Leggendo il primo romanzo di Maria Teresa Rovitto, L’aneddoto dei calchi, scopriamo che la sua scrittura non si accontenta di narrare fatti, storie e personaggi, ma pretende di farne nascere corporeità, materia, colore, arte. L’esordio nella schiera degli originali scrittori ‘Sperimentali’ di Terra Rossa Edizioni, fa di Maria Teresa Rovitto, lucana, alla soglia dei suoi primi quarant’anni, ricercatrice accademica nell’area di studi Law and Humanities, un interessante quanto raro esempio di opera letteraria in cui la parola non orna, ma performa. L’autrice, la cui formazione la tiene sospesa tra il rigore del diritto e la sintesi della poesia – ha già pubblicato testi su riviste e antologie vincendo il concorso Esordi di Pordenonelegge 2025 – nella sua opera prima fresca di stampa, ‘L’aneddoto dei calchi’, si rivela capace di generare una prosa che somiglia alla voce sensibile di una scrutatrice di realtà trasversali alle storie dei personaggi e delle esperienze che vivono nelle 174 pagine del libro.
La struttura del romanzo si articola in undici capitoli condensati in una prima e seconda parte. A noi de Il Randagio sono apparsi come l’anatomia di un corpo che insegue la sua sfuggente integrità e quella dei suoi personaggi, l’archeologa Livia, l’artista Zoa e il biologo Bruno, pagina dopo pagina, parola dopo parola, non senza farci interrogare continuamente su vita, morte e generazione. I numi tutelari che sorvegliano questa architettura li abbiamo incontrati in esergo nelle tre citazioni scelte per ispirare i lettori quasi come virgiliane figure guida: Francis Bacon, alla maniera di Philippe Sollers, con la sua etica dei resti da dissotterrare; Krasznahorkai, il Nobel per la letteratura, che ci avverte dell’inquietudine di un “tutto” ridotto in pezzi e Govoni, l’anticipatore della poesia visiva, che tinge il crepuscolo come un Vesuvio traboccante di un sangue floreale. Questi i punti cospicui della mappa in cui ci muoviamo con la Rovitto mano a mano che tesse la sua narrazione, rifiutando l’incenerimento del ricordo e rinvenendo e conservandone piuttosto i pezzi, con la pazienza di un’archeologa e la crudeltà di un artista.
Quegli stessi pezzi che a noi de Il randagio sono apparsi proprio quali aneddoti nel senso etimologico di inediti, qualcosa che non è stato ancora pubblicato o reso pubblico. L’aneddoto nel titolo e nel romanzo della Rovitto non richiama a una storiella divertente, ma a fatti nudi, dettagli biografici che precipitano e interrompono il flusso della vita ordinaria. L’aneddoto è l’unità minima della memoria: non ricordiamo la nostra vita come un film intero, ma come una serie di aneddoti, spesso slegati, che tentano di dare un senso a un vuoto. Facendosi struttura, l’aneddoto diviene il calco verbale delle esperienze narrate: un frammento di storia che tenta di arginare il vuoto dell’esistenza. Gli aneddoti che costellano il romanzo — dalla migrazione dei granchi alla nebbia di Vienna — sono forme che i personaggi possono abitare per non essere travolti da quel vuoto.
Sin dalle prime pagine, siamo stati proiettati in una dimensione dove l’identità è anche una questione topologica. Attraverso capitoli come Fare del proprio corpo, la Rovitto sembra evocare l’intensità radicale dell’artista concettuale madrina della performance art, Marina Abramović: il corpo di Livia, la protagonista, è un ordigno semantico, un terreno di resistenza. E come nella sua ricerca artistica la Abramović incarna il corpo come sacrificio, resistenza e confine così in contrappunto con la staticità del corpo-oggetto le installazioni di Vanessa Beecroft, esplicitamente citata nel romanzo attraverso il riferimento alla performance VB66 tra i marmi di Carrara, fanno diventare le biografie dei corpi calchi di dolore e di bellezza che chiedono di essere guardati ‘a porte aperte’.
Per questi e altri motivi che lasciamo scoprire ai lettori randagi, non è un caso che la prosa di Rovitto evochi le atmosfere della body-art più radicale. Tanto più che giunti al decimo capitolo, penultimo della struttura narrativa, Il ventre materno è un ambiente, la scrittura prorompe nel nodo teorico della decostruzione della maternità in cui il ventre femminile muta da rifugio biologico ad ambiente, viene scardinato il binomio si/no alla procreazione, e la maternità è descritta come una ‘cancellatura del sé’ che Livia, la protagonista, negozia attraverso la partecipazione a un progetto artistico di procreazione medicalmente assistita. In un’ottica psicoanalitica, Livia rifiuta di essere il calco del desiderio dell’Altro per farsi passaggio anonimo: una firma illeggibile di artista che garantisce la persistenza della specie senza soccombere alla fusione identitaria.
In questo primo romanzo, la lingua della Rovitto ci è parsa di un realismo anatomico che non arretra davanti al dettaglio scabro dei corpi e della memoria. La sua sintassi procede per sottrazioni, mescolando il lessico scientifico con il mito e la storia dei luoghi e delle persone. I lettori de Il randagio saranno attratti da una scrittura densa che vuole testimoniare e non solo piacere in cui ogni frase, scolpita sulla pagina, lascia un’impronta che è essa stessa un calco emotivo. L’aneddoto dei calchi è un romanzo che non indulge in consolazioni per il lettore, anzi lo prende per mano e lo accompagna a scavare archeologicamente nelle memorie e a incarnare l’arte. Maria Teresa Rovitto e TerraRossa ci consegnano un’opera necessaria per questi nostri tempi dove la letteratura torna a essere un atto performativo pericoloso e vitale. È un libro che non si legge soltanto: lo si abita come una cavità, lasciando che siano le sue parole a prendere il calco dei nostri silenzi. In un tempo che insegue rammendi impossibili, la Rovitto ha il coraggio di usare aghi spuntati, dando valore identitario alle scuciture e alla bellezza della separazione. Una nuova, brillante voce nel panorama letterario contemporaneo.
Rita Mele
Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare
Ad litteram: “La confidenza è la madre della maleducazione.”
Circola anche la variante: “’A cunferenza è ’a patrona d’â mala crianza”. Non madre, ma padrona. In entrambe, la confidenza, quando supera misura e soglia, genera scompostezza.
Il proverbio custodisce una scena familiare: la soglia di casa che si spalanca. Ci si sente accolti, autorizzati, sciolti. Le parole escono più veloci del pensiero; la battuta si fa spina; la gentilezza scivola in disinvoltura, la disinvoltura in eccesso. E l’eccesso, senza accorgersene, diventa ferita.
Accade nei legami vicini: colleghi, amici, parenti. La familiarità, in questi territori, somiglia a un coltello con due lame: una accarezza, l’altra incide. La confidenza migliore possiede un’arte sottile: sa fin dove arrivare, conserva il margine, rispetta il perimetro.
“Crianza” è parola piena e concreta, più vasta di “educazione”. Indica il modo di stare tra gli altri con grazia e giudizio: conoscere il tempo della parola e quello del silenzio, il peso dello scherzo e la sua misura. Viene dallo spagnolo crianza, da criar (“crescere, allevare, educare”), e risuona nella famiglia latina di creare: la crianza appartiene alla crescita, alla forma che si dà a sé stessi. E così mala crianza diventa il volto storto della familiarità: libertà scambiata per diritto, voce scambiata per verità, confidenza scambiata per permesso.
“Depressione” di Massimiliano Parente (La nave di Teseo)
Si parla sempre di libri appena usciti e invece oggi voglio parlare di un libro che a quanto pare non uscirà mai. Mi riferisco a un titolo che sarebbe dovuto uscire con La Nave di Teseo, Depressione. Avrebbe dovuto pubblicarlo Massimiliano Parente: il contratto era firmato, la copertina era pronta. Sarebbe dovuto uscire a inizio 2026 e invece non uscirà mai. Parente ha pubblicato i primi due capitoli online ma poi ha aggiunto che non lo porterà a termine. La cosa non gli interessa, dice. Ha già scritto ciò che doveva e non intende ripetersi.
Massimiliano Parente è depresso, da anni: e lo dice pubblicamente. Chi lo legge o lo conosce sa che non esce mai di casa, che si imbottisce di psicofarmaci e che ha smesso di scrivere in modo serio. Ogni tanto chiama qualche amico al telefono, ma prima, sostiene, deve bere, ubriacarsi: non ne può più della vita. Ogni tanto riceve qualche visita, nella sua casa di Roma, e la sua stanza ha le sbarre alla finestra e sembra quasi una gabbia nella quale lui stesso abbia voluto rinchiudersi, il che fa pensare al protagonista de La macinatrice, Andrea, che va allo zoo “alla ricerca di un certo tipo di malinconia, non tanto la malinconia ispirata dagli animali in gabbia, quanto la malinconia degli umani condannati a restarne fuori”, lui che tanto ama le scimmie, oppure a un’altra frase dello stesso romanzo: “La libertà massima della libertà era essere liberi di farne a meno.” Ma uno scrittore può fare a meno di scrivere?
Le opere di Massimiliano Parente possono essere insopportabili quanto e più del suo autore, che poi è pure il suo personaggio più riuscito. La sua è una visione del mondo e dell’uomo che non lascia scampo, terribile ma affascinante e che tuttavia si salva sempre – quasi sempre: non nell’ultimo volume della Trilogia dell’inumano – grazie a un certo modo di essere romantici e a un’irresistibile comicità. A ciò bisogna aggiungere che Parente si è spinto al limite estremo non soltanto delle sue opere – cioè della sua insopportabile visione del mondo – ma anche di se stesso. Forse per questo pensava di scrivere un libro intitolato Depressione.
Il libro non esisterà: Parente non può e non vuole scriverlo. In un appunto compreso nel secondo Meridiano a lui dedicato, Claudio Magris afferma che si può capire un suicidio solo “fino al penultimo gradino”, cioè non appieno, non profondamente. Penso che valga lo stesso per le depressioni altrui, perché a una persona depressa non si sa mai cosa dire se non delle frasi stupide o di poco conto. Chi è depresso non filosofeggia; lo sguardo del malato è vuoto come la vita che è costretto a vivere. Nella persona depressa non c’è alcuna salvezza possibile né alcun istinto di ribellione. Il depresso anela al nulla, cioè alla morte. Il depresso tace.
In una delle sue celebri Stanze Indro Montanelli scrisse che delle crisi depressive ci si può intendere solo fra sofferenti. Montanelli si riferiva a Vittorio Gassman, che come lui soffriva di depressione. Una canzone recente dedicata a questa stessa malattia, Svegliami, del rapper Danno, parla invece della difficoltà di “raggiungere” suo padre malato, di comunicare con lui. E il problema è proprio questo: come si può raggiungere nel male – e salvare dal male – chi si è spinto al punto estremo della depressione? Come si può salvare un amico o un parente da ciò che a stento riusciamo a capire? Sarebbe come parlare una lingua senza conoscerla; sarebbe come insegnare a nuotare restando fuori dall’acqua.
Massimiliano Parente ha scritto i romanzi che voleva scrivere e non ne scriverà più: così dice. Bene. Male. Mi dispiace per un libro di cui restano una decina di pagine online e una bella copertina che non verrà stampata. Ma la letteratura va avanti, non bada ai mali che soffriamo e devasta e dimentica ogni cosa, compresi i nostri piccoli destini umani e i nostri tempi tristi o lieti, compresi i nostri malumori e le nostre gioie. Talvolta si salvano le opere.
Edoardo Pisani
Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.
Era stato Massimo, un poeta matematico ad intervenire presso Marisa ed il dipartimento di studi umanistici della Federico II perché fossi coinvolto nei lavori del congresso su Neapolis Urbs Vergiliana che si teneva a distanza di 12 anni dal primo.
Massimo, come Francesco Saverio egli pure nella lista degli interventi, aveva fatto parte del Cenacolo del Caos Creativo che tra il 2011ed il 2015 aveva tenuto i suoi lavori a Sorrento, con la pretesa di fare il contro canto a Davos.
Quelli a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’iper capitalismo sempre più metastasi delle società moderne incamminate senza alcun criterio critico verso la costruzione di un mondo dominato dal cerbero della guerra, della finanza e degli affari, loro a predicare, come profeti disarmati, la felicità dei popoli, il rispetto reciproco delle culture, un mondo aperto e senza padroni che poi era quello che avrebbe voluto J.M.Keynes e che aveva definito nella sua “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” (UTET 1971) mica soltanto Marx ed Engels nel loro “Manifesto del partito Comunista” ( Feltrinelli 2017) o Lenin e Mao, in un Mediterraneo capace di essere esso stesso continente tenendo insieme le terre dell’olivo tra Asia, Africa ed Europa, come sosteneva Fernand Braudel nelle sue “Memorie del Mediterraneo” ( Bompiani 2010) che, lui pure, era un uomo pacifico e per nulla rivoluzionario.
In una edizione del loro appuntamento annuale quegli illusi avevano addirittura affidato a Predrag Matvejvic l’introduzione dei lavori. Un letterato in un congresso di economisti, disse qualcuno storcendo il naso. Quel letterato peraltro era l’autore di “Breviario Mediterraneo” (Garzanti 2006) una specie di Bibbia del nostro mare che gli era valsa la candidatura al premio Nobel per la letteratura. E il Mediterraneo per quelli del Cenacolo doveva tornare ad essere anche in Europa il fulcro di ogni progresso condiviso.
Poi era tutto finito.
I finanziatori, tutti contigui a quel mondo che essi volevano emendare, probabilmente si convinsero che era meglio puntare su qualcosa che somigliasse all’indottrinamento di Davos o che, comunque, non vi si contrapponesse apertamente.
E finì.
Così Massimo mi chiamò nel mio eremo in terra di Messapia.
“Devi tornare alla Federico II per parlare di Partenope” mi disse. Figurati.
Ci avevo scritto un romanzo sulla faccia nascosta di Partenope.
Ci sarei andato a piedi, se necessario.
Massimo, essendone felice e consapevole, mi invitò così a tornare ad Itaka. La mia Itaka, dalle tante partenze ed innumerevoli ritorni accumulatisi da quella notte in cui su un treno di seconda classe raccolsi tutto quello che potevo e me ne andai a studiare il mondo alla Federico II.
…
Avevamo ragionato per due giorni sulle radici e gli orizzonti di Neapolis Urbs Vergiliana.
Avevamo setacciato passato, presente e futuro, ogni dettaglio, come in un incunabolo prezioso e delicato, per capire cosa era rimasto e soprattutto farci un’idea, ove possibile, su come il tempo a venire poteva essere immaginato.
Sarebbe rimasto legato alle radici ricomponendo il tempo circolare o la deriva che lo stava trascinando sarebbe stata talmente scivolosa da compromettere ogni prospettiva?
Neapolis e Partenope, Virgilio e Leopardi, Odisseo ed Enea, tutte le genti arrivate dal mare e da terra, gli dei antichi ed i più recenti Santi patroni avrebbero custodito l’incunabolo partenopeo che serbava il mistero del destino del mondo?
E l’uovo virgiliano sepolto in fondo al mare di Megaride a sua volta presidiata da Castel dell’Ovo sarebbe sopravvissuto insieme a Partenope e Neapolis o si sarebbe frantumato e con esso passato, presente e futuro di quel luogo?
E la social catena immaginata da Leopardi come necessario confine per la sopravvivenza del genere umano a somiglianza di quanto fanno le ginestre che fioriscono sulle falde “del formidabile monte Sterminator Vesevo”? ( “La ginestra o il fiore del deserto” in “Leopardi, vita, poetica, opere scelte” Il Sole 24 ore-edizione speciale- 2008)
Al termine della due giorni federiciana, a sera, me ne sono andato a passeggiare nel cuore antico dei decumani e dei cardini.
Magari avrei trovato qualche indicazione nella notte, tra i vicoli dei cardini e le arterie dei decumani, in compagnia delle stelle ed osservando le basiliche chiuse ed i palazzi sprangati, i visi della gente, i segnali dei fantasmi e gli sguardi delle statue che avrei incontrato in cima alle colonne o sui piedistalli delle piazze.
Anche Orione era già comparso nel cielo. Da oriente saliva a grandi falcate verso lo Zenit con Sirio fedele a due passi.
La serata era mite, il cielo limpido ed anche le vie erano amiche.
Santa Chiara svettava bellissima. Provavo ad immaginarla dal balcone della stanza da studio di Benedetto Croce (“Storie e leggende Napoletane” Adelphi 1990).
Dal portone ancora aperto sgorgavano fiotti di luce sul sagrato.
Un frate vestito di una tunica bianca e avvolto in un ampio mantello anch’esso bianco aveva attraversato con passo leggero ma deciso la zona presbiterale ed era scomparso nei locali retrostanti dove si distendono chiostri e monasteri consacrati a Dio ed alla pace dell’anima oltre che all’arte ed alla bellezza.
Un giovane frate francescano si aggirava intorno all’altare spegnendo i ceri… aveva una folta barba nera ed era vestito di un pesante saio marrone. Calzava i sandali ed i suoi piedi erano nudi, il viso fresco. Si muoveva in piena confidenza con il suo Dio.
La basilica era ormai deserta.
É straordinariamente accogliente Santa Chiara.
Le sue arcate gotiche, l’alto soffitto, l’altare e l’abside, essenziali nella pietra che tutto scandisce compresi i due eleganti sarcofagi addossati alla parete absidale in posizione simmetrica rispetto al severo altare centrale dominato da un bel crocifisso ligneo incastonato nel monumento funebre dedicato a Maria di Valois, invitano alla quiete ed al raccoglimento laico oltre che religioso.
Il giovane frate si é recato al microfono. “La basilica chiude” ha detto e quindi ha aggiunto un augurio di pace. Mi sono guardato intorno. Ero rimasto da solo e mi sono avviato all’uscita avvertendo un profondo senso di riconoscenza per quell’augurio di pace in un mondo allo sbando con i dittatori che sono tornati a calpestare la terra e che arruolano dio per consacrare le loro terribili guerre.
All’uscita vi era un povero che chiedeva qualcosa per andare avanti. Era ancor giovane anch’egli e recava i suoi abiti dimessi con dignità. In un angolo, appena oltre il sagrato, un cumulo di coperte variopinte e forse un qualche vecchio materasso attendevano come casa desiderata.
Sul decumano inferiore, che lì prende il nome del filosofo Benedetto Croce, solo un poco più in là oltre la basilica, una donna accovacciata sui gradoni del palazzo prospiciente cantava una nenia dolce e disperata al contempo.
La sua voce era potente e pulita. Trasparente.
Bella e graffiante nel suo tono drammatico.
Si diffondeva nella sera circostante fino a raggiungere le propaggini più lontane di piazza del Gesù e le sue note strazianti intrise di tristezza e malinconia riempivano l’aria tutto intorno.
Ai suoi piedi un pezzo di cartone. Vi era scritta una storia di povertà e invocava un aiuto.
Il canto riempiva il decumano deserto a quell’ora, in quel tratto, e correva verso la statua del fiume Nilo e via San Biagio dei Librai.
Quella voce straniante portava con sé le storie del mondo che a Napoli tutte si incrociano.
Poteva venire dalla Cordogliera delle Ande, dalla Patagonia o dalla Terra del Fuoco per come le aveva descritte Bruce Chatwin (“In Patagonia” Adelphi 2012), o da un posto qualsiasi del continente degli Antipodi o da una qualsiasi terra, dall’Est e dall’Ovest, da Nord e da Sud per come me le aveva raccontate il mio amico Christophe De Maitre, un artista fiammingo giramondo senza fissa dimora e che prediligeva i continenti lontani, almeno fin quando era stato un ragazzo.
Poteva venire da uno dei troppi posti di questo mondo che stentano a ritrovarsi o semplicemente a riconoscersi e che qui si incrociano. Magicamente, vien da pensare.
Nel pomeriggio salendo verso piazza del Gesù avevo incontrato degli altri poveri, bianchi e neri, tutti piuttosto giovani con lo sguardo proteso a chiedere qualcosa.
Al termine dei lavori della mattinata Francesco Saverio mi aveva condotto in una traversa nei pressi dell’ateneo a ridosso del Rettifilo, Corso Umberto nella toponomastica ufficiale. Vi era una Sirena scolpita nel marmo. Il viso virginale ed i seni acerbi ad esaltare il candore del corpo ornato da angeliche ali. Al posto delle gambe e dei piedi gli arti e le zampe di un pennuto, di un grande pennuto, un’aquila o un’arpia.
La conoscenza è sempre misteriosa, ambivalente e il percorso per raggiungerla o discernerla scabroso, al limite del dolore e della paura ma solo da essa scaturisce la vita ed in essa passato, presente e futuro si ritrovano.
Prima di ritirarmi per la notte ho avvertito forte il desiderio di riprendere la mia passeggiata notturna attraverso SpaccaNapoli.
Inoltrandomi in direzione est, il decumano si animava amorevolmente. Frotte di ragazzi e ragazze andavano su e giù nella luce fioca dei lampioni.
Vi erano anche dei turisti, americani per lo più, inglesi, francesi, spagnoli.
Dei musicisti imbastivano un concerto di chitarre ad un crocicchio.
L’atmosfera era rilassata. Il mondo con le sue guerre lontano, per una volta.
La gente tranquilla respirava la sera a pieni polmoni, mi sembrava.
Ho raggiunto San Domenico, ho attraversato la piazza, uno sguardo alla basilica domenicana chiusa, al monastero che aveva ospitato Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno in secoli diversi. Federico in quel luogo vi aveva creato la prima Università pubblica d’Europa sulla scia del mondo saraceno.
Per due giorni proprio nell’Università che porta il suo nome avevamo discusso di radici. Del mito che abita Partenope, dei Greci che vi giunsero dall’Egeo, degli Etruschi che fondarono Pompei e della civiltà osca, autoctona, che innervava con i suoi molti popoli il territorio italico e l’intero golfo chiuso da un lato dalla catena dei Monti Lattari, Sorrento e punta Campanella con Capri a due passi e dall’altro dalle colline che, ad ovest, circondano la città: il Vomero, i Camaldoli, Posillipo, sino a Bagnoli, Pozzuoli, Baia, Bacoli, Averno, Cuma, Ischia e Procida…
Con il mito, la storia, il sapere, i papiri, le ville e le città, i Girolamini, la biblioteca nazionale, gli incunaboli, Virgilio e Leopardi…Caravaggio, l’arte, il regno, la rivoluzione e la repubblica…i quartieri, la vita ovunque radicata.
Napoli metafora del mondo che non muore.
Il mondo civile si desertifica, dall’Europa all’Asia, alle Americhe.
Qui no, l’indice di natalità non è mai calato.
A sedici, diciassette anni i ragazzi sono padri e madri, mi aveva raccontato Vincenzo nelle Catacombe di San Gennaro esaurendo la mia sete di conoscenza sul miracolo della Sanità. In un fazzoletto di area urbana, chiusa tra il ponte di Santa Teresa degli Scalzi e via Foria, vive un’intera città, densità altissima, popolazione giovanissima, roba da far tremare i polsi ma non a questi ragazzi, ad essi ed all’apostolo della Sanità, don Antonio Loffredo, che ha aperto chiese e catacombe, basiliche e canoniche ed al quale le università conferiscono lauree honoris causa in economia ed architettura perché ha saputo individuare nella felicità degli occhi di quei ragazzi l’obiettivo dell’azione economica e sociale e nel tessuto del loro quartiere la frontiera per esaltarla e farla diventare paradigma per il mondo intero oltre che per il resto della metropoli, quella felicità.
Una metropoli unica.
Da queste parti il potere resta sempre defilato anche nei momenti più drammatici e la gente sa di dover fare affidamento su se stessa, la sua forza, la sua fantasia, la sua voglia che sconfina nel piacere di vivere per sé e per gli altri.
La Gentrification qui non può passare. Ed il turismo convive con la città che non rinuncerà mai alla sua essenza.
La Gentrification azzera la storia e la cultura in molti posti, non a Napoli.
Nella terra di Partenope che custodisce l’uovo di Virgilio ed il sangue di San Gennaro l’universo ha concentrato le sue energie per riscattare l’umanità nascosta nei pori del suo tessuto urbano per come l’aveva interpretato Walter Benjamin già un secolo fa (Walter Bejamin-Asia Lacis “Napoli Porosa” Dante & Descartes 2020) ma soprattutto negli anfratti della sua anima sconfinata.
Mi aggiro nel decumano come un forestiero che ha ritrovato la sua Itaka.
Osservo il palazzo che fu del principe Gesualdo, di Gesualdo e di Maria d’Avalos.
Tendo l’orecchio a cogliere l’eco di quel misfatto raccontato da Anatole France (Anatole France “ Donna Maria d’Avalos” Edizioni in trentaduesimo Dante & Descartes 2004 ).
Dicono che con la luna piena puoi sentire il sospiro di Donna Maria. Cerco la Luna inseguendo madonna d’Avalos… ma quella é ormai andata.
Mi riprometto di tornare a cercarla.
Il suo sospiro è potente quanto magnetico e dicono che abiti tra i crateri lunari dalla notte in cui fu trucidata da Gesualdo. Costui da allora, tormentato dal fantasma della sua sposa, prese ad invocare il perdono componendo i suoi sublimi madrigali per Dio onnipotente. Anche la musica polifonica di Gesualdo, dicono che tu possa ascoltare salendo in cima al suo castello tra le montagne d’Irpinia. Io ci sono salito una notte di luna piena. Era autunno e la sera era fredda, ma mi fermai sull’uscio del castello ad ascoltare le polifonie che si diffondevano in cielo mentre il mio sguardo era concentrato sul disco della bianca luna a cercare il viso di Donna Maria.
A Napoli, non vi è cesura tra passato, presente e futuro. Hanno ragione i relatori del Congresso che per due giorni han raccontato il mito, le storie, l’archeologia, l’architettura, la poesia, l’arte e la scienza.
Le radici sono profonde ed il respiro ampio attraversa l’orizzonte del tempo senza fratture.
Popoli antichi e contemporanei, autoctoni ed immigrati si tengono insieme. Da sempre.
Napoli ha accolto tutti. Ha cacciato solo i nazisti, e li ha cacciati senza attendere gli alleati, ha sottolineato don Antonio Loffredo, il prete che ha scommesso sui ragazzi della Sanità, nel corso dei lavori sulle radici passate, presenti e future di Partenope.
Partenope e Odisseo, Greci e Troiani, dei e santi la cingono per intero.
Il Mediterraneo la abita e dalle profondità della terra il Vesuvio-Somma ed i Campi Flegrei le ricordano che la vita va arata e coltivata ogni santo giorno…
Il Caos partenopeo non è decadenza ma creazione. Continua creazione.
Anche nei quartieri, tra i falansteri-ghetti della periferia, nelle catacombe della Sanità, tra le colmate di Bagnoli, nei muri che nascondono il mare alla gente che abita lungo il miglio d’oro e tutta la costa orientale, tra i palazzi nobiliari ed i condomini popolari, zampilla di vita tra fiotti di generosità e compassione universale…
Mi rendo conto che evocando Partenope sto parlando del Sud, di Palermo e di Catania, di Bari vecchia e della Messapia, di Cagliari e di Sassari, di Scilla e Cariddi, della Majella e del Matese.
Così imbocco vico del Fico al Purgatorio uno dei cardini che legano il decumano inferiore a quello maggiore.All’angolo, alla confluenza con il decumano, mi imbatto nel busto bronzeo di Pulcinella. Lo conosco bene. Al punto da potermi considerare suo buon amico.
Ha il grande naso lucido.
Mi pare che stia sorridendo, sornione, rilassato lui pure.
I riflessi dei lampioni creano delle ombre leggere, complici. C’è poca gente questa sera e sembra felice… di fronte un Maradona ancora ragazzo con l’aureola dei santi lo guarda facendo capolino da un piccolo murale.
É un cunicolo stretto tra gli alti palazzi che si fronteggiano, Vico del Fico al Purgatorio.
Mi sembra un antro scavato nella storia di Partenope al pari dell’antro della Sibilla e del tempio del vate Virgilio incuneati nella roccia tufacea.
E come Maradona, anche Pulcinella stasera, in solitudine, sembra voler divinare il futuro di questa città che poi è il futuro di tutta intera l’Umanità…
Antonio Corvino
Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud. Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi. Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno” Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.
Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.
Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente. Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno. Collabora con la rivista letteraria Il Randagio. Collabora con quotidiani cartacei ed on line.
In “Il calciobalilla non ha futuro“, Dino Montanino racconta due vite, “due solitudini”, che scorrono in parallelo: quella di Lorenza in un paesino della Sicilia, e quella di Paolo tra un piccolo centro della Campania e Napoli. Scopriremo nell’intervista che la storia narrata è quella dei suoi genitori, attraversati e travolti dalle vicende del Novecento, che il destino farà incontrare casualmente proprio grazie a un “biliardino”. Un libro delicato, piacevole, le cui pagine restituiscono un’Italia che non c’è più e che vale la pena ricordare. Abbiamo incontrato Montanino in un bar del lungomare di Reggio Calabria e ne è venuta fuori una chiacchierata che ci auguriamo possa stimolare la vostra curiosità.
Dino Montanino, napoletano, classe 57, liceo classico, laureato in Lettere moderne, tanti annid’insegnamento, pregresse esperienze teatrali, una vita tra i libri per studio, per lavoro e per passione. Come succede che in piena maturità hai sentito l’esigenza di scrivere il tuo primo romanzo?
L’idea è nata una decina di anni fa. Più volte, in passato, avevo pensato di scrivere un romanzo. Ho almeno una decina di quaderni pieni di appunti, di idee, di possibili storie da raccontare. Ma nessuno di quei progetti si è mai realizzato. Forse perché nessuna di quelle storie mi sembrava davvero interessante. Chiacchierando con le mie sorelle, mi resi conto che molte vicende della nostra famiglia erano ricchissime di spunti narrativi. Perché non raccontare la storia dei nostri genitori che nascono negli anni venti e attraversano una stagione importante di storia italiana? Ho capito che quella era l’idea giusta ma, nonostante l’improvvisa illuminazione, c’è voluto un bel po’ di tempo per metterla a fuoco e realizzarla e solo cinque anni fa la struttura narrativa ha trovato una forma convincente: due vite parallele, due solitudini, raccontate a capitoli alterni e ambientate in luoghi diversi. Quella di mia madre in Sicilia tra Politi, nome inventato, e Palermo; quella di mio padre tra Laureto Campania, anche questo nome inventato, e Napoli. Due solitudini destinate ad incontrarsi per caso, tutti gli incontri importanti avvengono per caso. E con il loro incontro termina il romanzo.
“Il calciobalilla” è quindi una saga familiare tra la Sicilia e la Campania fortemente autobiografica: qual è lo spazio che hai dato alla fiction? Intendo dire, quanto c’è di realmente accaduto e quanto hai dovuto giocoforza inventare?
Per scrivere il romanzo ho attinto alle fonti che avevo a disposizione. Prima di tutto una fonte scritta. Mio padre, all’età di novantadue anni, ha redatto una disorganica ma preziosa autobiografia e tanti episodi presenti nel romanzo riprendono le note paterne. Mia madre, al contrario, è scomparsa all’età di sessantacinque anni e non ha lasciato nulla di scritto. Di conseguenza, per quanto riguarda la sua storia, ho attinto alla mole disordinata di racconti che ci ha lasciato e che, con l’aiuto delle mie sorelle, ho cercato di riportare alla memoria. Ma, in verità, anche per quanto riguarda mio padre, i ricordi di famiglia sono stati uno spunto prezioso. Naturalmente molti episodi e molti personaggi presenti nel romanzo sono frutto della mia immaginazione. Con l’immaginazione ho colmato il vuoto, ho riempito tutti gli spazi che erano rimasti disabitati. Ho dovuto inventare tutte le volte che dovevo fare i conti con il rimpianto di non aver chiesto ai miei genitori, ai miei zii e alle mie zie, di raccontarmi di più sulla nostra famiglia. L’immaginazione ha dato vita a quello che, altrimenti, sarebbe morto per sempre.
Una saga familiare, ma anche un romanzo storico che, come ci stai dicendo, attraversa un lungo tratto del Novecento. Nel racconto c’è la descrizione estremamente accurata di eventi, situazioni, ambientazioni, oggetti che immergono il lettore in un passato e in una quotidianità che non ci sono più. Anche i dialoghi in dialetto hanno un che di antico che ci porta nel pieno del secolo scorso. Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca di documentazione e quanto è stato difficile scrivere in due dialetti?
Ho parlato della documentazione “familiare”. Ma le vicende di Lorenza e Paolo incrociano i grandi eventi della storia del Novecento. Eventi noti e meno noti ma tutti importanti e, molto spesso, devastanti. Ho dedicato molto spazio agli anni della Seconda guerra mondiale perché quei tempi terribili tornavano continuamente nei racconti dei miei genitori e, naturalmente, il lavoro di documentazione storica è stato costante e mi auguro preciso. Sicuramente approfondire tutti gli aspetti legati alla vita quotidiana del tempo in cui è ambientato il romanzo mi ha appassionato e catturato quasi quanto il processo di scrittura. Ho imparato tante cose, ho incontrato tanti eventi storici che conoscevo pochissimo o ignoravo del tutto. Penso, in particolare, al movimento separatista siciliano di cui spesso ci parlava mia madre ma di cui non avevo mai compreso la reale portata storica.
La scelta del dialetto non è stata immediata. Ero partito con l’idea di scrivere i dialoghi in italiano ma, molto presto, mi sono reso conto che non era la scelta giusta. Nel mondo che racconto il dialetto era dominante e i dialoghi in italiano facevano perdere autenticità al parlato. Se è vero che il dialetto può allontanare i lettori che provengono da aree geografiche lontane dalla Sicilia e dalla Campania credo di aver trovato il giusto equilibrio evitando, in ogni modo, di scrivere un romanzo linguisticamente “regionale”. Scrivere in dialetto non è stato facile e anche in questo caso ho dovuto fare un importante lavoro di ricerca per evitare approssimazioni e incongruenze ortografiche.
“Il calciobalilla non avrà futuro” è un titolo fortemente evocativo. Puoi spiegarci come nasce, il suo significato e qual è il ruolo nel romanzo del “bigliardino” (come lo chiamavano al sud quelli della nostra generazione)?
Il cuore della storia, quello che consente l’incontro tra mia madre e mio padre, è il calciobalilla. Un gioco semplice che si diffonde in Italia all’inizio degli anni Cinquanta e, immediatamente, ottiene un grande successo. Non vorrei anticipare troppo; dico solo che il fratello di mia madre ottiene l’esclusiva per la vendita e la distribuzione del calciobalilla nel sud Italia. La scelta si rivelerà vincente anche se, con l’arrivo dall’America del flipper, serpeggia molta preoccupazione tra i distributori di bigliardini. Da qui la frase “Il calciobalilla non avrà futuro”, nella nostra famiglia attribuita a mio zio. Chissà se l’ha mai pronunciata davvero. Una cosa è certa; se l’avesse davvero pronunciata, avrebbe completamente sbagliato profezia.
Il libro ha una copertina bellissima. É una foto in bianco e nero dell’album di famiglia? Quanto queste foto – e la fotografia in generale – hanno favorito l’innesco narrativo.
La foto di copertina l’ho trovata in una delle tante scatole piene di ricordi che abbiamo in casa. Nell’immagine ci sono mia madre e mia zia che “giocano” a guidare una Topolino. Le foto di famiglia sono state utili sul piano emozionale ma soprattutto per costruire personaggi credibili. Sapere come vestivano le donne e gli uomini del tempo in cui è ambientata la storia, osservare quali erano le acconciature alla moda mi ha aiutato a conferire concretezza ai personaggi. Soprattutto perché non avevo davanti immagini di repertorio (che pure ho utilizzato) ma fotografie di persone del mio ambito familiare, che avevo conosciuto o di cui avevo sentito parlare.
Negli ultimi anni le saghe familiari hanno avuto un grande successo di pubblico. Eppure, mi sembri un lettore più vicino ai Buddenbrook che ai Leoni di Sicilia. Quali pensi che siano i difetti di questo genere di romanzi che ora vanno per la maggiore? E quali sono state le trappole che hai voluto e dovuto evitare durante la scrittura?
Il riferimento ai Buddenbroock mi terrorizza, mi sembra quasi blasfemo. Scherzi a parte non saprei dire quali siano i difetti dei romanzi che, in senso lato, definiamo “familiari”. Sono certo, invece, che il loro successo sia legato al bisogno di leggere storie di ampio respiro che consentono di abitare, di conoscere dal di dentro, periodi storici lontani che la letteratura ci aiuta ad attraversare. Veniamo alle “trappole”. Per chi, come ho fatto io, decide di scrivere una storia di famiglia nella quale compaiono personaggi realmente vissuti, l’insidia principale è data dal pericolo che i lettori che riconoscono nel testo i loro genitori, parenti, o persone che hanno conosciuto possano reagire con disappunto se ritengono che quei personaggi non siano coerenti con le persone “vere”. Ma è un rischio che vale la pena correre nella convinzione che, come già detto, il romanzo è una mescolanza di verità e immaginazione.
Qual è stata la reazione dei lettori? Ce n’è stata qualcuna che ti ha colpito o divertito?
Quella che mi ha maggiormente colpito e gratificato è stata la reazione di un mio amico di Cremona. Non solo non ha avuto nessun problema con i dialetti ma, quando era arrivato a metà del romanzo, mi ha scritto: “Tutte le sere, quando vado a letto, dedico un’ora di tempo al tuo libro e i tuoi personaggi (i tuoi antenati) mi fanno una piacevolissima compagnia”. Che cosa si può chiedere di più a un lettore?
C’è un messaggio che mi sento di dare a chi si avvicina al tuo romanzo: di non spaventarsi delle 734 pagine perché si leggono con grande piacere. Qual è invece il tuo messaggio e cosa vorresti lasciasse la lettura del romanzo?
Mi piacerebbe che il lettore conservasse i sapori e le atmosfere che ho cercato di disegnare per conoscere con maggiore profondità, seguendo le vite di Lorenza, Paolo e degli altri personaggi, il travaglio che conduce il nostro paese dagli anni del fascismo fino alle prime propaggini del boom economico.
Gigi Agnano*
Dino Montanino presenta “Il calciobalilla non avrà futuro” a Napoli, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker, giovedì 16 aprile alle 18.15. Introduce Massimo Romano; dialogano con l’autore Elisabetta Abignente e Matteo Palumbo. Letture a cura delle “Macchine Desideranti”.
Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.
Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.