Joseph Roth: “La milleduesima notte” (Adelphi, trad. Ugo Gimmelli), di Loredana Cefalo

Cosa rimane degli esseri umani quando crollano le certezze, le gerarchie e le rassicuranti finzioni di un intero mondo? E quanto quel vuoto morale somiglia alle contraddizioni del nostro presente?

​Se rileggiamo oggi La milleduesima notte di Joseph Roth ne cogliamo una sconcertante profezia: il crepuscolo dell’Impero Asburgico parla direttamente alle democrazie contemporanee, sistemi complessi e formalmente inappuntabili, ma pervasi da inerzia, cinismo diplomatico verso i regimi autoritari e una spietata mercificazione dei più deboli.

​Scritto nel 1939 dall’esilio parigino, mentre l’Europa scivolava nel baratro totalitario, il romanzo risponde a questi interrogativi presentandosi solo in apparenza come una raffinata commedia mitteleuropea dal sapore orientale. Sotto la superficie del racconto si cela una spietata anatomia morale del collasso asburgico, orchestrata come un catalogo dei vizi capitali.

​La trama, incentrata sulla sostituzione della contessa Wurmbrandt con Mizzi Schinagl nel letto dello Scià di Persia in visita a Vienna, è solo un pretesto per mostrare come, nel microcosmo viennese, i peccati siano gli ingranaggi su cui poggia l’intero ordine sociale.

​La bellissima contessa Wurmbrandt, di cui lo Scià si invaghisce al primo sguardo, incarna la superbia aristocratica: è disposta a sacrificare un’altra donna pur di salvare le apparenze di casta.

​Dal canto suo, il barone Taittinger rappresenta la paralisi etica e spirituale di un impero al tramonto; la sua colpa capitale è un’accidia pervasiva e claustrofobica. Chiuso in un individualismo estremo, il barone non ascolta altra voce al di fuori della propria e ignora i bisogni altrui, etichettando tutto e tutti come noiosi. La sua vita è dominata da un’apatia cronica, una vacuità in cui ogni cosa svanisce; incapace di prendere posizione o di provare autentica empatia, Taittinger si lascia scivolare addosso il destino dell’amante e del figlio illegittimo con un’indifferenza disarmante. Solo per un breve istante la sua inerzia si incrina: sopraffatto dallo scandalo e dall’impossibilità di rientrare nei ranghi dell’esercito, manifesta un barlume di compassione, dettato soprattutto dal terrore della solitudine nella morte.

​Accanto a lui, la lussuria capricciosa dello Scià, disabituato a porre freni al desiderio, riduce l’essere umano a pura merce. Una ricerca talmente cieca del piacere carnale da non fargli notare lo scambio: dopo la notte trascorsa con Mizzi, creduta la contessa W. concessagli dal marito, cade in un profondo sconforto, deluso dall’abisso tra la realtà e la grandiosità delle proprie aspettative.

​Sottile, invece, è l’invidia corrosiva dell’eunuco, che osserva con sordo risentimento l’ipocrisia degli occidentali, compiacendosi della loro degradazione.

​A chiudere il cerchio è l’avarizia spietata di Frau Matzner, maîtresse di una nota casa d’appuntamenti dell’alta società viennese, legata al denaro a tal punto da non volersene separare neppure di fronte alla morte.

​Al centro di questa ragnatela spicca Mizzi Schinagl, l’unica figura priva di malizia. La sua colpa tragica è una radicale ingenuità infantile: si fida ciecamente di tutti, firma contratti senza leggerli e subisce passivamente il proprio destino. La sua purezza non è però priva di lacerazioni interiori: schiacciata dall’abiezione della prostituzione in cui è sprofondata, Mizzi va incontro a un corto circuito emotivo. Travolta dall’angoscia e da un dolore insostenibile per la sua immaturità, arriva a picchiare senza motivo e ad abbandonare il figlio, per poi piombare in un pentimento tanto straziante quanto impotente. L’incapacità cronica di difendersi ne fa la preda ideale di una società corrotta, trascinandola fino alla rovina giudiziaria e al carcere.

​La grandezza dell’opera risiede nella maestria con cui Roth governa stile, ritmo e registri narrativi. Il romanzo si apre con l’andamento brillante, leggero e quasi musicale di un’operetta viennese, sostenuto da un’ironia sottile e da periodi armoniosi. Con il procedere degli eventi, tuttavia, il testo muta progressivamente: il tono scivola dalla satira di costume al dramma sociale, fino a farsi tragedia. Anche il ritmo asseconda questa metamorfosi, accelerando nella spirale caotica di truffe, debiti e processi, per poi rallentare e quasi congelarsi in una marcia funebre, segnata dall’angoscia per il declino senile e la morte.

​Questa parabola si apre e si chiude con una meditazione sulla natura umana e sulla sua fragilità di fronte alla storia. Roth incornicia la narrazione interrogandosi su cosa resti degli individui quando l’impero, le corti e le certezze borghesi si sgretolano: creature fragili e incostanti, incapaci di governare i propri impulsi o di resistere al corso degli eventi, ridotte a marionette manovrate da forze superiori. All’inizio le loro esistenze brillano di un fasto vano; alla fine si dissolvono, svuotate di ogni sostanza, lasciando dietro di sé soltanto macerie morali.

​L’epilogo di Mizzi rappresenta il vertice di questo pessimismo, una salvezza a metà. Sopravvissuta al carcere e alla rovina economica, è condannata a farsi parodia di sé stessa: un’attrazione da baraccone che esibisce ai curiosi la memoria del suo antico scandalo con lo Scià. Per non morire fuori, è costretta a morire dentro, ridotta alla cartolina imbalsamata di un passato irrecuperabile.

​Nell’intera produzione di Roth, La milleduesima notte si colloca come l’ultimo, amaro testamento narrativo insieme a La leggenda del santo bevitore. Pubblicato dalla casa editrice d’esilio De Gemeenschap a ridosso della morte dell’autore e dello scoppio della Seconda guerra mondiale, il libro non conobbe all’epoca la risonanza dei capolavori precedenti, quali La marcia di Radetzky o Giobbe. Soltanto a partire dagli anni Settanta, grazie a un’ampia riscoperta critica internazionale, l’opera ha ottenuto il dovuto riconoscimento, imponendosi come uno dei vertici più complessi della prosa rothiana.

​Roth firma così una favola amara sul crollo dell’Austria-Ungheria e della società che la componeva, in cui l’innocenza disarmata e la stessa essenza umana vengono divorate dall’ipocrisia del potere e dal cinismo del denaro.

​Cosa resta, dunque, dell’uomo una volta spogliato di ogni certezza istituzionale? Resta una fragilità senza tempo, agghindata con una preziosa collana di perle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Emmanuel Carrère: “Kolchoz” (Adelphi, 2026, trad. Francesco Bergamasco), di Dino Montanino

Una storia familiare.

Kolchoz, l’ultimo lavoro di Emmanuel Carrère pubblicato da Adelphi nell’aprile scorso, è un romanzo familiare che nasce a partire dai materiali che il padre dello scrittore ha raccolto meticolosamente nel corso della sua esistenza. “Negli archivi di nostro padre l’unica cosa in ordine – o comunque organizzata secondo un ordine accessibile – erano i faldoni contenenti le sue ricerche genealogiche. La genealogia è stata il pallino di tutta la sua vita”. Louis Carrère è uno dei personaggi centrali del romanzo, una figura straordinaria che, però, nel corso del racconto sembra destinato a vivere all’ombra di Hélène, la moglie che, a partire dalle prime pagine, si impone come protagonista. Eppure senza i faldoni in cui Louis ha catalogato tutti i documenti sparsi raccolti nel corso di settant’anni, per Emmanuel Carrère sarebbe stato molto difficile scrivere la sua storia familiare. “Questi faldoni sembrano vere e proprie monografie, rilegate, divise in capitoli, illustrate da alberi genealogici ma anche da mappe, incisioni o foto, tutto nella sua bella grafia elegante, verticale e inclinata, difficilmente leggibile”.

Kolchoz nasce dal bisogno di riscoprire la dimensione verticale dell’esistenza. Nonostante il mondo in cui viviamo ci appaia incomprensibile e destinato alla catastrofe, scopriamo che la dimensione verticale non è né superflua né insignificante. La dimensione orizzontale è quella che si collega all’amore, all’amicizia, a tutto ciò che stiamo vivendo nell’oggi. La dimensione verticale esplora i rapporti tra le generazioni. “Genitori e figli, antenati e discendenti, che hanno abitato mondi diversi, condiviso altri racconti collettivi, altri valori, altri assiomi- dal momento che ciò che era ovvio per i nostri nonni, a noi risulta non solo estraneo ma spesso scandaloso”. È la dimensione peculiare del “romanzo familiare”. Ma, si chiede Carrère, in un mondo che si sta sgretolando, perché raccontare le vicende di una famiglia? Non sarebbe compito della letteratura parlare d’altro? In realtà, come vedremo, in Kolchoz si parla anche d’altro. “Si parlerà molto dell’Ucraina e della feroce guerra che vi sta conducendo la Russia”. Perché per lo scrittore la Russia è una questione di famiglia. Perché ogni microcosmo familiare non è mai veramente chiuso in se stesso ma sempre orientato al “fuori” al mondo vero. Si parlerà della rivoluzione d’ottobre, di Stalin, di Eltsin, di Putin, della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra con le sue contraddizioni. Perché ripescare i ricordi del passato quasi sempre consente di illuminare, anche se molto parzialmente, le zone d’ombra che pervadono il tempo in cui viviamo.

Il romanzo si apre con il racconto dei funerali di Stato di Hélène Zourabichvili, madre di Emmanuel Carrère e figlia di un georgiano, Georges, e di una russa che ha un nome poco russo, Nathalie. Georges e Nathalie si incontrano a Parigi negli anni ‘20. Tutti e due sono esuli. Tutti e due si trovano a Parigi con le loro famiglie perché “fuggiti” dalla rivoluzione d’ottobre. Tutti e due appartengono alla categoria che possiamo definire senza mezzi termini “vittime della storia”. I genitori di Georges, scappati dal loro paese nel 1921, quando i sovietici invadono la Georgia, vivranno da esiliati prima a Istanbul e poi a Parigi. Si danno da fare per sbarcare il lunario ma perdono definitivamente la loro agiatezza e non torneranno mai più nel loro paese. A Parigi ci sono anche tanti esuli russi che vivono nell’illusione di “restaurare in tutto e per tutto una società che, tranne loro, nessuno più voleva. Si sforzavano di credere che il bolscevismo non sarebbe durato e che avrebbero ritrovato il loro paese, i loro possedimenti”. Tra gli esuli russi c’è anche Nathalie giunta nella capitale francese con la madre. Georges e Nathalie si sposano ma il loro non sarà un matrimonio felice. 

L’odissea della famiglia di Georges, il nonno di Emanuel Carrère, ci fa scoprire la storia della Georgia. Non sapevo quasi nulla della storia della Georgia. Non sapevo, per esempio, che la Georgia di oggi era la mitica Colchide, la terra natia di Medea. Leggendo Kolchoz ho imparato che nel 1783 “per sottrarsi all’Impero ottomano, si mette sotto la protezione della Russia – che, nel 1801, procede ad un’annessione pura e semplice”. Nel libro, ancora una volta, è Louis, il padre di Carrère, che ricostruisce le vicende di questo tormentato paese caucasico. “Il Caucaso è stato il Far West dei russi”. Per tutto l’Ottocento, imperversano le scaramucce fra l’esercito coloniale russo e i guerriglieri caucasici “che, rintanati nelle loro montagne, resistono metro per metro all’invasione”. Ai primi del Novecento il paese vive un momento di grande fermento ma, allo scoppio della Grande guerra, i georgiani, che lo volessero o meno, sono costretti a combattere per lo zar contro l’Impero ottomano. Con la rivoluzione del ‘17 sembra che sia arrivata la libertà: la Georgia vive una stagione di vera autonomia. Una parentesi “durante la quale i georgiani si affrettano a redigere una Costituzione – la prima a concedere il diritto di voto alle donne e a eleggere un Parlamento”. Il 27 gennaio 1921 le potenze alleate riunite a Versailles riconoscono ufficialmente la Repubblica democratica di Georgia. Ma il sogno dura poco perché, come già detto, un mese dopo “la Russia dei Soviet lancerà l’XI armata all’attacco della Georgia. Il 25 febbraio sul Parlamento di Tblisi viene issata la bandiera rossa”.

Non è facile costruire un ritratto sintetico di Hélène Zourabichvili, figlia di un georgiano e di una russa. Comincerei dicendo che è una georgiana che vuole a tutti i costi essere francese. Mentre i georgiani sparsi nel mondo rivendicano con orgoglio le loro origini, Hélène è totalmente indifferente a questo sentimento di appartenenza. Vuole essere francese. Tutti i rifugiati russi, in virtù di una deliberazione della Società delle Nazioni, erano apolidi. Helene, prima del matrimonio con Louis, il padre di Carrère, chiede e ottiene la cittadinanza francese. Favorevole allo ius soli, sostiene, però, che la cittadinanza bisogna desiderarla, volerla veramente. Il giorno in cui le viene conferita “si aspettava che la interrogassero, che le facessero cantare La Marsigliese”; ma l’impiegato municipale che la riceve si limita a controllare i moduli compilati e a consegnarle il passaporto francese. E lei resta profondamente delusa. Da ragazza, esule con la madre, aveva deciso di parlare solo il russo e mai il georgiano. “Ma ormai era francese e ha voluto esserlo senza riserve”. Sceglie la Francia contro la Russia e la Georgia e, con grande rammarico di Carrère, con i figli non parlerà mai in russo ma solo in francese.

Hélène Zourabichvili, diventa un’esperta di storia russa, scrive libri su Lenin, su Stalin, sulle repubbliche islamiche dell’URSS. Sarà consulente di politica estera di cinque presidenti francesi e verrà eletta segretaria perpetua dell’Académie française. Le sue idee sulla storia russa sono originali anche se non sempre condivisibili. Non ha amato Gorbaciov mentre, fino a un certo punto, ha apprezzato Eltsin. Ha molte perplessità su Putin ma, nonostante pensi che sia un mafioso, ritiene “che una prima generazione di gangster può produrne una seconda o almeno una terza più civile”. Poi, quando Putin decide di invadere l’Ucraina, Hélène resta smarrita; convinta che Putin non avrebbe mai mosso guerra a Kiev perché non è un pazzo, non riesce a comprendere le ragioni della sua scelta. Carrère, al tempo dell’invasione, si trova in Russia per girare alcune scene del film tratto da Limonov in cui recita una piccola parte. Le riprese vengono sospese e rimandate a data da destinarsi e, dopo qualche esitazione, lui decide di restare a Mosca. Nell’hotel in cui si trova assiste ai notiziari surreali che sembrano ignorare volutamente le notizie legate al conflitto. Non si può pronunciare la parola guerra. Un’amica da Parigi chiede a Carrère, a telefono, se la gente reale sta con Putin. La gente reale? Come si fa a incontrarla? Decide di uscire e di confrontarsi con i tassisti. Forse sono loro la voce della gente reale. Un terzo dei tassisti si rifiuta di parlare. Un terzo ripete i mantra della propaganda ufficiale, un terzo nega che ci sia una guerra: il tempo è bello, quale guerra?

Ma il romanzo di Carrère, nonostante si affacci continuamente sul presente, vuole essere una storia familiare e, come tutte le storie familiari, è affollata di ricordi dei tempi dell’infanzia. A volte ricordi nitidi, altre volte dai contorni poco marcati. Il ricordo più intenso che dà il titolo al libro risale al 1961. Nascono le due sorelle di Emmanuel, Nathalia e Marina e la famiglia si trasferisce nell’appartamento al sesto piano dello stesso edificio in cui aveva vissuto a pianterreno. Emmanuel, Nathalia e Marina dormono spesso nella camera matrimoniale con la madre anche perché il padre viaggia molto per lavoro. “Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz. Non so fino a quando lo abbiamo fatto – direi: per molto tempo ancora dopo aver smesso di credere a Babbo Natale”.  Nei paragrafi finali, quando la madre sta per morire, i tre figli, per l’ultima volta ritrovano il rito della loro infanzia. Si sistemano per la notte accanto a lei nella stanza di ospedale dove Hélène è ricoverata. “Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera al Jeanne-Garnier, abbiamo fatto per l’ultima volta kolchoz”

Il rapporto tra Hélène e Louis, i genitori di Carrère, è intenso e problematico. Il loro amore nasce avvolto da un’aura di tenerezza ma si trasforma in un ménage anomalo, indecifrabile, a tratti umiliante per Louis. Tutto si incrina quando emerge la relazione extraconiugale di Hélène con un importante diplomatico che, probabilmente, la donna ha conosciuto a Mosca nel corso dei suoi viaggi. La scoperta sconvolge la serenità della casa e ha effetti devastanti per Louis che viene relegato in una stanza piccolissima in fondo all’appartamento, poco più di uno sgabuzzino. Non dormirà mai più con la moglie e i due coniugi smettono di parlarsi. Hélène non ha il coraggio di andare fino in fondo e di lasciare il marito. Forse perché Louis ha rivelato a un’amica della moglie che, se lei lo avesse lasciato, lui si sarebbe ucciso. La donna resta in famiglia ma non perdonerà mai a Louis di averla costretta a restare. E Louis piomba in una sofferenza profonda. Carrère racconta un episodio straziante: nell’appartamento in cui abitavano, per andare in bagno era necessario passare davanti alla stanza nella quale il padre viveva confinato. La porta di quella camera non chiudeva bene e, dallo spiraglio, una volta scorge il padre. “È in maniche di camicia e cravatta, è sdraiato sul lettino, come una statua. Ha gli occhi aperti, rivolti verso il soffitto. Non mi vede. Non si muove. È impietrito dalla sofferenza. Tutto ciò che ama, tutto ciò che dà senso alla sua vita, è mia madre, e mia madre si sta allontanando da lui. Ama un altro, lo abbandona. Senza di lei, lui non può vivere. Non vuole più vivere”.  

Ma Hélène ha un rapporto difficile anche con Nicolas, il fratello più piccolo. I due sono agli antipodi su tutto. Lei è una donna di successo orientata politicamente a destra; lui conduce una vita da militante di sinistra sempre alla ricerca di una causa da difendere. Li divide anche l’intenso legame che si stabilisce tra Emmanuel e lo zio. “A partire dalla mia adolescenza ha esercitato su di me un’influenza pari a, e in competizione con, quella di mia madre – il che è stato per lei fino all’ultimo giorno motivo di un rancore tenace, inconfessato, irredimibile”. La vita di Nicolas, come quella di Hélène, è segnata dalla scomparsa del padre Georges che, nel settembre del 1944, si trova risucchiato dal clima di vendetta che regna nella Francia liberata dall’invasione tedesca. Viene prelevato da tre partigiani e portato via. Di lui non si saprà più nulla. A quel tempo Nicolas è un bambino e la madre e la sorella lo tengono all’oscuro della verità. Gli raccontano che il padre è in viaggio. Ma, inesorabilmente, la verità viene fuori; a scuola Nicolas subisce il bullismo dei compagni di classe che accusano il padre di essere stato un collaborazionista. Nicolas vuole conoscere la verità ma in famiglia continuano a mentirgli, a negare le accuse rivolte a Georges; il bambino è smarrito e si mette a cercare ossessivamente tracce del padre finché non trova un documento che ne certifica la morte. Il clima di menzogna in cui è stato costretto a vivere da bambino è alla base del rapporto mai risolto tra Nicolas e la sorella; una incapacità di “incontrarsi” che segnerà le loro esistenze senza nessuna possibilità di scioglimento.  

Vorrei concludere le mie riflessioni su Kolchoz con una vicenda terribile che Carrère riporta nel libro; una di quelle tragedie che segnano la storia del Novecento e che sono state colpevolmente rimosse. All’inizio del 1946 Stalin decreta un’amnistia generale per tutti coloro che avevano lasciato il paese dopo la rivoluzione d’ottobre. Offre agli esuli disposti a tornare in patria la piena cittadinanza e li invita “a costruire, anch’essi, una società più giusta, più prospera, più allegra – poiché, come aveva proclamato al termine del Grande Terrore: «La vita è diventata più allegra»”. Il dittatore dichiara esplicitamente di voler fare tabula rasa e prospetta addirittura la restituzione delle terre confiscate ai tempi della rivoluzione. Tra i russi in esilio c’è molta incertezza. Ci si può fidare delle promesse di Stalin? Molti decidono di partire. Un gruppo di esuli parte da Marsiglia su una nave chiamata Rossija. “La crociera verso il radioso avvenire era colma di promesse. I passeggeri a bordo ballavano, sorridevano, brindavano”. Altri partono in treno. Ma quando giungono nella patria ritrovata scoprono l’agghiacciante verità. Ad attenderli ci sono gli uomini del NKVD, il servizio segreto sovietico. È una trappola! “Alcuni sono stati fucilati sul posto, altri incarcerati per «rapporti con la borghesia occidentale», la maggior parte spediti in un campo di transito. Dopo la confisca dei passaporti, sono stati arbitrariamente disseminati ai quattro angoli dell’Impero”.

Questo è Kolchoz. Un libro che nasce dal bisogno di raccontare una storia familiare e che, continuamente, a partire dalle vicende private, ci costringe ad aprire finestre sul passato e sul presente mostrandoci scorci ignoti, inattesi e, molto spesso, incomprensibili.  

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Silva Ganzitti: “Vento fine” (Mursia, 2026), di Luciana Amato

 Silva Ganzitti – autrice friulana, editor e direttrice artistica del festival culturale “Incontri a Nordest” – è arrivata tra i finalisti del prestigioso Premio Neri Pozza 2023 con Vento fine. Il volume si innesta con grazia e maturità nel filone del romanzo storico di territorio: una declinazione narrativa capace di coniugare la rigorosa ricostruzione documentale con la profonda valorizzazione del paesaggio. Ganzitti si affida a una prosa fortemente descrittiva ed evocativa, capace di trascinare immediatamente il lettore tra le vette impervie e i boschi della Carnia, accendendo in chi legge un desiderio quasi fisico di esplorare e percorrere quegli stessi sentieri.

La struttura della storia si sviluppa su due piani temporali che si alternano con precisione geometrica. Fin dalle prime pagine incontriamo il protagonista, Dwight: un soldato neozelandese fatto prigioniero nel 1943 che, a distanza di oltre vent’anni, nel 1965, decide di ritornare in Friuli. Si muove tra le valli silenzioso, quasi come un fantasma emerso da un passato doloroso, guidato dall’ossessione romantica di ritrovare Ida, la giovane contadina con cui visse un amore travolgente e mai dimenticato. Questo espediente del ritorno innesca una struttura narrativa a incastro, costellata dai numerosi flashback di Dwight. La memoria si attiva camminando, mentre l’uomo attraversa Sauris e i paesi limitrofi, o mentre dialoga con la gente del posto, diffidente ma custode di segreti antichi. Attraverso questo efficace dispositivo narrativo emergono, tassello dopo tassello, le vicende corali di Ida, delle sue sorelle e di un’intera comunità montana costretta a fare i conti con la brutalità della guerra.

La poesia profonda del testo risiede proprio nella capacità di evocare uno spazio e un tempo perduti, ma preservati intatti nella memoria dei singoli. Tutto quello che viene narrato affonda le radici in fatti realmente accaduti, anche se l’abbraccio del tempo e la distanza delle decadi lo fanno quasi apparire, agli occhi del lettore contemporaneo, come un miraggio impossibile o una leggenda lontana.

Il contesto storico: la diga del Lumiei


Il valore cardine e il punto di forza del romanzo risiedono proprio nell’accurata precisione del suo innesto storico. Ganzitti riporta alla luce una pagina dimenticata del nostro Novecento: la permanenza di un contingente di soldati neozelandesi in un campo di prigionia in Carnia, trasferiti in territorio friulano tra il maggio e il settembre del 1943 per edificare la titanica diga sul torrente Lumiei (nota anche come diga di Sauris). Con la forza lavoro locale interamente richiamata al fronte, la SADE (Società Adriatica di Elettricità), in stretto accordo con il regime fascista, decise di sfruttare la manodopera dei prigionieri di guerra alleati, catturati principalmente sul fronte del Nord Africa.

Furono circa trecento gli uomini impiegati nel progetto, suddivisi tra il distaccamento di Ampezzo (Plan del Sac) e quello di Sauris (La Maina). Questi soldati d’oltremare vennero costretti a operare come scavatori, minatori, carpentieri e operai stradali, lavorando in condizioni di estrema durezza, esposti costantemente al pericolo delle frane e alla rigidità del clima alpino. Questo microcosmo coatto, fatto di turni massacranti ma anche di insospettabili sguardi d’intesa con la popolazione locale, si interruppe bruscamente all’indomani dell’Armistizio di Cassibile. Il 9 settembre 1943, di fronte alla rapidissima occupazione tedesca della Zona d’operazioni del Litorale adriatico, i campi vennero evacuati d’urgenza dalle SS. I prigionieri vennero stipati su treni merci, trasferiti verso Tarvisio e deportati nei durissimi lager (Stalag) in Germania e Austria, lasciando la diga sospesa fino al 1948.

Un’eredità di memoria.


Silva Ganzitti compie con Vento fine l’impresa non scontata di trasporre in narrativa una materia complessa e fino a oggi confinata quasi esclusivamente alla saggistica d’archivio. Lo fa rifiutando la freddezza del saggio e preferendo la creazione di un testo corale, immersivo, dove l’accuratezza del dato storico non soffoca mai l’umanità dei personaggi, ma ne amplifica il dramma esistenziale.

Se il potere profondo della letteratura è quello di indagare le pieghe più nascoste dell’animo umano, l’autrice friulana ci riesce pienamente, restituendo voce, carne e dignità ai sentimenti, ai desideri e alle passioni che hanno animato i veri “Dwight” e le vere “Ida” della Storia. Vento fine si rivela così un romanzo intimo e al tempo stesso universale, capace di superare i confini geografici per raccontare le lacerazioni provocate dai conflitti. L’opera lancia un messaggio potente e salvifico, sancendo, in definitiva, che sopra le macerie fumanti della Storia e i reticolati dei campi di prigionia, è sempre e soltanto l’amore l’unico elemento che riesce a restare, testimoniando la tensione straordinariamente umana verso la vita, la memoria e la ricerca delle proprie radici.

Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa. 

Philip Roth: “Operazione Shylock” (Adelphi 2026, trad. di Ottavio Fatica), di Claudio Musso

«Ammaliato da questi personaggi suggestivamente spumeggianti nel profluvio di discorsi pericolosi, vorticanti in un turbinio di vedute contraddittorie — e senza alcun minimo controllo su questo ping-pong narrativo dove ho tutta l’aria di essere la pallina bianca — ero semplicemente soggetto, come mai in precedenza, al rinnovato e intensificarsi dell’eccitazione.»

Quando si aprono le corpose pagine di Operazione Shylock si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un uomo che ha smarrito non tanto la ragione quanto il proprio centro di gravità. Philip Roth arriva a Gerusalemme reduce da una crisi farmacologica, intorpidito, vulnerabile, come se la realtà avesse smesso di aderire perfettamente a sé stessa. Ma invece di raccontare una guarigione o una discesa nella paranoia, costruisce qualcosa di più conturbante, da controesodo: il resoconto di uno scrittore che si affaccia sull’orlo della propria immaginazione e scopre che laggiù non lo attende il suo riflesso ma una moltitudine e forse la messa in scena di una confessione che non è mai del tutto affidabile.

Immaginiamo Roth sul bordo di una cavità piena d’acqua. Una superficie scura, percorsa da correnti invisibili. Si sporge per cercare un sé stesso insieme familiare e estraneo e ciò che vede dapprima gli restituisce un volto riconoscibile. Poi l’immagine si anima. Comincia a parlare. Pipik, il falso Philip Roth, il sosia che gli sottrae nome e biografia per predicare il diasporismo, l’utopia malinconica di un ritorno degli ebrei aschenaziti europei nelle terre da cui la Storia li ha espulsi, un argomento, questo, impronunciabile nel dibattito ebraico e israeliano degli anni ‘90. Ma una volta incrinata la superficie, il fenomeno diventa irreversibile. Dal fondo emergono, una dopo l’altra, figure: l’amico palestinese, l’ambiguo Smilesburger, i sopravvissuti, gli agenti segreti, gli ideologi, i testimoni del processo alla maschera storica di Demjanjuk, oratori tirannici che occupano pagine intere con i loro monologhi e ai quali l’autore concede parola senza più mediazione apparente. E non consideriamoli personaggi nel senso tradizionale del termine, sono piuttosto voci convesse che reclamano il diritto di esistere. E ancora: il falso Roth non è solo il personaggio pubblico che, partecipando in prima persona ai dibattiti e facendosi promotore di iniziative, da scrittore non è mai voluto essere ma è anche ciò che ritorna a tormentare il vero Roth americano assimilato: la possibilità che la storia ebraica non possa mai davvero chiudersi dentro una vita normale e borghese tra «l’annegamento nella bagnarola di te stesso».

Roth non si affretta a ridurre queste apparizioni a una sintesi, non imbastisce un processo per arrivare a una sentenza ma costruisce un teatro dell’assurdo controllato in cui ogni voce sale sul palco per pronunciare la propria determinazione. E a tutte cede i riflettori. C’è qualcosa di shakespeariano in questa generosità. Come lo Shylock de Il mercante di Venezia, che diventa tragico proprio quando gli si concede la parola, anche i personaggi di Roth non sono mai ridotti a funzioni narrative. Ognuno porta con sé una visione del mondo, un’apologia, una ferita, una teoria della storia. Lo scrittore li lascia parlare, spostando geografie e geometrie, fino a quando la loro voce comincia a incrinare la sua. Ma sempre convinto che, se certe domande sono necessarie, quando diventano assolute possono trasformarsi in delirio e che la letteratura non deve convertirsi in una missione.

È qui che Operazione Shylock, oggi in una nuova edizione Adelphi – preceduta da un’introduzione di Emmanuel Carrère che si può anche decidere di attraversare in fretta: il romanzo inizia, in realtà, molto prima – tradotto con estro da Ottavio Fatica, si separa da quasi tutta la narrativa sul doppio. Pipik non è un semplice sosia malvagio: è una figura che sa del suo originale più di quanto l’originale sappia di sé stesso. Non gli ruba soltanto il nome ma il monopolio dell’interpretazione. Come il Goljadkin di Dostoevskij possiede quella vertiginosa facoltà di rendere plausibile ciò che dovrebbe restare impensabile, nel senso più insidioso: fare apparire pensabile ciò che l’identità vorrebbe tenere fuori dal pensiero. Roth è tentato a trattarlo come un impostore ma più lo ascolta più scopre che le sue idee contaminano il proprio linguaggio e il resoconto di sé. A un certo punto il problema non è più smascherare l’usurpatore, è capire se esista ancora qualcosa come un Philip Roth autentico o se l’autenticità sia già stata assorbita, furtiva, nella finzione.

Da qui il testo si sposta: meno riflessione sull’identità e più sulla scrittura. Il vero doppio non è Pipik ma il rapporto dello scrittore con la propria capacità di raccontare. Per tutta la vita Roth (che all’uscita nel 1993 di Operation Shylock: A Confession ha sedici libri dietro e altri sedici davanti) ha creato alter ego, maschere, narratori ambigui, facendo parlare di sé attraverso deviazioni e scarti. Qui quelle creature sembrano essersi emancipate. Aaron, l’amico scrittore ebreo venuto a Gerusalemme per intervistarlo in ‘chiacchiere di bottega’, definisce il doppio che Roth incontra «un vuoto che fagocita il tuo dono per l’inganno»: formula che coglie il nucleo dell’“operazione”, dove l’arte di inventare identità si rovescia contro chi la esercita. Non è più Roth a produrre finzioni. Sono le finzioni a produrre Roth.

E tuttavia è qui che il libro si apre alla sua zona più instabile, non è mai del tutto chiaro se questa sia una confessione o la sua studiata simulazione. Roth si espone, si moltiplica, si contraddice ma proprio questa sovrabbondanza di esposizione suggerisce il sospetto opposto: che la confessione sia essa stessa una costruzione narrativa, una strategia ulteriore del doppio. L’autobiografia diventa così una forma sofisticata di mascheramento?

Per questo Gerusalemme appare sempre meno come luogo geografico e sempre più come camera d’eco della coscienza. Tutti parlano di Israele ma il romanzo insinua il sospetto che il viaggio decisivo non avvenga durante la prima Intifada, quanto all’interno dell’opera rothiana. Il diasporista, il sionista, il palestinese, il sopravvissuto, Smilesburger e altri: ciascuno sembra la materializzazione di un interrogativo che attraversa da decenni la sua scrittura. L’identità ebraica, l’assimilazione, la diaspora, la memoria della Shoah, il rapporto tra appartenenza e libertà. Gerusalemme diventa dunque il nome del luogo in cui queste questioni assumono un volto febbrile, instabile, quasi cianotico e in cui ogni uomo è responsabile non soltanto delle proprie azioni ma delle parole che mette in circolazione

Non sorprende che Roth non si presenti come il razionalista che smaschera gli inganni. Al contrario confessa continuamente la propria attrazione per essi. Si dichiara «eccitato, quasi eroticamente» dalle storie degli altri, ammaliato da personaggi che lo trascinano in un vortice di interpretazioni contraddittorie o in pagine da vangeli apocrifi. In una delle immagini più efficaci del romanzo paragona sé stesso non all’arbitro ma alla pallina di un interminabile ping-pong speculativo: le voci si colpiscono a vicenda e lui viene scagliato da una parte all’altra, anche dove non vorrebbe o forse dove ha sempre voluto essere. È una confessione decisiva per chi legge il libro come memoriale. Il protagonista di Operazione Shylock non è l’impostore ma la credibilità dello scrittore mentre riempie le ‘sue’ pagine.

Da qui deriva anche l’inquieta risonanza del libro, non priva di una evidente eco editoriale nel presente. Molti leggeranno queste pagine come un romanzo su Israele. E certamente lo sono. Ma, a ben guardare, il loro oggetto ultimo non è la politica, è la tentazione della certezza. Tutti i personaggi credono di possedere una formula definitiva: il sionista, il diasporista, il nazionalista, il profeta, il moralista, il fanatico. Roth no. La sua vera patria non è Israele né l’America né l’Europa, ma la da lui dichiarata «Casa dell’Ambiguità».

Per questo il titolo è decisivo. Shylock non è soltanto l’ebreo più noto della letteratura occidentale, è una figura che resiste a ogni definizione univoca, insieme vittima e accusatore, perseguitato e vendicatore, tragico e grottesco. Come lui, anche i personaggi di Roth sfuggono al giudizio definitivo. Operazione Shylock diventa allora il nome di una missione impossibile ma irresistibile: assegnare una volta per tutte un’identità stabile a qualcuno. A Shylock, a Roth, agli ebrei. Forse perfino alla realtà intrisa di benzodiazepina.

Alla fine le voci si ritirano e l’acqua torna calma. Ma nulla è stato risolto. L’ultimo capitolo manca. Il fondo resta invisibile. Roth continua a fissare l’abisso mentre il lettore gli sta alle spalle. Nessuno vede davvero ciò che c’è laggiù. Nemmeno lui. È questo che rende il libro così vertiginoso: non la presenza del doppio ma l’impossibilità di ricondurre il molteplice all’unità. Pipik sopravvive perché coincide con una scoperta da cui non esiste ritorno: il riflesso che cerchiamo nello specchio non è mai uno perché ogni identità contiene già le voci che la contraddicono e la letteratura, quando arriva al suo punto più alto, non le risolve, le trattiene tutte in tensione, impedendo che una sola abbia l’ultima parola…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Emmanuel Carrère: “Limonov” (Adelphi, 2012, trad. Francesco Bergamasco), di Dino Montanino

Vita indecifrabile di un eroe scomodo

“Sì, ho deciso di schierarmi con il male, con i giornali da strapazzo, con i volantini ciclostilati, con i movimenti e i partiti che non hanno nessuna possibilità di farcela. Nessuna. Mi piacciono i comizi frequentati da quattro gatti, la musica cacofonica di musicisti senza talento… Odio le orchestre sinfoniche e il balletto. Se prendessi il potere, taglierei la gola a tutti i violinisti e i violoncellisti”.

Chi afferma questi principi estremi, disperati, a tratti deliranti è Eduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov. Emmanuel Carrère, in un libro pubblicato in Francia nel 2011 da P.O.I. Èditeur e in Italia nel 2012 da Adelphi, ci racconta la vita avventurosa di un uomo nato in Ucraina nel 1943, che ha vissuto a Mosca tra il 1967 e il 1974, a New York fino al 1980, a Parigi fino al 1989. Torna a Mosca alla fine degli anni ’80 e poi, tra il 1991 e 1992, combatte nella ex Jugoslavia al fianco delle milizie serbe. Combatte a Sarajevo. Poi ritorna in Russia, fonda il partito nazionalbolscevico contro Putin e organizza un campo militare in Altaij, ai confini con il Kazakistan. Viene arrestato, scarcerato e vive gli ultimi anni a Mosca fino alla morte nel 2020 a settantasette anni. 

Chi è Limonov? Dopo aver letto il libro di Carrère non so dare una risposta e vi assicuro che non esagero: l’uomo di cui ci viene raccontata la storia è un personaggio difficile da definire e inquadrare secondo gli schemi di giudizio a cui siamo abituati. Posso solo dire che si fa fatica ad amarlo e che è difficile comprendere e condividere molte delle sue scelte. Se volessimo ridurre tutto a una formula schematica potremmo ripetere le parole del collega di Carrère, direttore di una rivista di attualità, che quando gli viene proposto un articolo su Limonov, risponde: «Ma Limonov è un farabutto di mezza tacca». Carrère replica che bisogna verificare. Dalla verifica invece di un semplice articolo viene fuori un libro. Una biografia? Un romanzo? Un’inchiesta? Sicuramente un libro straordinario e irritante al tempo stesso che ci scaraventa in un universo ricco di suggestioni. Uno di quei libri che ti catturano proprio per il loro carattere spigoloso, scomodo. Un mondo, quello di Limonov, nel quale è impossibile orientarsi. È una sensazione strana quella che si prova; spesso ti senti a disagio quando leggi alcuni passaggi della vita del protagonista. Eppure, nonostante si faccia fatica ad accomodarsi nei diversi capitoli della sua storia, non si ha nessuna voglia di abbandonare la lettura. Più si va avanti, pagina dopo pagina, più sembra evidente che l’esistenza confusa del protagonista non può non essere raccontata. La storia di questo antieroe del nostro del nostro tempo è una storia necessaria. La vita di Limonov sembra inventata, volutamente costruita e pianificata per gettarci in uno stato confusionale. Ma quella di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov è una vita vera: la vita di un russo nato in Ucraina che attraversa la storia del suo paese dal dopoguerra fino quasi ai nostri giorni. Una vita che ci sbatte in faccia una moltitudine di domande senza risposta, una congerie di dubbi che rischiano di incrinare molte delle nostre convinzioni, di intaccare tutti i paradigmi su cui ci siamo adagiati. Chi di noi non ha pensato che con la caduta dell’URSS il mondo avrebbe intrapreso un cammino radioso verso la giustizia e la libertà? Poi leggiamo il libro di Carrère e scopriamo che i russi, dopo tanti anni, hanno ancora bisogno di sentirsi dire da Putin che nessuno ha il diritto di affermare che settant’anni della vita dei loro genitori e dei loro nonni, che ciò in cui hanno creduto, per cui hanno lottato è stato tutto un tragico errore. Che il comunismo è stato qualcosa di grande, di eroico, di bello; qualcosa che credeva nell’uomo e gli dava fiducia.  E anche Limonov la pensa come Putin, anche lui condivide l’idea che i russi non devono in nessun modo rinnegare il loro passato. La pensa come Putin ma dedica l’ultima stagione della sua vita a combatterlo strenuamente senza, peraltro, raggiungere alcun risultato. Carrère arriva ad affermare che se si esamina la vita di Putin si ha “l’inquietante sensazione di trovarsi davanti a un doppio di Eduard (Limonov)”. Se Limonov si trovasse al posto di Putin, “certamente direbbe e farebbe tutto quello che Putin dice e fa. Ma Limonov non è al posto di Putin, e non gli resta che occupare quello, così incongruo per lui, di oppositore virtuoso, difensore di valori in cui non crede (democrazia, diritti umani e stronzate del genere) al fianco di persone oneste che incarnano tutto quello che lui ha sempre disprezzato”. Un eroe velleitario che non può essere Putin perché, per utilizzare un’espressione abusata e talvolta insopportabile, Eduard non è un “vincente”. Per sua volontà decide di stare sempre dalla parte di chi perde pur conservando una vocazione superomistica lontana da qualunque tentazione umanitaria. Il suo desiderio di restare solo a combattere un nemico sempre più invincibile che, in cuor suo, vorrebbe emulare, lo porta a prese di posizioni estreme e volutamente scorrette e indifendibili. La sua esistenza, sostiene Carrère, è una miscela di “disprezzo e invidia” che lo rende antipatico e poco incline alla vita sociale e, probabilmente, anche l’opposizione a Putin è segnata da una marcata frustrazione; la frustrazione di chi voleva arrivare dove è arrivato il suo nemico e non ci è riuscito. Lo dimostra tutta la vita di Limonov che, tra infinite contraddizioni, ha un unico scopo: il successo personale che cerca con ostinata disperazione impegolandosi in un’infinità di imprese velleitarie o facendo di tutto per distinguersi dal mondo che lo circonda. 

Da giovane, in Ucraina, scopre che la sua matura amante è ebrea. Immediatamente prova insofferenza e ostilità nei confronti dell’antisemitismo che pervade il contesto sociale in cui vive. Come ci spiega Carrère, a Limonov si possono imputare le peggiori aberrazioni ma non quella di essere antisemita. Il fatto è che la sua distanza dall’antisemitismo non ha nulla a che fare con la dirittura morale o la coscienza storica. Limonov non tollera l’antisemitismo per mero snobismo, per il suo desiderio di distinguersi a tutti i costi. “Che il russo e più ancora l’ucraino della strada siano notoriamente antisemiti è per lui il miglior motivo per non esserlo. Diffidare degli ebrei è una cosa da zotici con i paraocchi”. E la sua amante ebrea assume, ai suoi e nel suo delirante immaginario, le sembianze di una principessa orientale capace di tirarlo fuori dalla condizione misera in cui era destinato a vivere.

A New York, dopo infinite disavventure, si trova a fare il domestico di un miliardario; di fronte all’incommensurabile ricchezza del suo datore di lavoro, non può fare a meno di chiedersi: “Perché lui e non io?”. E in poco tempo riesce a convincersi che non è quello il suo posto, che lui è destinato a condurre una vita di violenza, l’unica strada possibile verso la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Sogna di “unirsi ai palestinesi o di raggiungere Gheddafi – di cui ha incollato con lo scotch la fotografia sopra il letto, accanto a quella di Charles Mason…”. Pensa che non avrebbe paura di morire; quello che gli dispiacerebbe è morire da sconosciuto. Immagina la prima pagina del «New York Times» che riporta la notizia di lui ucciso da una raffica di Uzi a Beirut. Tutti quelli che lo conoscono direbbero: “Questo è un uomo che ha vissuto veramente”. Morire così varrebbe la pena, non da milite ignoto.  

All’inizio degli anni ’80 si trasferisce a Parigi dove, per la prima volta, incontra Carrère. A Parigi Limonov diventa famoso. Un editore francese ha pubblicato i suoi libri e lui è diventato “una piccola star”. Gli ambienti dei giovani alla moda si innamorano “della sua goffaggine, del suo francese zoppicante e dei suoi discorsi tranquillamente provocatori. Battute crudeli su Solženicyn, brindisi a Stalin: proprio quello che si aveva voglia di sentire in un periodo e in un ambiente che, dopo avere sepolto contemporaneamente la passione politica e le scemenze da fricchettoni, adorava il cinismo, il disincanto, l’algida frivolezza”

A metà degli anni ’80 viene invitato a Budapest, a un convegno internazionale di scrittori. Tra gli altri ci sono la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, che nel 1991 vincerà il premio Nobel, e Alain Robbe Grillet. “Dopo un lugubre dibattito con alcuni scrittori ungheresi, uno degli organizzatori ha manifestato il proprio compiacimento per il fatto di ospitare intellettuali tanto prestigiosi. A quel punto Eduard ha dichiarato di non essere un intellettuale ma un proletario, e un proletario diffidente, né progressista né sindacalizzato, un proletario che sa che ai proprietari tocca sempre la parte dei cornuti”. Di fronte alla meraviglia dei presenti, Eduard rincara la dose. Spiega che, poiché era stato operaio, disprezza gli operai. Poiché era stato povero, disprezza i poveri e non dà loro nemmeno un centesimo. La giornata si conclude al bar dell’albergo dove Eduard dà un pugno in faccia a uno scrittore inglese che parla male dell’URSS. Alcuni presenti intervengono per separarli ma, invece di lasciar perdere, Limonov comincia a tirare pugni come un forsennato scatenando il caos. Nadine Gordimer viene colpita da uno sgabello… .

Quando sale al potere Gorbaciov Eduard non è contento. La popolarità del nuovo leader gli dà fastidio. A tutti quelli che mostrano entusiasmo per il nuovo corso risponde che “il capo dell’Unione Sovietica non deve piacere a quegli stronzetti di giornalisti occidentali, deve fargli paura”. Eduard non sopporta “la glasnost’, né che il potere recitasse il mea culpa, che per riuscire gradito all’Occidente abbandonasse i territori conquistati con il sangue di venti milioni di russi”. Vuole a tutti i costi distinguersi dalla massa. È un bisogno incontrollabile, una malattia da cui non riesce a guarire.  

A Parigi entra in contatto con Jean-Édern Hallier che, alla fine degli anni ’80, aveva rilanciato uno strano giornale: «L’Idiot international». Intorno al giornale il fondatore “aveva radunato un gruppo di scrittori rissosi e brillanti, a cui non si chiedeva altro che di scrivere qualsiasi cosa venisse loro in mente purché scandalosa”. Nella redazione del giornale si incontravano personaggi come Le Pen ma anche sindacalisti comunisti. “Estrema destra ed estrema sinistra si ubriacavano fianco a fianco, e la convivenza fra le opinioni più contraddittorie veniva incoraggiata senza che si ponesse mai il problema di affrontare una cosa tanto volgare come un dibattito”. Il luogo ideale per Limonov che, poiché la sede del giornale era a Place des Vosges, “poteva credere di trovarsi nei Tre moschettieri che tanto aveva amato da adolescente, e vedere in se stesso un d’Artagnan della penna”.   

Dopo aver riportato alcune delle avvincenti e controverse avventure di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov, appare evidente che ci troviamo di fronte a un testimone attivo e, al tempo stesso, inattendibile degli ultimi decenni della storia russa. Quando nell’autunno del 1993 gli oppositori di Eltsin occupano il parlamento Eduard è lì e cerca di spiegare a Ruckoj, un militare capo degli insorti, che bisogna combattere, resistere, distribuire le armi. Ruckoj gli risponde che è prematuro e non è certo un intellettuale che può dare ordini. Intellettuale… Per Eduard quella è la peggiore offesa; decide di uscire dal palazzo del parlamento. Se ne pentirà amaramente perché, il giorno dopo, l’esercito inizia l’assedio che durerà dieci giorni e che si concluderà con un bagno di sangue. Eduard voleva essere lì, a combattere, a morire; e invece resta fuori. Assiste al massacro perpetrato dall’esercito nelle strade, viene ferito ad una spalla ed è costretto a fuggire per evitare di essere arrestato. Questo è Limonov. Un tragico testimone della Storia destinato a restare ai margini a dispetto del suo bisogno di autoaffermazione. Uno sconfitto che con la sua vita sopra le righe ci aiuta ad attraversare il nostro tempo da prospettive inesplorate.

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.