Sergio Antonielli: “Oppure, niente” (Minimum Fax, 2026), di Valeria Jacobacci

“Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima”  

Sergio Antonielli (Roma 1920 – Milano 1982)  

“Oppure, niente” è un classico del Novecento pubblicato nel 1972. Lo ripropone oggi Minimum Fax  a beneficio di un tema che ha caratterizzato il secolo scorso e genera il malessere del nostro, a volte spiegandolo, altre volte contrapponendovisi: noia, perdita di valori, perdita di identità, suicidio.   

Milano, al Motta, in Stazione centrale, per un caffè. Un professionista, un architetto di mezza età, scorge la propria immagine riflessa nello specchio, dietro il bancone del bar, e fa una scoperta: lì c’è suo padre, sì, è  lui, eppure non gli somiglia.  La somiglianza è piuttosto negli oggetti: il cappello, il cappotto, la sciarpa, ma poi nella piega delle labbra, i cui angoli, naturalmente rivolti in su, richiamano un sorriso che non c’è.

Uscito dal caffè, per via Buenos Aires, aleggia una domanda: «Devo andare, dove?». Però, subito dopo: «Mi piace sentirmi in mezzo alla gente». Così l’inutilità si trasforma in piacere, e forse è qui la risposta alla domanda di prima, anche se non basta. Questo flemmatico atteggiamento – l’inutilità che si trasforma in piacere, il vagare senza meta in mezzo alla gente – richiama da vicino una certa atmosfera letteraria del primo Novecento. Non è un caso, allora, se la mente corre a un’altra città, Trieste, e a un altro autore, Italo Svevo, al secolo Aron Hector Schmitz (1861–1928), e a un altro personaggio, Zeno Cosini, protagonista de La coscienza di Zeno, il romanzo che ha forse maggiormente caratterizzato il senso di torpore, l’insopportabile inadeguatezza che affligge Zeno e molti altri, intellettuali e non, del ventesimo secolo.

L’indagine sull’inconscio era partita da Freud, di cui Svevo era amico e del quale traduce “L’interpretazione dei sogni”; d’altro canto, “La coscienza di Zeno” è apprezzata da James Joyce dal quale Svevo apprende l’Inglese alla Berlitz School of Zagabria di Trieste. Da Trieste a Milano e da Svevo ad Antonielli, il romanzo italiano risente ancora l’influenza degli scrittori realisti francesi, della filosofia di Shopenhauer, degli scritti psicanalisti di Freud. 

Antonielli, con “Oppure, niente” descrive il suo personaggio come afflitto da una sorta di nichilismo, un malessere che porta con sé una crisi d’identità. La noluntas si contrappone alla voluntas, un “non volere” che si oppone, a dispetto, alla “volontà di ferro” suggerita dal fascismo, e, probabilmente, nata proprio per opposizione ad esso; in modo altrettanto ipotetico, rinunciataria per mancanza di valori sufficienti a darle forza. Di fatto, Svevo non aderisce al fascismo ma neanche vi si oppone, il suo protagonista non ha idee politiche da difendere o combattere, non ne ha la forza. In Antonielli, invece, il rifiuto di ogni posizione netta – politica, affettiva, esistenziale – appare più radicale: l’architetto non è solo inerte, è strutturalmente incapace di scegliere, come suggerisce già il titolo, “Oppure, niente”.

L’architetto, protagonista di Antonielli, si muove per le strade di una Milano degli anni Sessanta, è un uomo affermato professionalmente, separato dalla moglie, con una figlia adolescente con cui comunica poco, attratto da donne che non si cura di conoscere a fondo e che gli si presentano come attraverso un vetro, senza scalfire il suo animo in profondità. La sua è una solitudine da uomo di successo, ma interiormente svuotato: ogni relazione resta superficiale, ogni possibilità si spegne prima di diventare scelta.

La solitudine lo raggiunge nel salotto di casa, dove chiude le finestre per non essere raggiunto dal rumore del traffico, mentre ascolta Wagner dal grammofono, accavallando le gambe nella medesima posa di suo padre. Un padre morto suicida all’età che ha ora lui, quarantanove anni, che quando lui ne aveva nove ha scoperto nello studio, a terra, fra scrivania e divano, morto, in pigiama.

Ne ricorda il corpo composto nella bara, con gli stivali. Era l’epoca fascista, il padre un famoso archeologo, teneva conferenze importanti; a una di queste aveva presenziato il re, seduto accanto a un cardinale, ovviamente in rosso. Il sovrano, piccoletto, aveva masticato a vuoto per tutto il tempo, il ragazzino che era lui lo aveva osservato aggirarsi fra le piante ornamentali disposte nella sala.

Lo portava a cavallo dietro la sella, il padre, quando si scavava a Cerveteri, ma non gli spiegava quello che stavano facendo: i cimiteri antichi portavano alla luce tombe di guerrieri, sepolti con la lancia, come fu poi sepolto il padre, con un fucile che non aveva mai usato e con indosso una divisa comprata per l’occasione, mai indossata in vita, per uniformarsi al funerale fascista. Un’adesione formale, esteriore, priva di convinzione, in tutto uguale al tipo di adesione che il figlio, da adulto, rifiuta in blocco, preferendo il «niente» a ogni «oppure».

Perché si era ucciso? Era un dissidente? Oppure era semplicemente annoiato? Neanche Zeno aveva un buon rapporto col padre. Per Svevo la nevrosi si cura con la letteratura, e per Antonielli? «Una volta c’erano veramente quelli che si mettevano a scrivere per salvarsi l’anima»… Lo dice il suo personaggio mentre passeggia per via Buenos Aires. In questa frase si condensa la differenza tra i due autori: se in Svevo la scrittura è terapia e autoanalisi, in Antonielli sembra non ci sia proprio più nulla da salvare.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Joseph Roth: “La milleduesima notte” (Adelphi, trad. Ugo Gimmelli), di Loredana Cefalo

Cosa rimane degli esseri umani quando crollano le certezze, le gerarchie e le rassicuranti finzioni di un intero mondo? E quanto quel vuoto morale somiglia alle contraddizioni del nostro presente?

​Se rileggiamo oggi La milleduesima notte di Joseph Roth ne cogliamo una sconcertante profezia: il crepuscolo dell’Impero Asburgico parla direttamente alle democrazie contemporanee, sistemi complessi e formalmente inappuntabili, ma pervasi da inerzia, cinismo diplomatico verso i regimi autoritari e una spietata mercificazione dei più deboli.

​Scritto nel 1939 dall’esilio parigino, mentre l’Europa scivolava nel baratro totalitario, il romanzo risponde a questi interrogativi presentandosi solo in apparenza come una raffinata commedia mitteleuropea dal sapore orientale. Sotto la superficie del racconto si cela una spietata anatomia morale del collasso asburgico, orchestrata come un catalogo dei vizi capitali.

​La trama, incentrata sulla sostituzione della contessa Wurmbrandt con Mizzi Schinagl nel letto dello Scià di Persia in visita a Vienna, è solo un pretesto per mostrare come, nel microcosmo viennese, i peccati siano gli ingranaggi su cui poggia l’intero ordine sociale.

​La bellissima contessa Wurmbrandt, di cui lo Scià si invaghisce al primo sguardo, incarna la superbia aristocratica: è disposta a sacrificare un’altra donna pur di salvare le apparenze di casta.

​Dal canto suo, il barone Taittinger rappresenta la paralisi etica e spirituale di un impero al tramonto; la sua colpa capitale è un’accidia pervasiva e claustrofobica. Chiuso in un individualismo estremo, il barone non ascolta altra voce al di fuori della propria e ignora i bisogni altrui, etichettando tutto e tutti come noiosi. La sua vita è dominata da un’apatia cronica, una vacuità in cui ogni cosa svanisce; incapace di prendere posizione o di provare autentica empatia, Taittinger si lascia scivolare addosso il destino dell’amante e del figlio illegittimo con un’indifferenza disarmante. Solo per un breve istante la sua inerzia si incrina: sopraffatto dallo scandalo e dall’impossibilità di rientrare nei ranghi dell’esercito, manifesta un barlume di compassione, dettato soprattutto dal terrore della solitudine nella morte.

​Accanto a lui, la lussuria capricciosa dello Scià, disabituato a porre freni al desiderio, riduce l’essere umano a pura merce. Una ricerca talmente cieca del piacere carnale da non fargli notare lo scambio: dopo la notte trascorsa con Mizzi, creduta la contessa W. concessagli dal marito, cade in un profondo sconforto, deluso dall’abisso tra la realtà e la grandiosità delle proprie aspettative.

​Sottile, invece, è l’invidia corrosiva dell’eunuco, che osserva con sordo risentimento l’ipocrisia degli occidentali, compiacendosi della loro degradazione.

​A chiudere il cerchio è l’avarizia spietata di Frau Matzner, maîtresse di una nota casa d’appuntamenti dell’alta società viennese, legata al denaro a tal punto da non volersene separare neppure di fronte alla morte.

​Al centro di questa ragnatela spicca Mizzi Schinagl, l’unica figura priva di malizia. La sua colpa tragica è una radicale ingenuità infantile: si fida ciecamente di tutti, firma contratti senza leggerli e subisce passivamente il proprio destino. La sua purezza non è però priva di lacerazioni interiori: schiacciata dall’abiezione della prostituzione in cui è sprofondata, Mizzi va incontro a un corto circuito emotivo. Travolta dall’angoscia e da un dolore insostenibile per la sua immaturità, arriva a picchiare senza motivo e ad abbandonare il figlio, per poi piombare in un pentimento tanto straziante quanto impotente. L’incapacità cronica di difendersi ne fa la preda ideale di una società corrotta, trascinandola fino alla rovina giudiziaria e al carcere.

​La grandezza dell’opera risiede nella maestria con cui Roth governa stile, ritmo e registri narrativi. Il romanzo si apre con l’andamento brillante, leggero e quasi musicale di un’operetta viennese, sostenuto da un’ironia sottile e da periodi armoniosi. Con il procedere degli eventi, tuttavia, il testo muta progressivamente: il tono scivola dalla satira di costume al dramma sociale, fino a farsi tragedia. Anche il ritmo asseconda questa metamorfosi, accelerando nella spirale caotica di truffe, debiti e processi, per poi rallentare e quasi congelarsi in una marcia funebre, segnata dall’angoscia per il declino senile e la morte.

​Questa parabola si apre e si chiude con una meditazione sulla natura umana e sulla sua fragilità di fronte alla storia. Roth incornicia la narrazione interrogandosi su cosa resti degli individui quando l’impero, le corti e le certezze borghesi si sgretolano: creature fragili e incostanti, incapaci di governare i propri impulsi o di resistere al corso degli eventi, ridotte a marionette manovrate da forze superiori. All’inizio le loro esistenze brillano di un fasto vano; alla fine si dissolvono, svuotate di ogni sostanza, lasciando dietro di sé soltanto macerie morali.

​L’epilogo di Mizzi rappresenta il vertice di questo pessimismo, una salvezza a metà. Sopravvissuta al carcere e alla rovina economica, è condannata a farsi parodia di sé stessa: un’attrazione da baraccone che esibisce ai curiosi la memoria del suo antico scandalo con lo Scià. Per non morire fuori, è costretta a morire dentro, ridotta alla cartolina imbalsamata di un passato irrecuperabile.

​Nell’intera produzione di Roth, La milleduesima notte si colloca come l’ultimo, amaro testamento narrativo insieme a La leggenda del santo bevitore. Pubblicato dalla casa editrice d’esilio De Gemeenschap a ridosso della morte dell’autore e dello scoppio della Seconda guerra mondiale, il libro non conobbe all’epoca la risonanza dei capolavori precedenti, quali La marcia di Radetzky o Giobbe. Soltanto a partire dagli anni Settanta, grazie a un’ampia riscoperta critica internazionale, l’opera ha ottenuto il dovuto riconoscimento, imponendosi come uno dei vertici più complessi della prosa rothiana.

​Roth firma così una favola amara sul crollo dell’Austria-Ungheria e della società che la componeva, in cui l’innocenza disarmata e la stessa essenza umana vengono divorate dall’ipocrisia del potere e dal cinismo del denaro.

​Cosa resta, dunque, dell’uomo una volta spogliato di ogni certezza istituzionale? Resta una fragilità senza tempo, agghindata con una preziosa collana di perle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Adriana Parrella: “Dal punto in cui il sentiero scompare” (Baldini e Castoldi), di Adriana Mastropasqua

Quando il viaggio umanitario diventa ricerca di sé

Mi piace affidarmi alle letture che ispirano fiducia. Perdonerete il gioco di parole ma è proprio la fiducia il primo sentimento che questo libro mi ha trasmesso: la fiducia nella capacità di una buona penna, come quella dell’autrice, di accompagnare, confortare e offrire uno sguardo nuovo sul mondo. Ci sono libri che raccontano un luogo e altri che raccontano uno stato dell’anima. Dal punto in cui il sentiero scompare di Adriana Parrella, pubblicato da Baldini+Castoldi nella collana I Lemuri, sembra appartenere a questa seconda categoria. La quarta di copertina potrebbe far pensare a un memoir di viaggio, a una testimonianza dal fronte delle emergenze internazionali. In realtà il Congo rappresenta soprattutto uno spazio interiore, il luogo in cui la protagonista Amaranta è costretta a ridefinire il proprio rapporto con il dolore, la perdita e con il significato stesso della cura. 

Il romanzo evita la retorica dell’eroismo umanitario. Le pagine dedicate alla missione mostrano una quotidianità fatta di organizzazione, responsabilità e problemi concreti: dalla gestione del personale alla prevenzione della malaria, fino alle tensioni di un territorio attraversato dalla violenza. Lo stile della Parrella è sobrio ma attraversato da un forte spirito lirico. La prosa alterna l’osservazione concreta alla riflessione filosofica senza risultare artificiosa. Emblematico, in questo senso, è il paesaggio in cui la natura africana diventa occasione per meditare sulla propria finitezza. Il paesaggio non è semplice sfondo, ma interlocutore silenzioso che ridimensiona l’essere umano e lo riconduce a una dimensione universale.

“I primi giorni di missione passarono, come al solito, con un’intensità estrema in cui ci fu posto per pochissimo altro al di fuori delle cose da imparare e da capire…”

Particolarmente riuscita è anche l’attenzione verso i dettagli apparentemente marginali. Un album da disegno inviato dalla Francia, una bottiglia piena di arachidi, il ricordo di un capretto destinato al sacrificio. Sono oggetti quotidiani che raccontano molto più delle grandi dichiarazioni perché diventano punti di contatto fra culture differenti interrogando continuamente il lettore sul significato della cura, della memoria e del privilegio.

“Nel frattempo, però, intorno a me la vita fermentava in ogni dove, straripando da ogni lato della strada così che non si riuscisse a vedere al di là del prossimo tornante.”

La scrittura evita giudizi semplicistici. Quando affronta temi delicati come il rapporto con gli animali, le dinamiche del colonialismo economico o le contraddizioni della cooperazione internazionale, l’autrice preferisce il dubbio alla sentenza. È una scelta narrativa convincente, perché restituisce la complessità morale di chi vive realmente questi contesti senza pretendere di possedere risposte definitive. Anche la costruzione di Amaranta appare coerente con questa impostazione. La protagonista non percorre un cammino di redenzione lineare; piuttosto, attraversa un processo di progressiva esposizione al mondo, nel quale la fragilità non viene superata ma accettata come parte integrante dell’identità. È un libro che sembra rifiutare sia l’esotismo sia il pietismo, scegliendo invece una dimensione profondamente umana, nella quale il viaggio geografico coincide con quello etico ed esistenziale.

Più che un reportage romanzato, l’opera si presenta come una riflessione sul significato dell’essere presenti nel mondo. E forse il “sentiero” evocato dal titolo non scompare davvero: semplicemente, arriva a un punto in cui non può più essere tracciato sulle mappe, ma soltanto percorso interiormente.

Adriana Mastropasqua*

Adriana Mastropasqua: appassionata di scrittura e storie. Sono una fervida lettrice e mi piace immergermi in mondi sempre nuovi alla ricerca costante della verità. Ho pubblicato due libri: una raccolta di poesie, Sinestesia in divenire (La valle del tempo, 2026) e un romanzo, Keira la prediletta (Marlin, 2026).

Stephen King: “Cose preziose” (Sperling & Kupfer, trad. Tullio Dobner), di Loredana Cefalo

Che cosa crea la dipendenza? È questo l’interrogativo da cui conviene partire per esplorare la fitta ragnatela di “Cose Preziose” (Needful Things), il romanzo che lo scrittore statunitense Stephen King pubblicò nel 1991 per chiudere idealmente la celebre saga ambientata nella fittizia cittadina di Castle Rock, nel Maine.

​Nato a Portland nel 1947 e affermatosi come uno degli autori più prolifici e influenti della narrativa contemporanea, King ha costruito la propria carriera indagando le ossessioni e le fragilità dell’animo umano attraverso una miscela inconfondibile di horror e affresco sociale.

“Cose preziose” affronta proprio il tema della dipendenza da sostanze e da desideri equivoci, un nucleo che affonda le sue radici nella vita stessa dell’autore: per gran parte degli anni Settanta e Ottanta, King condusse infatti una lunga e riservata battaglia contro l’alcolismo e la grave dipendenza da cocaina e farmaci. Racconterà in seguito nel memoir “On Writing” di aver scritto interi libri, tra cui “Cujo”, senza ricordarne quasi nulla e di essere stato spinto alla riabilitazione dall’intervento decisivo della moglie Tabitha e della famiglia. Proprio “Cose Preziose” rappresenta il primo romanzo completato da King da uomo finalmente sobrio.

Nel panorama attuale, segnato quotidianamente da nuove forme di dipendenza e di alienazione — dai social network alle challenge autolesioniste tra i giovanissimi, fino ai robot da compagnia per anziani soli — l’opera dello scrittore assume quasi i contorni di una lucida profezia. Il libro si configura infatti come un vero e proprio manifesto sulle dipendenze e sulle debolezze della volontà, oltre che come una fortissima critica sociale.

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La trama ruota attorno all’apertura del negozio curioso e misterioso, Cose preziose, gestito da Leland Gaunt, il cui motto non dichiarato risuona nel sinistro monito CAVEAT EMPTOR (“stia attento il compratore”), che solo alla fine rivela la reale natura degli scambi commerciali che vi hanno luogo.

​Il racconto pone una questione cruciale che attraversa ogni pagina del testo: “qual è l’unica cosa al mondo, quell’unica cosa inutile e senza valore, che diventa immensamente preziosa solo per il desiderio incontenibile che hai di possederla?”.

​Attorno a questo vuoto vorace, il proprietario del negozio convince gli abitanti a barattare azioni apparentemente insignificanti pur di tenersi l’oggetto dei desideri, spiegando loro che Cose preziose è “il posto di tutta la gente del mondo, perché a tutti piace un buon affare. A tutti piace avere qualcosa per niente… anche quando costa tutto”. ​

Lo stile narrativo di King trova qui uno dei suoi esempi più riusciti: la scrittura è accessibile e il tono si mantiene colloquiale, specchio di personaggi che parlano il linguaggio della provincia profonda americana. Pur essendoci molti protagonisti in un ampio affresco corale, chi legge non dimentica le loro caratteristiche psicologiche, poiché la maestria dell’autore sta nel mescolare il surreale con un ritmo costante e avvolgente. Nonostante alcuni passaggi possano apparire prolissi, una mole imponente sembri appesantirne la struttura e le tante digressioni nel passato rischino di confondere fra presente e ricordi, va riconosciuto che le soluzioni adottate da King aiutano immensamente a costruire le varie personalità nella loro tridimensionalità.

​L’ambientazione della cittadina è magistrale: chiuso il volume, si continua a sognarla di notte, immersi nella sua quiete fittizia. Bisogna tuttavia riscontrare una scarsa verosimiglianza di fondo: in un paese così piccolo come Castle Rock sembra quasi ci siano solo persone con deviazioni, turbe psichiche, malattie attuali o traumi enormi da superare, un accumulo di disagi che appare forse un po’ eccessivo. In questo scenario la narrazione in alcuni passaggi sfiora il gotico e il burattinaio supremo delle macchinazioni, il signor Gaunt, sembra evocare da vicino il Dracula di Bram Stoker per il suo magnetismo diabolico e vampiresco.

La tensione drammatica si sviluppa come un puzzle di tessere piccolissime, dove ogni tassello si incastra poco a poco, componendo un mandala di fili intrecciati che si rivelano del tutto solo alla fine. Le ultime pagine esplodono in un crescendo visivo che richiama il fervore delle crociate religiose, l’ epica omerica e l’inferno dantesco, mettendo in scena una critica spietata all’integralismo e al fanatismo di certe comunità. Le morti e i suicidi si sprecano in un’apoteosi di violenza in cui la sovrabbondanza di armi e la facilità d’accesso che ne deriva, sia a danno di bambini che di adulti, opera come una chiara denuncia della deriva da Far West americana.

​Una sfumatura molto curiosa riguarda il pentimento: a parte i bambini, per i grandi la presa di coscienza arriva sempre e solo in punto di morte, tardiva consapevolezza della propria stupidità e debolezza. Al contrario Brian, il ragazzino da cui parte tutta la vicenda, dimostra un’immediata comprensione del male innescato, assumendo uno schema salvifico per le anime innocenti. Il finale sfocia in atmosfere gothic-fantasy altamente scenografiche, molto cinematografiche e poco propense all’immedesimazione razionale, ma riscattato da un forte senso di immedesimazione col nostro eroe, lo sceriffo Alan Pangborn. È proprio il confronto con lui a chiudere il cerchio di un’opera ipnotica, sorretta da un linguaggio fluido e immediato capace di trasformare le debolezze umane nello specchio di una psicosi collettiva.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Lorenzo Marone: “Manuale pratico di smarrimento” (Feltrinelli, 2026), di Cristi Marcì

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. 

Nessun sentire è immutabile”.

Rainer Maria Rilke

Riscoprire il coraggio di essere sé stessi

L’essere umano sembra diventato l’ingranaggio di una complessa e sofisticata macchina sociale dove la tempestività e l’efficienza rischiano a più riprese di arrugginire quel nucleo primordiale entro cui albergavano sogni, paure e tante genuine incertezze.

La società odierna impone leggi e logiche nocive: futili richieste e sciocche aspettative altro non fanno se non tradire le nostre più autentiche predisposizioni dell’anima. 

Nel suo ultimo lavoro intitolato “Manuale pratico di smarrimento” Lorenzo Marone offre al lettore un ventaglio di parole che restituisce all’essere umano il diritto di essere sé stesso, un breviario che ne legittima con delicatezza l’esistenza.

Non un manuale di autoaiuto, ma l’invito ad aprire le porte alle nostre paure più scomode, alla nostra vulnerabilità, a considerare come una risorsa quello che socialmente viene etichettato come “difettoso”.

Paure che possono assumere il volto antico di un geco, di un volatile, di un serpente prossimo alla muta… 

Lasciarsi abitare dalle “presenze animali”

Come sottolineato dallo psicoanalista junghiano James Hillman a metà del secolo scorso, ciascuno di noi dovrebbe imparare dal regno animale. Dovremmo renderci conto che alcuni comportamenti, che noi umani consideriamo strani o bizzarri e che invece la tartaruga o la libellula eseguono con raffinata e silente saggezza, si coniugano con la logica dell’immenso. Ne “Il codice dell’anima” lo stesso Hillman invitava a valorizzare il lato ombroso e contraddittorio di ciascun essere umano, costituito da un’energia primordiale in grado di rendere autentico ogni gesto quotidiano.

La mancanza di spontaneità e l’inclinazione a censurare la nostra vera natura si è rivelato il motore delle nostre attuali nevrosi che inquinano il nostro modo di stare con gli altri e con noi stessi.

In tal senso, il manuale di Marone ci rivela che possiamo permetterci di cadere senza dovere per forza rialzarci, che possiamo lasciar andare senza che sia necessario trattenere, che è possibile abitare un tempo dove le lancette dell’orologio sono sostituite da quelle del cuore e dei nostri desideri più intimi.

Un volumetto che è antidoto per lenire il male ricevuto da una società che impone convenzioni e aspettative, rendendoci comparse di una commedia in cui indossiamo una maschera scomoda e pericolosa.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»