Libri per l’estate: “A/R Andata e racconto. Viaggiare con leggerezza” (Minimum Fax, 2026), di Loredana Cefalo

L’antologia “A/R Andata e racconto. Viaggiare con leggerezza” (Minimum Fax), nata dalla sinergia tra le Ferrovie dello Stato Italiane e il Salone Internazionale del Libro di Torino, si presenta come un affascinante mosaico letterario in cui il movimento fisico e quello mentale si fondono in un’unica traiettoria narrativa.
La scrittura si fa un’andata leggera verso il mondo complesso delle vite umane, ma non è una fuga: prevede il ritorno al presente con una solida presa di coscienza sulla vita e le sue imprevedibili sfumature.

Le voci della raccolta sono varie, eterogenee: sei autori affermati (Simona Vinci, Nadeesha Uyangoda, Antonella Lattanzi, Matteo Nucci, Guido Catalano, Lorenza Pieri) e quattro esordienti vincitori del concorso letterario indetto da Ferrovie dello Stato e Il Salone del libro. Tutti ci dimostrano che viaggiare e leggere sono, in fondo, due declinazioni dello stesso bisogno umano di orientamento.

Il fulcro emotivo e concettuale dell’intera raccolta è la contemporaneità di due viaggi: quello in treno e il viaggio della mente, dove la carrozza ferroviaria non è un semplice mezzo di trasporto, ma uno spazio in cui il finestrino si trasforma in una pagina bianca e la pagina scritta diventa un finestrino aperto sul mondo.
Questo legame si palesa in modo letterale nel racconto Il segnalibro di Franco Revello, dove la voce narrante è una foglia trasformata in segnalibro che viaggia nel tempo e nello spazio muovendosi tra i volumi e i capolavori della letteratura.
In Caporale Express di Riccardo Grasso, lo sfondo drammatico del caporalato nei campi viene squarciato proprio dalla lettura di un libro, che innesca nella mente della moglie del bracciante Morfeno la consapevolezza che esiste un mondo intero oltre la durezza di quella campagna, spingendo la famiglia a desiderare la fuga verso la città. Dal canto suo, Guido Catalano esplora la poesia come una vera e propria macchina del tempo: rileggere un vecchio testo d’amore o un ricordo d’infanzia ambientato a Mantova permette alla mente di compiere un salto temporale istantaneo, riattivando emozioni e nostalgie felici che si credevano perdute. Nel racconto di Lorenza Pieri, Railroad to Freedom, il viaggio locale in treno di una donna attraverso il Massachusetts si intreccia con la riflessione sulla vita e sulle opere di Louisa May Alcott, trasformando il tragitto fisico e lo spazio d’attesa della carrozza nello strumento per elaborare il trauma del proprio divorzio e ritrovare il coraggio della propria indipendenza.
In definitiva il percorso di questa antologia è quasi sempre un viaggio di andata e ritorno in cui si parte per un ritorno alla memoria, all’origine e a ciò che resiste al logorio del tempo.

Lo si percepisce con forza in Mare more di Maurizia Di Stefano, dove la protagonista Nadiya, ex bambina di Chernobyl, compie da adulta lo stesso viaggio in treno verso l’Italia intrapreso nell’adolescenza, come anche ne L’uomo in fuga di Edoardo Maresca, incentrato sugli ultimi giorni di Lev Tolstoj, durante i quali il treno e la stazione di Astàpovo diventano il luogo ultimo in cui tutte le identità dell’uomo si ricompongono, e dove il viaggio della mente trova la sua pace definitiva; e infine in Treni di Antonella Lattanzi, nel quale il treno e la banchina si trasformano da non luoghi in spazi di dolcezza, solitudine e malinconia, e il viaggio diventa lo specchio per guardarsi dentro prima di ripartire.

In cosa consiste, dunque, la leggerezza?
Non di certo nell’assenza di peso, piuttosto nella capacità di portarlo con sé senza smettere di guardare fuori dal finestrino e ricordandoci che, finché ci si muove tra le righe o sulle rotaie, da qualche parte una storia comincia sempre.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Ricette Letterarie: i lamponi di Tolstoj, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker 📚 🍽

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

Pronti a mettervi ai fornelli? 🍲 Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne c’insegna a preparare una squisita confettura di lamponi ispirata ad un passo di “Anna Karenina”, il capolavoro di Lev Tolstoj pubblicato nel 1877, considerato da Dostoevskij un’opera d’arte perfetta e da Nabokov “il capolavoro assoluto della letteratura del XIX secolo”.

*** I lamponi di Tolstoj ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Testo da Anna Karenina

“Sulla terrazza s’era riunita tutta la compagnia femminile. In genere amavano andarvi a sedere dopo pranzo, ma quel giorno c’era anche da fare. Oltre alla confezione delle camicine e delle fasce a maglia, di cui tutte si occupavano, quel giorno si cuoceva in terrazza la marmellata secondo un metodo nuovo per Agàfija Michàjlovna, senza aggiunta d’acqua. Era stata Kitty a introdurre questo nuovo metodo usato in casa loro […]

Con la faccia accaldata e crucciata, i capelli arrutiati e le magre braccia nude sino ai gomiti, Agàfija Michajlovna faceva dondolare circolarmente la casseruola sul braciere e guardava cupamente i lamponi, desiderando con tutta l’anima che si attaccassero e non finissero di cuocere. La principessa, sentendo l’ira di Agàfija Michàjlovna diretta contro di lei, in quanto principale consigliera per la cottura dei lamponi, fingeva di essere occupata in altro e di non interessarsi […]”  

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Ricette Letterarie: Confettura di lamponi

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Confettura di Lamponi (senza semini)

Dosi per 3 vasetti da 300 ml

Ingredienti

  • 1 kg di lamponi surgelati
  • 250 g di zucchero specifico per confetture (Fruttapec 4:1)
  • 3 bustine di zucchero vanigliato (21g totali)
  • Il succo di ½ limone

Procedimento

  1. Macerazione: Mettere i lamponi congelati in una ciotola capiente. Versare sopra i 250 g di zucchero e le 3 bustine di zucchero vanigliato. Mescolare delicatamente e riporre la ciotola in frigorifero (senza coprirla) a macerare per un giorno intero.
  2. Prima cottura: Trascorso il tempo di macerazione, trasferire i lamponi con tutto il loro succo in una pentola e portarli a bollore.
  3. Setacciatura: Togliere la pentola dal fuoco e, mentre il composto è ancora caldissimo, passare i lamponi al setaccio per eliminare i semini e ottenere una consistenza liscia e vellutata.
  4. Seconda cottura: Rimettere la polpa di lamponi setacciata sul fuoco e riportarla a bollore. Aggiungere il succo di mezzo limone e lasciare addensare (10 minuti al massimo). 
  5. Igienizzazione dei vasetti: Mentre i lamponi passati si addensano procedere con l’igienizzazione dei vasi in vetro, immergendoli in una pentola d’acqua bollente. Tenerli pronti e caldi per il momento del riempimento.
  6. Invasamento: Versare la confettura caldissima nei vasetti di vetro precedentemente bolliti e ancora caldi. Chiudere ermeticamente con i tappi e capovolgere immediatamente i vasetti a testa in giù su una superficie piana per favorire la formazione del sottovuoto durante il raffreddamento.

Per tornare a Paolo Maurensig

Alcuni autori ottengono un grande successo con il loro primo libro e poi vi vengono per così dire “incatenati” a vita. Li diamo per scontati, talora non li leggiamo nemmeno più con la dovuta attenzione, ricordando sempre il loro esordio e ignorando o sminuendo il resto, perché se il pubblico non li ha più seguiti deve esserci un motivo. I suddetti scrittori possono provarle tutte: cambiare, evolvere, scrivere libri migliori, ma di loro resterà soltanto quel primo ingombrante successo. I lettori alzano le spalle e dicono: “Il primo libro non era male, ma poi…” Da ultimo lo scrittore muore e gran parte dei suoi libri finiscono fuori catalogo o ripubblicati in sordina, per quei pochi lettori fortunati che hanno invece saputo leggerli e amarli. 

Uno scrittore di grande talento che è stato in parte dannato dal suo esordio è, secondo me, Paolo Maurensig. L’esordio lo conoscono in molti, La variante di Lüneburg, edito da Adelphi nel 1993, bel libro che può essere considerato una riscrittura di Novella degli scacchi, di Stefan Zweig. D’altra parte, come dice Mario Fortunato in uno dei suoi libri più belli, Noi tre (Bompiani, 2016), forse scrivere “non è altro che imitare”, e imitare in fondo è “un esercizio di umiltà”, perché dopotutto “si imita solo ciò che si ama”. 

In effetti credo ci sia da diffidare più di coloro che si ritengono unici e “inimitabili” e magari nascondono i loro modelli che degli scrittori che invece non negano i debiti nei confronti dei loro maestri. In fin dei conti tutti noi – i migliori, i peggiori – siamo uomini sulle spalle di uomini che non sapevano di essere giganti, o perlomeno scrittori di grande o immenso talento. Niente nasce dal niente, nemmeno Proust, che deve le famose pagine della madeleine e della memoria involontaria al cinguettio di un tordo che incantò lo Chateaubriand delle Memorie d’oltretomba, come ha osservato recentemente Pierluigi Pellini nel suo Schedario francese (Mauvais Livres, 2026). 

Ma torniamo a Paolo Maurensig. A essere precisi non si può dire che egli sia stato del tutto “incatenato” al suo esordio, visto che il suo secondo romanzo, Canone inverso, pubblicato nel 1996 da Mondadori, ottenne un discreto successo. Ciononostante dopo di esso Maurensig è rimasto per molti lettori soltanto l’autore di La variante di Lüneburg e tutt’al più, appunto, di questo Canone inverso. I suoi libri successivi sono stati trascurati sia dal pubblico che – colpevolmente – dalla critica. Li conoscono in pochi e li leggono in pochissimi. Sembra che pian piano stiano scomparendo dalle librerie. 

Ciò non è giusto, perché Maurensig ha scritto – secondo me – le sue cose più belle in seguito, nel nuovo secolo, quando ormai aveva un pubblico più ridotto. L’uomo scarlattoIl guardiano dei sogniVukovladTeoria delle ombreIl diavolo nel cassettoIl gioco degli dèiPimpernel… Questi libri sono caratterizzati da un’eccellenza stilistica e narrativa che a tratti è anche estremamente intelligente e originale, per non parlare delle strutture romanzesche, perché Maurensig è un maestro del “racconto nel racconto”, con cornici narrative che si sovrappongono sottilmente alle voci dei narratori iniziali, come già accadeva ne La variante di Lüneburg e in Canone inverso. 

Dopo Mondadori, Einaudi ha dato alle stampe alcuni libri di Paolo Maurensig che il lettore di buon gusto non può non amare; penso in particolare a Pimpernel, meraviglioso omaggio a Henry James, o a Il diavolo nel cassetto, che consiglierei a qualunque aspirante scrittore perché fa capire che scrivere significa anche avere a che fare con le ombre e occasionalmente con il male; oppure penso al postumo Il quartetto Razumovsky, anch’esso indimenticabile, che conduce ancora a Canone inverso, perché in Maurensig “tout se tient”, e che ci ricorda che la musica, come la scrittura, non è estranea ai demoni… “La letteratura è la più grande delle arti, ma è anche un campo pericoloso” dice padre Cornelius in Il diavolo nel cassetto. Chiunque scriva seriamente non può che confermare. 

Paolo Maurensig è uno scrittore minore? Forse. Sono quasi certo che lui stesso sarebbe voluto essere definito così. La grandezza: ecco un’altra trappola in cui i lettori e i critici cadono sovente. In certi ambienti vengono considerati “grandi” alcuni autori che di fatto nelle opere non sempre si reggono in piedi e che talora sono perfino maldestri; tuttavia sono – o sono stati – molto abili nel tener su le loro pose “gradasse” (Busi) o “grandiloquenti” (Moresco) o “maledette” (Carmelo Bene), al punto da essere poco letti ma molto considerati dalla critica o dai lettori comuni o anche e soprattutto – e purtroppo – dai colleghi scrittori spesso troppo osannanti. Non che le loro opere non siano valide e talora, sì, forse “grandi”, se non altro nelle intenzioni, ma il bagliore delle loro pose può spesso esaltare e quindi traviare il giudizio di chi legge. Molte supposte grandezze sono in realtà un inganno. Bisogna tenere da conto Proust, o meglio il signor de Norpois, quando dice, nella Recherche: “Per qualche fuoco d’artificio lanciato con grazia da uno scrittore, subito si grida al capolavoro. I capolavori non sono così numerosi!” (da All’ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Giovanni Raboni). 

I capolavori non sono così numerosi, ma nemmeno gli scrittori di talento come Paolo Maurensig. A molti supposti e tracotanti “grandi scrittori” contemporanei io preferisco i minori come lui, coloro che si rifugiano nell’ombra e che magari non le sparano grosse nelle interviste ma che sanno che scrivere è anche, per riprendere le parole di Mario Fortunato, un esercizio di umiltà. “I grandi scrittori sono in continuo aumento” osservava anni fa Giuseppe Pontiggia, uno dei primi lettori di Maurensig. “Quelli che scarseggiano sono gli scrittori.” Ecco, Paolo Maurensig lo era, scrittore. Di questi tempi non è poco. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Intervista a Claudia De Medio sulla traduzione di “La infanticida” di Víctor Català, di Chiara Sagheddu

Catalogna, 1898

Caterina Albert i Paradís presenta la sua opera La Infanticida ai Jocs Florals, conquistando la giuria e sconvolgendo il pubblico per la crudezza del linguaggio, la scabrosità della tematica – immediatamente riconoscibile dal titolo – e per la violenza con la quale viene affrontata. A seguito dello scandalo suscitato dalla ricezione dell’opera, l’autrice decide di adottare lo pseudonimo maschile di Víctor Català (L’Escala, 11 settembre 1869 – 27 gennaio 1966), con cui passerà alla storia quale esponente di spicco del Modernisme, movimento tutto catalano ((da non confondere col Modernismo spagnolo) che costituisce un unicum nel panorama letterario contemporaneo. 

A parlarci del testo è Claudia De Medio, giovane catalanista e traduttrice dell’opera, pubblicata in Italia per Cue Press lo scorso luglio.

È un testo crudo, violento: cosa ti ha spinto a volerlo tradurre? 

Ho conosciuto Víctor Català all’università e, fin da subito, mi disturbava l’impossibilità di leggere i suoi testi, non padroneggiando ancora il catalano. Già da allora, nella mia mente, vagheggiavo l’idea di tradurlo: era insostenibile che questo testo non potesse essere letto dagli studenti. Era necessario. 

C’è stato un elemento che ti ha colpito più di altri, la prima volta che lo hai letto?

A colpirmi di più è stata l’empatia che ho sentito per il personaggio di Nela, protagonista e unica voce dell’opera. Il fatto che fosse rinchiusa in un manicomio e che da lì raccontasse la sua tragica storia. Credo, quindi, una sorta di volontà di riscattarla, di far conoscere la sua versione dei fatti. Certo, lei è colpevole, e lo rimane; colpevole di aver ucciso un essere umano, però, attraverso la sua storia capiamo sempre di più perché lo ha fatto. La cosa che mi ha colpita di più è stata riuscire ad empatizzare con un personaggio che commette un atto estremamente violento, e ricercarne le ragioni nella storia che racconta, nei personaggi che la circondano, scandagliando la componente psicologica e andando al di là della mera accusa giuridica. Mi dispiace per lo spoiler, ma in fondo il titolo è piuttosto esplicito.

Cosa pensi che resti al pubblico del personaggio di Nela?

Tanta tristezza. Tanta ricerca di comprensione. Immagino che la reazione di ogni lettore dipenda, com’è naturale, dal retroterra culturale di ognuno, dal modo di pensare e da una serie infinita di variabili, però sono convinta che non possa restare solo la figura di Nela come di un’assassina, ma che emerga soprattutto la sua solitudine, il fatto di essere stata abbandonata da chi avrebbe dovuto starle vicino, e che invece non ha fatto altro che vessarla in ogni modo possibile. Per cui sì, lei è colpevole, però c’è, al contempo, una forte empatia che spinge il fruitore a cercare di comprendere: come mai? quanta percentuale di colpa ha il personaggio di Nela e quanta, invece, chi la circonda?

Immagino che la ricezione di un’opera dipenda anche dal fattore generazionale. Insomma, magari la generazione dei nostri nonni leggerebbe questo testo con occhi diversi…

Sicuramente sì, perché oggi esiste una sensibilità diversa rispetto ai temi legati alla maternità: c’è molta più consapevolezza. La generazione dei nostri nonni probabilmente non si interrogava sulla depressione post-partum e, forse, nemmeno sulla possibilità che avere un figlio potesse risultare difficile da conciliare con il proprio progetto di vita. Avere una famiglia e dei figli era percepito come qualcosa di naturale, se non necessario, rispetto a cui tutto il resto passava in secondo piano. 

Questo testo è nel 1898. È straordinario che una donna abbia avuto l’audacia di parlare di infanticidio, in questi termini e in quell’epoca.

Sì, lo è. Soprattutto se consideriamo che Caterina viene da una piccola realtà rurale della Catalogna. Oggi si parla tanto di maternità, ma non più come di qualcosa di idilliaco: se ne parla sempre di più nella sua problematicità. Non si discute solo di quanto sia bello essere madri, ma anche di cosa comporta esserlo, da un punto di vista professionale, ma anche più privato, intimo. Il fatto che l’autrice, a fine Ottocento, riesca ad andare al di là di questa visione, beh, sì: è straordinario. 

E il personaggio di Reiner invece? Il padre della bambina… cosa resta di lui al pubblico?

Tanta delusione, tanta rabbia. Il personaggio di Reiner appartiene a una classe sociale molto più elevata rispetto a quella di Nela: lei è una ragazza del popolo, vive e lavora con i fratelli in una casa di campagna, in mezzo agli animali. Reiner è un ragazzo di città, ricco, affascinante, che balla con tutte le ragazze del paese e che non ha certo alcun interesse a sposare una ragazza povera. Lo spettatore attento si rende conto fin da subito che il suo obiettivo è ingannarla. Nela, però, non possiede i mezzi per riconoscere quell’inganno: è orfana di madre e non ha nessuno con cui confrontarsi – non un’amica, né una zia, né una figura femminile che possa guidarla. Questo suscita rabbia nello spettatore, ma allo stesso tempo gli permette di empatizzare con il personaggio di Nela e di comprendere sempre meglio il gesto che compirà.

Adesso parliamo del processo di traduzione. Qual è stata la sfida maggiore che hai dovuto affrontare in quanto traduttrice?

Trattandosi di un testo del 1898, direi che la sfida principale sia stata adattare la lingua. Si tratta di un linguaggio arcaico e, non esistendo un dizionario aggiornato catalano-italiano, ho dovuto lavorare molto con monolingue. Questo ha reso il processo meno immediato, anche se probabilmente più accurato. Probabilmente la difficoltà maggiore è stata confrontarmi con una lingua antica e con un linguaggio fortemente rurale. L’autrice fa spesso riferimento a elementi della casa e del lavoro nei campi molto specifici, appartenenti a una sfera semantica che io non domino appieno, per cui molti termini mi risuonavano sconosciuti.

Durante l’ultima presentazione del libro, a Barcellona, hai parlato di alcuni elementi culturospecifici che ti hanno messa in difficoltà, di passi più ostici che hai faticato a rendere al meglio: faresti qualche esempio?

Alla fine del monologo c’è un passo che mi ha fatta dannare: è il momento in cui la neonata – non casualmente una bambina – viene gettata nel mulino. Le pale la inghiottono e la macchina continua a girare. Il rumore che ne segue viene paragonato dall’autrice al suono che fa la coca quando viene schiacciata. Qui la faccenda si complica. Tanto per cominciare, che cos’è la coca? È una pietanza tipica della Catalogna, friabile e croccante, che fa il rumore che potrebbero fare altri prodotti da forno come i crackers, o il pane carasau. La tendenza della traduzione moderna è quella di rimanere fedele al testo di partenza, tentando di lasciare invariati gli elementi culturospecifici, laddove possibile. E, se si trattasse di un romanzo, non ci sarebbe nessun problema a lasciare «coca» e inserire in nota una spiegazione della scelta. Il punto è che si tratta di un’opera teatrale e, si sa, a teatro l’immediatezza è tutto, per cui l’attrice non può certo interrompere il monologo, distruggendo il climax, per spiegare allo spettatore italiano che non si tratta né di una Coca-Cola, né di cocaina. Così ho dovuto fare una scelta: l’ho tradotto con «vetri rotti».

Molti sostengono che una traduzione sia un lavoro di creazione artistica a tutti gli effetti, e che quindi il traduttore sia anche co-autore del testo. Tu ti senti co-autrice di quest’opera?

Sì e no. In parte sicuramente sì, perché penso che il compito principale del traduttore sia quello di generare un testo che sia fedele all’originale, con tutte le problematicità che il termine fedele comporta in traduzione, ma anche leggibile, godibile e immediato per il fruitore. E per far sì che una frase suoni in maniera naturale, chi traduce deve obbligatoriamente operare dei cambi. Ci sono due componenti fondamentali: creazione artistica ed empatia con il personaggio. Per cercare di capire la frustrazione di Nela, per rendere la sua disperazione raccontata da dentro un manicomio, sono dovuta entrare nel personaggio, nella sua mente, per cercare di tradurla nel migliore dei modi. Quindi sì, in parte il traduttore è co-autore, anche perché la traduzione cambia da persona a persona. La mia traduzione è diversa da quella che avrebbero potuto fare nel 1898, così come sarebbe diversa se fatta tra cento anni, o da un’altra persona.

Qual è l’eredita che L’infanticida lascia al lettore? E a te, in particolare?

Una forte consapevolezza di quanto il luogo d’origine condizioni tutta la nostra esistenza. A Nela succede quello che succede perché nasce in quell’epoca, in quel momento e in quel luogo. Non può sfuggire. Penso che porti a riflettere su quanto siamo influenzati dal contesto, dalle relazioni che costruiamo con l’altro e da quanto questo plasmi le nostre decisioni. Al lettore resta lo spazio per una importante riflessione sulle proprie origini e su quanto siano peculiari i rapporti tra esseri umani.

Quanto sono complicate le relazioni umane…

Mamma mia, complicatissime.

La ricezione di questo testo sarà diversa in Italia, rispetto alla Spagna?

Per la mia esperienza, soprattutto catalana, penso che la Spagna e la Catalogna siano un po’ più aperte su certi temi, come l’aborto, appunto. In Italia, forse, alcuni ambienti più conservatori potrebbero avere da ridire su un testo che si intitola L’infanticida che viene rappresentato a teatro. È anche vero, però, che il mondo culturale tende a non essere un mondo conservatore. Suppongo, quindi, che il pubblico che decide di andare a vedere uno spettacolo con un titolo del genere, sia ben preparato.

Per concludere ho un’ultima domanda: considerando che si tratta di un’opera teatrale, pensi che in Italia si assisterà presto, grazie alla tua traduzione, a uno spettacolo? Magari a Torino, la tua città… 

Magari! Mi piacerebbe molto. Torino è una città in cui il teatro è molto vivo, ci sono tanti spettacoli teatrali sui grandi classici, ma anche su testi contemporanei e non italiani, quindi non lo escludo. È un testo che ha una sola protagonista, quindi il budget di produzione non dovrebbe essere spropositato. Inoltre, la scenografia è molto povera. Ho spesso vagheggiato la possibilità di creare un gruppo teatrale con i miei studenti, e di far interpretare Nela a più studentesse che imparano solo una parte. Chissà… in fondo è un testo godibile, anche nel 2026 o negli anni a venire, perché il tema è interessante e, in un certo senso, evergreen. La storia della letteratura ci insegna che la maternità non cesserà, dall’oggi al domani, di essere una tematica “fertile” – perdona il gioco di parole – e poi, le relazioni umane non cesseranno mai di essere complicate. Insomma, per rispondere alla tua domanda: perché no?

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto

Samuele Ciambriello: “Lettere al Garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze” (Edizioni Iod, 2026), di Cristiana Buccarelli

‘’Come affermava il filosofo Michel Foucault:<<Il carcere è la camera oscura della legalità>>. Qui i detenuti si sentono prigionieri non solo delle loro azioni, ma di un sistema che ignora il valore della dignità umana. Il sistema carcerario, che dovrebbe essere finalizzato alla rieducazione, come sancito dall’art.27 della Costituzione, sembra invece essere un luogo di frustrazione, dove ogni tentativo di umanizzazione è ostacolato dalla burocrazia e da un atteggiamento che ostacola che vengano adottate misure concrete per garantire il rispetto della dignità e dei diritti dei detenuti’’

Mi colpiscono queste parole contenute in una lettera scritta da un detenuto al professore Samuele Ciambrello, Garante per la regione Campania delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, il quale ha avuto il merito di raccogliere e curare una serie di lettere-testimonianze a lui rivolte dai detenuti, le quali sono da pochi giorni uscite in stampa nel libro Lettere al garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze (IOD Edizioni 2026).  

Tra le varie lettere inviate a Samuele Ciambriello, pubblicate nella loro versione originale e ordinate per argomenti, tutte incisive, autentiche e profondamente sentite, trovo offra un notevole spunto di riflessione la lunga e articolata missiva di un detenuto, il quale pone l’accento sull’emergenza sociale del sovraffollamento e sulla necessità che vengano applicate le pene alternative da parte della magistratura di sorveglianza, di cui riporto un estratto: 

 ‘’Caro Samuele, dopo il discorso del presidente Sergio Mattarella, che ha definito le condizioni delle carceri italiane un’emergenza sociale da dover risolvere nell’immediatezza, sono susseguite una serie di riflessioni e considerazioni, riportate dalla cronaca, di vari esponenti della politica e della magistratura. Dall’ultima, esaudienti ed efficaci, quali l’intervista pubblicata dal «Mattino» del procuratore capo della corte d’appello, nella quale questo ribadiva la necessità di usare ciò che già esiste come strumento attuabile, la legge Cartabia, di usare, cioè le pene alternative per i reati che non superano i 4 anni, e di risolvere il problema di quelli che hanno diritto di usufruire di pene alternative, ma che non hanno un domicilio o una residenza, magari creando appositi centri, come quelli già esistenti, ma a basso numero di capienza, spesso gestiti da esponenti della chiesa. Non mi piacciono le proposte dell’attuale governo, che propone le stesse cose che propose a giugno dell’anno scorso. Hanno prodotto un aumento di 1.500 detenuti, quando il sovraffollamento supera di circa 35.000 unità su 42.000 posti e del personale che va sempre a diminuire. Ci piace invece la semplice e attuabile proposta del partito di opposizione, che propone un’amnistia o un indulto come è stato fatto nel 2006. Dopo venti anni, considerate le condizioni definite dall’illustre presidente «un’emergenza sociale», penso che questa sia la più indicata e immediata, perché altre soluzioni necessitano di tempo e di denaro, e mi sembra che in Italia mancano l’una e l’altra. Forse, però, non per sovvenzionare guerre.’’   

Un altro detenuto, in una missiva in cui si riferisce nello specifico alla dura realtà del sovraffollamento nel suo istituto scrive:’’…Il carcere ha la capienza per circa 350 detenuti, ma attualmente ne ospita oltre 600. Nella mia stanza attualmente siamo in 7, così come nelle altre stanze ci sono 6-7 persone, ma le stanze non sono strutturate per ospitare tale numero di persone, in quanto sono molto piccole. La mia stanza è di circa 16 mt. Ho esposto questi punti all’ispettore, che mi ha risposto che il carcere, allo stato attuale, non ha i mezzi per mettere in atto ciò che è scritto nella nostra Carta costituzionale.’’

Viene dunque sollevato un tema complesso e mai risolto dal nostro ordinamento, cioè quanto la condizione del sovraffollamento renda necessario e urgente un intervento legislativo al fine di concedere velocemente e senza ritardi in tutti i casi possibili le misure alternative ad opera della magistratura di sorveglianza. 

Alla luce di ciò vogliamo ricordare il tentativo della riforma del 75’ che finalmente modificava del tutto il Regolamento Rocco del ’31 di epoca fascista, e il cui obiettivo fondamentale era quello di rendere attuabile nella sua concretezza l’art.27 della Costituzione per cui la pena non ha una funzione punitiva ma esclusivamente rieducativa. Tra i punti principali della riforma c’era appunto una maggiore possibilità di misure alternative, quali l’affidamento in prova ai servizi sociali e la semilibertà. Tuttavia quella che era stata considerata una delle riforme legislative più evolute d’Europa, è rimasta sulla carta, sia perché lo Stato non ha mai stanziato i mezzi, sia a causa degli anni di piombo e del terrorismo: nel 77’ con la legislazione d’emergenza e la nascita delle carceri speciali, la riforma del 75’è stata congelata.

Si può dire che a cinquant’anni di distanza ogni cosa è rimasta in sospeso e la situazione può considerarsi solo peggiorata.

Tornando alla raccolta Lettere al Garante, attraverso di essa ci si immerge nelle richieste profondamente umane e legittime, da parte di uomini e donne che vivono l’esperienza del carcere. 

Egregio garante, chi le scrive è un detenuto. (…..) LEI CI DEVE AIUTARE E DOVETE DAR VOCE AL NOSTRO GRIDO DI AIUTO (…) Ci sono problemi quotidiani qui…non c’è acqua calda, viene negata la possibilità di riscaldarsi negando l’ingresso di coperte in plaid, non ci sono riscaldamenti, non c’è personale medico e, quindi tutti i detenuti vivono nella costante paura che possa sorgere qualsiasi problema di salute’  

In queste parole si rinviene il desiderio di affidarsi a qualcuno per non essere abbandonati, ignorati, dimenticati: si tratta di legittime richieste di intervento rivolte a chi ha il dovere e la responsabilità di salvaguardare i diritti fondamentali di queste persone. Ma soprattutto c’è il desiderio di essere visti e ascoltati come esseri umani.

Un tema sicuramente cruciale che viene affrontato è il diritto alla salute, in particolare per chi soffre di gravi malattie il carcere può diventare una vera e propria condanna. Come dice chiaramente il professor Ciambrello<<il diritto alla salute, in carcere, appare spesso come un diritto rinviato, ostacolato o svuotato: visite specialistiche annullate, ricoveri differiti, interventi non eseguiti, reparti non adeguati, cure insufficienti, controlli oncologici rinviati, mancanza di scorta (…). 

E, così, il diritto alla salute, che l’art.32 della Costituzione riconosce come fondamentale, finisce per essere sospeso nella pratica quotidiana>>.

In alcune di queste lettere si avvertono delle vere e proprie grida di aiuto. 

C’è chi soffre per la mancanza dei colloqui con i propri familiari da moltissimo tempo in quanto spesso non viene rispettato il diritto alla territorialità della pena; c’è chi ha subito delle violenze e dei maltrattamenti; c’è chi per solitudine, fragilità e isolamento ha tentato il suicidio.

‘’…Ho avuto il piacere di parlare con LEI nel carcere, dopo che durante la notte avevo tentato il gesto estremo. Ha visto le mie condizioni fisiche, sono una persona che ha subito molte ingiustizie…(…).  Adesso dottore carissimo, le chiedo non elemosina, ma una cosa che mi fa vivere per il resto dei miei giorni. La mia VERITA’ che vuol dire la MIA GIUSTIZIA e la MIA LIBERTA’…Allego se possibile tutte le carte in cui richiedo colloqui con psicologi e psichiatri…non sono stato mai visitato…Oggi mi sento un uomo senza dignità, per il modo in cui mi trattano, per come i miei diritti vengono ignorati e calpestati…’’

Non si deve inoltre dimenticare come il carcere non riguardi soltanto chi è ristretto, ma come i suoi effetti si allarghino su tutti i familiari ed esso si riversi spesso e volentieri sulla vita di questi ultimi che restano fuori, in quanto cambia totalmente anche la loro vita quotidiana.

A mio avviso è importante ricordare anche i gravi errori giudiziari di questo periodo storico, per cui sperimentano il carcere quasi 1000 persone all’anno in Italia come presunti innocenti, non troppo di rado con quello che può considerarsi un abuso della misura cautelare; molti di questi indagati in seguito vengono assolti, ma nessun risarcimento economico può essere congruo per i danni morali e spesso anche professionali subiti da queste persone oltre che dai loro familiari.

Dunque cogliamo l’occasione a questo proposito per sottolineare quanto sia urgente e necessaria una riforma dell’ordinamento giudiziario, fatta nella giusta direzione, che velocizzi i tempi della giustizia e che garantisca il carcere come eccezione assoluta, non come un’assurda anticipazione della pena.     

Mi pare infine interessante un accostamento tra la testimonianza di Lettere al Garante e quella del romanzo autobiografico pubblicato per la prima volta da Rizzoli nell’83’, L’università di Rebibbia, della grande scrittrice anarchica e anticonformista, Goliarda Sapienza. La stessa, oberata da gravi ristrettezze economiche, finì in carcere negli anni Settanta per qualche mese per aver rubato dei gioielli a una conoscente, e nel suo romanzo racconta la straordinaria solidarietà e dignità di chi è ristretto, e di quanto la vicinanza e l’empatia nella convivenza umana diventino una modalità per sopravvivere.

Il titolo stesso, L’università di Rebibbia, nasce dalla convinzione di Goliarda per cui il carcere è un vero e proprio luogo di insegnamento, un luogo in cui si apprende la vita, scevro da qualsiasi illusione e ipocrisia della vita al di fuori.

È un’opera indimenticabile che, a prescindere dalle utopie e dalla lotta politica di quegli anni, vuole porre l’attenzione sulla realtà degli emarginati, dei dimenticati, appunto sulla realtà del carcere.

Allo stesso modo con Lettere al Garante, Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze, (IOD Edizioni 2026) il professore Ciambrello, ha avuto il merito di mettere sotto gli occhi di tutti noi una realtà tutt’ora difficilissima e irrisolta, sulla quale è necessario intervenire al più presto.  

In conclusione riporto l’acuta riflessione del professore Stefano Anastasia (Garante per la regione Lazio) presente nella prefazione di Lettere al Garante:

<< Queste pagine…aiuteranno a capire a chi non vi sia mai stato, non ne abbia mai avuto un’esperienza personale, professionale o familiare, cosa sia il carcere e perché dovremmo avere il coraggio di farne a meno, quando possibile, come possibile>>.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.