Philip Roth: “Operazione Shylock” (Adelphi 2026, trad. di Ottavio Fatica), di Claudio Musso

«Ammaliato da questi personaggi suggestivamente spumeggianti nel profluvio di discorsi pericolosi, vorticanti in un turbinio di vedute contraddittorie — e senza alcun minimo controllo su questo ping-pong narrativo dove ho tutta l’aria di essere la pallina bianca — ero semplicemente soggetto, come mai in precedenza, al rinnovato e intensificarsi dell’eccitazione.»

Quando si aprono le corpose pagine di Operazione Shylock si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un uomo che ha smarrito non tanto la ragione quanto il proprio centro di gravità. Philip Roth arriva a Gerusalemme reduce da una crisi farmacologica, intorpidito, vulnerabile, come se la realtà avesse smesso di aderire perfettamente a sé stessa. Ma invece di raccontare una guarigione o una discesa nella paranoia, costruisce qualcosa di più conturbante, da controesodo: il resoconto di uno scrittore che si affaccia sull’orlo della propria immaginazione e scopre che laggiù non lo attende il suo riflesso ma una moltitudine e forse la messa in scena di una confessione che non è mai del tutto affidabile.

Immaginiamo Roth sul bordo di una cavità piena d’acqua. Una superficie scura, percorsa da correnti invisibili. Si sporge per cercare un sé stesso insieme familiare e estraneo e ciò che vede dapprima gli restituisce un volto riconoscibile. Poi l’immagine si anima. Comincia a parlare. Pipik, il falso Philip Roth, il sosia che gli sottrae nome e biografia per predicare il diasporismo, l’utopia malinconica di un ritorno degli ebrei aschenaziti europei nelle terre da cui la Storia li ha espulsi, un argomento, questo, impronunciabile nel dibattito ebraico e israeliano degli anni ‘90. Ma una volta incrinata la superficie, il fenomeno diventa irreversibile. Dal fondo emergono, una dopo l’altra, figure: l’amico palestinese, l’ambiguo Smilesburger, i sopravvissuti, gli agenti segreti, gli ideologi, i testimoni del processo alla maschera storica di Demjanjuk, oratori tirannici che occupano pagine intere con i loro monologhi e ai quali l’autore concede parola senza più mediazione apparente. E non consideriamoli personaggi nel senso tradizionale del termine, sono piuttosto voci convesse che reclamano il diritto di esistere. E ancora: il falso Roth non è solo il personaggio pubblico che, partecipando in prima persona ai dibattiti e facendosi promotore di iniziative, da scrittore non è mai voluto essere ma è anche ciò che ritorna a tormentare il vero Roth americano assimilato: la possibilità che la storia ebraica non possa mai davvero chiudersi dentro una vita normale e borghese tra «l’annegamento nella bagnarola di te stesso».

Roth non si affretta a ridurre queste apparizioni a una sintesi, non imbastisce un processo per arrivare a una sentenza ma costruisce un teatro dell’assurdo controllato in cui ogni voce sale sul palco per pronunciare la propria determinazione. E a tutte cede i riflettori. C’è qualcosa di shakespeariano in questa generosità. Come lo Shylock de Il mercante di Venezia, che diventa tragico proprio quando gli si concede la parola, anche i personaggi di Roth non sono mai ridotti a funzioni narrative. Ognuno porta con sé una visione del mondo, un’apologia, una ferita, una teoria della storia. Lo scrittore li lascia parlare, spostando geografie e geometrie, fino a quando la loro voce comincia a incrinare la sua. Ma sempre convinto che, se certe domande sono necessarie, quando diventano assolute possono trasformarsi in delirio e che la letteratura non deve convertirsi in una missione.

È qui che Operazione Shylock, oggi in una nuova edizione Adelphi – preceduta da un’introduzione di Emmanuel Carrère che si può anche decidere di attraversare in fretta: il romanzo inizia, in realtà, molto prima – tradotto con estro da Ottavio Fatica, si separa da quasi tutta la narrativa sul doppio. Pipik non è un semplice sosia malvagio: è una figura che sa del suo originale più di quanto l’originale sappia di sé stesso. Non gli ruba soltanto il nome ma il monopolio dell’interpretazione. Come il Goljadkin di Dostoevskij possiede quella vertiginosa facoltà di rendere plausibile ciò che dovrebbe restare impensabile, nel senso più insidioso: fare apparire pensabile ciò che l’identità vorrebbe tenere fuori dal pensiero. Roth è tentato a trattarlo come un impostore ma più lo ascolta più scopre che le sue idee contaminano il proprio linguaggio e il resoconto di sé. A un certo punto il problema non è più smascherare l’usurpatore, è capire se esista ancora qualcosa come un Philip Roth autentico o se l’autenticità sia già stata assorbita, furtiva, nella finzione.

Da qui il testo si sposta: meno riflessione sull’identità e più sulla scrittura. Il vero doppio non è Pipik ma il rapporto dello scrittore con la propria capacità di raccontare. Per tutta la vita Roth (che all’uscita nel 1993 di Operation Shylock: A Confession ha sedici libri dietro e altri sedici davanti) ha creato alter ego, maschere, narratori ambigui, facendo parlare di sé attraverso deviazioni e scarti. Qui quelle creature sembrano essersi emancipate. Aaron, l’amico scrittore ebreo venuto a Gerusalemme per intervistarlo in ‘chiacchiere di bottega’, definisce il doppio che Roth incontra «un vuoto che fagocita il tuo dono per l’inganno»: formula che coglie il nucleo dell’“operazione”, dove l’arte di inventare identità si rovescia contro chi la esercita. Non è più Roth a produrre finzioni. Sono le finzioni a produrre Roth.

E tuttavia è qui che il libro si apre alla sua zona più instabile, non è mai del tutto chiaro se questa sia una confessione o la sua studiata simulazione. Roth si espone, si moltiplica, si contraddice ma proprio questa sovrabbondanza di esposizione suggerisce il sospetto opposto: che la confessione sia essa stessa una costruzione narrativa, una strategia ulteriore del doppio. L’autobiografia diventa così una forma sofisticata di mascheramento?

Per questo Gerusalemme appare sempre meno come luogo geografico e sempre più come camera d’eco della coscienza. Tutti parlano di Israele ma il romanzo insinua il sospetto che il viaggio decisivo non avvenga durante la prima Intifada, quanto all’interno dell’opera rothiana. Il diasporista, il sionista, il palestinese, il sopravvissuto, Smilesburger e altri: ciascuno sembra la materializzazione di un interrogativo che attraversa da decenni la sua scrittura. L’identità ebraica, l’assimilazione, la diaspora, la memoria della Shoah, il rapporto tra appartenenza e libertà. Gerusalemme diventa dunque il nome del luogo in cui queste questioni assumono un volto febbrile, instabile, quasi cianotico e in cui ogni uomo è responsabile non soltanto delle proprie azioni ma delle parole che mette in circolazione

Non sorprende che Roth non si presenti come il razionalista che smaschera gli inganni. Al contrario confessa continuamente la propria attrazione per essi. Si dichiara «eccitato, quasi eroticamente» dalle storie degli altri, ammaliato da personaggi che lo trascinano in un vortice di interpretazioni contraddittorie o in pagine da vangeli apocrifi. In una delle immagini più efficaci del romanzo paragona sé stesso non all’arbitro ma alla pallina di un interminabile ping-pong speculativo: le voci si colpiscono a vicenda e lui viene scagliato da una parte all’altra, anche dove non vorrebbe o forse dove ha sempre voluto essere. È una confessione decisiva per chi legge il libro come memoriale. Il protagonista di Operazione Shylock non è l’impostore ma la credibilità dello scrittore mentre riempie le ‘sue’ pagine.

Da qui deriva anche l’inquieta risonanza del libro, non priva di una evidente eco editoriale nel presente. Molti leggeranno queste pagine come un romanzo su Israele. E certamente lo sono. Ma, a ben guardare, il loro oggetto ultimo non è la politica, è la tentazione della certezza. Tutti i personaggi credono di possedere una formula definitiva: il sionista, il diasporista, il nazionalista, il profeta, il moralista, il fanatico. Roth no. La sua vera patria non è Israele né l’America né l’Europa, ma la da lui dichiarata «Casa dell’Ambiguità».

Per questo il titolo è decisivo. Shylock non è soltanto l’ebreo più noto della letteratura occidentale, è una figura che resiste a ogni definizione univoca, insieme vittima e accusatore, perseguitato e vendicatore, tragico e grottesco. Come lui, anche i personaggi di Roth sfuggono al giudizio definitivo. Operazione Shylock diventa allora il nome di una missione impossibile ma irresistibile: assegnare una volta per tutte un’identità stabile a qualcuno. A Shylock, a Roth, agli ebrei. Forse perfino alla realtà intrisa di benzodiazepina.

Alla fine le voci si ritirano e l’acqua torna calma. Ma nulla è stato risolto. L’ultimo capitolo manca. Il fondo resta invisibile. Roth continua a fissare l’abisso mentre il lettore gli sta alle spalle. Nessuno vede davvero ciò che c’è laggiù. Nemmeno lui. È questo che rende il libro così vertiginoso: non la presenza del doppio ma l’impossibilità di ricondurre il molteplice all’unità. Pipik sopravvive perché coincide con una scoperta da cui non esiste ritorno: il riflesso che cerchiamo nello specchio non è mai uno perché ogni identità contiene già le voci che la contraddicono e la letteratura, quando arriva al suo punto più alto, non le risolve, le trattiene tutte in tensione, impedendo che una sola abbia l’ultima parola…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Emmanuel Carrère: “Limonov” (Adelphi, 2012, trad. Francesco Bergamasco), di Dino Montanino

Vita indecifrabile di un eroe scomodo

“Sì, ho deciso di schierarmi con il male, con i giornali da strapazzo, con i volantini ciclostilati, con i movimenti e i partiti che non hanno nessuna possibilità di farcela. Nessuna. Mi piacciono i comizi frequentati da quattro gatti, la musica cacofonica di musicisti senza talento… Odio le orchestre sinfoniche e il balletto. Se prendessi il potere, taglierei la gola a tutti i violinisti e i violoncellisti”.

Chi afferma questi principi estremi, disperati, a tratti deliranti è Eduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov. Emmanuel Carrère, in un libro pubblicato in Francia nel 2011 da P.O.I. Èditeur e in Italia nel 2012 da Adelphi, ci racconta la vita avventurosa di un uomo nato in Ucraina nel 1943, che ha vissuto a Mosca tra il 1967 e il 1974, a New York fino al 1980, a Parigi fino al 1989. Torna a Mosca alla fine degli anni ’80 e poi, tra il 1991 e 1992, combatte nella ex Jugoslavia al fianco delle milizie serbe. Combatte a Sarajevo. Poi ritorna in Russia, fonda il partito nazionalbolscevico contro Putin e organizza un campo militare in Altaij, ai confini con il Kazakistan. Viene arrestato, scarcerato e vive gli ultimi anni a Mosca fino alla morte nel 2020 a settantasette anni. 

Chi è Limonov? Dopo aver letto il libro di Carrère non so dare una risposta e vi assicuro che non esagero: l’uomo di cui ci viene raccontata la storia è un personaggio difficile da definire e inquadrare secondo gli schemi di giudizio a cui siamo abituati. Posso solo dire che si fa fatica ad amarlo e che è difficile comprendere e condividere molte delle sue scelte. Se volessimo ridurre tutto a una formula schematica potremmo ripetere le parole del collega di Carrère, direttore di una rivista di attualità, che quando gli viene proposto un articolo su Limonov, risponde: «Ma Limonov è un farabutto di mezza tacca». Carrère replica che bisogna verificare. Dalla verifica invece di un semplice articolo viene fuori un libro. Una biografia? Un romanzo? Un’inchiesta? Sicuramente un libro straordinario e irritante al tempo stesso che ci scaraventa in un universo ricco di suggestioni. Uno di quei libri che ti catturano proprio per il loro carattere spigoloso, scomodo. Un mondo, quello di Limonov, nel quale è impossibile orientarsi. È una sensazione strana quella che si prova; spesso ti senti a disagio quando leggi alcuni passaggi della vita del protagonista. Eppure, nonostante si faccia fatica ad accomodarsi nei diversi capitoli della sua storia, non si ha nessuna voglia di abbandonare la lettura. Più si va avanti, pagina dopo pagina, più sembra evidente che l’esistenza confusa del protagonista non può non essere raccontata. La storia di questo antieroe del nostro del nostro tempo è una storia necessaria. La vita di Limonov sembra inventata, volutamente costruita e pianificata per gettarci in uno stato confusionale. Ma quella di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov è una vita vera: la vita di un russo nato in Ucraina che attraversa la storia del suo paese dal dopoguerra fino quasi ai nostri giorni. Una vita che ci sbatte in faccia una moltitudine di domande senza risposta, una congerie di dubbi che rischiano di incrinare molte delle nostre convinzioni, di intaccare tutti i paradigmi su cui ci siamo adagiati. Chi di noi non ha pensato che con la caduta dell’URSS il mondo avrebbe intrapreso un cammino radioso verso la giustizia e la libertà? Poi leggiamo il libro di Carrère e scopriamo che i russi, dopo tanti anni, hanno ancora bisogno di sentirsi dire da Putin che nessuno ha il diritto di affermare che settant’anni della vita dei loro genitori e dei loro nonni, che ciò in cui hanno creduto, per cui hanno lottato è stato tutto un tragico errore. Che il comunismo è stato qualcosa di grande, di eroico, di bello; qualcosa che credeva nell’uomo e gli dava fiducia.  E anche Limonov la pensa come Putin, anche lui condivide l’idea che i russi non devono in nessun modo rinnegare il loro passato. La pensa come Putin ma dedica l’ultima stagione della sua vita a combatterlo strenuamente senza, peraltro, raggiungere alcun risultato. Carrère arriva ad affermare che se si esamina la vita di Putin si ha “l’inquietante sensazione di trovarsi davanti a un doppio di Eduard (Limonov)”. Se Limonov si trovasse al posto di Putin, “certamente direbbe e farebbe tutto quello che Putin dice e fa. Ma Limonov non è al posto di Putin, e non gli resta che occupare quello, così incongruo per lui, di oppositore virtuoso, difensore di valori in cui non crede (democrazia, diritti umani e stronzate del genere) al fianco di persone oneste che incarnano tutto quello che lui ha sempre disprezzato”. Un eroe velleitario che non può essere Putin perché, per utilizzare un’espressione abusata e talvolta insopportabile, Eduard non è un “vincente”. Per sua volontà decide di stare sempre dalla parte di chi perde pur conservando una vocazione superomistica lontana da qualunque tentazione umanitaria. Il suo desiderio di restare solo a combattere un nemico sempre più invincibile che, in cuor suo, vorrebbe emulare, lo porta a prese di posizioni estreme e volutamente scorrette e indifendibili. La sua esistenza, sostiene Carrère, è una miscela di “disprezzo e invidia” che lo rende antipatico e poco incline alla vita sociale e, probabilmente, anche l’opposizione a Putin è segnata da una marcata frustrazione; la frustrazione di chi voleva arrivare dove è arrivato il suo nemico e non ci è riuscito. Lo dimostra tutta la vita di Limonov che, tra infinite contraddizioni, ha un unico scopo: il successo personale che cerca con ostinata disperazione impegolandosi in un’infinità di imprese velleitarie o facendo di tutto per distinguersi dal mondo che lo circonda. 

Da giovane, in Ucraina, scopre che la sua matura amante è ebrea. Immediatamente prova insofferenza e ostilità nei confronti dell’antisemitismo che pervade il contesto sociale in cui vive. Come ci spiega Carrère, a Limonov si possono imputare le peggiori aberrazioni ma non quella di essere antisemita. Il fatto è che la sua distanza dall’antisemitismo non ha nulla a che fare con la dirittura morale o la coscienza storica. Limonov non tollera l’antisemitismo per mero snobismo, per il suo desiderio di distinguersi a tutti i costi. “Che il russo e più ancora l’ucraino della strada siano notoriamente antisemiti è per lui il miglior motivo per non esserlo. Diffidare degli ebrei è una cosa da zotici con i paraocchi”. E la sua amante ebrea assume, ai suoi e nel suo delirante immaginario, le sembianze di una principessa orientale capace di tirarlo fuori dalla condizione misera in cui era destinato a vivere.

A New York, dopo infinite disavventure, si trova a fare il domestico di un miliardario; di fronte all’incommensurabile ricchezza del suo datore di lavoro, non può fare a meno di chiedersi: “Perché lui e non io?”. E in poco tempo riesce a convincersi che non è quello il suo posto, che lui è destinato a condurre una vita di violenza, l’unica strada possibile verso la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Sogna di “unirsi ai palestinesi o di raggiungere Gheddafi – di cui ha incollato con lo scotch la fotografia sopra il letto, accanto a quella di Charles Mason…”. Pensa che non avrebbe paura di morire; quello che gli dispiacerebbe è morire da sconosciuto. Immagina la prima pagina del «New York Times» che riporta la notizia di lui ucciso da una raffica di Uzi a Beirut. Tutti quelli che lo conoscono direbbero: “Questo è un uomo che ha vissuto veramente”. Morire così varrebbe la pena, non da milite ignoto.  

All’inizio degli anni ’80 si trasferisce a Parigi dove, per la prima volta, incontra Carrère. A Parigi Limonov diventa famoso. Un editore francese ha pubblicato i suoi libri e lui è diventato “una piccola star”. Gli ambienti dei giovani alla moda si innamorano “della sua goffaggine, del suo francese zoppicante e dei suoi discorsi tranquillamente provocatori. Battute crudeli su Solženicyn, brindisi a Stalin: proprio quello che si aveva voglia di sentire in un periodo e in un ambiente che, dopo avere sepolto contemporaneamente la passione politica e le scemenze da fricchettoni, adorava il cinismo, il disincanto, l’algida frivolezza”

A metà degli anni ’80 viene invitato a Budapest, a un convegno internazionale di scrittori. Tra gli altri ci sono la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, che nel 1991 vincerà il premio Nobel, e Alain Robbe Grillet. “Dopo un lugubre dibattito con alcuni scrittori ungheresi, uno degli organizzatori ha manifestato il proprio compiacimento per il fatto di ospitare intellettuali tanto prestigiosi. A quel punto Eduard ha dichiarato di non essere un intellettuale ma un proletario, e un proletario diffidente, né progressista né sindacalizzato, un proletario che sa che ai proprietari tocca sempre la parte dei cornuti”. Di fronte alla meraviglia dei presenti, Eduard rincara la dose. Spiega che, poiché era stato operaio, disprezza gli operai. Poiché era stato povero, disprezza i poveri e non dà loro nemmeno un centesimo. La giornata si conclude al bar dell’albergo dove Eduard dà un pugno in faccia a uno scrittore inglese che parla male dell’URSS. Alcuni presenti intervengono per separarli ma, invece di lasciar perdere, Limonov comincia a tirare pugni come un forsennato scatenando il caos. Nadine Gordimer viene colpita da uno sgabello… .

Quando sale al potere Gorbaciov Eduard non è contento. La popolarità del nuovo leader gli dà fastidio. A tutti quelli che mostrano entusiasmo per il nuovo corso risponde che “il capo dell’Unione Sovietica non deve piacere a quegli stronzetti di giornalisti occidentali, deve fargli paura”. Eduard non sopporta “la glasnost’, né che il potere recitasse il mea culpa, che per riuscire gradito all’Occidente abbandonasse i territori conquistati con il sangue di venti milioni di russi”. Vuole a tutti i costi distinguersi dalla massa. È un bisogno incontrollabile, una malattia da cui non riesce a guarire.  

A Parigi entra in contatto con Jean-Édern Hallier che, alla fine degli anni ’80, aveva rilanciato uno strano giornale: «L’Idiot international». Intorno al giornale il fondatore “aveva radunato un gruppo di scrittori rissosi e brillanti, a cui non si chiedeva altro che di scrivere qualsiasi cosa venisse loro in mente purché scandalosa”. Nella redazione del giornale si incontravano personaggi come Le Pen ma anche sindacalisti comunisti. “Estrema destra ed estrema sinistra si ubriacavano fianco a fianco, e la convivenza fra le opinioni più contraddittorie veniva incoraggiata senza che si ponesse mai il problema di affrontare una cosa tanto volgare come un dibattito”. Il luogo ideale per Limonov che, poiché la sede del giornale era a Place des Vosges, “poteva credere di trovarsi nei Tre moschettieri che tanto aveva amato da adolescente, e vedere in se stesso un d’Artagnan della penna”.   

Dopo aver riportato alcune delle avvincenti e controverse avventure di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov, appare evidente che ci troviamo di fronte a un testimone attivo e, al tempo stesso, inattendibile degli ultimi decenni della storia russa. Quando nell’autunno del 1993 gli oppositori di Eltsin occupano il parlamento Eduard è lì e cerca di spiegare a Ruckoj, un militare capo degli insorti, che bisogna combattere, resistere, distribuire le armi. Ruckoj gli risponde che è prematuro e non è certo un intellettuale che può dare ordini. Intellettuale… Per Eduard quella è la peggiore offesa; decide di uscire dal palazzo del parlamento. Se ne pentirà amaramente perché, il giorno dopo, l’esercito inizia l’assedio che durerà dieci giorni e che si concluderà con un bagno di sangue. Eduard voleva essere lì, a combattere, a morire; e invece resta fuori. Assiste al massacro perpetrato dall’esercito nelle strade, viene ferito ad una spalla ed è costretto a fuggire per evitare di essere arrestato. Questo è Limonov. Un tragico testimone della Storia destinato a restare ai margini a dispetto del suo bisogno di autoaffermazione. Uno sconfitto che con la sua vita sopra le righe ci aiuta ad attraversare il nostro tempo da prospettive inesplorate.

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

(R)esistere attraverso la poesia: Forough Farrokhzad (Teheran, 1934 – 1967), di Barbara Gramegna

Proseguendo in un percorso ideale intorno alla poesia che si genera e alimenta nel e dell’esilio (vedi La mia scoperta di Nina Cassian), nella e della distanza, nella e della militanza – ma anche per e della resistenza – aprirò qui una finestra su una testimonianza di poesia persiana contemporanea della diaspora, con un precedente breve accenno all’opera ancora troppo poco conosciuta della troppo precocemente mancata Forough Farrokhzad (Teheran1934 – Teheran1967).

Mi riferirò infatti ad una raccolta curata da Rossella Renzi e Claudia Valsania dal titolo “Sia manifesta la tua voce – Forme di resistenza nella poesia persiana” uscita per Argolibri nel 2024 e presentata in diverse città d’Italia, fra le quali Bolzano, dove ho potuto partecipare personalmente.

Per il mio avvicinamento alla poesia persiana in generale devo e desidero ringraziare la “nutriente” frequentazione di una poeta e traduttrice persiana residente in Italia da quasi quarant’anni, presente nella suddetta raccolta con tre componimenti (“La forza della donna”, “Il coraggio”, “L’incertezza della libertà”), Nina Sadeghi.

Grazie a questa amica e a diverse occasioni che ci hanno visto collaborare in eventi culturali, sono entrata con curiosità, ma in punta di piedi, nella sua produzione poetica.

Sulle prime “leggo” i suoi versi da donna occidentale e ne colgo quindi un messaggio che, mi rendo conto solo successivamente, essere parziale e distorto. Pur apprezzandone globalmente le immagini, la simbologia e la forza espressiva, intuisco che mi mancano degli elementi per poterla apprezzare appieno e per riconoscere nei suoi versi la forte eco di una tradizione a me pressoché sconosciuta.

Da “La città dei sogni”: […] Nella mia città/piovono le mie credenze/sui corpi addormentati dei fiori/il giardino/prende una nuova freschezza/e la voce/nella gola della poetessa/trova la sua strada. (“Poetessa è femmina” di Nina Sadeghi, Galassia Arte, 2014, Roma). 

Individuo qui, infatti, la necessità di sottolineare come la forza generatrice della poesia riesca a farsi largo anche in spazi angusti e bui (la gola), e di come la poetessa trovi la sua voce, il suo sfogo, nonostante una paralisi dello scenario circostante (corpi addormentati dei fiori). Si tratta di allusioni sufficientemente forti alla necessità di “linfa vitale”, rimanendo nella metafora del giardino.

Il privilegio di potere però dialogare con lei mi consente di capire quali nuclei del suo poetare si rifacciano al misticismo sufi delle origini, e cosa, invece, la assimili preferibilmente alla poesia persiana moderna, sia nella forma che nelle tematiche (l’attualità politica e sociale, la condizione della donna, la riflessione sulla libertà ecc.): mi si traccia quindi un arco ideale che dalla poesia del XII secolo (quella di Rumi ad esempio) arriva ad un passato più recente sino ai giorni nostri.

Da “Un’altra Forough Farrokhzad” […] Tra le mie dita sono fiorite rose rosse/rosse/Ho portato lui/Nel giardino delle rose rosse/E sui petali di rose/Ho finalmente dormito con lui […] (ibidem)

Qui il legame con la tradizione è ancora più evidente; la simbologia della rosa e del giardino sono infatti topoi che ricorrono nella poesia persiana classica: la rosa (gol) e il giardino (bāgh o golestān) sono parte centrale di una serie di metafore che fonde e confonde amore terreno, bellezza estetica e profondo misticismo sufi. La natura è scenario e mezzo per elevare lo spirito.

L’esplicita dedica di questa poesia a Forough Farrokhzad mi invoglia però a prendere in mano i testi di questa poeta e artista del XX secolo.

Forough Farrokhzad vive poco, ma lascia una traccia indelebile nella vita culturale, artistica e politica dell’Iran e non solo quello degli anni ’50 e ’60; è una donna che può studiare, ma la sua vita familiare è scandita da codici e tradizione, in cui lei non decide nulla. La sua unica certezza è che la poesia sarà il suo veicolo di (r)esistenza alla condizione che le hanno imposto: quello di sposa e di madre.

Negli anni in cui vive Forough l’Iran assiste infatti ad una forte ingerenza americana, che causa la deposizione del primo ministro Mohammad Mossadeq e l’introduzione di un governo filo-occidentale, che avvia, attraverso una serie di riforme, un processo di modernizzazione, da un lato, ma che, per altri versi, mantiene inalterati le logiche di potere e il patriarcato.

Per ciò che riguarda la condizione della donna i messaggi lanciati dal governo di quegli anni sono dissonanti: dismissione del velo, ma divieto di voto, possibilità di accedere agli studi universitari ma conservazione dei privilegi maschili in ogni sede.  

Forough utilizza così la poesia per uscire dalla contenzione di un matrimonio combinato con un cugino e in cui la voce poetica le consente di parlare a nome e in nome di tutte le donne in sua eguale condizione. Un ulteriore proclama di volontà di affrancamento dal passato e da un presente non tanto diverso è rappresentato dalle sue scelte formali: il rifiuto del verso misurato e dei canoni a schemi fissi della poesia classica.

I temi sono quelli della vita e delle azioni domestiche quotidiane, che non la rappresentano nelle sue potenzialità, ma nei suoi limiti. La sua formazione artistica e la sua sensibilità la rendono inadatta e insofferente a qualsiasi costrizione; si sposa giovanissima e diventa madre, ma il matrimonio resiste solo tre anni, cosa che le costa la sottrazione del figlio Kamyar. Tormentata e ribelle, si unisce poi con il regista e scrittore Ebrahim Golestan. Da questo momento in poi Forough affronta nelle sue liriche anche i temi della passione amorosa (non quella sublimata per Dio espressa dai mistici) e dell’amore fisico con un’audacia che non lascia spazio a fraintendimenti.

Da “La conquista del giardino”: […]/Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna/con i papaveri bruciati del tuo bacio./E dell’intimità dei nostri corpi, serrata/e della nostra nudità che luccica/[…] (“La strage dei fiori”, Edizione Orientexpress, Napoli, 2007).

Una (r)esistenza poetica individuale quella di Forough che ci rimanda ad un altro tipo di (r)esistenza, quella corale del gruppo di autrici e autori della raccolta [sia manifesta la tua voce], in cui troviamo le poesie di: Ali Abdolrezaei, Mana Aghaee, Mina Assadi, Azam Bahrami, Aria Fani, Athena Farrokhzad, Maryam Hooleh, Granaz Moussavi, Leila Rahimian e Nina Sadeghi.

Si tratta di liriche civili, ovvero quelle che riguardano una comunità intera, che, pur partendo da una soggettività, escono da questa dimensione e da voce interiore, si fanno voce “manifesta” di una collettività, si trasformano in grido, in disperato appello, ma anche in spazio di catarsi e, forse, di futura salvezza.

Il famoso germanista Franco Fortini, in una sua lirica intitolata “Traducendo Brecht”, afferma: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi, invitando quindi, sempre e comunque, alla presa di parola, alla rivendicazione della libertà di espressione.

Il progetto sotteso alla pubblicazione di questa raccolta è proprio quello di “promuovere la libertà di espressione, di parola, di fare arte” perché “la poesia è intrinsecamente parte della cultura persiana […]. È un modo di stare nel mondo, un agire politico che diventa gesto di ribellione.”

Tutto quello che nell’Iran di oggi non è possibile.

I livelli di lettura della raccolta sono molteplici e quello forse più fruibile per chi non ce l’ha sottomano, è quella per nuclei tematici:

•la violenza (subita, assistita), la censura, l’esilio forzato, il sentimento della lontananza, ad esempio:

Un giorno torneremo/E quando si incontreranno i nostri rispettivi dolori per la vita di cui ci hanno privato/Qualcosa di orribile crollerà […] (di Athena Farrokhzad, da “I giorni dell’asino, estratto 88”)

•la poesia come vita, come voce manifesta, la donna come creatrice, “poeta” (da  fare, costruire, creare  – ποιέω), l’aspirazione alla libertà, ad esempio:

Un astuccio di colori verdi/e un vaso di fiori rossi/mi hanno invitata a sperimentare/quando l’amore si allenta al brulichio dei passeri.[…] (di Mina Assad, da “Poesie colorate”, traduzione dal persiano in inglese di Sheema Kalbasi, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

•il poeta come “tessitore di sogni” (رویا‌باف Roya-baf) e il sogno come dimensione della terza possibilità (tutto ciò che potrebbe essere e quindi, anche la libertà):

Ero qualcuno/Ho fatto la cosa più sciocca e sono diventato poeta (di Ali Abdolrezaei, da “Censura”, traduzione dal persiano in inglese di Abol Froushan, dall’inglese in italiano di Pina Piccolo)

La pluralità di voci e di stili della raccolta ci restituisce un quadro variegato di cosa succeda a livello culturale e linguistico nella “diaspora”, di come si individuino elementi comuni, ma diverse interpretazioni della nostalgia: dolce, disperata, speranzosa, orrorifica.

La poesia in Persia prima, in Iran poi, è patrimonio condiviso, viene recitata, cantata, è oggetto di festa durante la Notte di Yalda, Shab-e Yalda, antica festività che celebra il solstizio d’inverno, la notte più lunga e più buia dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre). In questa notte famiglie e amici si riuniscono intorno a una tavola imbandita con frutta ben augurante (anguria e melograno) per celebrare la vittoria della luce sulle tenebre e…leggere poesie!

Capiamo quindi forse meglio come la poesia possa rivestire nell’immaginario collettivo del popolo persiano ora il ruolo di messaggio divino, ora quello di viatico per la saggezza, ora di strumento di denuncia e di (r)esistenza, sia individuale che corale.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

“Ricette Letterarie”: Torta al formaggio svizzera da “L’ora di greco” di Han Kang, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker 📚 🍽

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

Pronti a mettervi ai fornelli? 🍲 Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la ricetta di una torta al formaggio citata ne “L’ora di greco”, della scrittrice coreana Han Kang, Premio Nobel per la Letteratura nel 2024. Il cibo è un motivo ricorrente nei romanzi di Han Kang. Il rifiuto del cibo come metafora di dissoluzione personale e sociale è, per esempio, il tema centrale del suo capolavoro “La vegetariana”. Per saperne di più de “L’ora di greco” riportiamo di seguito il link della recensione del Randagio.

*** Torta al formaggio da “L’ora di greco” di Han Kang ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Testo da L’ora di greco (Adelphi, 2023). Traduzione di Lia Iovenitti.

Sceso sulla banchina, notai un ragazzo che mangiava, seduto fuori da una caffetteria. Viso regolare, capelli biondo chiaro. Salopette di jeans larga. Non ti assomigliava per niente, eppure mi fece pensare a te. Quando mi rivolse un sorriso, gli chiesi:

«Che cos’è? È buono?».

«Torta al formaggio svizzera» mi rispose levando il pollice. «Oggi è venerdì».

Entrai nella caffetteria, ne presi una uguale e andai a sedermi al tavolino accanto.

«Ma che c’entra la torta al formaggio con il venerdì?» chiesi.

«Si mangia di venerdì al posto della carne. Io, vabbè, non è che sia tanto religioso… ma è il giorno in cui è morto Gesù».

Il resto della conversazione non fu niente di speciale.

Dove sei nato? Di cosa ti occupi? Come si vive da queste parti?

Che altri posti vai a visitare? Cose così”.  

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Ricette Letterarie: Torta al formaggio svizzera

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

RICETTA

Torta al formaggio svizzera

Ingredienti 

per una tortiera di diametro 24 cm

Per la pasta Brisèe

  • 200 g farina per dolci 
  • 2 g sale fino
  • 100 g burro freddo a pezzetti
  • 70 g acqua fredda

Per il ripieno

  • 280 g formaggi misti (a scelta Gruyère, Emmentaler, Cheddar, Brie)
  • 100 g panna fresca
  • 100 g yogurt magro
  • 1 uovo taglia M
  • Sale, pepe, noce moscata
  • 45 g farina autolievitante

Preparazione

Come prima cosa preparare la pasta Brisèe.

  1. Mescolare il sale nella farina. Aggiungere il burro e amalgamare fino a ottenere una “sabbia” friabile. 
  2. Aggiungere l’acqua e mescolare rapidamente per formare una pasta morbida.
  3. Coprire con la pellicola trasparente e mettere in frigorifero per 30 minuti.

Mentre la pasta riposa in frigorifero preparare il ripieno.

  1. Tagliare i formaggi a cubetti.
  2. Mescolare lo yogurt con la panna. Aggiungere l’uovo e mescolarlo al composto.
  3. Versare in una casseruola e scaldare leggermente. Poi inserire i formaggi tagliati a cubetti e mescolarli per farli sciogliere )non del tutto).
  4. Aggiungere il sale, pepe e noce moscata. Mescolare e lasciare raffreddare.
  5. Quando il composto di formaggi è freddo aggiungere la farina e mescolare con la frusta fino a renderlo omogeneo.

Assemblaggio

  1. Stendere la pasta su un foglio di carta forno e adagiarla nella tortiera.
  2. Bucherellare il fondo della pasta con una forchetta e versavi dentro il composto di formaggi.
  3. Ripiegare l’eccesso di pasta sulla superficie della torta e spennellarla con un poco di uovo sbattuto.
  4. Cuocere per 40 minuti nel forno preriscaldato a 180 °C.
  5. Lasciare raffreddare completamente prima di tagliare.

Buon appetito!

David Szalay: “Nella carne” (Adelphi, 2025, trad. Anna Rusconi), di Luciana Amato

 Il Booker Prize ha una peculiarità molto speciale: seleziona il presente. Se nel 2024 Samantha Harvey ci aveva trasportati nello spazio con Orbital, nel 2025 David Szalay ci riporta bruscamente a terra, anzi, “Nella carne”. Chi ha incrociato lo sguardo con la copertina bordeaux scelta da Adelphi, sulla quale campeggia la foto “Untitled (Wrestler with Helmet-Straight On)” di Luke Smalley, sa di non trovarsi davanti a una semplice biografia romanzata, ma a un esperimento di montaggio esistenziale che ha saputo conquistare la giuria del più ambito premio letterario di lingua inglese. Dopo l’annuncio della vittoria a novembre 2025, si sono rincorse recensioni e commenti intimiditi, oscillanti tra l’ammirazione e la sorpresa per un testo così straordinariamente semplice e al contempo conturbante, poiché connesso con il corpo: strumento imprescindibile della narrazione e della vita, carne che detta l’essenziale della sopravvivenza.

Istvàn è condotto attraverso l’esistenza dalla sua stessa fisicità e lo fa con accondiscendenza, quasi senza mai scegliere, venendo travolto e trasportato dalla propria carne e da quella altrui. La semplicità, adoperata qui in modo strumentale, è tuttavia ingannevole: quella di Szalay è permeata da un’acutezza che deriva dall’osservazione esemplare della realtà, esplorata senza giudizio alcuno. L’autore trasforma la vita in materia prima, la comprime in un linguaggio quasi primitivo per poi ricomporla nella complessità delle costruzioni sociali in cui siamo immersi, e questa peculiarità trasforma la lettura in un’esperienza quasi sensoriale. Il libro si snoda come una ripresa diretta attraverso capitoli che aprono e chiudono finestre sulle diverse fasi della vita del protagonista, lasciando anche abbondanti zone d’ombra sulle quali ogni lettore può riversare la propria immaginazione. Assistiamo così a una trasformazione che non proviene dalla pulsazione verso grandi passioni, ma da una sorta di arrendevolezza: Szalay lascia che il suo personaggio si faccia “vivere dalla vita”.

Tuttavia, superate le prime cinquanta pagine, accade qualcosa di insolito: il dispiacere istintivo che la lettura traduce spesso con l’immedesimazione, svanisce. L’incantesimo dell’empatia si rompe per lasciare spazio a un piano superiore di comprensione. Szalay, infatti, sembra spingerci deliberatamente lontano dal testo, distanziandoci per permetterci di cogliere l’intera scena come osservatori esterni, mentre Istvàn resta immerso — suo malgrado e quasi senza consapevolezza — nel flusso degli eventi. Il protagonista si arrabatta, sbaglia, inciampa in disgrazie o fortune e coglie occasioni senza mai possedere una visione d’insieme, come fosse all’oscuro di se stesso. In questo, egli è lo specchio di molti di noi: un essere vivente che agisce nel particolare senza comprendere il generale. Ma soprattutto Istvàn ci rispecchia perché incontra la Storia: come la guerra del Golfo o la pandemia, per citarne due. Sono eventi che permangono sempre sullo sfondo, mai colti davvero nella loro enormità, ingredienti di una scenografia dove sono le azioni e gli accadimenti di questa vita — banale e complessa al contempo — ad emergere. Questo rispecchiarci, così violento nell’incapacità di essere a noi stessi presenti e di cogliere la portata del momento storico che abitiamo, l’apatia con cui accettiamo quello che ci accade, è la cifra più complicata da gestire in questa lettura.

Il lettore non è dunque un complice emotivo, ma uno spettatore che raccoglie i cocci di un’esistenza. In questo processo di osservazione distaccata, finiamo paradossalmente per ritrovare frammenti della nostra stessa storia, o di chi ci ha preceduto e seguirà. La vicenda di Istvàn diventa così un ciclo perenne di fatalità, dove il linguaggio nudo di Szalay non serve a spiegare il destino, ma a mostrarlo nella sua cruda e ineluttabile fisicità. Protagonista per attimi chiusi in sacche temporali che attraversa senza mai riuscire a svincolarsi dalla propria semplicità, Istvàn come personaggio letterario è sorretto da una scansione dei periodi dettata dalla necessità di brevità e sintesi. Si avverte un puro piacere stilistico e formale che denota una sorveglianza e una capacità di misura quasi scarnificata: ottima la traduzione in questo senso, dove l’iperbole tipica della lingua italiana è stata contenuta, per rispettare lo stile di Szalay che scrive il meno indispensabile per ottenere l’effetto più esplosivo possibile.

La cifra linguistica di Istvàn è una parola che diventa quasi simbolo: l’“ok” che usa in ogni contesto, conferendo a questo termine una straordinaria quantità di significati e declinando superficialmente la realtà. Qui sta la palese trovata stilistica e filosofica dell’autore: esattamente in questi “ok” ripetuti come un mantra, in questi dialoghi scarni che vengono trasformati nella testa di chi legge e risultano dunque passibili di molteplici interpretazioni. Ed è nel rapporto con le donne, presenze anch’esse fugaci ma essenziali, che riescono ad emergere con più efficacia le sensazioni di solitudine e distacco che contraddistinguono l’opera. In definitiva, lo straniamento di Istvàn non è una posa intellettuale, ma una condizione biologica. Szalay ci consegna un protagonista che attraversa il mondo senza mai appartenervi del tutto, protetto e insieme isolato dal suo guscio di carne. Restiamo noi, lettori-osservatori, a contemplare il montaggio di questa vita banale e assoluta, realizzando con un brivido che la solitudine di Istvàn non è diversa dalla nostra: è il sentire di chi, pur immerso nel flusso della Storia, finisce per rispondere al destino con un semplice, ineluttabile “ok”.

Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa.