Lorenzo Marone: “Manuale pratico di smarrimento” (Feltrinelli, 2026), di Cristi Marcì

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. 

Nessun sentire è immutabile”.

Rainer Maria Rilke

Riscoprire il coraggio di essere sé stessi

L’essere umano sembra diventato l’ingranaggio di una complessa e sofisticata macchina sociale dove la tempestività e l’efficienza rischiano a più riprese di arrugginire quel nucleo primordiale entro cui albergavano sogni, paure e tante genuine incertezze.

La società odierna impone leggi e logiche nocive: futili richieste e sciocche aspettative altro non fanno se non tradire le nostre più autentiche predisposizioni dell’anima. 

Nel suo ultimo lavoro intitolato “Manuale pratico di smarrimento” Lorenzo Marone offre al lettore un ventaglio di parole che restituisce all’essere umano il diritto di essere sé stesso, un breviario che ne legittima con delicatezza l’esistenza.

Non un manuale di autoaiuto, ma l’invito ad aprire le porte alle nostre paure più scomode, alla nostra vulnerabilità, a considerare come una risorsa quello che socialmente viene etichettato come “difettoso”.

Paure che possono assumere il volto antico di un geco, di un volatile, di un serpente prossimo alla muta… 

Lasciarsi abitare dalle “presenze animali”

Come sottolineato dallo psicoanalista junghiano James Hillman a metà del secolo scorso, ciascuno di noi dovrebbe imparare dal regno animale. Dovremmo renderci conto che alcuni comportamenti, che noi umani consideriamo strani o bizzarri e che invece la tartaruga o la libellula eseguono con raffinata e silente saggezza, si coniugano con la logica dell’immenso. Ne “Il codice dell’anima” lo stesso Hillman invitava a valorizzare il lato ombroso e contraddittorio di ciascun essere umano, costituito da un’energia primordiale in grado di rendere autentico ogni gesto quotidiano.

La mancanza di spontaneità e l’inclinazione a censurare la nostra vera natura si è rivelato il motore delle nostre attuali nevrosi che inquinano il nostro modo di stare con gli altri e con noi stessi.

In tal senso, il manuale di Marone ci rivela che possiamo permetterci di cadere senza dovere per forza rialzarci, che possiamo lasciar andare senza che sia necessario trattenere, che è possibile abitare un tempo dove le lancette dell’orologio sono sostituite da quelle del cuore e dei nostri desideri più intimi.

Un volumetto che è antidoto per lenire il male ricevuto da una società che impone convenzioni e aspettative, rendendoci comparse di una commedia in cui indossiamo una maschera scomoda e pericolosa.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Guzel’ Jachina: “Zuleika apre gli occhi” (TEA), di Cristi Marcì

Romanzo d’esordio della scrittrice russa Guzel’ Jachina (Kazan, 1 giugno 1977), “Zuleika apre gli occhi” si svolge nell’Unione Sovietica di Stalin durante la campagna di “dekulakizzazione”, che vide un ampio ricorso ai campi di lavoro forzato tristemente noti come Gulag.

Per il regime, infatti, negli anni trenta del secolo scorso, la classe dei contadini benestanti, i Kulaki appunto, andava eliminata attraverso la deportazione in zone remote della Siberia e la confisca dei beni, per garantire la riuscita del processo di collettivizzazione delle terre e di industrializzazione del Paese.

Il romanzo, che riflette un crocevia di storie e vicende familiari, ha per protagonista la giovane e minuta Zuleika, succube di un marito brutale e di una suocera dispotica e prepotente in un remoto villaggio del Tatarstan.

Nonostante la sua esistenza meschina sia scandita dalle richieste insistenti del marito e dagli obblighi imposti dalla “Vampira”, le sue giornate subiscono un improvviso e radicale cambiamento: attraverso un interminabile viaggio in un treno merci, negli spazi angusti di un vagone, Zuleika si trova costretta a fare i conti con la povertà e la miseria più assolute, a salvaguardare il proprio corpo da sguardi indiscreti e ad alimentare una speranza che ad ogni stazione ferroviaria lascia un vuoto che neanche la più fervida immaginazione sembra in grado di colmare.

Circondata da prigionieri politici, detenuti per reati minori, artisti e intellettuali d’ogni sorta provenienti da Leningrado, la giovane tatara scoprirà piano piano che proprio l’amore verso qualsivoglia forma di espressione culturale sarà l’antidoto contro quel lento e inesorabile declino identitario che il regime inietta a piccole dosi giorno dopo giorno.

Saranno così proprio le passioni e le esperienze di alcuni dei personaggi con cui stringerà solidi legami che col passare del tempo si riveleranno uno dei rimedi principali grazie ai quali salvaguardare un sempre più imprecisato futuro.

Tra questi il professore emerito di ginecologia Wolf Karlovic Leibe dell’Università di Kazan’, il famigerato e malinconico artista Ikonnikov Il’ja Petrovic dalle dita macchiate del colore dei suoi dipinti ricolmi di ricordi e non ultima la spudorata e irriverente Isabella, accompagnata dal marito Konstantin Arnol’dovic, fervente sostenitore della letteratura quale assoluto medicamento contro un diffuso decadimento dell’intelletto. 

Eppure, nonostante le pagine di questa storia si impregnino riga dopo riga di una speranza difficile da estirpare, l’amore rispecchia quel motore antico in grado di lenire quella corruzione dell’anima che nei pressi del villaggio di Semruk in Siberia viene alimentata sotto lo sguardo imperante e beffardo di Zinovij Kuzneck: responsabile agli Incarichi speciali per la GPU (Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie, Direttorato Politico dello Stato).

In concomitanza con la tematica principale fin qui descritta, c’è poi quella della maternità che emerge delicatamente man mano che il viaggio della protagonista si districa tra colpi di scena del tutto inaspettati.

Tra questi la gravidanza improvvisa di un figlio che sarà costretto a crescere in un luogo dove il rispetto per la vita viene inesorabilmente soppiantato dalla fatica e dal sudore dei lavori forzati.

La psicologia della maternità rispecchia uno dei temi centrali del racconto, dove la perdita di più figli alimenta sempre più il desiderio di dare alla luce una nuova vita da proteggere dagli orrori di una propaganda politica sempre più insidiosa.

Quella che viene narrata dunque non è una storia semplice ma, al contrario, un insieme di vicende che, sotto il comune denominatore di una cruda e folle dittatura, tenta a più riprese di annichilire le speranze di chi confida in un possibile lieto fine.

L’aspetto oltremodo interessante, come rilasciato in un’intervista dalla stessa autrice, risiede proprio nel connubio sottile tra i fatti storici realmente accaduti e il tentativo, a volte faticoso, di riuscire a narrare un periodo che, seppur lontano, rischia di manifestarsi nel mondo odierno in modi differenti ma non per questo meno crudeli.

Va detto che la storia di Zuleika prende spunto dalle vicende realmente vissute dalla nonna materna dell’autrice, che durante quei terribili anni ha conosciuto la pena della deportazione nei campi di lavoro.     

Riprendendo quei racconti, l’autrice russa offre uno spaccato storico e politico capace di insinuarsi nelle vite quotidiane e nel modo di pensare della gente dell’epoca, soffocata da un regime che non lasciava spazio ai sogni e alle passioni.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

La scomparsa di Dan Simmons, di Silvia Lanzi

Dan Simmons, pur essendo un gigante della fantascienza, sicuramente non è noto al grande pubblico – o, perlomeno, non era noto a me, anche se sono una lettrice bulimica. 

Premetto che, fino a qualche tempo fa, fantascienza per me era sinonimo di lettura di evasione, piena di improbabili concetti scientifici e avventure intergalattiche. E questo era quanto. 

Leggendo però Simmons, grazie ai consigli di mia moglie, mi sono accorta di essere davanti ad un’opera che va ben al di là dei cliché del genere letterario. Sì, perché queste storie strane ed inverosimili, con il loro approccio a razze aliene, il conseguente cambiamento di prospettiva, il diverso che ci si para improvvisamente davanti, parlano direttamente a noi, alla nostra parte più speculativa, ponendoci fondamentali quesiti esistenziali – come da sempre fa la filosofia. 

Tutte queste cose, insieme a molte altre, le ho trovate ne “I Canti di Hyperion” di Dan Simmons, una quadrilogia ormai quasi quarantenne, e già sviscerata da critici letterari, intellettuali e studiosi.

E allora perché questo articoletto, che si perderà nel mare magnum degli scritti su questo autore? Perché, purtroppo, Dan Simmons, figlio del Midwest americano, classe 1948, ci ha lasciati il 21 febbraio e la notizia mi ha colpito molto. Le considerazioni che seguono, che si riferiscono alla sola quadrilogia di Hyperion, non sono altro che i pensieri sparsi di una lettrice in lutto per la perdita di un grande autore. 

Ciò che mi ha colpito, oltre alle vicende piene di colpi di scena, è l’erudizione che l’autore inserisce nella trama, quasi un fil rouge che attraversa tutta l’opera. Definirla fantascienza mi sembra quasi riduttivo. Si potrebbe parlare di epopea, di un lungo poema in prosa che utilizza i più diversi registri (mi vengono in mente, in ordine sparso, I Racconti di Canterbury, l’Iliade e l’Odissea, Beowulf, Faust e Swift per citarne solo alcuni).

Come Ulisse, i protagonisti incontrano diversi popoli, sono esposti ai pericoli di un viaggio che li porta alla periferia dell’universo; come Beowulf, devono combattere un pericoloso ed ambiguo avversario, lo Shrike; come in Faust è presente un patto diabolico e, come in Swift è presente il dilemma dell’immortalità. 

I Canti sono tutto questo e ancora di più: sono un trattato etnologico, un’occhiata nel futuro (Hyperion è del 1989 e si parla già di AI), un compendio di storia dell’arte e della letteratura, quasi un opera antica, dove ogni storia era una specie di summa dello scibile umano. 

Da cui si stagliano, difficilmente dimenticabili, gli incredibili protagonisti e le loro incredibili avventure. Che iniziano quando un gruppo di personaggi variamente assortiti inizia un viaggio, ognuno con il suo carico di dolore e di speranza e richiama, a ben guardare, la questione del Graal: ognuno cerca il suo personale Re pescatore che possa dare loro sollievo ed esaudire il desiderio che portano nel cuore. Ma questa ricerca, piena di ostacoli enormi e spaventose incognite, ha come scopo anche la salvezza del genere umano, minacciato dal TecnoNucleo e dalla Rete, invenzioni umane che sono diventate entità indipendenti e vedono i loro creatori come un inciampo alla loro piena realizzazione.

Ed ecco che si apre la parte più propriamente filosofica della quadrilogia: cos’è la vita? Ci si può innamorare di una IA ospitata in un corpo di carne e sangue? Che senso ha il tempo quando i viaggi interstellari sono una realtà ed esistono portali che ci proiettano in altri luoghi, nel passato e nel futuro, con la stessa facilità con cui si entra in una stanza? È lecita una guerra che sacrifica milioni di essere umani per salvarne miliardi? Quale può essere lo scopo ultimo dell’esistenza? L’immortalità? E che tipo di immortalità? Forse di silicio? 

Dan Simmons esplora tutti questi quesiti, partendo da solide basi logico-filosofiche – fa riferimento, tra gli altri a Schrodinger e a Teilhard de Chardin e sviluppando teorie che da loro prendono spunto.

In un’epoca come la nostra, dove la laicità e il pensiero libero sono un valore, Simmons ci mette in guardia contro la totale pervasività della religione, dipingendo una Chiesa avida e corrotta che ricorda molto da vicino quella dell’Inquisizione, dove ogni idea minimamente eccentrica rispetto a quelle dominanti ha come conseguenza la morte sociale – e non solo quella.

Ma tra le cupe atmosfere dei Canti, ci sono però pagine di tensione e di bellezza, come quando si parla del senso della vita o durante le iperboliche descrizioni del TecnoNucleo, visionarie e spiazzanti. O come quando Simmons ci porta per mano nella Roma di Keats, nelle stanze vaticane e ad abitare in una delle creazioni di Frank Lloyd Wright…

Queste sono solo alcune delle tante considerazioni che mi vengono in mente pensando ai Canti di Simmons. Spero siano sufficienti a invogliare qualcuno a leggere le opere di questo gigante che purtroppo ci ha lasciato.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Agustina Bazterrica: “Le indegne” (Eris, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Con la sua nuova prova letteraria Augustina Bazterrica si conferma una grande scrittrice. Con il suo nuovo romanzo, l’argentina continua ad esplorare l’animo umano con una profondità ed una finezza incredibili.
“Le indegne”, che ci porta in un mondo post-apocalittico, segue la storia di una giovane donna senza nome affiliata alla Casa della Sacra Sorellanza, una sorta di oasi rispetto al mondo esterno, distrutto da molteplici catastrofi e inquinato da miasmi pestilenziali.
Ma questo rifugio si rivela essere una prigione dove una Madre Superiora comanda con piglio dittatoriale creando paura e sospetto tra le sue sottoposte – una paura strisciante, che si autoalimenta di invidie in un’atmosfera allucinante e allucinata che, a tratti, ricorda la Atwood, Dickens, e il Miller di “Un canto per Leibowitz”, oltre a Golding.
Le sorelle sono messe una contro l’altra in ossequio al detto “divide et impera”: comportamenti gretti, malelingue, piccole vendette e meschinerie sono all’ordine del giorno e aiutano la Superiora e un misterioso Lui, che officia strani rituali al cospetto del suo piccolo gregge, nella chiesa, ormai casa di un altro dio (molto diverso dal “Dio ignobile, il Figlio mendace e la Madre negativa” una volta adorati nell’edificio) a mantenere una disciplina solo in apparenza imperturbabile.
Ed è proprio questo che ci racconta la protagonista: ne lascia nota, infatti, in un diario segreto che spesso si porta addosso come una seconda pelle o nasconde in pertugi segreti: sa bene a quali dolorosissimi castighi si dovrebbe sottomettere se fosse scoperta. Per scrivere fabbrica l’inchiostro, proibitissimo, prezioso e quasi introvabile, con ogni ingrediente possibile: noci di galla, carbone e addirittura sangue – forse per i posteri, forse per nessuno.
E questo suo scritto oscilla tra presente e passato (che pian piano e dolosamente, inizia ad emergere) – tra il santuario e il mondo di fuori. Ed è proprio la scrittura che autorizza la protagonista a riscoprire le sue radici dimenticate e soffocate. 
E sarà poi l’incontro con una ragazza “di fuori” che lei salva da una morte quasi certa e e che sarà cooptata nella sorellanza, a far scoprire alla narratrice l’amore e la passione, l’abnegazione e l’altruismo, fino a rischiare la propria vita per salvare la novizia.
Questa in buona sostanza la trama del romanzo che si pone come un viaggio allucinato, ma allo stesso tempo di un’estrema lucidità, nell’intimo dell’animo umano, con le sue grandezze che a volte sembrano solo tali e piccoli gesti che valgono un’intera vita. 
Raccontare il finale sarebbe inutile e dannoso: meglio godersi pagina dopo pagina questo racconto assolutamente unico, ispirato e scritto con una maestria a cui la Bazterrica aveva attinto anche per “Cadavere squisito” la sua formidabile opera prima.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Uketsu: “Strani disegni” (Einaudi, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Pezzi di un puzzle apparentemente impossibilitati a formare un tutto unico; storie a tutta prima slegate tra loro, quasi si svolgessero su piani paralleli, destinate a non incrociarsi mai; indizi sparsi che, anziché contribuire a risolvere il mistero, non fanno altro che infittirlo e un lettore dapprima frastornato dalle varie vicende e poi intrigato, man mano che tutto sembra acquistare significato – ma quanti significati ci sono? Quanti modi per diradare la nebbia che avvolge il racconto (i racconti) ma che, inesorabile, si infittisce fino all’agnizione finale?
Questo e molto altro è “Strani disegni” – un best seller dell’anno appena trascorso: un fenomeno editoriale che, solamente nel Giappone, ha venduto più di un milione e mezzo di copie.
Anche l’autore è un mistero: uno youtuber con una maschera bianca perennemente calata sul viso (che ricorda il Kaonashi di Hayao Miyazaki), un distorsore di voce per non farsi riconoscere e un nome che in italiano suona come “buco” e “pioggia”, parole che evocano una mancanza profonda e una malinconia, direi, esistenziale.


Per quanto riguarda il romanzo, si tratta di un libro formato da un breve prologo e quattro capitoli, ciascuno incentrato sulle vicende di  protagonisti differenti, talmente intricate e apparentemente slegate tra loro che ci si chiede che senso abbiano. A collegare il tutto sono, appunto, diversi disegni che raccontano, ma nello stesso tempo, occultano vicende anomale, inquietanti e drammatiche, intorno a cui il protagonista indaga fino alla scoperta finale, e di cui ci fa seguire tutte scoperte, le battute d’arresto, i vicoli ciechi in cui si arenano le sue ricerche e i suoi progressi.
Ad attorniarlo e a vivere queste segmentate e iperboliche vicende, altri personaggi dall’interiorità complessa e talvolta ferita in modo quasi irreparabile, splendidi comprimari che l’anonimo autore ha disegnato, è proprio il caso di dirlo, in maniera superba.
Una lettura incredibile, coinvolgente e frustrante, magistralmente condotta. Una delle storie più enigmatiche e angoscianti che abbia mai avuto tra le mani – e credetemi, vi parlo da book addicted.
Incredibile.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).