Napoletano in pillole: Lezione 10, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“Ajere facive ’o guappo a mmare, mo’ faje ’o strunzo dint’a spasella!”

Ad litteram: “Ieri ti comportavi da gradasso nel mare, ora sei una nullità dentro una cesta!”

Ieri, nel tuo elemento, sembravi imbattibile. Ti muovevi sicuro, facevi il gradasso, parlavi come uno che aveva sempre la situazione in pugno. Poi il contesto è cambiato, è arrivata la prova vera, e tutta quella sicurezza si è sgonfiata in un attimo. 

Il detto gioca proprio su questa immagine. In mare il pesce è nel suo habitat naturale: nuota, scappa, sembra imprendibile. Ma quando finisce nella spasella, il cesto del pescatore, la musica cambia. Lì non comanda più lui. Da protagonista diventa preda. La spasella è una cesta bassa e larga, tradizionalmente usata per trasportare verdura, pescato o altri prodotti.

Per questo l’espressione si usa per ridimensionare chi appare forte soltanto quando si trova sul proprio terreno, circondato da condizioni favorevoli o da persone che lo sostengono. Basta spostarlo fuori dalla sua zona di comfort e quella sicurezza può rivelarsi molto più fragile di quanto sembrasse.

È questo il talento della lingua napoletana: invece di dire semplicemente “eri tanto sicuro e adesso hai paura”, costruisce una scena. Prima il mare, grande e libero. Poi una cesta stretta. Prima il guappo, poi il pesce catturato. E riesce a dire tutto questo senza lezioni né moraleggiamenti. Le basta una spasella. E, dentro quella cesta, ci mette tutta la distanza che passa tra l’apparenza della forza e la prova dei fatti.

SALUTI– 

photo Simona & Stefano 
IL TESORO DELLA LINGUA NAPOLETANA tesorolinguanapoletana@gmail.com

Simona Iaccio e Stefano Russo

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Buon divertimento!

Aedi e cantastorie: cunti, ballate e canzoni, di Antonio Corvino

Li Cunti e le storie sono delle forme letterarie legate alla tradizione orale del racconto epico e drammatico o semplicemente popolare. 

In essi storie e canti di lavoro, melodie e balli dell’aia, storie di proteste e ribellione, guerre  e sopraffazioni, Janare, stulare e tarantate si sono affiancate ai racconti fantastici popolati di orchi e streghe, principesse e fate, cavalli parlanti, cavalieri generosi e re fetenti, guitti deformi e boschi bui e fitti dove non penetrava luce del sole e splendore di stelle. 

Castelli e locande, campagne e piazze, villaggi e città erano i luoghi di aggregazione che richiamavano cantori, menestrelli e cantastorie. 

Spesso erano gli stessi protagonisti della vita rurale ad alimentare la tradizione orale e innervare il patrimonio dei canti e dei cunti. 

Erano i mietitori e le raccoglitrici di olive nei momenti di pausa e a fine lavoro, la sera intorno all’aia sotto le stelle, con Orione, Sirio e Vega, i Carri e le costellazioni ad osservare, a imbastire canti a cappella e danze al suono dell’organetto o della tammorra napoletana, tamburello messapico, chitarra calabrese,  scacciapensieri siciliano, oppure intrecciare storie e racconti che avevano destinatari diversi negli adulti e nei bambini. 

Questi ultimi partecipavano alla vita degli adulti sia pure come spettatori in attesa di crescere e diventare grandi a loro volta. 

Si raccoglievano intorno alle vecchie zie o nonne, esse pure parti integranti della vita e della comunità arcaica, le quali raccontavano storie e cunti che attingevano alla tradizione fantastica ed immaginifica condita di adrenalina e tensione narrativa sufficiente a tenere desta l’attenzione dei più  piccini nel mentre i grandi si scambiavano informazioni ed esperienze nel cuore dell’aia ed i giovani amoreggiavano ai margini di essa. 

Poi arrivava il momento corale. 

La rievocazione di un ricordo. 

Un groviglio di serpi tra stoppie o un grosso ragno, diventavano lo spunto per scavare nella memoria e nella sofferenza, frustrazione e ribellione anche… 

Qualcuno narrava  la vicenda delle donne Stulare che a sera assumevano forme animalesche, uccelli, serpi, volpi e si davano convegno sotto i carrubi, gli ulivi secolari, i noci ed i lecci dove riprendevano le loro sembianze per dedicarsi a danze sfrenate e liberatorie o raccontava delle streghe e Janare che evocavano le sacerdotesse di Iside ed Osiride, Horus il cui culto era sopravvissuto nei territori dell’impero per molti secoli mischiato con le pratiche cristiane finché non erano state scacciate e si erano trasformate in Janare. 

A turno raccontavano le drammatiche epopee delle Tarantate vittime dei morsi dei neri ragni tra le stoppie estive dove le donne cercavano le spighe cadute ed i covoni dimenticati dai mietitori e che, secondo scritture, dovevano essere lasciate a vedove ed orfani, poveri e vittime della miseria…

Le stesse storie in inverno venivano riproposte intorno al camino o nelle osterie dove contadini con un bicchiere di vino in corpo erano pronti a raccontare e cantare sino a notte fonda per il piacere di ragazzi e ragazze, intellettuali, musicisti, poeti e scrittori dediti a estrarre quelle storie dal silenzio che le aveva avvolte, in cerca della memoria antica.

Era la tradizione popolare che assumeva appunto la dimensione corale della memoria collettiva. Essa diventava così patrimonio di etnomusicologi, antropologi, cantori e narratori, autori teatrali, attori e registi. 

E si saldava con le epopee cavalleresche, le lotte tra cristiani e saraceni, le imprese di Rolando e dei paladini di Francia, mentre anche i fatti di cronaca legati alle migrazioni di massa sui treni affollati diretti da Sud a Nord  e sui piroscafi che a volte affondavano nell’oceano cancellando le speranze di quella povera gente, diventavano storie cantate e tramandate sulle piazze con l’aiuto di grandi pannelli su cui immagini e tragedie trovavano la descrizione visiva del racconto. 

E infine vi era la grande eredità aedica che arrivava direttamente dalla tradizione greca e magnocreca di cui la Sicilia era l’epicentro epico oltre che storico cui si affiancavano da protagoniste la Calabria con Crotone e Rhegium Julii, Taranto e Sibari, Metaponto e Cuma con la Sibilla e Megaride e Neapolis,  Phitecusa e le terre delle sirene e Circe con il promontorio del Circeo…

Dovunque la civiltà greca aveva messo radici, aveva creato culture che poi sarebbero state assorbite dalla Romanità dopo aver fatto proprie le radici autoctone con le loro divinità ctonie depositarie delle memorie primordiali. 

Tutto confluiva nelle rievocazioni delle antiche patrie e delle antiche storie che si mescolavano con le nuove fino ad arrivare all’oggi. 

Ed il compito era affidato al canto, al racconto orale, al coro, alle epopee tramandate di voce in voce, alle conquiste e reconquiste, alle gioie ed alle  tragedie individuali e collettive. 

Le veglie intorno ai morti e le feste nuziali non  erano momenti occasionali ma situazioni fondanti della coesione comunitaria e della condivisione sociale affidate alle nenie, ai cori, ai canti che davano continuità alla morte e vita al futuro.

Quelle forme di racconto, di danza, di ballata e di canzone erano la quintessenza della cultura popolare. 

Esse progredivano in parallelo con la cultura codificata nella scrittura. 

Mentre Giovan Battista Basile scriveva Lu Cunto de li Cunti e in Oriente nasceva l’intreccio delle Mille e Una Notte, sulle aie, sulle piazze, in mare e sui campi la gente continuava ad alimentare la propria cultura ben oltre quanto era stato codificato da poeti e scrittori, potenti e popolani.

Si trattava di una tradizione antica nata per dare consistenza e senso alle comunità che si riconoscevano come tali in un luogo e consacravano i territori come patria. 

Le vicende a quelli legate erano rivissute come storia e i loro sogni, le loro sofferenze, le loro battaglie e addirittura le guerre diventavano cultura comune che sedimentava nel senso di appartenenza. 

Erano gli Aedi a tessere la trama del tessuto che portava l’umanità a riconoscersi nei popoli.

Gli antichi Aedi furono inventori e cultori di tale straordinaria forma d’arte che era al contempo espressione della storia, della civiltà e della cultura di ciascuno di essi.

In questo caso il popolo greco, magno greco ed ancor prima pelasgico, cretese e miceneo, giunto sino a noi.

Omero ne fu la più alta espressione se non la sintesi ed egli affiderà  proprio ad un aedo cieco come lui, Demodoco, il compito di narrare la storia di Odìsseo alla mensa di Alcinoo provocando il pianto dell’eroe che così rivelerà la sua identità.

Sarebbero giunti i grandi tragediografi, Eschilo ed Euripide con Sofocle a dare seguito a quelle epopee, spesso rovesciandone la prospettiva. 

Non più gli eroi guerrieri ma i popoli sconfitti ed in fuga, le donne ridotte in schiavitù e costrette a subire la violenza dei vincitori sarebbero state le protagoniste delle scene su cui coro e attore prima da solo e quindi supportato da un secondo, davano voce al dramma sempiterno dell’umanità costretta a inventarsi sentieri e vie tortuose per sopravvivere, riscattarsi e riscattare ogni sconfitta ed ogni violenza. 

Il mito a sua volta conservava la sua essenza di filtro e riconoscimento del tempo ancestrale e di metro di misura delle aberrazioni che allontanavano dalla virtù, dal rispetto delle leggi divine e dal senso del limite e della misura che definivano i parametri della virtù individuale e collettiva.

Gli Aedi non verranno comunque mai meno. 

Nonostante l’avanzare della poesia e della tragedia, della commedia e delle fiabe che sostanziavano in forma scritta la memoria e la fantasia dei popoli essi sono rimasti i depositari della coscienza collettiva, dei drammi e delle speranze popolari e sono sopravvissuti sino a noi, sebbene, ahimè, confinati in angoli sempre più angusti e lontani dalla ribalta dove tuttavia sopravvive, come lievito a futura memoria, la dimensione ancestrale del mondo.

La trasmissione orale della cultura non poteva morire. 

Essa anticipava e alimentava la cultura scritta e ne tracciava i futuri sentieri. 

Omero o chi per lui raccolse l’epopea della guerra di Troia che viveva da secoli nei racconti degli Aedi alle corti dei re e nelle agorà. 

Quell’epopea continuò ad alimentare la loro fantasia dilatandone le storie, inventando o registrandone di  nuove intorno alla prima e scoprendo finali non immaginati e percorsi variegati di dei ed eroi, dee e sacerdotesse, regine e ancelle, re e consigli di re. 

Così come intorno all’epopea di Odìsseo gli Aedi avrebbero cantato la volontà umana di non arrendersi nemmeno  alle violenze più  terribili e ricercare la via della conoscenza sempre, dovunque e comunque. 

Saranno gli chansonnier provenzali a recuperare la tradizione aedica. 

Essi avrebbero cantato le epopee degli eroi loro contemporanei esattamente come gli Aedi antichi avevano celebrato gli eroi del loro tempo. 

Sono stati gli Chansonnier ad aver tramandato le gesta del paladino Rolando a Roncisvalle e il tradimento di Gano di Magonza e l’epopea della conquista saracena della Spagna divenuta Al Andalus e della reconquista cristiana nel nome di Santiago  mentre in Sicilia cresceva la storia di Ruggero che sconfiggeva i Saraceni senza tuttavia scacciarli e preparava l’arrivo di Federico, Stupor Mundi.

Saranno trovatori e giullari a tramandare il ciclo di Re Artù ed i menestrelli a cantare e raccontare, inventare, nelle corti e nei palazzi medievali così come saranno uomini e donne del popolo a continuare la tradizione nei campi e sulle aie. 

Toccherà a Dante riscrivere il mito di Odìsseo e farne rivivere la tragica epopea finale aperta alla conoscenza ed alla virtù, dandole  forma e fama imperitura così come Omero aveva santificato le vecchie. 

E sarà Shakespeare a sua volta a dare consistenza alle infinite storie e drammi raccontati da menestrelli e giullari per le corti e le piazze medievali prima e rinascimentali poi.

Il canto popolare giungerà sino a noi negli artisti di strada e nei cantori e improvvisatori teatrali.

Nei tempi recenti Dario Fo riceverà il premio Nobel per le sue creazioni giullaresche che esprimevano in forma teatrale la quintessenza della cultura  popolare al pari di Bob Dylan altro epigono dei cantastorie popolari che affidava alla canzone ed alla ballata le proteste e le speranze dell’umanità  in cammino tra violenze, sfruttamento, guerre e sopraffazioni e, insieme a Joan Baez, dava voce alla ribellione ed alla vocazione libertaria della stessa. 

In Italia Giovanna Marini ridava voce alla tradizione orale e raccontava la fuga dei meridionali dalla povertà e le speranze dei migranti mentre gruppi di musica popolare in tutto il Sud andavano a scoprire quanto la vergogna e la sofferenza avevano per troppo tempo tenuto nascosto.

I Cantastorie erano tornati a girare piazze e paesi esponendo i quadri che illustravano, alla maniera di altrettanti fumetti giganti, le drammatiche vicende della contemporaneità. 

Personalmente serbo in fondo ad un ricettacolo della mia memoria bambina la rappresentazione di un cantastorie giunto non si da dove, che raccontava dell’affondamento dell’Andrea Doria, la nave più bella, cantava. Di notte in mezzo all’Oceano e con la voce trasformata in canto notturno evocava la gente partita per l’America e rimasta sepolta in fondo al mare con tutte le sue speranze. 

La storia era finita. 

Eran tutti andati via. 

Ero rimasto io solo incollato a quei quadri a illudermi di consolare la disperazione di quei morti che avevano rivissuto nella voce di quel cantastorie. 

Poi, allorquando quello aveva tutto raccolto e mi aveva fatto segno che la storia era finita, misi le mani nelle tasche dei corti calzoni e me ne andai prendendo a calci tutte le pietre, ed eran tante,  che comparivano davanti ai miei piedi.

I cantastorie sono stati gli ultimi epigoni della tradizione letteraria orale.  

Essa è ovunque ormai tramontata e dimenticata… 

Sopravvive, forse sarebbe meglio dire è sopravvissuta, nei teatri d’avanguardia e popolari (il newyorkese Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina o l’Odin Teatret danese del salentino Eugenio Barba ne sono state forme addirittura eccelse quanto isolate) ed in alcune forme di rappresentazione corale. 

Nella sua forma aedica e giullaresca continua nella straordinaria esperienza siciliana che recupera il canto ditirambico, la ballata e la canzone e la declamazione popolare. 

Salvatore, un mio amico nisseno, dalle spiagge siciliane mi ha inviato, in queste torride ferie augustee, un accenno, solo uno spezzone corredato da suggestive foto notturne, del maestoso canto ditirambico imbastito, sulla spiaggia Giallonardo, da Salvo Piparo con Margherita Riotta voce e lira greca sull’epopea di Odìsseo, l’Ulisse della tradizione latina. 

Tra Agrigento e Selinunte ma anche in Puglia, in Messapia dove ho avuto la fortuna di assistere personalmente, Giana Guaiana erede dei cantastorie e interprete del canto popolare ripropone la storia, la vita, le canzoni di Rosa Balistreri, una straordinaria donna siciliana che proprio nel canto popolare cercò e trovò il riscatto personale metafora del riscatto degli ultimi.

Qualche anno addietro a Palermo mi addentrai nei vicoli suggestivi, immaginifici e tracimanti vita da ogni parte. 

Cercavo via Bara all’Olivella. 

Si, si, proprio via Bara all’Olivella. 

A sud nascita e morte sono le due facce della stessa medaglia ossia della vita e quindi bara e fonte battesimale si mischiano e non fanno impressione. 

A Via Bara all’Olivella vi era ( e vi è) il Teatro dei Pupi di Santa Rosalia di Mimmo Cuticchio e dell’Associazione “Figli d’arte Cuticchio”. 

Ci ero andato perché volevo ascoltare e vedere dal vivo il teatro dei pupi e sentire l’incedere sincopato, melodioso ed affannoso, incalzante incedere, come una cavalcata in mezzo ad una foresta selvaggia e senza sentieri, di Mimmo, l’ultimo Aedo erede di Omero e di quanti hanno attinto alla vocalità popolare per conservare le epopee della storia umana.

I cantastorie e le cantastorie siciliane, a cominciare da Otello Profazio per finire a Mimmo Cuticchio, sono gli ultimi sopravvissuti degli antichi Aedi e dello stesso Omero oltre che dei cantori medievali. 

Si tratta, ahimè, di forme letterarie in via di estinzione e, dunque, da salvare, riproporre e proporre come patrimonio dell’umanità, che oggi possono essere arricchite con immagini di straordinaria potenza ed intensità immaginifica come le foto del mio amico che hanno accompagnano il canto di Salvo Piparo ed i dipinti che accompagnano le proposte di Giana Guaiana.

Che la onnivora civiltà contemporanea non le consumi insieme ai riti ferragostani.

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Opere letterarie di riferimento:

Lo Cunto de li Cunti. Giovan  Battista Basile. Salerno Editrice, Roma 2013

Le fiabe italiane. Italo Calvino. Mondadori 2019

Lo Cunti de li Cunti. Elio Pecora riscrive Gian Battista Basile. Bibliotheka Edizioni 2025

Odissea. Omero. Einaudi, 2025

Eschilo-Sofocle-Euripide, Tutte le tragedie. A cura di Angelo,Tonelli. Bompiani, 2011

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Narrare, errare, smarrirsi per abitare la Storia – L’Eneide, di Maurizia Maiano

Dobbiamo inventarci un modo nuovo, in questi tempi bui, per appassionare le giovani menti alla Storia.
Narrare viene dal latino gnarus, colui che sa, colui che è consapevole. Narrare significa dunque portare a conoscenza di qualcuno ciò che ancora non sa: mettere in comune una conoscenza, trasformare ciò che è stato vissuto o conosciuto in un racconto capace di raggiungere chi ascolta. In questa semplice etimologia si nasconde, forse, uno dei gangli fondamentali della scuola: qualcuno racconta a qualcuno ciò che ancora non sa, affinché possa cominciare a sapere e, soprattutto, a comprendere.
È da qui che vorrei partire per ripensare l’insegnamento della Storia.
Abbiamo imparato che la Storia inizia con la scrittura, i documenti scritti permettono che venga raccontato e ricordato ciò che è accaduto prima di noi. Ma prima ancora che dalle carte, dagli archivi e dai documenti nasce dagli uomini che si spostano, che attraversano territori, che abbandonano luoghi e ne raggiungono altri, potremmo dire che nasce dall’errare, se intendiamo questa parola nella sua duplice accezione: muoversi senza una direzione già stabilita, ma anche cercare, esplorare, procedere attraversare l’incertezza, è il senso del vero errare che la parola contiene in sé. La storia dei popoli è, in larga misura, storia di migrazioni, di incontri e scontri, di separazioni, di conflitti e di contaminazioni. Si cresce, si evolve, si cambia ci si arricchisce solo incontrando l’altro, accogliendo.

Ed è proprio qui che si apre una delle questioni più difficili del nostro presente. Come raccontare la Storia a bambini e ragazzi in un tempo nel quale le migrazioni, gli spostamenti e gli incontri fra i popoli sul nostro pianeta sono diventati una delle esperienze più controverse del nostro vivere collettivo? I nostri libri parlano di invasioni barbariche, ma era il tempo dell’impero di Roma, nelle lingue degli altri popoli si parla di migrazioni di popoli, Voelkerwanderung dicono i tedeschi. Riflettere sull’etimologia della parola, sull’uso diverso che chi la usa ne fa, aiuta a guidare il discente nella riflessione attenta del linguaggio, del diverso apporto di significato che l’uso di una parola può avere in soggetti diversi. La Wanderung, migrazione, è la parola tedesca che si usa al posto della nostra invasione. Narrare evita che il racconto storico diventi la rassicurante costruzione di identità immobili, di appartenenze concepite come origini pure e separate, significa, inoltre, dare forma al tempo, significa capire anche il punto di vista dell’altro. Ogni racconto introduce un prima, un dopo e un sarà. Il passato non è semplicemente qualcosa che è finito: entra nel presente, lo attraversa e apre possibilità verso il futuro. La narrazione rende dunque abitabile il tempo, perché stabilisce connessioni tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che ancora può accadere.
È qui che torna alla mente l’immagine creata da Paolo Jedlowski nel suo saggio: Il racconto come dimora. Raccontare non significa soltanto trasmettere informazioni: significa offrire un luogo nel quale l’esperienza possa essere raccolta, ordinata, condivisa. Il racconto diventa una dimora temporale, uno spazio nel tempo, un luogo nel quale possiamo sostare per comprendere da dove veniamo e, forse, immaginare dove possiamo andare. Per fare questo si serve del film Heimat, Patria, la parola tedesca contiene in sé la parola Heim, casa e la casa accoglie, è il luogo degli affetti.
Una fiction del 1984, diretto dal regista tedesco Edgar Reitz, racconta la storia della famiglia Simon e di Schabbach, villaggio immaginario dell’Hunsrück, la regione della Germania in cui è nato il regista. Le vicende private dei protagonisti si intrecciano con gli avvenimenti della storia della Germania nel periodo che va dal 1919 al 1982. Walter Benjamin ci aiuta nell’interpretazione: un’opera che non mira solo al nudo racconto dei fatti storici, date, guerre, violenze, battaglie, che hanno caratterizzato il secolo, ma anche partenze, separazioni e abbandoni che i protagonisti di quel racconto hanno sperimentato. Un’opera attuale da cui prendere lo spunto affinché il discente impari a conoscere le vicende nel proprio vissuto, di uomo del suo tempo, attraverso la storia di una famiglia che potrebbe essere anche la sua. Essa si realizza nel momento in cui viene raccontata, organizzata in  forma grammaticale e sintattica. L’esperienza non è solo il vissuto, ma anche il processo che ha luogo nella memoria, lo lega all’esperienza e gli dà senso. Qualcosa che è andato perduto, ma che abbiamo ritrovato. E’ uno smarrirsi ed un ritrovarsi. E’ come se l’accaduto ritornasse per essere raccontato. Un ritorno in ciò che è stato, un tentativo di capirlo, interpretarlo e di decifrarlo. 
Il racconto diventa una rete di relazioni, luogo dell’anima e del tempo ritrovato. Forse è proprio questa la funzione che dovremmo restituire alla Storia nella scuola: non soltanto far conoscere il passato, ma offrire ai bambini e ai ragazzi una dimora nel tempo. E per farlo, dobbiamo prima insegnare loro che la Storia non è un territorio immobile da attraversare lungo un percorso già tracciato. È un viaggio. Forse nessun termine come narrare contiene in sé i molteplici aspetti del compito che come insegnanti si ha: far sapere, errare sia nel senso di spostarsi, che è un vagare senza meta, che ci pone nel cammino di fronte ad una scelta, sia errore, smarrimento, ricerca. La Storia non è il racconto di chi conosce la strada; è il racconto di uomini che hanno cercato una strada. Ed è proprio attraverso il racconto che chi ancora non sa può cominciare ad abitare ciò che è stato. È proprio questa duplicità che rende errare una parola straordinariamente feconda per l’insegnamento della storia.

Storia e grandi poemi epici – L’Eneide


Nel narrare, nel raccontare bisogna pensare non tanto alla trasmissione di fatti, eventi, personaggi e quadri cronologici del passato, piuttosto ad una conoscenza elementare e correttamente impostata che trasferisca nel discente i processi storici delle epoche più antiche. Ciò vale soprattutto per l’epoca in cui si sviluppò la civiltà greco-italico-romana che costituisce la base della nostra storia nazionale ed anche quella europea, sfuggendo così al pericolo di restare chiusi ed intrappolati in qualcosa che vogliamo far apparire come nuovo. Il ruolo, la libertà dell’insegnante ne stabilirà le priorità valutandone sia la rilevanza epocale, sia l’esemplarità rispetto all’attuale concreta esperienza di vita. È nel nostro passato che ritroviamo le nostre radici.
L’accoglienza è alla base della cultura e della storia italiana. La nostra tradizione cristiana, a sua volta radicata nella romanità, è impregnata dell’umanesimo e dell’idea universale di Roma prima, del Cristianesimo dopo. La Civitas romana ha abbandonato l’idea della Polis, per cui il barbaro non farà mai parte della comunità. Al contrario, Roma rende cittadino chi la serve. L’Imperium sine fine nasce con l’immagine di Enea che fugge da Troia portando sulle spalle il padre Anchise e approda nel Lazio: “così dice piangendo ed allenta le briglie alla flotta. E finalmente arriva ai lidi euboici di Cuma” (Eneide libro VI). Enea è il migrante, che fugge dalla sua terra assediata e in fiamme, e fonderà l’Impero. È questo l’atto che “ci impedisce di slegare il sogno dalla realtà, liberandoci dai demoni della chiusura, della xenofobia e del razzismo” perché la nostra è la cultura dell’accoglienza che si è espansa ed ha conquistato il mondo (si veda Accogliere di Andrea Riccardi e Lucio Caracciolo Piemme, 2023).

L’Eneide: dall’esilio alla fondazione


L’epica è la forma letteraria del racconto. Espone le vicende di uomini e popoli in terza persona, trasformando l’esperienza individuale in memoria collettiva. Virgilio vuole raccontare la storia della nascita di Roma e mostrare come, da una fine, possa aprirsi un nuovo inizio. Enea parte da una città che non esiste più: Troia è stata distrutta e data alle fiamme. Deve lasciare tutto, non può ricostruire la città perduta. Ma nel momento in cui l’abbandona porta con sé il vecchio padre Anchise e il figlioletto Ascanio, uno sulle spalle e l’altro per mano. Una immagine reale, fisica e potente: uno il peso del passato e l’altro il futuro, la mano che lo stringe forte diventa simbolo di guida, di presenza necessaria:
Oh, padre, afferra con la tua mano sacra i tuoi Penati ancestrali; è sacrilego toccarmi, essendo
reduce da una guerra così grande e fresca di massacro finché non mi laverò nel vivo fiume.

C’è in queste parole la consapevolezza del male della guerra, della violenza e delle atrocità commesse che non si possono facilmente cancellare, le violenze rimangono indelebili.
Il vecchio e il nuovo, il passato e il futuro portano con sé la memoria e la responsabilità di ciò che dovrà essere: la distruzione della patria non significa la cancellazione della sua storia e il gesto di accompagnare per mano il figlio ne diventa la conferma. Enea non può ricostruire Troia, ma potrà fondare una nuova patria. Il viaggio diventa così il passaggio necessario tra ciò che è finito e ciò che ancora deve nascere. L’erranza conduce all’approdo; la perdita diventa possibilità di fondazione. Enea non è fondatore perché possiede già una patria, ma l’ha perduta. E’ questo che scardina le certezze di una appartenenza che non può essere per sempre. La sua identità non nasce dalla conservazione di un luogo immobile, ma dal movimento, dalla separazione e dall’incontro con un nuovo luogo. La patria, nell’Eneide, non è soltanto un luogo ricevuto: è anche un luogo che si costruisce.
Enea è, nello stesso tempo, profugo, perché ha perduto la propria terra; errante, perché non ha ancora una destinazione; narratore, perché porta con sé la memoria di Troia; fondatore, perché il suo viaggio prepara la nascita di una nuova comunità, dalla quale nascerà Roma, e infine l’Impero. Enea è dunque profugo per destino: il suo destino passa attraverso l’esilio. Scrive Virgilio:
Canto le armi e l’uomo che, profugo per destino, per primo dalle coste di Troia giunse in Italia
È quasi un paradosso: il destino del fondatore comincia con l’esilio. Come per dire che ogni cosa e proprio quella più grande nasce da una profonda sofferenza e da un grande travaglio: il nuovo viene dal vecchio e dalla sua perdita. 

Mi arresi e, sollevato mio padre, mi diressi verso le montagne…(il monte Ida rifugio dei troiani).  

E’ il momento della separazione. La consapevolezza di dover abbandonare tutto e chiudere con il passato. Lo spaesamento rende possibile porre nuove radici per una nuova identità che abitare i nuovi luoghi, condividere gli spazi ed il lavoro cementificheranno. La nuova comunità non nasce semplicemente perché Enea arriva: nasce dall’incontro con chi già abita quella terra. Enea non trova una terra vuota. Trova Latini, Rutuli, Evandro, Turno. Quindi l’approdo non è la semplice sostituzione di una patria con un’altra: è un incontro, ma anche un conflitto, una contaminazione e infine una trasformazione reciproca.

Il racconto prosegue nel dar forma ad una comunità, non cancella il proprio rapporto con il passato, perché su esso si fonda e guarda ai nuovi che incontra e con cui si scontra, ma reciprocamente si contaminano. Enea è un migrante prima ancora di essere un fondatore. La sua storia comincia fuori dalla patria.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Joseph Roth: “La milleduesima notte” (Adelphi, trad. Ugo Gimmelli), di Loredana Cefalo

Cosa rimane degli esseri umani quando crollano le certezze, le gerarchie e le rassicuranti finzioni di un intero mondo? E quanto quel vuoto morale somiglia alle contraddizioni del nostro presente?

​Se rileggiamo oggi La milleduesima notte di Joseph Roth ne cogliamo una sconcertante profezia: il crepuscolo dell’Impero Asburgico parla direttamente alle democrazie contemporanee, sistemi complessi e formalmente inappuntabili, ma pervasi da inerzia, cinismo diplomatico verso i regimi autoritari e una spietata mercificazione dei più deboli.

​Scritto nel 1939 dall’esilio parigino, mentre l’Europa scivolava nel baratro totalitario, il romanzo risponde a questi interrogativi presentandosi solo in apparenza come una raffinata commedia mitteleuropea dal sapore orientale. Sotto la superficie del racconto si cela una spietata anatomia morale del collasso asburgico, orchestrata come un catalogo dei vizi capitali.

​La trama, incentrata sulla sostituzione della contessa Wurmbrandt con Mizzi Schinagl nel letto dello Scià di Persia in visita a Vienna, è solo un pretesto per mostrare come, nel microcosmo viennese, i peccati siano gli ingranaggi su cui poggia l’intero ordine sociale.

​La bellissima contessa Wurmbrandt, di cui lo Scià si invaghisce al primo sguardo, incarna la superbia aristocratica: è disposta a sacrificare un’altra donna pur di salvare le apparenze di casta.

​Dal canto suo, il barone Taittinger rappresenta la paralisi etica e spirituale di un impero al tramonto; la sua colpa capitale è un’accidia pervasiva e claustrofobica. Chiuso in un individualismo estremo, il barone non ascolta altra voce al di fuori della propria e ignora i bisogni altrui, etichettando tutto e tutti come noiosi. La sua vita è dominata da un’apatia cronica, una vacuità in cui ogni cosa svanisce; incapace di prendere posizione o di provare autentica empatia, Taittinger si lascia scivolare addosso il destino dell’amante e del figlio illegittimo con un’indifferenza disarmante. Solo per un breve istante la sua inerzia si incrina: sopraffatto dallo scandalo e dall’impossibilità di rientrare nei ranghi dell’esercito, manifesta un barlume di compassione, dettato soprattutto dal terrore della solitudine nella morte.

​Accanto a lui, la lussuria capricciosa dello Scià, disabituato a porre freni al desiderio, riduce l’essere umano a pura merce. Una ricerca talmente cieca del piacere carnale da non fargli notare lo scambio: dopo la notte trascorsa con Mizzi, creduta la contessa W. concessagli dal marito, cade in un profondo sconforto, deluso dall’abisso tra la realtà e la grandiosità delle proprie aspettative.

​Sottile, invece, è l’invidia corrosiva dell’eunuco, che osserva con sordo risentimento l’ipocrisia degli occidentali, compiacendosi della loro degradazione.

​A chiudere il cerchio è l’avarizia spietata di Frau Matzner, maîtresse di una nota casa d’appuntamenti dell’alta società viennese, legata al denaro a tal punto da non volersene separare neppure di fronte alla morte.

​Al centro di questa ragnatela spicca Mizzi Schinagl, l’unica figura priva di malizia. La sua colpa tragica è una radicale ingenuità infantile: si fida ciecamente di tutti, firma contratti senza leggerli e subisce passivamente il proprio destino. La sua purezza non è però priva di lacerazioni interiori: schiacciata dall’abiezione della prostituzione in cui è sprofondata, Mizzi va incontro a un corto circuito emotivo. Travolta dall’angoscia e da un dolore insostenibile per la sua immaturità, arriva a picchiare senza motivo e ad abbandonare il figlio, per poi piombare in un pentimento tanto straziante quanto impotente. L’incapacità cronica di difendersi ne fa la preda ideale di una società corrotta, trascinandola fino alla rovina giudiziaria e al carcere.

​La grandezza dell’opera risiede nella maestria con cui Roth governa stile, ritmo e registri narrativi. Il romanzo si apre con l’andamento brillante, leggero e quasi musicale di un’operetta viennese, sostenuto da un’ironia sottile e da periodi armoniosi. Con il procedere degli eventi, tuttavia, il testo muta progressivamente: il tono scivola dalla satira di costume al dramma sociale, fino a farsi tragedia. Anche il ritmo asseconda questa metamorfosi, accelerando nella spirale caotica di truffe, debiti e processi, per poi rallentare e quasi congelarsi in una marcia funebre, segnata dall’angoscia per il declino senile e la morte.

​Questa parabola si apre e si chiude con una meditazione sulla natura umana e sulla sua fragilità di fronte alla storia. Roth incornicia la narrazione interrogandosi su cosa resti degli individui quando l’impero, le corti e le certezze borghesi si sgretolano: creature fragili e incostanti, incapaci di governare i propri impulsi o di resistere al corso degli eventi, ridotte a marionette manovrate da forze superiori. All’inizio le loro esistenze brillano di un fasto vano; alla fine si dissolvono, svuotate di ogni sostanza, lasciando dietro di sé soltanto macerie morali.

​L’epilogo di Mizzi rappresenta il vertice di questo pessimismo, una salvezza a metà. Sopravvissuta al carcere e alla rovina economica, è condannata a farsi parodia di sé stessa: un’attrazione da baraccone che esibisce ai curiosi la memoria del suo antico scandalo con lo Scià. Per non morire fuori, è costretta a morire dentro, ridotta alla cartolina imbalsamata di un passato irrecuperabile.

​Nell’intera produzione di Roth, La milleduesima notte si colloca come l’ultimo, amaro testamento narrativo insieme a La leggenda del santo bevitore. Pubblicato dalla casa editrice d’esilio De Gemeenschap a ridosso della morte dell’autore e dello scoppio della Seconda guerra mondiale, il libro non conobbe all’epoca la risonanza dei capolavori precedenti, quali La marcia di Radetzky o Giobbe. Soltanto a partire dagli anni Settanta, grazie a un’ampia riscoperta critica internazionale, l’opera ha ottenuto il dovuto riconoscimento, imponendosi come uno dei vertici più complessi della prosa rothiana.

​Roth firma così una favola amara sul crollo dell’Austria-Ungheria e della società che la componeva, in cui l’innocenza disarmata e la stessa essenza umana vengono divorate dall’ipocrisia del potere e dal cinismo del denaro.

​Cosa resta, dunque, dell’uomo una volta spogliato di ogni certezza istituzionale? Resta una fragilità senza tempo, agghindata con una preziosa collana di perle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Alice Weidel e la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt, di Nives Monda

Il partito Alternative für Deutschland, cioè “Alternativa per la Germania” (AfD) che ha vinto le elezioni ieri nel Land Sachsen, viene indicato come quello di Alice Weidel. E non è un caso. “Alice Weidel è considerata oggi la principale figura pubblica del partito.” (Fonte: chat gpt).

Mi soffermerò sulle parole “figura pubblica”. Perché un partito così porta come front una persona così? E perché chat gpt riprende la locuzione “figura pubblica”? 

Erroneamente, una parte dell’opposizione tedesca sostiene che lei sia un paravento, un modo per mitigare l’accusa di estremismo all’AfD.

Io credo, invece, che lei sia assolutamente parte di quell’estremismo, anzi la sua stessa omosessualità si fonda su esso.

Weidel è sì una persona omosessuale (non uso la parola gay apposta per contrastare la narrazione dominante, al limite dovremmo dire “lesbica”); è sì sposata con una persona “non bianca”; è si parte della comunità lgbtq+. Presenta, tuttavia, tutte le caratteristiche di un tipo di posizionamento bianco conformista: è cresciuta in una famiglia agiata, si è laureata in economia all’università di Bayreuth come migliore del suo anno, è nipote di un giurista che ha svolto un ruolo di magistratura militare negli anni ‘30 nelle SS, è sposata con una regista svizzera (su questo aspetto va, infatti, precisato che la compagna è nata in Sri Lanka ma è vissuta tra Europa e Los Angeles, quindi si deve presumere, date le fonti a disposizione, che la sua formazione non sia radicata in Asia quanto in Occidente).

L’intento di questo articolo non è fare dissing su Weidel nè sulle persone a lei legate: è, però, fondamentale chiarire il contesto in cui questa persona si è formata per capire come e perché oggi sia la rappresentante di un partito di estrema destra che vince le elezioni in un Land tedesco, certo uno dei più piccoli, ma molto significativo per ragioni storiche e geografiche in questa fase.

Weidel non finge: è esattamente ciò che rappresenta. E il suo partito non la usa: la subisce. La sua omosessualità dichiarata e vissuta, con pienezza anche familiare, non è la foglia di fico dell’AfD, ma è l’evidenza di un modo di intendere i diritti civili che introietta il privilegio e lo fa arma di lotta. Una lotta, però, che serve alle persone bianche e a quella parte di deriva ideologica che ha usato le guerre culturali per far strada all’individualismo. Quella categoria di persone che fa dell’oppressione un privilegio. 

Potrebbe sembrare un ossimoro ma non lo è: IO (sottolineo “io”) sono lesbica, sono sposata con una persona omosessuale di origine srilankese, abbiamo due figli, abbiamo lottato per la nostra autodeterminazione, quindi IO posso dire tutto ciò che voglio sulle minoranze oppresse. Il mio stesso status incarna il posizionamento delle persone oppresse.

E in più, piaccio anche ai Russi. Capitolo a parte che meriterebbe un altro approfondimento.

La lotta per i diritti civili, però, non ci ha consegnato questo: ci ha insegnato che non esiste una gara a chi è più oppressa ma una lotta comune contro chi determina tutte le oppressioni. Da qui nasce l’intersezionalità: la lotta per i diritti civili intreccia quella contro lo sfruttamento delle persone e dell’ambiente, giusto per citare due temi grossi. 

Per questo motivo, una persona che si riconosca nelle cultural wars non può essere suprematista nè fascista nè sionista. Caso di attualità a Napoli: il presidente di Arcigay non può essere sionista solo perché in Israele gli fanno fare il Pride. Non può esserlo perché al di là del muro dove lui celebra il SUO Pride, un’intera popolazione viene sterminata.

L’attenzione che dobbiamo porre a queste trasformazioni (involuzioni culturali) è massima. Dobbiamo riportare le battaglie per i diritti civili nel nostro ambito. Quando dico “nostro” intendo quella dell’intersezionalità, dove si intreccia la lotta contro l’oppressione con la lotta allo sfruttamento delle specie che vivono sul pianeta.

Bisogna farlo all’interno di una comune battaglia sul piano collettivo, dove il particolarismo militante (che il più volte da me citato, con grande affetto, Mimmo Cangiano, ha ben definito e descritto) non trovi (più) spazio. 

Non è “colpa” nostra se Weidel va al potere. Weidel vince nella Germania del neoliberismo e della corsa al riarmo e questo è l’humus perfetto dove, con una popolazione che ha sempre meno luoghi dove formarsi uno spirito critico (anche la scuola in Germania arretra sempre di più sul piano formativo), possono crescere questo tipo di proposte culturali. Certamente è però nostra responsabilità se, nei nostri percorsi transfemministi, evitiamo di affrontare una questione: fare i conti con la nostra whiteness (bianchezza, bianchitudine) è un lavoro lungo, che dura tutta una vita e che possiamo svolgere solo se siamo “awake” piuttosto che woke. In corso d’opera, dobbiamo sempre essere quindi guardiane di noi stesse e sapere che il privilegio che abbiamo deve essere ceduto, non coltivato, e messo, quindi, a disposizione di chi di quel privilegio non dispone (nel mio caso il privilegio di donna bianca, laureata, con una vita strutturata mi ha dato il diritto e l’agio, nonostante tutte le conseguenze, di esprimere la mia opinione e prendere posizione; quindi non devo mai dimenticarlo pensando a chi, in mancanza delle condizioni di cui io godo, non può farlo).

Pensatrici e militanti come Angela Davis, Leila Khaled, Rita Laura Segato (per fare giusto qualche nome) siano sempre il nostro faro. I loro scritti e le loro parole il nostro nutrimento.

Alcune fonti utili di seguito per approfondire il loro sacrosanto contributo all’umanità:

  • su Angela Davis consiglio il documentario “The Black Power Mixtape 1967–1975″: 
  • su Leila Khaled, la sua autobiografia “My People Shall Live: The Autobiography of a Revolutionary (1973/1975)” (Midnight Press, 2025);
  • su Rita Laura Segato, il suo testo “La guerra contro le donne” (Tamu, 2023).
  • Il testo di Mimmo Cangiano che ho citato si intitola “Guerre culturali e neoliberismo” (Nottetempo, 2024).

Nives Monda

Nives Monda vive e lavora al centro storico di Napoli, dove gestisce, insieme a Potito, Giovanna e Antonio, la Taverna a Santa Chiara. La Taverna è una piccola osteria che aderisce all’associazione Slow Food e al movimento BDS come SPLAI (Spazio Libero dall’Apartheid israeliano). Questa avventura è iniziata nel 2014; prima di allora, Nives ha lavorato per vent’anni nel campo della programmazione e dell’attuazione dei Fondi Strutturali Europei. Laureata in Economia, di recente ha intrapreso un nuovo corso di studi in Storia, presso la Federico II di Napoli. Appassionata di letteratura e di poesia, è socia della libreria Iocisto di Napoli e della libreria Libertà di Torre Annunziata. Supporta come attivista varie campagne sul territorio, come quella della rete Napoli per la Palestina, della rete “Resta Abitante” contro la turistificazione delle città, dei Beni Comuni, del Carnevale Sociale. È madre di due figli.