Il cosiddetto «Doriforo» tra nome ed evidenza
Il tipo statuario tradizionalmente identificato con il Doriforo di Policleto è divenuto, nella cultura moderna, uno dei principali paradigmi dell’arte greca classica. Proprio la forza di questa identificazione ha tuttavia finito per condizionare la lettura dei dati materiali. Poiché il nome Doriforo designa un portatore di lancia, la presenza dell’asta è stata generalmente considerata come un dato acquisito, anziché come un’ipotesi da verificare.
La questione può essere posta in termini molto semplici: la mano sinistra della copia pompeiana è realmente conformata per impugnare una lancia?
Da questa domanda ha preso avvio il riesame della statua. Non dalla volontà di proporre una nuova identificazione, né dal desiderio di sostituire alla ricostruzione tradizionale un’immagine più originale, ma dall’osservazione di un’incongruenza materiale. La disposizione delle dita non sembra infatti compatibile con la presa regolare di un’asta cilindrica. Occorreva dunque rovesciare il procedimento seguito abitualmente: non partire dal nome per stabilire quale attributo collocare nella mano, ma partire dalla mano per verificare quale attributo essa potesse effettivamente sostenere.

La copia rinvenuta nel 1797 nella cosiddetta Palestra Sannitica di Pompei fu ricomposta da Angelo Solari fra il 1809 e il 1817. Nel corso del restauro venne inserita nella mano sinistra un’asta. Quando, nel 1863, Karl Friederichs riconobbe nel tipo il Doriforodi Policleto, la figura appariva dunque già come un portatore di lancia. Non è possibile stabilire in quale misura l’integrazione di Solari abbia orientato la sua proposta; resta tuttavia il fatto che l’asta moderna precedette l’identificazione e contribuì a consolidarla. Il restauro offriva un’immagine, il nome sembrava confermarla e l’autorità del nome finì a sua volta per rendere necessaria la lancia, trasformando progressivamente un’ipotesi ottocentesca in un dato apparentemente acquisito.
Osservata senza questo presupposto, la mano sinistra presenta una conformazione diversa da quella richiesta dalla presa di un’asta. Il mignolo e, in misura minore, l’indice avanzano rispetto al medio e all’anulare. Le dita non si chiudono uniformemente intorno a un elemento cilindrico. La loro disposizione è invece coerente con un oggetto arcuato: l’antilabé, la presa anteriore dello scudo oplitico, afferrata dalla mano mentre l’avambraccio passava attraverso il pórpax.
A questa osservazione si aggiungono le tracce conservate sull’avambraccio sinistro, in posizione compatibile con il bracciale dello scudo, e i dati emersi dalle indagini in fluorescenza ultravioletta del progetto MannInColours. Le prove pratiche di inserimento dell’asta hanno inoltre mostrato che, se essa attraversa la cavità della mano, raggiunge la spalla in una posizione innaturale, sulla testa dell’omero; se viene collocata nel punto anatomicamente più plausibile, presso la fossa sovraspinata, non passa al centro del pugno, ma si arresta fra l’anulare e il mignolo.
Le prove pratiche confermano dunque quanto suggerisce la conformazione delle dita: un’asta può essere adattata alla figura soltanto forzando la presa o alterandone la posizione naturale. Il problema non riguarda perciò la lunghezza o il peso dell’attributo, ma la sua forma. La mano sinistra non sembra predisposta a stringere un elemento cilindrico; risulta invece coerente con la presa arcuata dell’antilabé.
Il riesame della sinistra conduce necessariamente alla destra. Il braccio destro non pende inerte lungo il fianco: è leggermente avanzato e scostato; il bicipite e i tendini sono in tensione. La mano conserva una cavità quadrangolare, difficilmente conciliabile con una posizione di riposo e più coerente con una presa. Per dimensioni e orientamento, l’ipotesi più economica è che stringesse l’impugnatura di una spada.
Sulla spalla destra è inoltre visibile un foro rettangolare con tracce di ossidazione, interpretabile come sede di un perno destinato al fissaggio dell’aortér, il balteo che attraversava obliquamente il torace e sosteneva il fodero sul fianco sinistro. Su quest’ultimo si conservano abrasioni compatibili con il contatto del fodero. Scudo, spada e aortér non costituiscono quindi tre aggiunte indipendenti: formano un unico sistema funzionale, nel quale la posizione delle mani, la tensione degli arti e le tracce tecniche si spiegano reciprocamente.
La proposta non dipende da un singolo dettaglio. Le repliche di Berlino e Minneapolis conservano una tensione analoga del braccio destro e una cavità della mano riconducibile a un gesto di impugnatura; sono inoltre presenti, sul fianco sinistro, tracce di puntelli compatibili con il sostegno di un braccio gravato dallo scudo. Nessun elemento, considerato isolatamente, è decisivo. È la loro convergenza entro una ricostruzione meccanicamente coerente a costituire l’argomento.
Questa revisione degli attributi non determina automaticamente il nome del personaggio. A Messene, tuttavia, una replica del tipo fu rinvenuta nel ginnasio insieme con immagini riferibili a Hermes e a Eracle. Pausania ricorda nello stesso edificio una triade composta da Hermes, Eracle e Teseo. La coincidenza fra testimonianza letteraria, contesto e attributi rende plausibile l’identificazione della terza figura con Teseo.
Il 3 agosto 2026 a Pompei è stata presentata una nuova fusione bronzea del tipo. Nella fase preparatoria mi era stato prospettato che essa avrebbe consentito di verificare nello spazio la ricostruzione con scudo, spada e aortér. Il bronzo effettivamente realizzato ha seguito una strada diversa: combina il corpo della copia pompeiana con la testa dell’erma bronzea di Ercolano, colloca un akóntion, ossia un giavellotto, nella mano sinistra, lascia vuota la destra ed è stato presentato con il nome di Canone.
La sostituzione della tradizionale lancia con un giavellotto riduce l’ingombro dell’asta, ma non risponde all’obiezione posta dalla morfologia della mano. L’akóntion è più corto e leggero del dóry, ma rimane un elemento cilindrico. Il problema non consisteva nella lunghezza della lancia, bensì nella compatibilità stessa della presa.
Una fusione moderna può rendere visibile un’ipotesi e permettere di valutarne nello spazio l’equilibrio, gli ingombri e la coerenza. Non può però dimostrare da sola le premesse sulle quali è stata costruita. Il bronzo mostra un akóntion inserito nella mano, ma non prova che la mano antica fosse predisposta a reggerlo; mostra una destra vuota, ma non spiega la tensione dell’arto, la cavità delle dita, il foro sulla spalla e le abrasioni sul fianco.
Anche il nome Canone richiede una dimostrazione autonoma. Le fonti antiche distinguono il Doriforo dal Canone: è dunque legittimo rimettere in discussione l’equazione tradizionale fra le due opere. Ma mostrare che il tipo pompeiano potrebbe non essere il Doriforo non equivale a dimostrare che sia il Canone. La sostituzione di un nome incerto con un altro non elimina l’onere della prova.
Il cosiddetto Doriforo continua a essere una delle immagini più rappresentative dell’arte classica. Proprio la sua celebrità, tuttavia, rischia di nascondere la statua sotto le interpretazioni che si sono accumulate intorno a essa. Tornare davanti al marmo significa allora sottoporre nuovamente i nomi e le ricostruzioni alla verifica delle mani, delle tensioni muscolari, dei fori, delle abrasioni e degli ingombri.
È su questo terreno che, da oltre vent’anni, ho cercato di riaprire la discussione: non sostituendo un’immagine consacrata con un’altra destinata a diventarlo, ma restituendo priorità all’evidenza materiale. La mano sinistra, incompatibile con la presa di un’asta cilindrica, costituisce il punto di partenza di questo riesame. Le risposte possono ancora essere discusse; ciò che non dovrebbe più essere eluso è la domanda posta dalla statua.
Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

