Silva Ganzitti – autrice friulana, editor e direttrice artistica del festival culturale “Incontri a Nordest” – è arrivata tra i finalisti del prestigioso Premio Neri Pozza 2023 con Vento fine. Il volume si innesta con grazia e maturità nel filone del romanzo storico di territorio: una declinazione narrativa capace di coniugare la rigorosa ricostruzione documentale con la profonda valorizzazione del paesaggio. Ganzitti si affida a una prosa fortemente descrittiva ed evocativa, capace di trascinare immediatamente il lettore tra le vette impervie e i boschi della Carnia, accendendo in chi legge un desiderio quasi fisico di esplorare e percorrere quegli stessi sentieri.
La struttura della storia si sviluppa su due piani temporali che si alternano con precisione geometrica. Fin dalle prime pagine incontriamo il protagonista, Dwight: un soldato neozelandese fatto prigioniero nel 1943 che, a distanza di oltre vent’anni, nel 1965, decide di ritornare in Friuli. Si muove tra le valli silenzioso, quasi come un fantasma emerso da un passato doloroso, guidato dall’ossessione romantica di ritrovare Ida, la giovane contadina con cui visse un amore travolgente e mai dimenticato. Questo espediente del ritorno innesca una struttura narrativa a incastro, costellata dai numerosi flashback di Dwight. La memoria si attiva camminando, mentre l’uomo attraversa Sauris e i paesi limitrofi, o mentre dialoga con la gente del posto, diffidente ma custode di segreti antichi. Attraverso questo efficace dispositivo narrativo emergono, tassello dopo tassello, le vicende corali di Ida, delle sue sorelle e di un’intera comunità montana costretta a fare i conti con la brutalità della guerra.

La poesia profonda del testo risiede proprio nella capacità di evocare uno spazio e un tempo perduti, ma preservati intatti nella memoria dei singoli. Tutto quello che viene narrato affonda le radici in fatti realmente accaduti, anche se l’abbraccio del tempo e la distanza delle decadi lo fanno quasi apparire, agli occhi del lettore contemporaneo, come un miraggio impossibile o una leggenda lontana.
Il contesto storico: la diga del Lumiei
Il valore cardine e il punto di forza del romanzo risiedono proprio nell’accurata precisione del suo innesto storico. Ganzitti riporta alla luce una pagina dimenticata del nostro Novecento: la permanenza di un contingente di soldati neozelandesi in un campo di prigionia in Carnia, trasferiti in territorio friulano tra il maggio e il settembre del 1943 per edificare la titanica diga sul torrente Lumiei (nota anche come diga di Sauris). Con la forza lavoro locale interamente richiamata al fronte, la SADE (Società Adriatica di Elettricità), in stretto accordo con il regime fascista, decise di sfruttare la manodopera dei prigionieri di guerra alleati, catturati principalmente sul fronte del Nord Africa.
Furono circa trecento gli uomini impiegati nel progetto, suddivisi tra il distaccamento di Ampezzo (Plan del Sac) e quello di Sauris (La Maina). Questi soldati d’oltremare vennero costretti a operare come scavatori, minatori, carpentieri e operai stradali, lavorando in condizioni di estrema durezza, esposti costantemente al pericolo delle frane e alla rigidità del clima alpino. Questo microcosmo coatto, fatto di turni massacranti ma anche di insospettabili sguardi d’intesa con la popolazione locale, si interruppe bruscamente all’indomani dell’Armistizio di Cassibile. Il 9 settembre 1943, di fronte alla rapidissima occupazione tedesca della Zona d’operazioni del Litorale adriatico, i campi vennero evacuati d’urgenza dalle SS. I prigionieri vennero stipati su treni merci, trasferiti verso Tarvisio e deportati nei durissimi lager (Stalag) in Germania e Austria, lasciando la diga sospesa fino al 1948.
Un’eredità di memoria.
Silva Ganzitti compie con Vento fine l’impresa non scontata di trasporre in narrativa una materia complessa e fino a oggi confinata quasi esclusivamente alla saggistica d’archivio. Lo fa rifiutando la freddezza del saggio e preferendo la creazione di un testo corale, immersivo, dove l’accuratezza del dato storico non soffoca mai l’umanità dei personaggi, ma ne amplifica il dramma esistenziale.
Se il potere profondo della letteratura è quello di indagare le pieghe più nascoste dell’animo umano, l’autrice friulana ci riesce pienamente, restituendo voce, carne e dignità ai sentimenti, ai desideri e alle passioni che hanno animato i veri “Dwight” e le vere “Ida” della Storia. Vento fine si rivela così un romanzo intimo e al tempo stesso universale, capace di superare i confini geografici per raccontare le lacerazioni provocate dai conflitti. L’opera lancia un messaggio potente e salvifico, sancendo, in definitiva, che sopra le macerie fumanti della Storia e i reticolati dei campi di prigionia, è sempre e soltanto l’amore l’unico elemento che riesce a restare, testimoniando la tensione straordinariamente umana verso la vita, la memoria e la ricerca delle proprie radici.
Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa.













Le Ricette Letterarie di Anne Baker
Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
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