Emmanuel Carrère: “Kolchoz” (Adelphi, 2026, trad. Francesco Bergamasco), di Dino Montanino

Una storia familiare.

Kolchoz, l’ultimo lavoro di Emmanuel Carrère pubblicato da Adelphi nell’aprile scorso, è un romanzo familiare che nasce a partire dai materiali che il padre dello scrittore ha raccolto meticolosamente nel corso della sua esistenza. “Negli archivi di nostro padre l’unica cosa in ordine – o comunque organizzata secondo un ordine accessibile – erano i faldoni contenenti le sue ricerche genealogiche. La genealogia è stata il pallino di tutta la sua vita”. Louis Carrère è uno dei personaggi centrali del romanzo, una figura straordinaria che, però, nel corso del racconto sembra destinato a vivere all’ombra di Hélène, la moglie che, a partire dalle prime pagine, si impone come protagonista. Eppure senza i faldoni in cui Louis ha catalogato tutti i documenti sparsi raccolti nel corso di settant’anni, per Emmanuel Carrère sarebbe stato molto difficile scrivere la sua storia familiare. “Questi faldoni sembrano vere e proprie monografie, rilegate, divise in capitoli, illustrate da alberi genealogici ma anche da mappe, incisioni o foto, tutto nella sua bella grafia elegante, verticale e inclinata, difficilmente leggibile”.

Kolchoz nasce dal bisogno di riscoprire la dimensione verticale dell’esistenza. Nonostante il mondo in cui viviamo ci appaia incomprensibile e destinato alla catastrofe, scopriamo che la dimensione verticale non è né superflua né insignificante. La dimensione orizzontale è quella che si collega all’amore, all’amicizia, a tutto ciò che stiamo vivendo nell’oggi. La dimensione verticale esplora i rapporti tra le generazioni. “Genitori e figli, antenati e discendenti, che hanno abitato mondi diversi, condiviso altri racconti collettivi, altri valori, altri assiomi- dal momento che ciò che era ovvio per i nostri nonni, a noi risulta non solo estraneo ma spesso scandaloso”. È la dimensione peculiare del “romanzo familiare”. Ma, si chiede Carrère, in un mondo che si sta sgretolando, perché raccontare le vicende di una famiglia? Non sarebbe compito della letteratura parlare d’altro? In realtà, come vedremo, in Kolchoz si parla anche d’altro. “Si parlerà molto dell’Ucraina e della feroce guerra che vi sta conducendo la Russia”. Perché per lo scrittore la Russia è una questione di famiglia. Perché ogni microcosmo familiare non è mai veramente chiuso in se stesso ma sempre orientato al “fuori” al mondo vero. Si parlerà della rivoluzione d’ottobre, di Stalin, di Eltsin, di Putin, della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra con le sue contraddizioni. Perché ripescare i ricordi del passato quasi sempre consente di illuminare, anche se molto parzialmente, le zone d’ombra che pervadono il tempo in cui viviamo.

Il romanzo si apre con il racconto dei funerali di Stato di Hélène Zourabichvili, madre di Emmanuel Carrère e figlia di un georgiano, Georges, e di una russa che ha un nome poco russo, Nathalie. Georges e Nathalie si incontrano a Parigi negli anni ‘20. Tutti e due sono esuli. Tutti e due si trovano a Parigi con le loro famiglie perché “fuggiti” dalla rivoluzione d’ottobre. Tutti e due appartengono alla categoria che possiamo definire senza mezzi termini “vittime della storia”. I genitori di Georges, scappati dal loro paese nel 1921, quando i sovietici invadono la Georgia, vivranno da esiliati prima a Istanbul e poi a Parigi. Si danno da fare per sbarcare il lunario ma perdono definitivamente la loro agiatezza e non torneranno mai più nel loro paese. A Parigi ci sono anche tanti esuli russi che vivono nell’illusione di “restaurare in tutto e per tutto una società che, tranne loro, nessuno più voleva. Si sforzavano di credere che il bolscevismo non sarebbe durato e che avrebbero ritrovato il loro paese, i loro possedimenti”. Tra gli esuli russi c’è anche Nathalie giunta nella capitale francese con la madre. Georges e Nathalie si sposano ma il loro non sarà un matrimonio felice. 

L’odissea della famiglia di Georges, il nonno di Emanuel Carrère, ci fa scoprire la storia della Georgia. Non sapevo quasi nulla della storia della Georgia. Non sapevo, per esempio, che la Georgia di oggi era la mitica Colchide, la terra natia di Medea. Leggendo Kolchoz ho imparato che nel 1783 “per sottrarsi all’Impero ottomano, si mette sotto la protezione della Russia – che, nel 1801, procede ad un’annessione pura e semplice”. Nel libro, ancora una volta, è Louis, il padre di Carrère, che ricostruisce le vicende di questo tormentato paese caucasico. “Il Caucaso è stato il Far West dei russi”. Per tutto l’Ottocento, imperversano le scaramucce fra l’esercito coloniale russo e i guerriglieri caucasici “che, rintanati nelle loro montagne, resistono metro per metro all’invasione”. Ai primi del Novecento il paese vive un momento di grande fermento ma, allo scoppio della Grande guerra, i georgiani, che lo volessero o meno, sono costretti a combattere per lo zar contro l’Impero ottomano. Con la rivoluzione del ‘17 sembra che sia arrivata la libertà: la Georgia vive una stagione di vera autonomia. Una parentesi “durante la quale i georgiani si affrettano a redigere una Costituzione – la prima a concedere il diritto di voto alle donne e a eleggere un Parlamento”. Il 27 gennaio 1921 le potenze alleate riunite a Versailles riconoscono ufficialmente la Repubblica democratica di Georgia. Ma il sogno dura poco perché, come già detto, un mese dopo “la Russia dei Soviet lancerà l’XI armata all’attacco della Georgia. Il 25 febbraio sul Parlamento di Tblisi viene issata la bandiera rossa”.

Non è facile costruire un ritratto sintetico di Hélène Zourabichvili, figlia di un georgiano e di una russa. Comincerei dicendo che è una georgiana che vuole a tutti i costi essere francese. Mentre i georgiani sparsi nel mondo rivendicano con orgoglio le loro origini, Hélène è totalmente indifferente a questo sentimento di appartenenza. Vuole essere francese. Tutti i rifugiati russi, in virtù di una deliberazione della Società delle Nazioni, erano apolidi. Helene, prima del matrimonio con Louis, il padre di Carrère, chiede e ottiene la cittadinanza francese. Favorevole allo ius soli, sostiene, però, che la cittadinanza bisogna desiderarla, volerla veramente. Il giorno in cui le viene conferita “si aspettava che la interrogassero, che le facessero cantare La Marsigliese”; ma l’impiegato municipale che la riceve si limita a controllare i moduli compilati e a consegnarle il passaporto francese. E lei resta profondamente delusa. Da ragazza, esule con la madre, aveva deciso di parlare solo il russo e mai il georgiano. “Ma ormai era francese e ha voluto esserlo senza riserve”. Sceglie la Francia contro la Russia e la Georgia e, con grande rammarico di Carrère, con i figli non parlerà mai in russo ma solo in francese.

Hélène Zourabichvili, diventa un’esperta di storia russa, scrive libri su Lenin, su Stalin, sulle repubbliche islamiche dell’URSS. Sarà consulente di politica estera di cinque presidenti francesi e verrà eletta segretaria perpetua dell’Académie française. Le sue idee sulla storia russa sono originali anche se non sempre condivisibili. Non ha amato Gorbaciov mentre, fino a un certo punto, ha apprezzato Eltsin. Ha molte perplessità su Putin ma, nonostante pensi che sia un mafioso, ritiene “che una prima generazione di gangster può produrne una seconda o almeno una terza più civile”. Poi, quando Putin decide di invadere l’Ucraina, Hélène resta smarrita; convinta che Putin non avrebbe mai mosso guerra a Kiev perché non è un pazzo, non riesce a comprendere le ragioni della sua scelta. Carrère, al tempo dell’invasione, si trova in Russia per girare alcune scene del film tratto da Limonov in cui recita una piccola parte. Le riprese vengono sospese e rimandate a data da destinarsi e, dopo qualche esitazione, lui decide di restare a Mosca. Nell’hotel in cui si trova assiste ai notiziari surreali che sembrano ignorare volutamente le notizie legate al conflitto. Non si può pronunciare la parola guerra. Un’amica da Parigi chiede a Carrère, a telefono, se la gente reale sta con Putin. La gente reale? Come si fa a incontrarla? Decide di uscire e di confrontarsi con i tassisti. Forse sono loro la voce della gente reale. Un terzo dei tassisti si rifiuta di parlare. Un terzo ripete i mantra della propaganda ufficiale, un terzo nega che ci sia una guerra: il tempo è bello, quale guerra?

Ma il romanzo di Carrère, nonostante si affacci continuamente sul presente, vuole essere una storia familiare e, come tutte le storie familiari, è affollata di ricordi dei tempi dell’infanzia. A volte ricordi nitidi, altre volte dai contorni poco marcati. Il ricordo più intenso che dà il titolo al libro risale al 1961. Nascono le due sorelle di Emmanuel, Nathalia e Marina e la famiglia si trasferisce nell’appartamento al sesto piano dello stesso edificio in cui aveva vissuto a pianterreno. Emmanuel, Nathalia e Marina dormono spesso nella camera matrimoniale con la madre anche perché il padre viaggia molto per lavoro. “Marina, che era la più piccola, dormiva nel lettone. Nathalie e io portavamo i nostri materassi o semplicemente mettevamo dei cuscini intorno al letto. A questo rito mia madre aveva dato un nome: fare kolchoz. Ci piaceva da morire fare kolchoz. Non so fino a quando lo abbiamo fatto – direi: per molto tempo ancora dopo aver smesso di credere a Babbo Natale”.  Nei paragrafi finali, quando la madre sta per morire, i tre figli, per l’ultima volta ritrovano il rito della loro infanzia. Si sistemano per la notte accanto a lei nella stanza di ospedale dove Hélène è ricoverata. “Quella notte, raccolti tutti e tre intorno a nostra madre nella sua camera al Jeanne-Garnier, abbiamo fatto per l’ultima volta kolchoz”

Il rapporto tra Hélène e Louis, i genitori di Carrère, è intenso e problematico. Il loro amore nasce avvolto da un’aura di tenerezza ma si trasforma in un ménage anomalo, indecifrabile, a tratti umiliante per Louis. Tutto si incrina quando emerge la relazione extraconiugale di Hélène con un importante diplomatico che, probabilmente, la donna ha conosciuto a Mosca nel corso dei suoi viaggi. La scoperta sconvolge la serenità della casa e ha effetti devastanti per Louis che viene relegato in una stanza piccolissima in fondo all’appartamento, poco più di uno sgabuzzino. Non dormirà mai più con la moglie e i due coniugi smettono di parlarsi. Hélène non ha il coraggio di andare fino in fondo e di lasciare il marito. Forse perché Louis ha rivelato a un’amica della moglie che, se lei lo avesse lasciato, lui si sarebbe ucciso. La donna resta in famiglia ma non perdonerà mai a Louis di averla costretta a restare. E Louis piomba in una sofferenza profonda. Carrère racconta un episodio straziante: nell’appartamento in cui abitavano, per andare in bagno era necessario passare davanti alla stanza nella quale il padre viveva confinato. La porta di quella camera non chiudeva bene e, dallo spiraglio, una volta scorge il padre. “È in maniche di camicia e cravatta, è sdraiato sul lettino, come una statua. Ha gli occhi aperti, rivolti verso il soffitto. Non mi vede. Non si muove. È impietrito dalla sofferenza. Tutto ciò che ama, tutto ciò che dà senso alla sua vita, è mia madre, e mia madre si sta allontanando da lui. Ama un altro, lo abbandona. Senza di lei, lui non può vivere. Non vuole più vivere”.  

Ma Hélène ha un rapporto difficile anche con Nicolas, il fratello più piccolo. I due sono agli antipodi su tutto. Lei è una donna di successo orientata politicamente a destra; lui conduce una vita da militante di sinistra sempre alla ricerca di una causa da difendere. Li divide anche l’intenso legame che si stabilisce tra Emmanuel e lo zio. “A partire dalla mia adolescenza ha esercitato su di me un’influenza pari a, e in competizione con, quella di mia madre – il che è stato per lei fino all’ultimo giorno motivo di un rancore tenace, inconfessato, irredimibile”. La vita di Nicolas, come quella di Hélène, è segnata dalla scomparsa del padre Georges che, nel settembre del 1944, si trova risucchiato dal clima di vendetta che regna nella Francia liberata dall’invasione tedesca. Viene prelevato da tre partigiani e portato via. Di lui non si saprà più nulla. A quel tempo Nicolas è un bambino e la madre e la sorella lo tengono all’oscuro della verità. Gli raccontano che il padre è in viaggio. Ma, inesorabilmente, la verità viene fuori; a scuola Nicolas subisce il bullismo dei compagni di classe che accusano il padre di essere stato un collaborazionista. Nicolas vuole conoscere la verità ma in famiglia continuano a mentirgli, a negare le accuse rivolte a Georges; il bambino è smarrito e si mette a cercare ossessivamente tracce del padre finché non trova un documento che ne certifica la morte. Il clima di menzogna in cui è stato costretto a vivere da bambino è alla base del rapporto mai risolto tra Nicolas e la sorella; una incapacità di “incontrarsi” che segnerà le loro esistenze senza nessuna possibilità di scioglimento.  

Vorrei concludere le mie riflessioni su Kolchoz con una vicenda terribile che Carrère riporta nel libro; una di quelle tragedie che segnano la storia del Novecento e che sono state colpevolmente rimosse. All’inizio del 1946 Stalin decreta un’amnistia generale per tutti coloro che avevano lasciato il paese dopo la rivoluzione d’ottobre. Offre agli esuli disposti a tornare in patria la piena cittadinanza e li invita “a costruire, anch’essi, una società più giusta, più prospera, più allegra – poiché, come aveva proclamato al termine del Grande Terrore: «La vita è diventata più allegra»”. Il dittatore dichiara esplicitamente di voler fare tabula rasa e prospetta addirittura la restituzione delle terre confiscate ai tempi della rivoluzione. Tra i russi in esilio c’è molta incertezza. Ci si può fidare delle promesse di Stalin? Molti decidono di partire. Un gruppo di esuli parte da Marsiglia su una nave chiamata Rossija. “La crociera verso il radioso avvenire era colma di promesse. I passeggeri a bordo ballavano, sorridevano, brindavano”. Altri partono in treno. Ma quando giungono nella patria ritrovata scoprono l’agghiacciante verità. Ad attenderli ci sono gli uomini del NKVD, il servizio segreto sovietico. È una trappola! “Alcuni sono stati fucilati sul posto, altri incarcerati per «rapporti con la borghesia occidentale», la maggior parte spediti in un campo di transito. Dopo la confisca dei passaporti, sono stati arbitrariamente disseminati ai quattro angoli dell’Impero”.

Questo è Kolchoz. Un libro che nasce dal bisogno di raccontare una storia familiare e che, continuamente, a partire dalle vicende private, ci costringe ad aprire finestre sul passato e sul presente mostrandoci scorci ignoti, inattesi e, molto spesso, incomprensibili.  

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

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