Stephen King: “Cose preziose” (Sperling & Kupfer, trad. Tullio Dobner), di Loredana Cefalo

Che cosa crea la dipendenza? È questo l’interrogativo da cui conviene partire per esplorare la fitta ragnatela di “Cose Preziose” (Needful Things), il romanzo che lo scrittore statunitense Stephen King pubblicò nel 1991 per chiudere idealmente la celebre saga ambientata nella fittizia cittadina di Castle Rock, nel Maine.

​Nato a Portland nel 1947 e affermatosi come uno degli autori più prolifici e influenti della narrativa contemporanea, King ha costruito la propria carriera indagando le ossessioni e le fragilità dell’animo umano attraverso una miscela inconfondibile di horror e affresco sociale.

Cose preziose” affronta proprio il tema della dipendenza da sostanze e da desideri equivoci, un nucleo che affonda le sue radici nella vita stessa dell’autore: per gran parte degli anni Settanta e Ottanta, King condusse infatti una lunga e riservata battaglia contro l’alcolismo e la grave dipendenza da cocaina e farmaci. Racconterà in seguito nel memoir “On Writing” di aver scritto interi libri, tra cui “Cujo”, senza ricordarne quasi nulla e di essere stato spinto alla riabilitazione dall’intervento decisivo della moglie Tabitha e della famiglia. Proprio “Cose Preziose” rappresenta il primo romanzo completato da King da uomo finalmente sobrio.

Nel panorama attuale, segnato quotidianamente da nuove forme di dipendenza e di alienazione — dai social network alle challenge autolesioniste tra i giovanissimi, fino ai robot da compagnia per anziani soli — l’opera dello scrittore assume quasi i contorni di una lucida profezia. Il libro si configura infatti come un vero e proprio manifesto sulle dipendenze e sulle debolezze della volontà, oltre che come una fortissima critica sociale.

La trama ruota attorno all’apertura del negozio curioso e misterioso, Cose preziose, gestito da Leland Gaunt, il cui motto non dichiarato risuona nel sinistro monito CAVEAT EMPTOR (“stia attento il compratore”), che solo alla fine rivela la reale natura degli scambi commerciali che vi hanno luogo.

​Il racconto pone una questione cruciale che attraversa ogni pagina del testo: “qual è l’unica cosa al mondo, quell’unica cosa inutile e senza valore, che diventa immensamente preziosa solo per il desiderio incontenibile che hai di possederla?”.

​Attorno a questo vuoto vorace, il proprietario del negozio convince gli abitanti a barattare azioni apparentemente insignificanti pur di tenersi l’oggetto dei desideri, spiegando loro che Cose preziose è “il posto di tutta la gente del mondo, perché a tutti piace un buon affare. A tutti piace avere qualcosa per niente… anche quando costa tutto”. ​

Lo stile narrativo di King trova qui uno dei suoi esempi più riusciti: la scrittura è accessibile e il tono si mantiene colloquiale, specchio di personaggi che parlano il linguaggio della provincia profonda americana. Pur essendoci molti protagonisti in un ampio affresco corale, chi legge non dimentica le loro caratteristiche psicologiche, poiché la maestria dell’autore sta nel mescolare il surreale con un ritmo costante e avvolgente. Nonostante alcuni passaggi possano apparire prolissi, una mole imponente sembri appesantirne la struttura e le tante digressioni nel passato rischino di confondere fra presente e ricordi, va riconosciuto che le soluzioni adottate da King aiutano immensamente a costruire le varie personalità nella loro tridimensionalità.

​L’ambientazione della cittadina è magistrale: chiuso il volume, si continua a sognarla di notte, immersi nella sua quiete fittizia. Bisogna tuttavia riscontrare una scarsa verosimiglianza di fondo: in un paese così piccolo come Castle Rock sembra quasi ci siano solo persone con deviazioni, turbe psichiche, malattie attuali o traumi enormi da superare, un accumulo di disagi che appare forse un po’ eccessivo. In questo scenario la narrazione in alcuni passaggi sfiora il gotico e il burattinaio supremo delle macchinazioni, il signor Gaunt, sembra evocare da vicino il Dracula di Bram Stoker per il suo magnetismo diabolico e vampiresco.

La tensione drammatica si sviluppa come un puzzle di tessere piccolissime, dove ogni tassello si incastra poco a poco, componendo un mandala di fili intrecciati che si rivelano del tutto solo alla fine. Le ultime pagine esplodono in un crescendo visivo che richiama il fervore delle crociate religiose, l’ epica omerica e l’inferno dantesco, mettendo in scena una critica spietata all’integralismo e al fanatismo di certe comunità. Le morti e i suicidi si sprecano in un’apoteosi di violenza in cui la sovrabbondanza di armi e la facilità d’accesso che ne deriva, sia a danno di bambini che di adulti, opera come una chiara denuncia della deriva da Far West americana.

​Una sfumatura molto curiosa riguarda il pentimento: a parte i bambini, per i grandi la presa di coscienza arriva sempre e solo in punto di morte, tardiva consapevolezza della propria stupidità e debolezza. Al contrario Brian, il ragazzino da cui parte tutta la vicenda, dimostra un’immediata comprensione del male innescato, assumendo uno schema salvifico per le anime innocenti. Il finale sfocia in atmosfere gothic-fantasy altamente scenografiche, molto cinematografiche e poco propense all’immedesimazione razionale, ma riscattato da un forte senso di immedesimazione col nostro eroe, lo sceriffo Alan Pangborn. È proprio il confronto con lui a chiudere il cerchio di un’opera ipnotica, sorretta da un linguaggio fluido e immediato capace di trasformare le debolezze umane nello specchio di una psicosi collettiva.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Lorenzo Marone: “Manuale pratico di smarrimento” (Feltrinelli, 2026), di Cristi Marcì

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. 

Nessun sentire è immutabile”.

Rainer Maria Rilke

Riscoprire il coraggio di essere sé stessi

L’essere umano sembra diventato l’ingranaggio di una complessa e sofisticata macchina sociale dove la tempestività e l’efficienza rischiano a più riprese di arrugginire quel nucleo primordiale entro cui albergavano sogni, paure e tante genuine incertezze.

La società odierna impone leggi e logiche nocive: futili richieste e sciocche aspettative altro non fanno se non tradire le nostre più autentiche predisposizioni dell’anima. 

Nel suo ultimo lavoro intitolato “Manuale pratico di smarrimento” Lorenzo Marone offre al lettore un ventaglio di parole che restituisce all’essere umano il diritto di essere sé stesso, un breviario che ne legittima con delicatezza l’esistenza.

Non un manuale di autoaiuto, ma l’invito ad aprire le porte alle nostre paure più scomode, alla nostra vulnerabilità, a considerare come una risorsa quello che socialmente viene etichettato come “difettoso”.

Paure che possono assumere il volto antico di un geco, di un volatile, di un serpente prossimo alla muta… 

Lasciarsi abitare dalle “presenze animali”

Come sottolineato dallo psicoanalista junghiano James Hillman a metà del secolo scorso, ciascuno di noi dovrebbe imparare dal regno animale. Dovremmo renderci conto che alcuni comportamenti, che noi umani consideriamo strani o bizzarri e che invece la tartaruga o la libellula eseguono con raffinata e silente saggezza, si coniugano con la logica dell’immenso. Ne “Il codice dell’anima” lo stesso Hillman invitava a valorizzare il lato ombroso e contraddittorio di ciascun essere umano, costituito da un’energia primordiale in grado di rendere autentico ogni gesto quotidiano.

La mancanza di spontaneità e l’inclinazione a censurare la nostra vera natura si è rivelato il motore delle nostre attuali nevrosi che inquinano il nostro modo di stare con gli altri e con noi stessi.

In tal senso, il manuale di Marone ci rivela che possiamo permetterci di cadere senza dovere per forza rialzarci, che possiamo lasciar andare senza che sia necessario trattenere, che è possibile abitare un tempo dove le lancette dell’orologio sono sostituite da quelle del cuore e dei nostri desideri più intimi.

Un volumetto che è antidoto per lenire il male ricevuto da una società che impone convenzioni e aspettative, rendendoci comparse di una commedia in cui indossiamo una maschera scomoda e pericolosa.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Guzel’ Jachina: “Zuleika apre gli occhi” (TEA), di Cristi Marcì

Romanzo d’esordio della scrittrice russa Guzel’ Jachina (Kazan, 1 giugno 1977), “Zuleika apre gli occhi” si svolge nell’Unione Sovietica di Stalin durante la campagna di “dekulakizzazione”, che vide un ampio ricorso ai campi di lavoro forzato tristemente noti come Gulag.

Per il regime, infatti, negli anni trenta del secolo scorso, la classe dei contadini benestanti, i Kulaki appunto, andava eliminata attraverso la deportazione in zone remote della Siberia e la confisca dei beni, per garantire la riuscita del processo di collettivizzazione delle terre e di industrializzazione del Paese.

Il romanzo, che riflette un crocevia di storie e vicende familiari, ha per protagonista la giovane e minuta Zuleika, succube di un marito brutale e di una suocera dispotica e prepotente in un remoto villaggio del Tatarstan.

Nonostante la sua esistenza meschina sia scandita dalle richieste insistenti del marito e dagli obblighi imposti dalla “Vampira”, le sue giornate subiscono un improvviso e radicale cambiamento: attraverso un interminabile viaggio in un treno merci, negli spazi angusti di un vagone, Zuleika si trova costretta a fare i conti con la povertà e la miseria più assolute, a salvaguardare il proprio corpo da sguardi indiscreti e ad alimentare una speranza che ad ogni stazione ferroviaria lascia un vuoto che neanche la più fervida immaginazione sembra in grado di colmare.

Circondata da prigionieri politici, detenuti per reati minori, artisti e intellettuali d’ogni sorta provenienti da Leningrado, la giovane tatara scoprirà piano piano che proprio l’amore verso qualsivoglia forma di espressione culturale sarà l’antidoto contro quel lento e inesorabile declino identitario che il regime inietta a piccole dosi giorno dopo giorno.

Saranno così proprio le passioni e le esperienze di alcuni dei personaggi con cui stringerà solidi legami che col passare del tempo si riveleranno uno dei rimedi principali grazie ai quali salvaguardare un sempre più imprecisato futuro.

Tra questi il professore emerito di ginecologia Wolf Karlovic Leibe dell’Università di Kazan’, il famigerato e malinconico artista Ikonnikov Il’ja Petrovic dalle dita macchiate del colore dei suoi dipinti ricolmi di ricordi e non ultima la spudorata e irriverente Isabella, accompagnata dal marito Konstantin Arnol’dovic, fervente sostenitore della letteratura quale assoluto medicamento contro un diffuso decadimento dell’intelletto. 

Eppure, nonostante le pagine di questa storia si impregnino riga dopo riga di una speranza difficile da estirpare, l’amore rispecchia quel motore antico in grado di lenire quella corruzione dell’anima che nei pressi del villaggio di Semruk in Siberia viene alimentata sotto lo sguardo imperante e beffardo di Zinovij Kuzneck: responsabile agli Incarichi speciali per la GPU (Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie, Direttorato Politico dello Stato).

In concomitanza con la tematica principale fin qui descritta, c’è poi quella della maternità che emerge delicatamente man mano che il viaggio della protagonista si districa tra colpi di scena del tutto inaspettati.

Tra questi la gravidanza improvvisa di un figlio che sarà costretto a crescere in un luogo dove il rispetto per la vita viene inesorabilmente soppiantato dalla fatica e dal sudore dei lavori forzati.

La psicologia della maternità rispecchia uno dei temi centrali del racconto, dove la perdita di più figli alimenta sempre più il desiderio di dare alla luce una nuova vita da proteggere dagli orrori di una propaganda politica sempre più insidiosa.

Quella che viene narrata dunque non è una storia semplice ma, al contrario, un insieme di vicende che, sotto il comune denominatore di una cruda e folle dittatura, tenta a più riprese di annichilire le speranze di chi confida in un possibile lieto fine.

L’aspetto oltremodo interessante, come rilasciato in un’intervista dalla stessa autrice, risiede proprio nel connubio sottile tra i fatti storici realmente accaduti e il tentativo, a volte faticoso, di riuscire a narrare un periodo che, seppur lontano, rischia di manifestarsi nel mondo odierno in modi differenti ma non per questo meno crudeli.

Va detto che la storia di Zuleika prende spunto dalle vicende realmente vissute dalla nonna materna dell’autrice, che durante quei terribili anni ha conosciuto la pena della deportazione nei campi di lavoro.     

Riprendendo quei racconti, l’autrice russa offre uno spaccato storico e politico capace di insinuarsi nelle vite quotidiane e nel modo di pensare della gente dell’epoca, soffocata da un regime che non lasciava spazio ai sogni e alle passioni.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

La scomparsa di Dan Simmons, di Silvia Lanzi

Dan Simmons, pur essendo un gigante della fantascienza, sicuramente non è noto al grande pubblico – o, perlomeno, non era noto a me, anche se sono una lettrice bulimica. 

Premetto che, fino a qualche tempo fa, fantascienza per me era sinonimo di lettura di evasione, piena di improbabili concetti scientifici e avventure intergalattiche. E questo era quanto. 

Leggendo però Simmons, grazie ai consigli di mia moglie, mi sono accorta di essere davanti ad un’opera che va ben al di là dei cliché del genere letterario. Sì, perché queste storie strane ed inverosimili, con il loro approccio a razze aliene, il conseguente cambiamento di prospettiva, il diverso che ci si para improvvisamente davanti, parlano direttamente a noi, alla nostra parte più speculativa, ponendoci fondamentali quesiti esistenziali – come da sempre fa la filosofia. 

Tutte queste cose, insieme a molte altre, le ho trovate ne “I Canti di Hyperion” di Dan Simmons, una quadrilogia ormai quasi quarantenne, e già sviscerata da critici letterari, intellettuali e studiosi.

E allora perché questo articoletto, che si perderà nel mare magnum degli scritti su questo autore? Perché, purtroppo, Dan Simmons, figlio del Midwest americano, classe 1948, ci ha lasciati il 21 febbraio e la notizia mi ha colpito molto. Le considerazioni che seguono, che si riferiscono alla sola quadrilogia di Hyperion, non sono altro che i pensieri sparsi di una lettrice in lutto per la perdita di un grande autore. 

Ciò che mi ha colpito, oltre alle vicende piene di colpi di scena, è l’erudizione che l’autore inserisce nella trama, quasi un fil rouge che attraversa tutta l’opera. Definirla fantascienza mi sembra quasi riduttivo. Si potrebbe parlare di epopea, di un lungo poema in prosa che utilizza i più diversi registri (mi vengono in mente, in ordine sparso, I Racconti di Canterbury, l’Iliade e l’Odissea, Beowulf, Faust e Swift per citarne solo alcuni).

Come Ulisse, i protagonisti incontrano diversi popoli, sono esposti ai pericoli di un viaggio che li porta alla periferia dell’universo; come Beowulf, devono combattere un pericoloso ed ambiguo avversario, lo Shrike; come in Faust è presente un patto diabolico e, come in Swift è presente il dilemma dell’immortalità. 

I Canti sono tutto questo e ancora di più: sono un trattato etnologico, un’occhiata nel futuro (Hyperion è del 1989 e si parla già di AI), un compendio di storia dell’arte e della letteratura, quasi un opera antica, dove ogni storia era una specie di summa dello scibile umano. 

Da cui si stagliano, difficilmente dimenticabili, gli incredibili protagonisti e le loro incredibili avventure. Che iniziano quando un gruppo di personaggi variamente assortiti inizia un viaggio, ognuno con il suo carico di dolore e di speranza e richiama, a ben guardare, la questione del Graal: ognuno cerca il suo personale Re pescatore che possa dare loro sollievo ed esaudire il desiderio che portano nel cuore. Ma questa ricerca, piena di ostacoli enormi e spaventose incognite, ha come scopo anche la salvezza del genere umano, minacciato dal TecnoNucleo e dalla Rete, invenzioni umane che sono diventate entità indipendenti e vedono i loro creatori come un inciampo alla loro piena realizzazione.

Ed ecco che si apre la parte più propriamente filosofica della quadrilogia: cos’è la vita? Ci si può innamorare di una IA ospitata in un corpo di carne e sangue? Che senso ha il tempo quando i viaggi interstellari sono una realtà ed esistono portali che ci proiettano in altri luoghi, nel passato e nel futuro, con la stessa facilità con cui si entra in una stanza? È lecita una guerra che sacrifica milioni di essere umani per salvarne miliardi? Quale può essere lo scopo ultimo dell’esistenza? L’immortalità? E che tipo di immortalità? Forse di silicio? 

Dan Simmons esplora tutti questi quesiti, partendo da solide basi logico-filosofiche – fa riferimento, tra gli altri a Schrodinger e a Teilhard de Chardin e sviluppando teorie che da loro prendono spunto.

In un’epoca come la nostra, dove la laicità e il pensiero libero sono un valore, Simmons ci mette in guardia contro la totale pervasività della religione, dipingendo una Chiesa avida e corrotta che ricorda molto da vicino quella dell’Inquisizione, dove ogni idea minimamente eccentrica rispetto a quelle dominanti ha come conseguenza la morte sociale – e non solo quella.

Ma tra le cupe atmosfere dei Canti, ci sono però pagine di tensione e di bellezza, come quando si parla del senso della vita o durante le iperboliche descrizioni del TecnoNucleo, visionarie e spiazzanti. O come quando Simmons ci porta per mano nella Roma di Keats, nelle stanze vaticane e ad abitare in una delle creazioni di Frank Lloyd Wright…

Queste sono solo alcune delle tante considerazioni che mi vengono in mente pensando ai Canti di Simmons. Spero siano sufficienti a invogliare qualcuno a leggere le opere di questo gigante che purtroppo ci ha lasciato.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Agustina Bazterrica: “Le indegne” (Eris, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Con la sua nuova prova letteraria Augustina Bazterrica si conferma una grande scrittrice. Con il suo nuovo romanzo, l’argentina continua ad esplorare l’animo umano con una profondità ed una finezza incredibili.
“Le indegne”, che ci porta in un mondo post-apocalittico, segue la storia di una giovane donna senza nome affiliata alla Casa della Sacra Sorellanza, una sorta di oasi rispetto al mondo esterno, distrutto da molteplici catastrofi e inquinato da miasmi pestilenziali.
Ma questo rifugio si rivela essere una prigione dove una Madre Superiora comanda con piglio dittatoriale creando paura e sospetto tra le sue sottoposte – una paura strisciante, che si autoalimenta di invidie in un’atmosfera allucinante e allucinata che, a tratti, ricorda la Atwood, Dickens, e il Miller di “Un canto per Leibowitz”, oltre a Golding.
Le sorelle sono messe una contro l’altra in ossequio al detto “divide et impera”: comportamenti gretti, malelingue, piccole vendette e meschinerie sono all’ordine del giorno e aiutano la Superiora e un misterioso Lui, che officia strani rituali al cospetto del suo piccolo gregge, nella chiesa, ormai casa di un altro dio (molto diverso dal “Dio ignobile, il Figlio mendace e la Madre negativa” una volta adorati nell’edificio) a mantenere una disciplina solo in apparenza imperturbabile.
Ed è proprio questo che ci racconta la protagonista: ne lascia nota, infatti, in un diario segreto che spesso si porta addosso come una seconda pelle o nasconde in pertugi segreti: sa bene a quali dolorosissimi castighi si dovrebbe sottomettere se fosse scoperta. Per scrivere fabbrica l’inchiostro, proibitissimo, prezioso e quasi introvabile, con ogni ingrediente possibile: noci di galla, carbone e addirittura sangue – forse per i posteri, forse per nessuno.
E questo suo scritto oscilla tra presente e passato (che pian piano e dolosamente, inizia ad emergere) – tra il santuario e il mondo di fuori. Ed è proprio la scrittura che autorizza la protagonista a riscoprire le sue radici dimenticate e soffocate. 
E sarà poi l’incontro con una ragazza “di fuori” che lei salva da una morte quasi certa e e che sarà cooptata nella sorellanza, a far scoprire alla narratrice l’amore e la passione, l’abnegazione e l’altruismo, fino a rischiare la propria vita per salvare la novizia.
Questa in buona sostanza la trama del romanzo che si pone come un viaggio allucinato, ma allo stesso tempo di un’estrema lucidità, nell’intimo dell’animo umano, con le sue grandezze che a volte sembrano solo tali e piccoli gesti che valgono un’intera vita. 
Raccontare il finale sarebbe inutile e dannoso: meglio godersi pagina dopo pagina questo racconto assolutamente unico, ispirato e scritto con una maestria a cui la Bazterrica aveva attinto anche per “Cadavere squisito” la sua formidabile opera prima.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).