiziani o Arabi, Berberi o Musulmani, erano parte essenziale del Mediterraneo.

Predrag, mentre l’equipaggio governa il veliero ne parla con trasporto e con dovizia di particolari.
Il deserto, il Sahara, la sabbia con il Libeccio e lo Scirocco, con le palme ed i datteri, i laghi prosciugati e le rose calcaree rimaste sul fondo, corrono verso il Mediterraneo e sulle sue sponde si acquietano e da esse le genti partono per solcarlo il Mare, ovunque esso si distenda.

Esattamente allo stesso modo dei popoli e delle nazioni che abitano l’Europa e prima l’intero mondo romano.

Romani e Cartaginesi, Fenici e Greci, e quindi Arabi e Persiani han solcato il Mediterraneo rendendolo casa e patria comune.
Certo, guerre, conquiste e reconquiste non sono mancate ma esse hanno consolidato il concetto di Patria comune.

E se tale concetto vien meno non è per volontà, o colpa, del Mediterraneo che lo custodisce nelle profondità delle sue falesie su cui si infrangono oggi i sogni di quanti ad esso accorrono.
Predrag discorre, indica un’insenatura, mostra un faro, chiede di raggiungere Malta e di approdare a Gozo, l’isola di Calipso secondo alcuni, quindi invita a puntare su Stromboli, ritenuta anch’essa, da altri studiosi degli itinerari omerici, il rifugio della ninfa che trattenne con il suo amore ed il fior di loto

l’eroe di Itaca per sette lunghi anni prima di lasciarlo andare, per ordine di Zeus a lei giunto per il tramite di Ermes, messaggero degli dei.
Anche tra Scilla a Cariddi seguiamo le tracce di Odìsseo e nella terra delle Sirene all’altezza di Capri.

In prossimità della costa Predrag segue il volo di un gabbiano, evoca i delfini, immagina le lampare, chiama le tonnare sfiorando Favignana ed elenca i diversi tipi di pesca praticati al largo delle coste appena superate.
Mi racconta la storia ormai conclusa, delle spugne che stazionano in fondo al mare sui banchi di roccia e tra le alghe.

I pescatori di spugne, scendevano in apnea nelle profondità legandosi come zavorra delle pietre in vita e con un lungo arpione usato come un giavellotto infilzavano le spugne, come guerrieri sulla piana di Troia, e le depositavano in un sacco anch’esso legato in vita e salivano e scendevano finché quello non fosse stato riempito. E una volta riemersi tornavano a riva, sui moli, le scogliere, le piazze dei villaggi le lasciavo asciugare ed essiccare.

Le spugne arrivavano così, porose e rugose, docili e sensuali al tatto sui tavoli dei mastri sartori che le usavano per addomesticare le stoffe e dare loro le torsioni necessarie sotto il pesante ferro da stiro ricolmo di carboni ardenti. Io conoscevo bene quelle spugne dalla multiforme struttura. Ovali o tonde, bitorzolute come parallelepipedi sforacchiati, sempre irregolari e mai uguali, bellissime, grigie tendenti al colore della terra con l’uso.

Al largo dell’Adriatico meridionale, sulle coste della Messapia, non era infrequente che i pescatori portassero a riva con il pescato anche un carico di spugne. E quelle spugne le avevo inzuppate e strizzate innumerevoli volte nella bottega del mastro sartore in cui mi recavo bambino, al pomeriggio, dopo la scuola, per evitare pericoli, mi diceva mia madre, ma anche per imparare un mestiere fuori dai campi, non si sa mai, nella vita.
E Predrag chiamava in superficie, dopo i pescatori di spugne, quelli di corallo e quelli salivano con interi rami di color rosso, alberi in miniatura addirittura. Niente a che fare con le spugne. Il corallo è un nobile abitante delle profondità marine e diviene nelle mani di artisti, orafi e gioiellieri prezioso monile. Sulle coste della Sicilia, in Sardegna e nel Golfo di Napoli ed anche nel golfo messapico di Gallipoli i pescatori ne raccolgono in quantità e botteghe e atelier lo lavorano e lo vendono ovunque nel mondo. Ancora oggi.
Torre del Greco a due passi da Sorrento, Pompei ed Ercolano, da Oplontis anche, dove dimorava la divina Poppea in una villa raffinata e maestosa, è per il corallo quel che Amsterdam è per i diamanti. O, almeno, potrebbe esserlo, commento al termine del mio racconto a beneficio di Predrag.
…
Intanto l’equipaggio del nostro veliero ha continuato la navigazione.
Dopo il Mar Nero, la Tauride e la colta Odessa, avevamo solcato l’Egeo, toccato le sue isole e gli arcipelaghi, i suoi promontori, le sue punte, Capo

Sunio con il tempio di Poseidone, le sue Meteore con gli arditi monasteri vietati al genere femminile per non turbare l’ascesi dei monaci forse o per la troppo ardua fatica necessaria a raggiungerli.
Dopo aver rivolto lo sguardo alla Troade che ospitò Ilio, abbiamo puntato verso la Sicilia e la Magna Graecia, Siracusa, Taranto e Crotone, per poi virare verso i Balcani e quindi di nuovo verso la Spagna e la Francia.

Andiamo in cerca dell’ultimo confine segnato dall’olivo, dice Predrag.
Lo dobbiamo a Fernand Braudel che indicò appunto nell’olivo il limite del Mediterraneo.
Lo abbiamo lasciato sulle sponde dell’Africa e in Oriente, l’Olivo.
Lo abbiamo contemplato costeggiando l’Italia, adesso andiamo a trovarlo sulle sponde francesi e spagnole, liguri anche e sarde, ma dovremo attraccare a Barcellona o a Valencia e inoltrarci nel continente a nord ovest. In Portogallo. Crescono ulivi superbi che non temono l’oceano da quelle parti e con essi la macchia mediterranea.
Ha ragione Braudel: non esiste Mediterraneo senza l’Olivo.
Esso ne disegna i limiti più esterni e i suoi alberi fronzuti, i suoi tronchi centenari, millenari e plurimillenari addirittura, i suoi rami contorti e poderosi delimitano i tre continenti che si dispongono intorno alle sue distese marine, ne rinfrescano i territori e ne insaporiscono le tavole con il fluido delle verdi olive, dopo aver illuminato, sino ad un passato non lontano, con l’olio lampante, le piazze di Venezia ed i viali di San Pietroburgo.
Ma anche il fico, dice Predrag, lo segna.
Ad Oriente nel Paradiso terrestre Adamo ed Eva si nutrirono del dolce frutto del fico per la tentazione del demonio e la maledizione di Dio.
Ma non basta, sottolinea con una punta di lieve soddisfazione.
Anche le nazioni e le genti del deserto, i nomadi esperti conoscitori di oasi, piste e carovane per cammelli e dromedari appartengono al Mediterraneo. Lungi dal definire una cesura, come pure possono indurre a pensare, le immense distese del Sahara ne rappresentano la più ardita estensione, afferma Predrag rivolgendosi al suo amico Fernand Braudel che ci guarda, compiaciuto, da lontano. La sabbia dorata arriva con lo scirocco che attraversa il mare e ne deposita enormi quantità sulle contrade europee. Non è solo questione geografica.
Da quelle parti sorgeva il continente di Atlantide che del Mediterraneo era parte fondante, a sentire Platone che ne parla nei suoi dialoghi Timeo e Crizia. Un luogo della cultura primigenia, fonte della civiltà costruita nei millenni passati dentro ai suoi spazi.
Ma non è ancora finita. Ci sono le storie, le epopee, le poesie, i venti che quelle portano dappertutto a scandire i confini del Mediterraneo.

Sono le civiltà che su di esso sono nate, si sono scontrate, si sono sovrapposte fino a crearne delle nuove che le prime contenevano e tutte concorrevano ad espanderlo, il Mediterraneo.
Sono stati gli dei antichi e quelli più recenti, le religioni nate le une dalle altre, fondendosi magari e che anche quando fan fatica a riconoscersi non possono negare la comune radice.

E con esse sono le lingue, i vocaboli e le parole dalla comune etimologia a portarsi il Mediterraneo in ogni angolo delle coste e dell’entroterra dove non esistono dialetti ma solo nobili linguaggi.

La ricchezza delle diversità. Genti, pietre, asini.

Siam giunti sul Tirreno, nel frattempo. Paestum, Elea e Cuma, l’antro della Sibilla Cumana e Averno, da dove si entrava nel regno dei morti, sfilano all’orizzonte ed anche Capri ed Ischia, l’antica Pithecusa, isola delle scimmie o degli eccelsi maestri vasai, stando al grande storico e naturalista romano Plinio il vecchio che ne parla nella sua Naturalis Historia e che conosceva bene quelle terre essendo la flotta dell’impero posta sotto il suo comando di stanza a Capo Miseno al momento dell’esplosione del Vesuvio-Somma che allora erano una cosa sola e che distrusse tutto il litorale con Pompei ed Ercolano

Predrag ha chiesto di lasciare per ultimo l’Adriatico.
Da quelle parti c’è casa sua. O almeno quella che fu casa sua.
Nato da padre ucraino ma di etnia russa e da madre croata-bosniaca, a Mostar in Jugoslavia, oggi Bosnia ed Erzegovina, egli sente ancora sulla pelle la ferita dei massacri fratricidi che hanno insanguinato i Balcani e che, per lunghi anni, hanno spento la luce in quelle contrade, eppure proprio in esse il Mediterraneo ha raggiunto uno splendore pari a quello dell’antica Grecia, con Venezia, Ragusa e le città della costa e dell’entroterra che qui saldarono la propria storia con quella di Roma.
Dunque il Mediterraneo si estende sin dove cresce l’olivo, come sottolinea Fernand Braudel ma esso, insiste Predrag Matvejevic, va oltre l’olivo e la macchia mediterranea, il clima e la biodiversità che lo accomunano, le storie e le poesie che volano con i venti.
Va anche oltre i venti.
Sono le diversità che fanno il Mediterraneo. Afferma guardandomi in tralice per difendersi dal sole ormai basso all’orizzonte. E prende a raccontare le infinite sfaccettature di questo mare che arriva dalle glaciazioni primordiali, che è sopravvissuto allo strangolamento delle Colonne d’Ercole ed anche all’assalto degli Oceani.
Qualcuno aveva addirittura pensato di prosciugarlo il Mediterraneo, nel secolo appena trascorso, costruendo una diga ciclopica per arrestare l’Oceano tra le Colonne d’Ercole. Avevano pronto anche il nuovo nome per l’Europa: Atlantropa.

Fortunatamente la storia a metà di quel secolo prese un’altra direzione.
Con Predrag, felici dello scampato pericolo, riprendiamo la nostra navigazione nel Mediterraneo noto.
Tra gli approdi e le isole, i porti e i fari, le coste e le città, le genti e il loro parlato, i canti ed i dialetti, le civiltà e le culture, i cibi e le coltivazioni, i popoli e i solitari asceti che tutto lo circondano. Le guerre anche e le invasioni, le continue contaminazioni, i luoghi, i miti, gli eroi… Le Termopili e Salamina, Leonida, Alessandro e Dario, le nazioni e gli imperi, gli dei dell’Olimpo e il Dio di Abramo, la religione di Cristo e quella di Maometto. Tutto e tutti han tracciato i confini del Mediterraneo.

Le terre che su di esso si affacciavano erano sacre ed il mare stesso provvedeva a sfamare chi non aveva niente.
Sulle coste e sulle isole dello Ionio, del Tirreno e dell’Adriatico si combatteva la miseria mettendo a bollire le pietre del mare. Pietre antiche che non avessero conosciuto bassa marea e intrise di segrete, quanto misteriose e miracolose capacità nutritive.
E mentre Predrag scandisce le ultime parole riemerge la nenia che mia madre silenziosamente evocava mentre là fuori tirava il vento di tramontana. “Dormite bambini, quando vi sveglierete avrete di che mangiare” cantilenava come in un lamento o in una ninna nanna una donna curva su sé stessa per gli stenti e la fatica mentre i piccoli chiudevano gli occhi e quella riprendeva ad armeggiare intorno alla pentola vuota.
Quella storia adesso assumeva un’altro sapore.
Nel Mediterraneo tutto si tiene. Non solo i popoli e le storie ma anche i racconti, dai Cunti sull’aia alle storie delle Mille e una notte.
Da queste parti il mare era un destino, insieme alla campagna.
La notte a pescare e il giorno a zappare, arare, seminare, falciare.
E non solo quei pescatori e le loro mogli ma anche la gente del villaggio probabilmente sapeva di quelle proprietà misteriose nascoste nelle pietre di mare che messe a bollire liberavano sostanze imprigionate da sempre tra i loro pori e tali da attutire se non altro i morsi della fame.
Non solo le pietre ma anche gli animali sono stati da sempre compagni degli uomini, continua a narrare Predrag .
Si, certo i nobili cavalli.
Ve ne erano dei superbi che avrebbero potuto gareggiare con i cavalli di Zeus.
E vi erano i buoi e le mucche.
Le pecore e le capre ed i porci.
Odisseo approdò ad Itaca e si fermò proprio dal suo fidato porcaio, Eumeo. Con lui organizzò la liberazione della reggia prima di rivelarsi a Penelope.
Ma vi erano anche i muli, testardi e tenaci e soprattutto gli asini, ciuchi o ciucci, tenaci e mansueti e amici degli uomini.

In ogni posto gli asini, sottolinea con grande trasporto Predrag, sono chiamati con nomi diversi, addirittura con nomi familiari. Tutto esprime grande empatia e partecipazione se non affetto per questo quadrupede umile e sempre disponibile a girare le ruote e le macine nei frantoi ipogei, a trasportare carichi che pendono da un lato e dall’altro del bastio, a camminare sempre accanto al suo padrone riconoscendolo e mai mostrandogli segni di stanchezza. Anche nostro Signore volle un asino per il suo trionfo a Gerusalemme prima del Golgotha. Ed un asino fu compagno della sacra Famiglia nella fuga in Egitto intrapresa per sfuggire all’eccidio di Erode, chissà perché chiamato “il grande”.

Sono piccoli di stazza gli asini a cui faceva riferimento Predrag.
Li trovi su tutte le coste del Mediterraneo e meritano più di un pensiero riconoscente. Ma quelli delle Murge sono grandi come cavalli, faccio osservare.
Nel Mediterraneo la gente conosceva la fatica e il sapore della miseria e quindi coltivava come un premio la presenza di quegli asini, piccoli o grandi che spesso finivano per essere l’unico sostegno ed anche l’unica compagnia e nella loro fatica custodivano come un comandamento religioso anche il senso del limite e della misura.

La Fata Morgana. Le mappe e i glossari

Gli individui e i popoli conoscevano e praticavano, con il senso del limite e della misura, la Pietas e la Compassione.
Coltivavano il timore di dio, rifuggivano dalla tracotanza e accoglievano l’ospite e lo straniero sacri agli occhi di Zeus, Padre degli dei e massimo reggitore dei destini degli uomini.

Le guerre non cancellavano il rispetto, e il recupero dei feriti con la sepoltura dei morti interrompevano guerre e battaglie.
Non si uccideva per disprezzo dell’altro e non si accumulava per affamarlo e finché lo spirito antico e la legge primordiale hanno scandito la convivenza umana lungo le coste, le terre ed il mare nello spazio mediterraneo, son si praticavano genocidi e nemmeno gli olocausti per nessun motivo.

L’odio e la sopraffazione umana provocava l’intervento divino e la Nemesis avrebbe ricomposto l’armonia a costi drammatici tuttavia per colpevoli ed innocenti. E la gente, potenti e popolani, lo sapeva e coltivava la virtù o comunque si guardava dalla Hybris temendo l’ira divina.

Il Mediterraneo era Patria comune oltre ogni divisione. E chiunque poteva spostarsi da una sponda all’altra sentendosi a casa.
Era un po’ soprappensiero Predrag mentre così si esprimeva. Probabilmente aveva negli occhi i genocidi, le guerre e gli eccidi che si sono consumati e si consumavano a Oriente, a Occidente e a Sud oltre che a Nord.

Il Continente Mediterraneo forse non esiste più, ma lui non lo diceva.

Nel suo Breviario egli aveva cantato la storia del mare che fu dei Fenici e dei Cretesi, degli Achei e dei Persiani, dei Romani e dei Cartaginesi, dei Cristiani, degli Ebrei e dei Musulmani.
Quel mare non potrà mai essere cancellato, afferma deciso mentre ci rimettiamo in mare, dopo l’ennesima sosta.

Altre coste, gli approdi, i moli scorrono sotto i nostri occhi, isole, golfi, bacini locali che prendono il nome della terra che bagnano.
All’orecchio arrivano le conversazioni che si intrecciano e che si manifestano ad ogni approdo con l’eco di alfabeti antichi, le voci di popoli scomparsi, le memorie di migrazioni compiute o naufragate.

E intanto l’aria si intrufola nelle nostre vele, i refoli giocano con esse e ci accompagnano come messaggeri di Eolo incaricati di agevolare la nostra navigazione.
“Il Mediterraneo”, afferma Predrag dopo un momento di prolungato silenzio che somigliava ad una tentazione mistica o ad un desiderio di intimità religiosa con l’universo intorno a noi, “nasce, cambia e talvolta muore con i suoi venti, umili o prepotenti. Le correnti lo attraversano. La spuma e le nuvole lo seguono e le albe ed i tramonti lo rendono unico e prezioso.

Non basta una vita a percorrere le rotte del Mediterraneo, a raggiungere la sabbia del deserto. Il miraggio viene in aiuto talora. E la Fata Morgana ti fa vedere ciò che non c’è e ti illude di poter toccare ciò che è lontano. Anche questo è Mediterraneo.”

E se non ce la farai ad attraccare in ogni porto e insenatura, se non ce la farai a passare da uno all’altro tutti i fari che illuminano la costa e indicano il pericolo o al contrario segnalano via libera da secche, scogli affioranti e promontori pericolosi, se non ricorderai tutte le isole, gli arcipelaghi i promontori e le penisole, potrai aprire i vecchi libri dei navigatori-esploratori e cercare sulle carte nautiche quanto non sei riuscito a vedere lungo gli itinerari mediterranei.
Troverai carte e pergamene, veri e propri tesori, mappe di un’umanità in cammino che cercava di fissare le sue conoscenze a beneficio di tutti. Potrai osservare il nostro mare guardato da sud.
Capovolto rispetto all’idea che ci hanno somministrato nei secoli i colonizzatori del nord.
Ci fu un tempo in cui il Sud era la terra del latte e del miele, la terra del sapere e della poesia, della libertà e dell’avventura e le carte mostravano un Mediterraneo capovolto perché allora, a differenza della realtà attuale in cui la gente sale a nord, interi popoli scendevano verso sud.
E troverai gli infiniti fari che non hai visto lungo le coste.
E se non sei riuscito ad ascoltare le tante lingue, le innumerevoli parole, i termini con cui marinai, pescatori, gente del Mediterraneo nominava venti e barche, posti e approdi, scandiva bestemmie e pronunciava preghiere, chiamava i venti e le bonacce, le burrasche e le mareggiate, i pesci e i

molluschi, beh allora dovrai cercare nei glossari in cui valorosi testimoni con certosina pazienza hanno raccolto ogni vocabolo, ogni bestemmia, ogni preghiera, ogni vento, ogni sponda, ogni angolo, ogni linguaggio declinandoli nella parlata dei tanti, incantevoli posti che incorniciano il Mediterraneo.

Non solo, li ritroverai anche nelle lingue del deserto e delle montagne che ad esso appartengono.
Per i secoli dei secoli.

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Testi e autori richiamati

Predrag Matvejevic. Breviario Mediterrano, Garzanti 2010
Claudio Magris. Danubio, Garzanti, 2015
Elias Canetti. Le voci di Marrakech, Adelphi, 2024
Omero. Odissea, Einaudi, 1989
Dante. Divina Commedia. Inferno, Casa Editrice Le Lettere, 1996
Albert Camus. L’Homme Révolté,
nella versione di Bompiani, 2009 “L’Uomo in Rivolta
Platone. Dialoghi, Einaudi, 2020
Platone. La repubblica, traduzione di F.Sartori. Laterza 1999
Paul Klee. Viaggio in Tunisia. Nuovi equilibri/stampa alternativa,1991
Sacre Scritture.
Il rapporto dell’uomo con il mare.
Vecchio Testamento. Libro dell’esodo 13:17
Nuovo Testamento. Vangelo di Luca 4,38.
Nuovo Testamento. Atti degli Apostoli. 27-28
Corano. Sura 16:14. Sura 31:31
Il Rapporto degli uomini con il mercato.
Nuovo testamento. Giovanni 2, 12
Corano. Sura 25:7
Il rapporto degli uomini bestemmiatori con la divinità.
Vecchio Testamento. Libro dell’Esodo 20:7
Il Corano. Sura 33:57. Nel testo si fa riferimento ad Atlantropa. Si tratta di un (folle) progetto del 1927 dell’architetto tedesco Herman Sörgel che, attraverso la costruzione di una mastodontica diga sullo stretto di Gibilterra, avrebbe dovuto favorire il prosciugamento di quota parte del Adriatico, del Canale di Sicilia e delle coste mediterranee
Tutti i riferimenti sono tratti per diretta citazione, dall’opera di Predrag
Matvejevic “Breviario Mediterraneo” o per suggestioni da essa scaturite.
I personaggi ed i nomi riportati, Emma e Miriam, sono frutto di fantasia. L’io narrante non coincide con l’autore del saggio.

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

“L’incunabolo partenopeo”, di Antonio Corvino

Era stato Massimo, un poeta matematico ad intervenire presso Marisa ed il dipartimento di studi umanistici della Federico II perché fossi coinvolto nei lavori del congresso su Neapolis Urbs Vergiliana che si teneva a distanza di 12 anni dal primo.

Massimo, come Francesco Saverio egli pure nella lista degli interventi, aveva fatto parte del Cenacolo del Caos Creativo che tra il 2011ed il 2015 aveva tenuto i suoi lavori a Sorrento, con la pretesa di fare il contro canto a Davos. 

Quelli a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’iper capitalismo sempre più  metastasi delle società moderne incamminate senza alcun criterio critico verso la costruzione di un mondo dominato dal cerbero della guerra, della finanza e degli affari, loro a predicare, come profeti disarmati, la felicità dei popoli, il rispetto reciproco delle culture, un mondo aperto e senza padroni che poi era quello che avrebbe voluto J.M.Keynes e che aveva definito nella sua “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” (UTET 1971) mica soltanto Marx ed Engels nel loro “Manifesto del partito Comunista” ( Feltrinelli 2017) o Lenin e Mao, in un Mediterraneo capace di essere esso stesso continente tenendo insieme le terre dell’olivo tra Asia, Africa ed Europa, come sosteneva Fernand Braudel nelle sue “Memorie del Mediterraneo” ( Bompiani 2010) che, lui pure, era un uomo pacifico e per nulla rivoluzionario. 

In una edizione del loro appuntamento annuale quegli illusi avevano addirittura affidato a Predrag Matvejvic l’introduzione dei lavori. Un  letterato in un congresso di economisti, disse qualcuno storcendo il naso. Quel letterato peraltro era l’autore di “Breviario Mediterraneo” (Garzanti 2006) una specie di Bibbia del nostro mare che gli era valsa la candidatura al premio Nobel per la letteratura. E il Mediterraneo per quelli del Cenacolo doveva tornare ad essere anche in  Europa il fulcro di ogni progresso condiviso.

Poi era tutto finito. 

I finanziatori, tutti contigui a quel mondo che essi volevano emendare, probabilmente si convinsero che era meglio puntare su qualcosa che somigliasse all’indottrinamento di Davos o che, comunque,  non vi  si contrapponesse apertamente. 

E finì.

Così Massimo mi chiamò nel mio eremo in terra di Messapia. 

“Devi tornare alla Federico II per parlare di Partenope” mi disse. Figurati. 

Ci avevo scritto un romanzo sulla faccia nascosta di  Partenope. 

Ci sarei andato a piedi, se necessario. 

Massimo, essendone felice e consapevole, mi invitò così  a tornare ad Itaka. La mia Itaka, dalle tante partenze ed innumerevoli ritorni accumulatisi da quella notte in cui su un treno di seconda classe raccolsi tutto quello che potevo e me ne andai a studiare il mondo alla Federico II.

…

Avevamo ragionato per due giorni sulle radici e gli orizzonti  di Neapolis Urbs Vergiliana. 

Avevamo setacciato passato,  presente e futuro, ogni dettaglio, come in un incunabolo prezioso e delicato, per capire cosa era rimasto e soprattutto farci un’idea, ove possibile, su come  il tempo a venire poteva essere immaginato. 

Sarebbe rimasto legato alle radici ricomponendo il tempo circolare o la deriva che lo stava  trascinando sarebbe stata talmente scivolosa da compromettere ogni prospettiva?

Neapolis e Partenope, Virgilio e Leopardi, Odisseo ed Enea, tutte le genti arrivate dal mare e da terra, gli dei antichi ed i più recenti Santi patroni avrebbero custodito l’incunabolo partenopeo che serbava il mistero del destino del mondo? 

E l’uovo virgiliano sepolto in fondo al mare di Megaride a sua volta presidiata da Castel dell’Ovo sarebbe sopravvissuto insieme a Partenope e Neapolis o si sarebbe frantumato e con esso passato, presente e futuro di quel luogo? 

E la social catena immaginata da Leopardi come necessario  confine per la sopravvivenza del genere umano a somiglianza di quanto fanno le ginestre che fioriscono  sulle falde “del formidabile monte Sterminator Vesevo”? ( “La ginestra o il fiore del deserto”  in “Leopardi, vita, poetica, opere scelte”  Il Sole 24 ore-edizione speciale- 2008)

Al termine della due giorni federiciana, a sera, me ne sono andato a passeggiare nel cuore antico dei decumani e dei cardini. 

Magari avrei trovato qualche indicazione nella notte, tra i vicoli dei cardini e le arterie dei decumani, in compagnia delle stelle ed osservando le basiliche chiuse ed i palazzi sprangati, i visi della gente, i segnali dei fantasmi e gli sguardi delle statue che avrei incontrato in cima alle colonne o sui piedistalli delle piazze. 

Anche Orione era già comparso nel cielo. Da oriente saliva a grandi falcate verso lo Zenit con Sirio fedele a due passi.

La serata era mite, il cielo limpido ed anche le vie erano amiche.

Santa Chiara svettava bellissima. Provavo ad immaginarla dal balcone della stanza da studio di Benedetto Croce (“Storie e leggende Napoletane” Adelphi 1990).

Dal portone ancora aperto sgorgavano fiotti di luce sul sagrato.

Un frate vestito di una tunica bianca e avvolto in un ampio mantello anch’esso bianco aveva attraversato con passo leggero ma deciso la zona presbiterale ed era scomparso nei locali retrostanti dove si distendono chiostri e monasteri consacrati a Dio ed alla pace dell’anima oltre che all’arte ed alla bellezza. 

Un giovane frate francescano si aggirava intorno all’altare spegnendo i ceri… aveva una folta barba nera ed era vestito di un pesante saio marrone. Calzava i sandali ed i suoi piedi erano nudi, il viso fresco. Si muoveva in piena confidenza con il suo Dio.

La basilica era ormai deserta. 

É straordinariamente accogliente Santa Chiara. 

Le sue arcate gotiche, l’alto soffitto, l’altare e l’abside, essenziali nella pietra che tutto  scandisce compresi  i due eleganti sarcofagi addossati alla parete absidale in posizione simmetrica rispetto al severo altare centrale dominato da un bel crocifisso ligneo incastonato nel monumento funebre dedicato a Maria di Valois, invitano alla quiete ed al raccoglimento laico oltre che  religioso. 

Il giovane frate si é recato al microfono. “La basilica chiude” ha detto e quindi ha aggiunto un augurio di pace. Mi sono guardato intorno. Ero rimasto da solo e mi sono avviato all’uscita avvertendo un profondo senso di riconoscenza  per quell’augurio di pace in un mondo allo sbando con i dittatori che sono tornati a calpestare la terra e che arruolano dio per consacrare le loro terribili guerre.

All’uscita vi era  un povero che chiedeva qualcosa per andare avanti. Era ancor giovane anch’egli e recava i suoi abiti dimessi con dignità. In un angolo, appena oltre il sagrato, un cumulo di coperte variopinte e forse un qualche vecchio materasso attendevano come casa desiderata.

Sul decumano inferiore, che lì prende il nome del filosofo Benedetto Croce, solo un poco più  in là oltre la basilica, una donna accovacciata sui gradoni del palazzo prospiciente cantava una nenia dolce e disperata al contempo. 

La sua voce era potente e pulita. Trasparente.

Bella e graffiante nel suo tono drammatico. 

Si diffondeva nella sera circostante fino a raggiungere le propaggini più lontane di piazza del Gesù  e le sue note strazianti intrise di tristezza e malinconia riempivano l’aria tutto intorno.

Ai suoi piedi un pezzo di cartone. Vi era scritta una storia di povertà e invocava un aiuto.

Il canto riempiva il decumano deserto a quell’ora, in quel tratto, e correva verso la statua del fiume Nilo e via San Biagio dei Librai. 

Quella voce straniante portava con sé le storie del mondo che a Napoli tutte si incrociano. 

Poteva venire dalla Cordogliera delle Ande, dalla Patagonia  o dalla Terra del Fuoco per come le aveva descritte Bruce Chatwin (“In Patagonia” Adelphi 2012), o da un posto qualsiasi  del continente degli Antipodi o da una qualsiasi terra, dall’Est e dall’Ovest, da Nord e da  Sud per come me le  aveva raccontate il mio amico Christophe De Maitre, un artista fiammingo giramondo senza fissa dimora e che prediligeva i continenti lontani, almeno fin quando era stato un ragazzo.

Poteva venire da uno dei troppi posti di questo mondo che stentano a ritrovarsi o semplicemente a riconoscersi e che qui si incrociano. Magicamente, vien da pensare. 

Nel pomeriggio salendo verso piazza del Gesù avevo incontrato degli altri poveri, bianchi e neri, tutti piuttosto giovani con lo sguardo proteso a chiedere qualcosa. 

Al termine dei lavori della mattinata Francesco Saverio mi aveva condotto in una traversa nei pressi dell’ateneo a ridosso del Rettifilo, Corso Umberto nella toponomastica ufficiale. Vi era una Sirena scolpita nel marmo. Il viso virginale ed i seni acerbi ad esaltare il candore del corpo ornato da angeliche ali. Al posto delle gambe  e dei piedi  gli arti e le zampe di un pennuto,  di un grande pennuto, un’aquila o un’arpia.

La conoscenza è sempre misteriosa, ambivalente e il percorso per raggiungerla o discernerla scabroso, al limite del dolore e della paura ma solo da essa scaturisce la vita ed in essa passato, presente e futuro si ritrovano.

Prima di ritirarmi per la notte ho avvertito forte il desiderio di riprendere la mia passeggiata notturna attraverso SpaccaNapoli. 

Inoltrandomi in direzione est, il decumano si animava amorevolmente. Frotte di ragazzi e ragazze andavano su e giù nella luce fioca dei lampioni. 

Vi erano anche dei turisti, americani per lo più, inglesi, francesi, spagnoli.

Dei musicisti imbastivano un concerto di chitarre ad un crocicchio. 

L’atmosfera era rilassata. Il mondo con le sue guerre lontano, per una volta.

La gente tranquilla respirava la sera a pieni polmoni, mi sembrava.

Ho raggiunto San Domenico, ho attraversato la piazza, uno sguardo alla basilica domenicana chiusa, al monastero che aveva ospitato Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno in secoli diversi.  Federico in quel luogo vi aveva creato la prima Università pubblica d’Europa sulla scia del mondo saraceno.

Per due giorni proprio nell’Università che porta il suo nome avevamo discusso di radici. Del mito che abita Partenope, dei Greci che vi giunsero dall’Egeo, degli Etruschi che fondarono Pompei e della civiltà osca, autoctona, che innervava con i suoi molti popoli il territorio italico e l’intero golfo chiuso da un lato dalla catena dei Monti Lattari, Sorrento e punta Campanella con Capri a due passi e dall’altro dalle colline che, ad ovest, circondano la città: il Vomero, i Camaldoli, Posillipo, sino a Bagnoli, Pozzuoli, Baia, Bacoli, Averno, Cuma, Ischia e Procida…

Con il mito, la storia, il sapere, i papiri, le ville e le città, i Girolamini, la biblioteca nazionale, gli incunaboli, Virgilio e Leopardi…Caravaggio, l’arte, il regno, la rivoluzione e la repubblica…i quartieri, la vita ovunque radicata.

Napoli metafora del mondo che non muore. 

Il mondo civile si desertifica, dall’Europa all’Asia, alle Americhe.

Qui no, l’indice di natalità non è mai calato. 

A sedici, diciassette anni i ragazzi sono padri e madri, mi aveva raccontato Vincenzo nelle Catacombe di San Gennaro esaurendo la mia sete di conoscenza sul miracolo della Sanità. In un fazzoletto di area urbana, chiusa tra il ponte di Santa Teresa degli Scalzi e via Foria, vive un’intera città, densità altissima, popolazione giovanissima, roba da far tremare i polsi ma non a questi ragazzi, ad essi   ed all’apostolo della Sanità, don Antonio Loffredo, che ha aperto chiese e catacombe, basiliche e canoniche ed al quale le università conferiscono lauree honoris causa in economia ed architettura perché ha saputo individuare nella felicità degli occhi di quei ragazzi l’obiettivo dell’azione economica e sociale e nel tessuto del loro quartiere la frontiera per esaltarla e farla diventare paradigma per il mondo intero oltre che per il resto della metropoli, quella felicità. 

Una metropoli unica. 

Da queste parti il potere resta sempre defilato anche nei momenti più drammatici e la gente sa di dover fare affidamento su se stessa, la sua forza, la sua fantasia, la sua voglia che sconfina nel piacere di vivere per sé e per gli altri.

La Gentrification qui non può passare. Ed il turismo convive con la città che non rinuncerà mai alla sua essenza.

La Gentrification azzera la storia e la cultura in molti posti, non a Napoli. 

Nella terra di Partenope che custodisce  l’uovo di Virgilio ed il sangue di San Gennaro l’universo ha concentrato le sue energie per riscattare l’umanità nascosta nei pori del suo tessuto urbano per come l’aveva interpretato Walter Benjamin già un secolo fa (Walter Bejamin-Asia Lacis  “Napoli Porosa” Dante & Descartes 2020) ma  soprattutto negli anfratti della sua anima sconfinata. 

Mi aggiro nel decumano come un forestiero che ha ritrovato la sua Itaka.

Osservo il palazzo che fu del principe Gesualdo, di Gesualdo e di Maria d’Avalos.

Tendo l’orecchio a cogliere l’eco di quel misfatto raccontato da Anatole France (Anatole France “ Donna Maria d’Avalos” Edizioni in trentaduesimo Dante & Descartes 2004 ).

Dicono che con la luna piena puoi sentire il sospiro di Donna Maria. Cerco la Luna inseguendo madonna d’Avalos… ma quella é ormai andata. 

Mi riprometto di tornare a cercarla. 

Il suo sospiro è potente quanto magnetico e dicono che abiti tra i crateri lunari dalla notte in cui fu trucidata da Gesualdo. Costui da allora, tormentato dal fantasma della sua sposa, prese ad invocare il perdono componendo i suoi sublimi madrigali per Dio onnipotente. Anche la musica polifonica di Gesualdo, dicono che tu possa ascoltare salendo in cima al suo castello tra le montagne d’Irpinia. Io ci sono salito una notte di luna piena. Era autunno e la sera era fredda, ma mi fermai sull’uscio del castello ad ascoltare le polifonie che si diffondevano in cielo mentre il mio sguardo era concentrato sul disco della bianca luna a cercare il viso di Donna Maria.

A Napoli, non vi è cesura tra passato, presente e futuro. Hanno ragione i relatori del Congresso  che per due giorni han raccontato il mito, le storie, l’archeologia, l’architettura, la poesia, l’arte e la scienza.

Le radici sono profonde ed il respiro ampio attraversa l’orizzonte del tempo senza fratture.

Popoli antichi e contemporanei, autoctoni ed immigrati si tengono insieme. Da sempre.

Napoli ha accolto tutti. Ha cacciato solo i nazisti, e li ha cacciati senza attendere gli alleati, ha sottolineato don Antonio Loffredo, il prete che ha scommesso sui ragazzi della Sanità, nel corso dei lavori sulle radici passate, presenti e future di Partenope.

Partenope e Odisseo, Greci e Troiani, dei e santi la cingono per intero.

Il Mediterraneo la abita e dalle profondità della terra il Vesuvio-Somma ed i Campi Flegrei le ricordano che la vita va arata e coltivata ogni santo giorno…

Il Caos partenopeo non è decadenza ma creazione. Continua creazione. 

Anche nei quartieri, tra i falansteri-ghetti della periferia, nelle catacombe della Sanità, tra le colmate di Bagnoli, nei muri che nascondono il mare alla gente che abita lungo il miglio d’oro e tutta la costa orientale, tra i palazzi nobiliari ed i condomini popolari, zampilla di vita tra fiotti di generosità e compassione universale… 

Mi rendo conto che evocando Partenope sto parlando del Sud, di Palermo e di Catania, di Bari vecchia e della Messapia, di Cagliari e di Sassari, di Scilla e Cariddi, della Majella e del Matese.

Così imbocco vico del Fico al Purgatorio uno dei cardini che legano il decumano inferiore a quello  maggiore.All’angolo, alla confluenza con il  decumano, mi imbatto nel busto bronzeo di Pulcinella. Lo conosco bene. Al punto da potermi considerare suo buon amico.

Ha il grande naso lucido. 

Mi pare che stia sorridendo, sornione, rilassato lui pure. 

I riflessi dei lampioni creano delle ombre leggere, complici. C’è poca  gente questa sera e sembra  felice… di fronte un Maradona ancora ragazzo con l’aureola dei santi lo guarda facendo capolino da un piccolo murale. 

É un cunicolo stretto tra gli alti palazzi che si fronteggiano, Vico del Fico al Purgatorio. 

Mi sembra un antro scavato nella storia di Partenope al pari dell’antro della Sibilla e del tempio del vate Virgilio incuneati  nella roccia tufacea. 

E come Maradona, anche  Pulcinella stasera, in solitudine, sembra voler divinare il futuro di questa città che poi è il futuro di tutta intera l’Umanità…

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line.