Se si scegliesse di leggere un libro lasciandosi attirare dalla copertina, La ladra, romanzo d’esordio di Rosaria De Meo pubblicato dalle edizioni Barta, offrirebbe un esempio appropriato. L’illustrazione al tratto di Luca Ralli ci appare come una vera e propria icona visiva dell’intera narrazione: un bacio appassionato che illumina il buio dell’androne, forse di un castello, in cui si nascondono due sagome maschili armate di spade.
La forza evocatrice dell’immagine fa fare un salto nella storia dell’arte italiana: vi si riconosce, infatti, un esplicito riferimento al celebre capolavoro di Francesco Hayez, Il bacio, presentato nel 1859 all’esposizione dell’Accademia di Belle Arti di Brera. Il dipinto ottenne la sua fortuna popolare in un contesto segnato da istanze risorgimentali e politiche. Come la copertina del libro, richiamando un’ambientazione medievale, descrive la dinamica del bacio nella sua valenza universale senza tempo. Il bacio, come gesto privato e sentimentale, si sovrappone a dinamiche di coraggio, ribellione, inganno e idealismi, fissando nell’istante la svolta delle esistenze che si fondono in esso. È questo il nucleo tematico che l’illustrazione di Ralli anticipa, ammiccando alle atmosfere, ai conflitti e alle passioni che costellano l’opera prima di Rosaria De Meo.

Entrare nel romanzo attraverso il passaggio di luce della copertina rivela un’architettura editoriale pensata, evocativa di uno stile e di atmosfere che la storia della carta stampata e dell’arte libraria hanno regalato in passato. Sfogliando le prime pagine alla ricerca di un esergo o di una dedica se ne scopre con sorpresa l’assenza, ma si viene subito spiazzati e premiati dalla bandella anteriore, che ospita la chiave d’accesso biografica al libro. Scritta dall’esordiente Rosaria De Meo, suona come una dedica a sé stessa e alla genesi sedimentata de La ladra, innescata da una passione immaginativa letteraria iniziata all’età di tredici anni e giunta oggi alle oltre cinquecento pagine della sua opera prima.
Come scrive l’autrice, questa passione per le storie si radica nell’infanzia, alimentata dai racconti orali delle nonne e da una precoce pratica di lettura e di scrittura intrecciata di appunti generativi. La nota autobiografica descrive il romanzo non come un risultato estemporaneo, ma come una narrazione dotata di una propria persistenza nel tempo, capace di rimanere sospesa durante i mutamenti dell’esistenza e forte di riemergere successivamente con una richiesta di attenzione esclusiva. Nelle parole dell’autrice, la transizione da storia a libro compiuto ricalca una duplice dinamica relazionale: dapprima vissuta come un’amica paziente e ostinata nell’attendere il momento della conclusione, e infine, con la pubblicazione, congedata come una figlia ormai adulta che intraprende un percorso autonomo. Una messa a dimora di fatti, storie e appunti che oggi, dopo l’affinamento, come per un buon vino, permette di degustare la complessità, la densità e i sentori più fini della narrazione.
Le lancette della storia sono fissate sul 1799, al tramonto del Settecento, tra le speranze della neonata Repubblica Napoletana e la restaurazione borbonica. Pagina dopo pagina, si scopre uno sviluppo interno che, come una fisarmonica, amplia queste premesse ed espande le storie dei personaggi e dei luoghi attraverso una ricca forza descrittiva, potenziata dalle quattordici illustrazioni di Luca Ralli. I suoi disegni non sono mero ornamento, ma risuonano come controcanto emotivo e dinamico. Il tratto dell’illustratore e fumettista – già noto per l’incontro letterario con Stefano Benni e per le collaborazioni con le riviste Linus, Carta e Cuore – accompagna le oscillazioni del racconto, alternando l’intensità drammatica ai momenti di grande vivacità espressiva. Dalla convergenza tra il riferimento artistico della copertina, la memoria biografica dell’autrice, la parola scritta e l’apparato grafico si sprigiona una struttura narrativa che si snoda recuperando i moduli del romanzo d’appendice e del feuilleton, sottoponendoli a una rigorosa ricomposizione attualizzata.
Colpisce la maturità con cui De Meo governa un’architettura complessa, che nell’indice è divisa in 22 capitoli e scandita dal ritmo delle quattro sezioni intitolate alle stagioni. L’autrice rigenera i codici del genere senza temere l’esplosione dei sentimenti: l’odio viscerale, il desiderio di vendetta e il peso dei segreti di sangue sono i veri motori del racconto. Tuttavia, la scrittura si smarca dalle ingenuità del feuilleton grazie a una cura attenta della parola e a una lucidità descrittiva dei tratti psicologici. La grande Storia del 1799 si intreccia così alle vicende intime della nobile famiglia Santacroce, dimostrando un lavoro d’archivio meticoloso che l’autrice rende naturalmente solubile nell’invenzione narrativa.
La struttura del romanzo è ricca di tensione e forti contrasti ambientali. La narrazione compie un viaggio che porta il lettore da Roma a Napoli durante la rivoluzione lampo della Repubblica partenopea, bagliore di una democrazia spenta dalla restaurazione borbonica in sei mesi. Ci si sposta dalle prigioni di Castel Sant’Angelo – da cui evade rocambolescamente il protagonista Cristiano Santacroce, pronto a tornare a Napoli per sposare la marchesa Colonnesi pur di tornare libero in patria – ai salotti dorati dell’aristocrazia napoletana, fino all’umanità vibrante dei vicoli popolari.
Rosaria De Meo lavora con ritmo su questo movimento tra l’alto e il basso della società. Usa il suo stile come una lente adatta a spogliare i personaggi dalle loro maschere sociali, costringendoli a confrontarsi con la nuda sopravvivenza: è nella contaminazione con il basso che i nobili scoprono la propria miseria, ed è nella solidarietà della strada che gli ultimi rivelano una dignità inaspettata.
Il profilo della protagonista, Alba, inserisce La ladra in una genealogia di riscritture storiche che ce la fa accostare a figure femminili generatrici di forti e sofferti cambiamenti personali dalle profonde ricadute sociali. Il tratteggio che ne fa l’autrice ci ha ricordato la Fanny di Erica Jong (1980): una donna che abita il Settecento usando l’astuzia, l’espediente e l’arte del camuffamento come unici strumenti di difesa possibili in un mondo governato da logiche maschili e barriere di classe. Per la densità dell’intrigo e i continui giochi di specchi sull’identità, richiama le atmosfere neo-dickensiane di Ladra di Sarah Waters. Evocando questi personaggi letterari nei suoi, De Meo dimostra la disinvoltura con cui, attingendo a un genere d’annata come il picaresco o il thriller d’epoca e conservando intatta la cornice storica, riesce a farne un palcoscenico di emancipazione moderno in cui trasporre figure e conflitti della contemporaneità.
Per i lettori più attenti, l’analisi del testo riserva una scoperta interessante: la parola occhi ricorre circa trecento volte. Non si tratta di una frequenza casuale. De Meo isola l’organo della vista dal resto del volto per descrivere i personaggi, i loro pensieri e le loro emozioni ricorrendo alla sineddoche. Il corpo fa da sfondo e la dimensione emotiva si concentra negli sguardi, eletti a principali indicatori delle relazioni. Non meraviglierebbe se uno storico confermasse che nella Napoli del 1799 la condotta dei singoli era regolata da una costante vigilanza ottica; in ogni caso, Rosaria De Meo ne fa un tratto distintivo del suo racconto. Gli occhi rappresentano l’elemento che resiste alla falsificazione delle identità: se i nomi e gli abiti possono essere alterati, lo sguardo rivela la reale condizione psicologica e può essere utilizzato persino come difesa passiva, uno scudo per negare il riconoscimento all’interlocutore.
La ladra si offre così a un pubblico stratificato: intercetta gli amanti del romanzo storico d’atmosfera che cercano la precisione nei dettagli d’ambiente; conquista i cultori del noir psicologico e dei giochi di potere, attratti da personaggi grigi e manipolatori dove la vera battaglia si combatte con i silenzi, i ricatti economici, i falsi gioielli e i sussurri nei corridoi; accoglie, infine, chi cerca nell’azione una catarsi emotiva profonda, un dramma familiare in cui la commozione autentica nasce dal contrappunto tra lutto e rinascita.
La ladra si presenta come un esordio letterario ambizioso, liberamente ispirato a storie vere di dinastie aristocratiche partenopee colpite al cuore da intrighi familiari, dove la grande Storia fa da eco e amplificatore alle tragedie private. Rosaria De Meo porta a compimento il suo progetto di scrittura ponendosi al confine tra la ricostruzione d’epoca e il raffinato melò settecentesco. Al lettore randagio non resta che accettare la sfida: incrociare lo sguardo di Alba e Cristiano e scoprire quanto si sia disposti a perdere pur di decidere, finalmente, del proprio destino.
Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

