Prologo
Ho percorso, pagina dopo pagina, come fossero esse stesse altrettanti
approdi, il “Breviario Mediterraneo” di Predrag Matvejevic alla ricerca delle
Civiltà perdute, delle storie aggrovigliate, dei popoli e delle genti che si sono
mischiati, combattuti, fusi e confusi, delle coste con spiagge accoglienti e
falesie ardite che talora non temono il confronto con l’oceano, e delle terre su
di esso adagiate, verdi e rigogliose o arse e pietrose, sempre abitate
dall’olivo, punteggiate dal fico, tratteggiate dalla vite, segnate a sud e a
oriente dal deserto, a nord da montagne, valli e pianure e ovunque
accarezzate dal mare cosparso di pietre che non han visto basse maree e
abitato da pescatori, gabbiani e delfini docili e suadenti di giorno ma infidi e
nefasti per il notturno, faticoso pescare.
Mi sono perduto più di una volta tra i marosi sollevati dalla tramontana o
gonfiati dal libeccio e tra le infinite isole ho dovuto invocare il soccorso di
Predrag per indovinarne i nomi, venir fuori dai loro labirinti e ritrovare la
strada per l’alto mare aperto.
D’altronde se doveste decidere anche voi di navigare per il Mediterraneo o
soltanto di immergervi nel Breviario che tutto lo scandisce non dimenticate
che vi trovate a fare i conti con un mare che certo non ha l’immensità
geografica degli Oceani ma, per converso, ha l’immensità senza confini
dell’Umanità che lo ha attraversato e che tuttora lo abita o lo concupisce sia
pure con più di qualche peccato.
Ma Predrag, che i segni di quei peccati aveva sperimentato sulla sua pelle e
che nei Balcani aveva registrato l’ultimo smarrimento della Civiltà
Mediterranea che mai si pensava avrebbe potuto ancora vacillare, indica
proprio nella incommensurabile capacità del Mare di purificare ogni peccato,
e nell’antidoto da esso custodito, la risposta ad ogni sopraffazione, ogni
violenza ed ogni bestemmia contro l’Umanità.

…
L’incontro con Predrag Matvejevic
Ho conosciuto Predrag Matvejevic nel 2010.
Avevo appena letto il suo “Breviario Mediterraneo” ed, in sequenza,
“Danubio” di Claudio Magris che del Breviario aveva scritto la prefazione da
cui traspariva non solo l’ammirazione per lo scrittore jugoslavo, come Predrag
amava definirsi, ma anche l’amore, lui triestino, per quel mare dei tre
continenti che il suo Danubio per tremila chilometri aveva inseguito finendo
tuttavia per sfociare nel Mar Nero che del Mediterraneo era comunque parte
integrante e che per il tramite dei Dardanelli felicemente ve lo condusse.
Nel 2011, allorché egli era ormai naturalizzato italiano avendo ricevuto la
cittadinanza italiana nel 2007, invitai Predrag Matvejevic a tenere la
prolusione di apertura ad un simposio di studiosi, imprenditori e politici che
giungevano da tutta Europa, dal Mediterraneo in particolare ed anche dal
resto del mondo per discutere di Mezzogiorno e Mediterraneo in un periodo storico in cui l’uno e l’altro sembravano aver perso l’antica simbiosi. Il primo
tutto proteso a settentrione, Mare del Nord e Atlantico, in cerca di qualche
spiraglio di sviluppo, il secondo costretto ad un ruolo di piattaforma nelle
contese delle potenze a vocazione più o meno imperialista, prima che
divenisse, nei tempi recenti, custode di quanti, in fuga da violenze, guerre,
fame, vi lasciavano la vita.
Fu una sorpresa, o forse un azzardo calcolato e con lui deciso.
Un intellettuale, un letterato, un poeta del Mediterraneo chiamato a indicare
possibili alternative e coordinate del progresso europeo da cui dipendeva il
futuro anche del Mezzogiorno italiano? Sembrava una stravaganza se non
proprio una burla.
Non solo per il Mezzogiorno egli avrebbe dovuto tracciare l’orizzonte.
Lo avrebbe dovuto fare anche per la Grecia e la stessa Spagna ed anche la
ex Juogoslavia di cui Predrag Matvejevic continuava a sentirsi un romantico,
sopravvissuto sostenitore non potendone più essere cittadino.
Più di qualcuno era scettico. Anzi del tutto ostile.
Predrag nel suo intervento introduttivo, raccontò il Mediterraneo.
La sua civiltà, la sua cultura, la sua vocazione di Continente oltre i continenti.
Il suo essere naturale orizzonte e destino obbligato per l’Europa, innanzitutto.
La forza che gli derivava dai tre continenti che su di esso affacciavano
avrebbe potuto essere il giusto contrappeso per un equilibrio mondiale
capace di favorire pace e progresso contro lo sfruttamento della
globalizzazione selvaggia e predatrice.
Le reazioni furono, paradossalmente, assai lusinghiere.
I presenti sembrò, per un attimo, si fossero specchiati nelle cose che diceva
quell’intellettuale un pò scanzonato e controcorrente, la giacca un po’ troppo
larga ed il ciuffo ribelle che andava e veniva sulla fronte in quella chioma
bianca e fluente che chiedeva continui interventi per tenerla a bada.
Le cose, a simposio terminato, seguirono il loro verso. Ovviamente quanto
ineluttabilmente.
Il Mezzogiorno continuò ad arretrare illudendosi di declinare a proprio
vantaggio il paradigma costruito sulle sponde del Mare del Nord e
dell’Atlantico.
La Grecia continuava a dibattersi tra i marosi della tempesta, le repubbliche
ex jugoslave cercavano di ritrovare un qualche equilibrio stabile che facesse
dimenticare le aberrazioni ancora troppo recenti, l’Europa imbastiva inutili
conferenze sul Mediterraneo e questo languiva incredulo e triste tra le
sponde dei suoi tre, un tempo, gloriosi continenti.
…
La sera, al termine dell’ultima giornata dei lavori del nostro simposio,
eravamo ai primi di luglio, Predrag mi prese sottobraccio e mi disse “perché
non ce ne andiamo in un posto sconosciuto sulla costiera Sorrentina a
cercarci una piccola trattoria da cui godere il golfo e Napoli con il Vesuvio, tutto insieme? Siamo nella terra delle sirene e magari troveremo una sirena
ad affascinarci”.
Così disertammo la cena ufficiale e ce ne andammo per conto nostro.
Chiesi lumi in albergo ad una mia amica del ricevimento. Lei capì e mi fece
cenno di sì con la testa.
Dopo mezz’ora arrivò un pulmino bianco pieno di bernoccoli sui fianchi.
Montammo. Con Pedrag c’era Emma una sua amica napoletana, una regista
teatrale, venuta appositamente per incontrarlo. Con me vi era Miriam che
allora non meditava di percorrere altre vie lontano da me. Vi era anche
un’altra coppia di amici.
Il pulmino si avviò per strade sconosciute lungo la costa che saliva verso
nord. Nel buio imboccò una stradina apparentemente impossibile da
percorrere, scommettemmo, ed assai preoccupante anche, dati gli scossoni
che imprimeva all’interno per gli urti rimediati tra un lato e l’altro del viottolo.
Ma l’autista ci tranquillizzava con la sua spensieratezza.
Cantava e parlava con un’allegria contagiosa inanellando motivi, ritornelli,
frasi e parole in larga misura incomprensibili ma dalla musicalità ammaliante.
Il pulmino imboccò infine una discesa a rotta di collo fermandosi davanti ad
uno stretto palazzotto a due piani addossato al monte a sua volta dominato in
alto da maestosi pini marittimi che si protendevano in avanti. A mezza costa
vi erano altre poche case, pure quelle, dio solo sa come, abbarbicate tra le
rocce sporgenti.
Il pulmino si arrestò di botto sulla piazzola antistante inchiodato dall’autista il
quale continuò a canticchiare mentre caracollando sulle anche scompariva
all’interno.
La costruzione assai essenziale e senza pretese, se si eccettua un piccolo
pergolato che anticipava l’ingresso, mostrava a pian terreno i segni di una
trattoria, tra questi un’insegna di legno scrostata e quasi illeggibile, dei
tavolini anche questi di legno nella prima stanza ed un intenso profumo di
mare dappertutto. Dalla cucina arrivavano gli echi di una conversazione a più
voci assai melodiosa tra l’ilare, il divertito e il curioso. Di fronte, appena
discosta dal pergolato si apriva una piccolissima insenatura ricolma di ciottoli
piatti.
In fondo il golfo in tutta la sua interezza oltre che magnificenza.
Napoli, Il Vesuvio ed il Monte Somma erano lì per noi, si sarebbe detto, oltre
che per quanti, fortunati al pari di noi, per caso si fossero imbattuti in un
qualche altro angolo simile a quello.
Era buio fondo ormai ed il cielo si vestiva a festa con una parata di stelle
sterminata.
Due ragazzi uscirono dalla trattoria recando con sé un tavolo che andarono a
sistemare sul bagnasciuga tra i ciottoli.
Il mare lento e silenzioso sembrava complice. Andava e veniva sotto i nostri
piedi. E arrivò la sirena. Era imponente. Aveva fianchi larghi e seno generoso. I capelli tirati sulla nuca intrecciati a crocchia erano neri e lei era
ancor giovane seppur, alla maniera delle popolane partenopee,
consapevolmente disattenta ad ogni ostentazione pruriginosa o seducente.
“Va buò” disse mentre faceva sistemare piatti e stoviglie.
“Stasera ci siti sulamente vui”, sottolineò strascicando quel “sulamente” come
una nota lunga, lunga e isolata a significare probabilmente che tanto le era
stato chiesto e lei volentieri aveva acconsentito.
Quanto al pesce, se non avevamo niente in contrario, ci avrebbe pensato lei,
annunciò suadente, con i suoi figli che continuavano ad interloquire
beatamente tra loro e con lei stessa creando un siparietto straordinario in cui
la lingua napoletana ci accarezzava tutti e mandava in estasi Predrag.
L’autista doveva aver raccontato la nostra avventura ed anche il terrore che in
qualche momento si era disegnato sui nostri volti.
Era il terzo fratello e figlio.
Di padri non se ne vedevano e non se ne videro quella sera.
E noi trascorremmo una serata indimenticabile.
Cullati dallo sciabordio del Tirreno che lì abitava il Golfo, eravamo ammaliati
dalla meravigliosa musica che animava il discorrere della sirena e dei suoi
figli ed affascinati da quel cielo stellato che di più non si sarebbe potuto
immaginare.
Eravamo prigionieri della fantasmagoria mediterranea.
Di fronte a noi le silhouette del Monte Somma e del Vesuvio ammiccavano
complici.
Quest’ultimo montava la guardia mostrando il suo inconfondibile,
meraviglioso profilo mentre il Monte Somma gli faceva il contro canto, poco
discosto.
Predrag si piegò verso di me, mise mano alla tasca interna dell’ampia giacca
estraendone un taccuino con una penna e disse guardandomi quasi in estasi
“Questo è il Mediterraneo. Un Mare che non finirà mai di sorprenderti e che
non potrai mai scoprire del tutto, tante sono le sue facce, i suoi approdi, i suoi
popoli, le sue lingue, i suoi cieli, i suoi misteri, i suoi segreti. Un’altro breviario
dovrò scrivere per raccontare questo angolo, questa sirena, questo monte,
quel viottolo impercorribile che si stringeva e si allargava misteriosamente
davanti al nostro pulmino. E con esso raccontare di Partenope e di tutte le
terre che costellano i mari che danno forma al Mediterraneo.”
Poi mi guardò, tacque e “Anche tu dovrai scrivere del nostro Padre
Mediterraneo, non dimenticartene” sillabò.
Predrag qualche anno dopo morì. Lui non riuscì a scrivere un nuovo
Breviario e a me rimase il suo invito. A cui non posso dare seguito se prima
non racconto il suo Mediterraneo.
Il Mediterraneo è come una silloge poetica. Non ti impone un inizio come il romanzo. Ti lascia libero di scegliere da dove,
come e quando iniziare. Perché ogni approdo, ogni spigolo, ogni angolo, ogni
popolo possiede in sé, tutto intero, il Mediterraneo.
Esattamente come la musa a cui Omero chiedeva ispirazione pregandola di
manifestarsi in un punto qualsiasi e da lì condurlo alla scoperta del suo
universo a lei legato da un filo tenue e leggero eppure impossibile da
spezzare.
…
Il Breviario Mediterraneo di Predrag Matvejevic.
Da dove cominciare dunque?
Dal Mare o dalla terra?
Dal mare che unisce o dalla terra che divide?
Dagli approdi selvaggi o dai moli?
Dalle coste o dalle isole?
E ancora, quali sono i confini del Mediterraneo?
Praga e Salisburgo ne fanno parte o ne sono fuori?
E la Baviera, da dove parte il Danubio?
Predrag Matvejevic conosce il Mediterraneo sin nei suoi anfratti più nascosti,
eppure quello ancora gli sfugge, si nasconde, gioca a rimpiattino, infine si
mostra in una caletta improbabile, in un angolo scoperto per caso dove si
annuncia con la musica dei linguaggi e vaga con l’eco portata dal vento lungo
le coste per dare loro vita imperitura.
Non sono solamente dialetti quelli che vengono parlati nei villaggi, a ridosso
delle torri, dei castelli e delle cattedrali, sulle barche o nelle piazze, da cerchie
di gente minuscole eppure capaci di trattenere nelle loro parole la storia del
mondo.
Quelle parlate, per quanto lontane e dimesse, sconosciute addirittura al di là
dei loro stessi confini, hanno lo spessore della vita e vivificano i territori che le
hanno generate, dando senso alla loro esistenza ed evocandone la memoria
in un processo osmotico di profonda, intima contaminazione con la storia dei
tre continenti disposti intorno al mare comune.
Cos’è dunque il Mediterraneo?
Dove comincia?
Dove finisce?
È solo una distesa di acque marine, un mare da solcare per muoversi e
raggiungere terre lontane, tra loro distanti?
Trasportare merci?
Oppure è mare e terra allo stesso tempo, un continente terraqueo, liquido e
solido, tutto insieme e tutto mischiato?
Ed i suoi confini? Come per gli Oceani anche per esso la sua estensione finisce dove
cominciano le coste ed appare la terra ferma?
O, per un miracolo unico sul pianeta, si estende oltre, fino a comprendere
isole, penisole, promontori, fiumi, laghi, mari interni, lagune, catene
montuose, popoli, nazioni, storie, civiltà, miti e religioni, lingue infinite e genti
infinite anche queste e porti non solo per le navi da diporto o da trasporto ma
anche per i pescatori e moli e golfi e bacini e fari?
“Non solo… È tutto questo, ma non solo”. Risponde Predrag Matvejevic.
Cos’è allora il Mediterraneo?
Una distesa di terre intorno ad un mare incastonato per il capriccio della
natura che lo ha lasciato fluire dall’Oceano all’imbocco delle Colonne d’Ercole
per instillare negli uomini il desiderio di conoscenza e di avventura? O al
contrario sono state le profondità lasciate dalla fine delle glaciazioni tra
l’Europa, l’Africa e l’Oriente asiatico a risucchiare l’oceano trasformandolo nel
mare che, a differenza di quello, è da esse contenuto e definito?
O ancora è il mare che attraversa i continenti e li fa suoi anche quando questi
si stendono sino a raggiungere dalla parte opposta gli Oceani immensi?
E quali sono queste terre e questi continenti? Dove iniziano e dove finiscono
le terre del Mediterraneo?
Bisogna penetrarne l’anima, la sua anima poliedrica, multiforme e proteiforme
se vuoi davvero conoscerlo il Mediterraneo e predisporti ad un lungo viaggio.
Un viaggio lento in cerca della luce e del buio, della luna e del sole, della
notte stellata e del giorno che ti acceca e ti sorprende, delle stagioni, tutte,
proprio tutte, dalla primavera all’inverno, passando per l’estate e per
l’autunno.
E magari conoscere i miti che lo hanno abitato, gli dei antichi e quelli più
recenti e infine quelli veri e quelli falsi, vecchi e contemporanei.
E le scritture, quelle sacre anche, da cui potrai scoprire il rapporto dei popoli
con il Mediterraneo o con il mare semplicemente, avverte Predrag.
Yahweh aveva aperto le acque davanti al popolo ebreo in fuga dall’Egitto per
farli camminare sulla terra ferma e li tenne bloccati per quaranta giorni nel
deserto piuttosto che farli andare per mare. (Libro dell’esodo 13:17).
Gli stessi discepoli di Cristo pescavano su un lago, il lago di Tiberiade (Luca
4,38), non sul mare. I discorsi il Maestro li teneva sui monti e per sé scelse il
Golgotha. Ma gli Apostoli solcarono i mari. Pietro giunse a Roma e Paolo
evangelizzò il Mediterraneo, dopo essere naufragato a Malta ( Atti degli
Apostoli, 27-28). E Giacomo, dicono abbia raggiunto la Spagna prima di
tornare a Gerusalemme ed essere messo a morte, primo fra gli apostoli, da
Erode Antipa, erede di Erode detto il grande.
Allah, al contrario, apprezzava il mare ed incoraggiava i credenti a
conquistarlo.
Nel Corano la salvezza e la prosperità passano attraverso il mare e le navi
sono paragonate ai cammelli del deserto ed i venti alle guide. Egli è colui che ha sottomesso il mare, recita il sacro testo dell’Islam (Corano.
Sura 16:14) e più avanti afferma che le navi solcano il mare in virtù della
grazia e della potenza divina ( Corano. Sura 31:31).
Arabi, Berberi, Saraceni e Musulmani sarebbero divenuti in breve dei
formidabili navigatori e le loro flotte avrebbero percorso, in lungo ed in largo, il
Mediterraneo. Corsari musulmani avrebbero, dal canto loro, in più circostanze
tenuto sotto scacco il Mediterraneo.
Nel 1565 il corsaro Dragut già viceré di Tunisi assediò Malta e solo il valore e
la determinazione dei Cavalieri di San Giovanni che da allora divennero
Cavalieri di Malta ne scongiurarono la capitolazione sia pure grazie agli aiuti
arrivati dalla Sicilia e dalla Spagna.
Ma anche Salomone, nonostante la ritrosia del popolo ebreo, possedeva
delle navi mentre gli antichi Egizi avevano costruito una flotta per raggiungere
il mare aperto, prima dal Nilo, quindi da Alessandria. Cleopatra da ultimo
portò le sue navi sin nell’Egeo, ad Azio, per lo scontro finale tra Augusto e lei
stessa con Antonio. In palio il dominio del Mediterraneo e del mondo che
intorno ad esso si raccoglieva.
L’antica Persia era Mediterraneo.
Anelava al Mediterraneo.
Ingaggiò guerre su guerre con i Greci per affermare il suo diritto ad essere
nel Mediterraneo. Un diritto infine sancito da Alessandro il Macedone.
Nessun popolo al mondo fuori dal Mediterraneo ha un rapporto così forte con
il mare.
Come se nel Mediterraneo vi fosse piantato il loro stesso onphalos.
La scansione del tempo, la luce e il pensiero mediterraneo
Allora non resta che salire a bordo di un peschereccio, di un battello, di un
veliero e percorrerlo il Mediterraneo.
Prendendosi il tempo che ci vuole.
Perché nel Mediterraneo non alberga la fretta e tanto meno la frenesia.
La luce, sottolinea Predrag, lo percorre e lo caratterizza, esaltata dal buio,
dalla notte, dall’ombra, dal sole e dalla luna. Dal colore.
Artisti e poeti l’hanno cercata da sempre.
Hanno intrapreso viaggi lunghissimi per arrivarci.
Il giorno in cui decisi di andare anch’io nel deserto alla ricerca della luce
accecante e della notte piena di stelle e solcata dalla Via Lattea mi imbattei in
Paul Klee giunto dalle montagne svizzere e dalle pianure della Germania. Si
era imbarcato a Marsiglia, erano i primi decenni del secolo scorso, aveva
attraversato l’intera distesa del mare scoprendo la gradazione della luce
lungo il tragitto che menava a Tunisi. Da qui raggiunse Hammamet e da lì
passò nella città santa di Kairouan sempre alla ricerca della quintessenza
della luce e dei colori. Ed anche dei confini del Mediterraneo che aveva
solcato. Non lo fece da solo ma con altri compagni e tutti seguendo i tempi
mediterranei.
Tempi lenti, troppo lenti, se volete raffrontarli con l’approccio del mondo
contemporaneo sopraffatto dalla fretta di produrre e consumare.
Ma quelli non sono i tempi della natura.
I tempi della natura li trovate qui sul mare e nelle terre mediterranee.
I tempi scanditi dalla notte e dal giorno, dal bel tempo e dal maestrale, dal
levante e dal libeccio, dalle bufere e dalla bonaccia, dal caldo e dal freddo,
dalle stagioni che devono alternarsi tra loro, senza mischiarsi.
E se vuoi attraversare il Mediterraneo dovrai entrare in sintonia con i suoi
tempi.
Li chiamano tempi mediterranei ed il pensiero che li sostiene lo chiamano
pensiero meridiano.
Al meriggio, in estate, la gente si ferma sulle coste del Mediterraneo.
L’aria è calda e consiglia di sostare all’ombra di un olivo, di un fico, di un
carrubo, di un noce, della parete di una torre o nell’intimità di una casa.
Per lasciar libera la fantasia di vagare.
Dare modo al corpo di ritemprarsi.
Scambiare le proprie impressioni con il vicino.
Ritrovarsi in convivio con tutta la famiglia. Grandi e piccini, giovani e vecchi.
Lasciar fluire la memoria da monte a valle e ritrovare le energie per andare
avanti.
In primavera si attende Persefone, si prega Demetra e si va in processione
mostrando, nel prezioso ostensorio, il Corpus Domini, per chiedere di render
fertile la terra e abbondanti le messi.
In autunno si colgono i frutti e si accudisce l’orto per l’inverno e si semina per
l’estate e in inverno si dà mano alle provviste estive e si loda Dio o l’Universo
per quanto si è fatto e costruito e ci si prepara ancora una volta al ritorno
della bella stagione.
E per cogliere tutto questo dovrai addestrarti alla riscoperta del senso del
limite e della misura, parametri che definiscono l’armonia universale,
indispensabile, come sosteneva Platone, per un corretto vivere ed un efficace
operare.
Il limite dettato dalla Terra in quel che fai e la misura che dovrai trovare in te
per quanto devi consumare evitando sprechi.
Le residue putee o putie sulle coste siciliane e della Magna Graecia,
l’apothéke in terra greca, i magazzini o makhazin, i Suq o Suk, i Bazar sulle
coste arabe, in Persia ed in Turchia e nel deserto del Sahara ti libereranno
dall’ansia estraniante dei centri commerciali e degli ipermercati che
accatastano merci in sovrappiù e concentrano consumatori che han smarrito
il senso del necessario e del superfluo.
È sempre Predrag a parlare.
Per quanto mi riguarda non posso che assentire convinto oltre che
entusiasta.
Ho incontrato delle putie sui monti Nebrodi in Sicilia e nelle terre di mezzo
delle Murge, della Daunia, del Matese, dell’Irpinia, delle Terre Sannitiche ed
in tutto il Sud.
A Fes, in Marocco ho scoperto il fascino religioso della Medina.
Essa, tutta intera, mischiava makhazin e suq o suk, abitazioni, bazar,
laboratori e telai, concerie e produttori di babouche, battitori di rame e incisori
d’argento, fabbri e fucine che esponevano la loro merce sulle piazze e
dappertutto, spezie e agli, cipolle e arance, angurie su banchi e carretti giunti
direttamente dalle campagne e, avvicinandosi la festa del sacrificio di
Ibrahim, pecore e montoni sulle spalle degli uomini occupavano la Medina
custodita da infinite schiere di gatti appartenenti a qualcuno e tutti a ciascuno.
Non c’erano trappole consumistiche e non vi erano sotterfugi o trucchi
commerciali.
La Medina pullulava di gente ma non vi era alcun segnale di frenesia.
Le contrattazioni procedevano intense e puntigliose, appassionate o
occasionalmente accese ma sempre al riparo da ogni pressione e tampoco
da ogni inganno; il prezzo si formava laddove domanda e offerta si
incontravano.
Le voci si alternavano e si sovrapponevano melodiose o sincopate ma si
ascoltavano senza sopraffarsi e ciascuno raggiungeva il suo scopo.
Era un formicaio caotico appena ci entravi, la Medina, ma essa rivelava la
sua natura ordinata ed il suo dispiegarsi efficace e rispettoso delle ragioni e
delle esigenze di chi vendeva e di chi comprava lasciando per intero il
convincimento di aver conosciuto il senso più profondo ed autentico,
ancestrale dell’universo umano.
Predrag mi guarda con occhi soddisfatti.
Anche Elias Canetti ne parla nel romanzo “le voci di Marrakech” chiosa
entusiasta. Il Corano stesso, aggiunge, incoraggia il commercio (Sura 24, 7)
laddove nostro Signore scacciando i venditori dal tempio (Giovanni, 2, 12) ne
ha spostato lo sviluppo lontano da Dio.
Forse è tutta qui la differenza.
Nella Medina, nei bazar e suq che la popolano, ma anche nelle residue putie
o putee nostrane tu potrai ritrovare la dimensione ancestrale del rapporto con
gli altri.
Limite e misura sono i binari entro i quali è necessario far procedere la
propria vita al riparo dagli eccessi e dagli sprechi ma anche al riparo dalla
tracotanza verso i propri simili e verso il creato o Dio, se più vi piace.
Esse tengono al riparo da ogni tracotanza umana perché le genti del
Mediterraneo conoscono la Hybris e sanno cos’è la Nemesis.
Non che nel Mediterraneo non si pecchi e non si bestemmi. Anzi.
Ma anche nei peccati, nelle guerre, l’umanità si è sempre ben guardata
dall’offendere il divino ed anche le bestemmie, sono sante bestemmie.
Non maledizioni contro Dio ma sfogo contro tutto ciò che nega la felicità degli
uomini e li costringe alla più nera fatica.
Le antiche religioni ed anche le nuove e le loro scritture fustigavano o
addirittura spingevano ad incarcerare i bestemmiatori.
Nel libro dell’Esodo è scritto che il Signore Dio non lascerà impunito chi
pronuncia il suo nome invano (Libro dell’Esodo 20:7).
Il Corano, dal canto suo, afferma che coloro i quali offendono Allah ed il suo
Messaggero vengono condannati ( Corano. Sura 33:57).
Ma i bestemmiatori, il più delle volte, erano in pace con Dio e le loro invettive
non erano contro Dio ma contro un destino amaro che, ahimè, faticavano ad
addomesticare.
I pescatori sono i più terribili bestemmiatori ma sono anche i più fedeli
adoratori del Dio che bestemmiano e lo invocano nella tempesta e nella notte
buia e senza stelle.
La navigazione tra terre, mari e popoli
Resi edotti dello spirito del nostro mare, andremo a navigare verso i confini
del Mediterraneo come gli Argonauti di Giasone.
Raggiungeremo per primo il Mar Nero e la Tauride sulle tracce di
Agamennone e di Ifigenia; attraverseremo il Mare d’Azov e
circumnavigheremo la penisola di Crimea, un tempo abitata dai Tauri, dai Dori
e dagli Ateniesi che vi fondarono le prime colonie e cercheremo il glorioso
Regno del Bosforo prima di spostarci sulle coste dell’Ucraina al confine con la
Romania ad incrociare il Delta del Danubio.
Il Mediterraneo non è solo distesa marina e dunque come Odìsseo bisognerà
sbarcare nelle terre che lo circondano e, cercarlo, magari seguendo le carte
nautiche e geografiche, fin dentro il cuore dell’Europa, nella Foresta Nera
seguendo il Danubio che lì nasce, l’Austria e la Pannonia, la Dalmazia e la
Slovenia, l’Ungheria, i Balcani e di nuovo la Romania.
Lo sapevano bene i Romani e altrettanto bene lo sapevano i Saraceni che
con le loro navi ed i loro eserciti si spinsero sin là, mentre il Conte Vlad Terzo,
divenuto l’impalatore nella fantasia popolare e Dracula, signore dei vampiri
per la penna dell’irlandese Bram Stoker, li combatteva rifugiandosi nel suo
castello di Valacchia sui Monti Karpazi.
L’Europa, tutta intera è Mediterranea.
Se voi andate ad Helsinki ci trovate l’Italia futurista e razionalista mentre il
museo d’arte Ateneum riecheggia la Grecia e a Stoccolma, nella vecchia
città, ci trovate Barcellona, il barocco e la Spagna.
Ad Amsterdam ed a Bruges ci trovate Venezia e ad Anversa e Gand le
cattedrali della chiesa cristiana nata in Palestina e affermatasi a Roma.
A Londra Shakespeare si nutriva dei miti mediterranei da Cipro a Verona e
lord Byron combatteva per la libertà della Grecia e per essa moriva.
L’Oriente dai tempi degli Egizi, di Salomone e della Regina di Saba, dei
Romani, dei Greci e dei Persiani, di Dario e Serse, di Alessandro il
Macedone, è stato la quintessenza del Mediterraneo.
Napoleone, ancora nei tempi moderni, si pose sulle loro orme.
Il paradiso terrestre era tra il Tigri e l’Eufrate. Da lì i progenitori, Adamo ed
Eva, popolarono le contrade asiatiche e quelle africane prima che i loro
discendenti si spostassero nel resto del mondo allorché questo emerse
completamente e gli Oceani si frazionarono.
L’Africa dal canto suo si distende da un capo all’altro sul Mediterraneo.
Da Occidente ad Oriente.
Non solo i popoli e le nazioni costiere, fossero essi i Lestrigoni o i Ciclopi
siciliani, i Lotofagi della Cirenaica, gli abitanti della nobile Libia o della
Mauritania, Algerini o Tunisini, Egiziani o Arabi, Berberi o Musulmani, erano
parte essenziale del Mediterraneo.
Predrag, mentre l’equipaggio governa il veliero ne parla con trasporto e con
dovizia di particolari.
Il deserto, il Sahara, la sabbia con il Libeccio e lo Scirocco, con le palme ed i
datteri, i laghi prosciugati e le rose calcaree rimaste sul fondo, corrono verso
il Mediterraneo e sulle sue sponde si acquietano e da esse le genti partono
per solcarlo il Mare, ovunque esso si distenda.
Esattamente allo stesso modo dei popoli e delle nazioni che abitano l’Europa
e prima l’intero mondo romano.
Romani e Cartaginesi, Fenici e Greci, e quindi Arabi e Persiani han solcato il
Mediterraneo rendendolo casa e patria comune.
Certo, guerre, conquiste e reconquiste non sono mancate ma esse hanno
consolidato il concetto di Patria comune.
E se tale concetto vien meno non è per volontà, o colpa, del Mediterraneo
che lo custodisce nelle profondità delle sue falesie su cui si infrangono oggi i
sogni di quanti ad esso accorrono.
Predrag discorre, indica un’insenatura, mostra un faro, chiede di raggiungere
Malta e di approdare a Gozo, l’isola di Calipso secondo alcuni, quindi invita a
puntare su Stromboli, ritenuta anch’essa, da altri studiosi degli itinerari
omerici, il rifugio della ninfa che trattenne con il suo amore ed il fior di loto
l’eroe di Itaca per sette lunghi anni prima di lasciarlo andare, per ordine di
Zeus a lei giunto per il tramite di Ermes, messaggero degli dei.
Anche tra Scilla a Cariddi seguiamo le tracce di Odìsseo e nella terra delle
Sirene all’altezza di Capri.
In prossimità della costa Predrag segue il volo di un gabbiano, evoca i delfini,
immagina le lampare, chiama le tonnare sfiorando Favignana ed elenca i
diversi tipi di pesca praticati al largo delle coste appena superate.
Mi racconta la storia ormai conclusa, delle spugne che stazionano in fondo al
mare sui banchi di roccia e tra le alghe.
I pescatori di spugne, scendevano in apnea nelle profondità legandosi come
zavorra delle pietre in vita e con un lungo arpione usato come un giavellotto
infilzavano le spugne, come guerrieri sulla piana di Troia, e le depositavano in
un sacco anch’esso legato in vita e salivano e scendevano finché quello non
fosse stato riempito. E una volta riemersi tornavano a riva, sui moli, le
scogliere, le piazze dei villaggi le lasciavano asciugare ed essiccare.
Le spugne arrivavano così, porose e rugose, docili e sensuali al tatto sui
tavoli dei mastri sartori che le usavano per addomesticare le stoffe e dare loro
le torsioni necessarie sotto il pesante ferro da stiro ricolmo di carboni ardenti.
Io conoscevo bene quelle spugne dalla multiforme struttura. Ovali o tonde,
bitorzolute come parallelepipedi sforacchiati, sempre irregolari e mai uguali,
bellissime, grigie tendenti al colore della terra con l’uso.
Al largo dell’Adriatico meridionale, sulle coste della Messapia, non era
infrequente che i pescatori portassero a riva con il pescato anche un carico di
spugne. E quelle spugne le avevo inzuppate e strizzate innumerevoli volte
nella bottega del mastro sartore in cui mi recavo bambino, al pomeriggio,
dopo la scuola, per evitare pericoli, mi diceva mia madre, ma anche per
imparare un mestiere fuori dai campi, non si sa mai, nella vita.
E Predrag chiamava in superficie, dopo i pescatori di spugne, quelli di corallo
e quelli salivano con interi rami di color rosso, alberi in miniatura addirittura.
Niente a che fare con le spugne. Il corallo è un nobile abitante delle
profondità marine e diviene nelle mani di artisti, orafi e gioiellieri prezioso
monile. Sulle coste della Sicilia, in Sardegna e nel Golfo di Napoli ed anche
nel golfo messapico di Gallipoli i pescatori ne raccolgono in quantità e
botteghe e atelier lo lavorano e lo vendono ovunque nel mondo. Ancora oggi.
Torre del Greco a due passi da Sorrento, Pompei ed Ercolano, da Oplontis
anche, dove dimorava la divina Poppea in una villa raffinata e maestosa, è
per il corallo quel che Amsterdam è per i diamanti. O, almeno, potrebbe
esserlo, commento al termine del mio racconto a beneficio di Pedrag.
…
Intanto l’equipaggio del nostro veliero ha continuato la navigazione.
Dopo il Mar Nero, la Tauride e la colta Odessa, avevamo solcato l’Egeo,
toccato le sue isole e gli arcipelaghi, i suoi promontori, le sue punte, Capo
Sunio con il tempio di Poseidone, le sue Meteore con gli arditi monasteri
vietati al genere femminile per non turbare l’ascesi dei monaci forse o per la
troppo ardua fatica necessaria a raggiungerli.
Dopo aver rivolto lo sguardo alla Troade che ospitò Ilio, abbiamo puntato
verso la Sicilia e la Magna Graecia, Siracusa, Taranto e Crotone, per poi
virare cerso i Balcani e quindi di nuovo verso la Spagna e la Francia.
Andiamo in cerca dell’ultimo confine segnato dall’olivo, dice Predrag.
Lo dobbiamo a Fernand Braudel che indicò appunto nell’olivo il limite del
Mediterraneo.
Lo abbiamo lasciato sulle sponde dell’Africa e in Oriente, l’Olivo.
Lo abbiamo contemplato costeggiando l’Italia, adesso andiamo a trovarlo
sulle sponde francesi e spagnole, liguri anche e sarde, ma dovremo
attraccare a Barcellona o a Valencia e inoltrarci nel continente a nord ovest.
In Portogallo. Crescono ulivi superbi che non temono l’oceano da quelle parti
e con essi la macchia mediterranea.
Ha ragione Braudel: non esiste Mediterraneo senza l’Olivo.
Esso ne disegna i limiti più esterni e i suoi alberi fronzuti, i suoi tronchi
centenari, millenari e plurimillenari addirittura, i suoi rami contorti e poderosi
delimitano i tre continenti che si dispongono intorno alle sue distese marine,
ne rinfrescano i territori e ne insaporiscono le tavole con il fluido delle verdi
olive, dopo aver illuminato, sino ad un passato non lontano, con l’olio
lampante, le piazze di Venezia ed i viali di San Pietroburgo.
Ma anche il fico, dice Predrag, lo segna.
Ad Oriente nel Paradiso terrestre Adamo ed Eva si nutrirono del dolce frutto
del fico per la tentazione del demonio e la maledizione di Dio.
Ma non basta, sottolinea con una punta di lieve soddisfazione.
Anche le nazioni e le genti del deserto, i nomadi esperti conoscitori di oasi,
piste e carovane per cammelli e dromedari appartengono al Mediterraneo.
Lungi dal definire una cesura, come pure possono indurre a pensare, le
immense distese del Sahara ne rappresentano la più ardita estensione,
afferma Predrag rivolgendosi al suo amico Fernand Braudel che ci guarda,
compiaciuto, da lontano. La sabbia dorata arriva con lo scirocco che
attraversa il mare e ne deposita enormi quantità sulle contrade europee.
Non è solo questione geografica.
Da quelle parti sorgeva il continente di Atlantide che del Mediterraneo era
parte fondante, a sentire Platone che ne parla nei suoi dialoghi Timeo e
Crizia. Un luogo della cultura primigenia, fonte della civiltà costruita nei
millenni passati dentro ai suoi spazi.
Ma non è ancora finita. Ci sono le storie, le epopee, le poesie, i venti che
quelle portano dappertutto a scandire i confini del Mediterraneo.
Sono le civiltà che su di esso sono nate, si sono scontrate, si sono
sovrapposte fino a crearne delle nuove che le prime contenevano e tutte
concorrevano ad espanderlo, il Mediterraneo.
Sono stati gli dei antichi e quelli più recenti, le religioni nate le une dalle altre,
fondendosi magari e che anche quando fan fatica a riconoscersi non possono
negare la comune radice.
E con esse sono le lingue, i vocaboli e le parole dalla comune etimologia a
portarsi il Mediterraneo in ogni angolo delle coste e dell’entroterra dove non
esistono dialetti ma solo nobili linguaggi.
La ricchezza delle diversità. Genti, pietre, asini.
Siam giunti sul Tirreno, nel frattempo. Paestum, Elea e Cuma, l’antro della
Sibilla Cumana e Averno, da dove si entrava nel regno dei morti, sfilano
all’orizzonte ed anche Capri ed Ischia, l’antica Pithecusa, isola delle scimmie
o degli eccelsi maestri vasai, stando al grande storico e naturalista romano
Plinio il vecchio che ne parla nella sua Naturalis Historia e che conosceva
bene quelle terre essendo la flotta dell’impero posta sotto il suo comando di
stanza a Capo Miseno al momento dell’esplosione del Vesuvio-Somma che
allora erano una cosa sola e che distrusse tutto il litorale con Pompei ed
Ercolano
Predrag ha chiesto di lasciare per ultimo l’Adriatico.
Da quelle parti c’è casa sua. O almeno quella che fu casa sua.
Nato da padre ucraino ma di etnia russa e da madre croata-bosniaca, a
Mostar in Jugoslavia, oggi Bosnia ed Erzegovina, egli sente ancora sulla
pelle la ferita dei massacri fratricidi che hanno insanguinato i Balcani e che,
per lunghi anni, hanno spento la luce in quelle contrade, eppure proprio in
esse il Mediterraneo ha raggiunto uno splendore pari a quello dell’antica
Grecia, con Venezia, Ragusa e le città della costa e dell’entroterra che qui
saldarono la propria storia con quella di Roma.
Dunque il Mediterraneo si estende sin dove cresce l’olivo, come sottolinea
Fernand Braudel ma esso, insiste Predrag Matvejevic, va oltre l’olivo e la
macchia mediterranea, il clima e la biodiversità che lo accomunano, le storie
e le poesie che volano con i venti.
Va anche oltre i venti.
Sono le diversità che fanno il Mediterraneo. Afferma guardandomi in tralice
per difendersi dal sole ormai basso all’orizzonte. E prende a raccontare le
infinite sfaccettature di questo mare che arriva dalle glaciazioni primordiali,
che è sopravvissuto allo strangolamento delle Colonne d’Ercole ed anche
all’assalto degli Oceani.
Qualcuno aveva addirittura pensato di prosciugarlo il Mediterraneo, nel
secolo appena trascorso, costruendo una diga ciclopica per arrestare
l’Oceano tra le Colonne d’Ercole. Avevano pronto anche il nuovo nome per
l’Europa: Atlantropa.
Fortunatamente la storia a metà di quel secolo prese un’altra direzione.
Con Predrag, felici dello scampato pericolo, riprendiamo la nostra
navigazione nel Mediterraneo noto.
Tra gli approdi e le isole, i porti e i fari, le coste e le città, le genti e il loro
parlato, i canti ed i dialetti, le civiltà e le culture, i cibi e le coltivazioni, i popoli
e i solitari asceti che tutto lo circondano. Le guerre anche e le invasioni, le
continue contaminazioni, i luoghi, i miti, gli eroi… Le Termopili e Salamina,
Leonida, Alessandro e Dario, le nazioni e gli imperi, gli dei dell’Olimpo e il
Dio di Abramo, la religione di Cristo e quella di Maometto. Tutto e tutti han
tracciato i confini del Mediterraneo.
Le terre che su di esso si affacciavano erano sacre ed il mare stesso
provvedeva a sfamare chi non aveva niente.
Sulle coste e sulle isole dello Ionio, del Tirreno e dell’Adriatico si combatteva
la miseria mettendo a bollire le pietre del mare. Pietre antiche che non
avessero conosciuto bassa marea e intrise di segrete, quanto misteriose e
miracolose capacità nutritive.
E mentre Predrag scandisce le ultime parole riemerge la nenia che mia
madre silenziosamente evocava mentre là fuori tirava il vento di tramontana.
“Dormite bambini, quando vi sveglierete avrete di che mangiare” cantilenava
come in un lamento o in una ninna nanna una donna curva su sé stessa per
gli stenti e la fatica mentre i piccoli chiudevano gli occhi e quella riprendeva
ad armeggiare intorno alla pentola vuota.
Quella storia adesso assumeva un altro sapore.
Nel Mediterraneo tutto si tiene. Non solo i popoli e le storie ma anche i
racconti, dai Cunti sull’aia alle storie delle Mille e una notte.
Da queste parti il mare era un destino, insieme alla campagna.
La notte a pescare e il giorno a zappare, arare, seminare, falciare.
E non solo quei pescatori e le loro mogli ma anche la gente del villaggio
probabilmente sapeva di quelle proprietà misteriose nascoste nelle pietre di
mare che messe a bollire liberavano sostanze imprigionate da sempre tra i
loro pori e tali da attutire se non altro i morsi della fame.
Non solo le pietre ma anche gli animali sono stati da sempre compagni degli
uomini, continua a narrare Predrag .
Si, certo i nobili cavalli.
Ve ne erano dei superbi che avrebbero potuto gareggiare con i cavalli di
Zeus.
E vi erano i buoi e le mucche.
Le pecore e le capre ed i porci.
Odisseo approdò ad Itaca e si fermò proprio dal suo fidato porcaio, Eumeo.
Con lui organizzò la liberazione della reggia prima di rivelarsi a Penelope.
Ma vi erano anche i muli, testardi e tenaci e soprattutto gli asini, ciuchi o
ciucci, tenaci e mansueti e amici degli uomini.
In ogni posto gli asini, sottolinea con grande trasporto Predrag, sono chiamati
con nomi diversi, addirittura con nomi familiari. Tutto esprime grande empatia
e partecipazione se non affetto per questo quadrupede umile e sempre
disponibile a girare le ruote e le macine nei frantoi ipogei, a trasportare carichi che pendono da un lato e dall’altro del bastio, a camminare sempre accanto
al suo padrone riconoscendolo e mai mostrandogli segni di stanchezza.
Anche nostro Signore volle un asino per il suo trionfo a Gerusalemme prima
del Golgotha. Ed un asino fu compagno della sacra Famiglia nella fuga in
Egitto intrapresa per sfuggire all’eccidio di Erode, chissà perché chiamato “il
grande”.
Sono piccoli di stazza gli asini a cui faceva riferimento Predrag.
Li trovi su tutte le coste del Mediterraneo e meritano più di un pensiero
riconoscente. Ma quelli delle Murge sono grandi come cavalli, faccio
osservare.
Nel Mediterraneo la gente conosceva la fatica e il sapore della miseria e
quindi coltivava come un premio la presenza di quegli asini, piccoli o grandi
che spesso finivano per essere l’unico sostegno ed anche l’unica compagnia
e nella loro fatica custodivano come un comandamento religioso anche il
senso del limite e della misura.
La Fata Morgana. Le mappe e i glossari
Gli individui e i popoli conoscevano e praticavano, con il senso del limite e
della misura, la Pietas e la Compassione.
Coltivavano il timore di dio, rifuggivano dalla tracotanza e accoglievano
l’ospite e lo straniero sacri agli occhi di Zeus, Padre degli dei e massimo
reggitore dei destini degli uomini.
Le guerre non cancellavano il rispetto, e il recupero dei feriti con la sepoltura
dei morti interrompevano guerre e battaglie.
Non si uccideva per disprezzo dell’altro e non si accumulava per affamarlo e
finché lo spirito antico e la legge primordiale hanno scandito la convivenza
umana lungo le coste, le terre ed il mare nello spazio mediterraneo, son si
praticavano genocidi e nemmeno gli olocausti per nessun motivo.
L’odio e la sopraffazione umana provocava l’intervento divino e la Nemesis
avrebbe ricomposto l’armonia a costi drammatici tuttavia per colpevoli ed
innocenti. E la gente, potenti e popolani, lo sapeva e coltivava la virtù o
comunque si guardava dalla Hybris temendo l’ira divina.
Il Mediterraneo era Patria comune oltre ogni divisione. E chiunque poteva
spostarsi da una sponda all’altra sentendosi a casa.
Era un po’ soprappensiero Predrag mentre così si esprimeva.
Probabilmente aveva negli occhi i genocidi, le guerre e gli eccidi che si sono
consumati e si consumavano a Oriente, a Occidente e a Sud oltre che a
Nord.
Il Continente Mediterraneo forse non esiste più, ma lui non lo diceva.
Nel suo Breviario egli aveva cantato la storia del mare che fu dei Fenici e dei
Cretesi, degli Achei e dei Persiani, dei Romani e dei Cartaginesi, dei Cristiani,
degli Ebrei e dei Musulmani.
Quel mare non potrà mai essere cancellato, afferma deciso mentre ci
rimettiamo in mare, dopo l’ennesima sosta.
Altre coste, gli approdi, i moli scorrono sotto i nostri occhi, isole, golfi, bacini
locali che prendono il nome della terra che bagnano.
All’orecchio arrivano le conversazioni che si intrecciano e che si manifestano
ad ogni approdo con l’eco di alfabeti antichi, le voci di popoli scomparsi, le
memorie di migrazioni compiute o naufragate.
E intanto l’aria si intrufola nelle nostre vele, i refoli giocano con esse e ci
accompagnano come messaggeri di Eolo incaricati di agevolare la nostra
navigazione.
“Il Mediterraneo”, afferma Predrag dopo un momento di prolungato silenzio
che somigliava ad una tentazione mistica o ad un desiderio di intimità
religiosa con l’universo intorno a noi, “nasce, cambia e talvolta muore con i
suoi venti, umili o prepotenti. Le correnti lo attraversano. La spuma e le
nuvole lo seguono e le albe ed i tramonti lo rendono unico e prezioso.
Non basta una vita a percorrere le rotte del Mediterraneo, a raggiungere la
sabbia del deserto. Il miraggio viene in aiuto talora. E la Fata Morgana ti fa
vedere ciò che non c’è e ti illude di poter toccare ciò che è lontano. Anche
questo è Mediterraneo.”
E se non ce la farai ad attraccare in ogni porto e insenatura, se non ce la farai
a passare da uno all’altro tutti i fari che illuminano la costa e indicano il
pericolo o al contrario segnalano via libera da secche, scogli affioranti e
promontori pericolosi, se non ricorderai tutte le isole, gli arcipelaghi i
promontori e le penisole, potrai aprire i vecchi libri dei navigatori-esploratori e
cercare sulle carte nautiche quanto non sei riuscito a vedere lungo gli itinerari
mediterranei.
Troverai carte e pergamene, veri e propri tesori, mappe di un’umanità in
cammino che cercava di fissare le sue conoscenze a beneficio di tutti.
Potrai osservare il nostro mare guardato da sud.
Capovolto rispetto all’idea che ci hanno somministrato nei secoli i
colonizzatori del nord.
Ci fu un tempo in cui il Sud era la terra del latte e del miele, la terra del
sapere e della poesia, della libertà e dell’avventura e le carte mostravano un
Mediterraneo capovolto perché allora, a differenza della realtà attuale in cui la
gente sale a nord, interi popoli scendevano verso sud.
E troverai gli infiniti fari che non hai visto lungo le coste.
E se non sei riuscito ad ascoltare le tante lingue, le innumerevoli parole, i
termini con cui marinai, pescatori, gente del Mediterraneo nominava venti e
barche, posti e approdi, scandiva bestemmie e pronunciava preghiere,
chiamava i venti e le bonacce, le burrasche e le mareggiate, i pesci e i
molluschi, beh allora dovrai cercare nei glossari in cui valorosi testimoni con
certosina pazienza hanno raccolto ogni vocabolo, ogni bestemmia,
ogni preghiera, ogni vento, ogni sponda, ogni angolo, ogni linguaggio declinandoli
nella parlata dei tanti, incantevoli posti che incorniciano il Mediterraneo.
Non solo, li ritroverai anche nelle lingue del deserto e delle montagne che ad
esso appartengono.
Per i secoli dei secoli
————-
Testi e autori richiamati
Predrag Matvejevic. Breviario Mediterrano, Garzanti 2010
Claudio Magris. Danubio, Garzanti, 2015
Elias Canetti. Le voci di Marrakech, Adelphi, 2024
Omero. Odissea, Einaudi, 1989
Dante. Divina Commedia. Inferno, Casa Editrice Le Lettere, 1996
Albert Camus. L’Homme Révolté,
nella versione di Bompiani, 2009 “L’Uomo in Rivolta
Platone. Dialoghi, Einaudi, 2020
Platone. La repubblica, traduzione di F.Sartori. Laterza 1999
Paul Klee. Viaggio in Tunisia. Nuovi equilibri/stampa alternativa,1991
Sacre Scritture.
Il rapporto dell’uomo con il mare.
Vecchio Testamento. Libro dell’esodo 13:17
Nuovo Testamento. Vangelo di Luca 4,38.
Nuovo Testamento. Atti degli Apostoli. 27-28
Corano. Sura 16:14. Sura 31:31
Il Rapporto degli uomini con il mercato.
Nuovo testamento. Giovanni 2, 12
Corano. Sura 25:7
Il rapporto degli uomini bestemmiatori con la divinità.
Vecchio Testamento. Libro dell’Esodo 20:7
Il Corano. Sura 33:57. Nel testo si fa riferimento ad Atlantropa. Si tratta di un (folle) progetto del 1927 dell’architetto tedesco Herman Sörgel che, attraverso la costruzione di una mastodontica diga sullo stretto di Gibilterra, avrebbe dovuto favorire il prosciugamento di quota parte del Adriatico, del Canale di Sicilia e delle coste mediterranee
Tutti i riferimenti sono tratti per diretta citazione, dall’opera di Predrag
Matvejevic “Breviario Mediterraneo” o per suggestioni da essa scaturite.
I personaggi ed i nomi riportati, Emma e Miriam, sono frutto di fantasia. L’io narrante non coincide con l’autore del saggio.
Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi.
Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno”
Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.
Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.

Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line.

