In “Il calciobalilla non ha futuro“, Dino Montanino racconta due vite, “due solitudini”, che scorrono in parallelo: quella di Lorenza in un paesino della Sicilia, e quella di Paolo tra un piccolo centro della Campania e Napoli. Scopriremo nell’intervista che la storia narrata è quella dei suoi genitori, attraversati e travolti dalle vicende del Novecento, che il destino farà incontrare casualmente proprio grazie a un “biliardino”. Un libro delicato, piacevole, le cui pagine restituiscono un’Italia che non c’è più e che vale la pena ricordare. Abbiamo incontrato Montanino in un bar del lungomare di Reggio Calabria e ne è venuta fuori una chiacchierata che ci auguriamo possa stimolare la vostra curiosità.

Dino Montanino, napoletano, classe 57, liceo classico, laureato in Lettere moderne, tanti anni d’insegnamento, pregresse esperienze teatrali, una vita tra i libri per studio, per lavoro e per passione. Come succede che in piena maturità hai sentito l’esigenza di scrivere il tuo primo romanzo?
L’idea è nata una decina di anni fa. Più volte, in passato, avevo pensato di scrivere un romanzo. Ho almeno una decina di quaderni pieni di appunti, di idee, di possibili storie da raccontare. Ma nessuno di quei progetti si è mai realizzato. Forse perché nessuna di quelle storie mi sembrava davvero interessante. Chiacchierando con le mie sorelle, mi resi conto che molte vicende della nostra famiglia erano ricchissime di spunti narrativi. Perché non raccontare la storia dei nostri genitori che nascono negli anni venti e attraversano una stagione importante di storia italiana? Ho capito che quella era l’idea giusta ma, nonostante l’improvvisa illuminazione, c’è voluto un bel po’ di tempo per metterla a fuoco e realizzarla e solo cinque anni fa la struttura narrativa ha trovato una forma convincente: due vite parallele, due solitudini, raccontate a capitoli alterni e ambientate in luoghi diversi. Quella di mia madre in Sicilia tra Politi, nome inventato, e Palermo; quella di mio padre tra Laureto Campania, anche questo nome inventato, e Napoli. Due solitudini destinate ad incontrarsi per caso, tutti gli incontri importanti avvengono per caso. E con il loro incontro termina il romanzo.
“Il calciobalilla” è quindi una saga familiare tra la Sicilia e la Campania fortemente autobiografica: qual è lo spazio che hai dato alla fiction? Intendo dire, quanto c’è di realmente accaduto e quanto hai dovuto giocoforza inventare?
Per scrivere il romanzo ho attinto alle fonti che avevo a disposizione. Prima di tutto una fonte scritta. Mio padre, all’età di novantadue anni, ha redatto una disorganica ma preziosa autobiografia e tanti episodi presenti nel romanzo riprendono le note paterne. Mia madre, al contrario, è scomparsa all’età di sessantacinque anni e non ha lasciato nulla di scritto. Di conseguenza, per quanto riguarda la sua storia, ho attinto alla mole disordinata di racconti che ci ha lasciato e che, con l’aiuto delle mie sorelle, ho cercato di riportare alla memoria. Ma, in verità, anche per quanto riguarda mio padre, i ricordi di famiglia sono stati uno spunto prezioso. Naturalmente molti episodi e molti personaggi presenti nel romanzo sono frutto della mia immaginazione. Con l’immaginazione ho colmato il vuoto, ho riempito tutti gli spazi che erano rimasti disabitati. Ho dovuto inventare tutte le volte che dovevo fare i conti con il rimpianto di non aver chiesto ai miei genitori, ai miei zii e alle mie zie, di raccontarmi di più sulla nostra famiglia. L’immaginazione ha dato vita a quello che, altrimenti, sarebbe morto per sempre.
Una saga familiare, ma anche un romanzo storico che, come ci stai dicendo, attraversa un lungo tratto del Novecento. Nel racconto c’è la descrizione estremamente accurata di eventi, situazioni, ambientazioni, oggetti che immergono il lettore in un passato e in una quotidianità che non ci sono più. Anche i dialoghi in dialetto hanno un che di antico che ci porta nel pieno del secolo scorso. Quanto tempo hai dovuto dedicare alla ricerca di documentazione e quanto è stato difficile scrivere in due dialetti?
Ho parlato della documentazione “familiare”. Ma le vicende di Lorenza e Paolo incrociano i grandi eventi della storia del Novecento. Eventi noti e meno noti ma tutti importanti e, molto spesso, devastanti. Ho dedicato molto spazio agli anni della Seconda guerra mondiale perché quei tempi terribili tornavano continuamente nei racconti dei miei genitori e, naturalmente, il lavoro di documentazione storica è stato costante e mi auguro preciso. Sicuramente approfondire tutti gli aspetti legati alla vita quotidiana del tempo in cui è ambientato il romanzo mi ha appassionato e catturato quasi quanto il processo di scrittura. Ho imparato tante cose, ho incontrato tanti eventi storici che conoscevo pochissimo o ignoravo del tutto. Penso, in particolare, al movimento separatista siciliano di cui spesso ci parlava mia madre ma di cui non avevo mai compreso la reale portata storica.
La scelta del dialetto non è stata immediata. Ero partito con l’idea di scrivere i dialoghi in italiano ma, molto presto, mi sono reso conto che non era la scelta giusta. Nel mondo che racconto il dialetto era dominante e i dialoghi in italiano facevano perdere autenticità al parlato. Se è vero che il dialetto può allontanare i lettori che provengono da aree geografiche lontane dalla Sicilia e dalla Campania credo di aver trovato il giusto equilibrio evitando, in ogni modo, di scrivere un romanzo linguisticamente “regionale”. Scrivere in dialetto non è stato facile e anche in questo caso ho dovuto fare un importante lavoro di ricerca per evitare approssimazioni e incongruenze ortografiche.
“Il calciobalilla non avrà futuro” è un titolo fortemente evocativo. Puoi spiegarci come nasce, il suo significato e qual è il ruolo nel romanzo del “bigliardino” (come lo chiamavano al sud quelli della nostra generazione)?
Il cuore della storia, quello che consente l’incontro tra mia madre e mio padre, è il calciobalilla. Un gioco semplice che si diffonde in Italia all’inizio degli anni Cinquanta e, immediatamente, ottiene un grande successo. Non vorrei anticipare troppo; dico solo che il fratello di mia madre ottiene l’esclusiva per la vendita e la distribuzione del calciobalilla nel sud Italia. La scelta si rivelerà vincente anche se, con l’arrivo dall’America del flipper, serpeggia molta preoccupazione tra i distributori di bigliardini. Da qui la frase “Il calciobalilla non avrà futuro”, nella nostra famiglia attribuita a mio zio. Chissà se l’ha mai pronunciata davvero. Una cosa è certa; se l’avesse davvero pronunciata, avrebbe completamente sbagliato profezia.
Il libro ha una copertina bellissima. É una foto in bianco e nero dell’album di famiglia? Quanto queste foto – e la fotografia in generale – hanno favorito l’innesco narrativo.
La foto di copertina l’ho trovata in una delle tante scatole piene di ricordi che abbiamo in casa. Nell’immagine ci sono mia madre e mia zia che “giocano” a guidare una Topolino. Le foto di famiglia sono state utili sul piano emozionale ma soprattutto per costruire personaggi credibili. Sapere come vestivano le donne e gli uomini del tempo in cui è ambientata la storia, osservare quali erano le acconciature alla moda mi ha aiutato a conferire concretezza ai personaggi. Soprattutto perché non avevo davanti immagini di repertorio (che pure ho utilizzato) ma fotografie di persone del mio ambito familiare, che avevo conosciuto o di cui avevo sentito parlare.
Negli ultimi anni le saghe familiari hanno avuto un grande successo di pubblico. Eppure, mi sembri un lettore più vicino ai Buddenbrook che ai Leoni di Sicilia. Quali pensi che siano i difetti di questo genere di romanzi che ora vanno per la maggiore? E quali sono state le trappole che hai voluto e dovuto evitare durante la scrittura?
Il riferimento ai Buddenbroock mi terrorizza, mi sembra quasi blasfemo. Scherzi a parte non saprei dire quali siano i difetti dei romanzi che, in senso lato, definiamo “familiari”. Sono certo, invece, che il loro successo sia legato al bisogno di leggere storie di ampio respiro che consentono di abitare, di conoscere dal di dentro, periodi storici lontani che la letteratura ci aiuta ad attraversare. Veniamo alle “trappole”. Per chi, come ho fatto io, decide di scrivere una storia di famiglia nella quale compaiono personaggi realmente vissuti, l’insidia principale è data dal pericolo che i lettori che riconoscono nel testo i loro genitori, parenti, o persone che hanno conosciuto possano reagire con disappunto se ritengono che quei personaggi non siano coerenti con le persone “vere”. Ma è un rischio che vale la pena correre nella convinzione che, come già detto, il romanzo è una mescolanza di verità e immaginazione.
Qual è stata la reazione dei lettori? Ce n’è stata qualcuna che ti ha colpito o divertito?
Quella che mi ha maggiormente colpito e gratificato è stata la reazione di un mio amico di Cremona. Non solo non ha avuto nessun problema con i dialetti ma, quando era arrivato a metà del romanzo, mi ha scritto: “Tutte le sere, quando vado a letto, dedico un’ora di tempo al tuo libro e i tuoi personaggi (i tuoi antenati) mi fanno una piacevolissima compagnia”. Che cosa si può chiedere di più a un lettore?
C’è un messaggio che mi sento di dare a chi si avvicina al tuo romanzo: di non spaventarsi delle 734 pagine perché si leggono con grande piacere. Qual è invece il tuo messaggio e cosa vorresti lasciasse la lettura del romanzo?
Mi piacerebbe che il lettore conservasse i sapori e le atmosfere che ho cercato di disegnare per conoscere con maggiore profondità, seguendo le vite di Lorenza, Paolo e degli altri personaggi, il travaglio che conduce il nostro paese dagli anni del fascismo fino alle prime propaggini del boom economico.
Gigi Agnano*

Dino Montanino presenta “Il calciobalilla non avrà futuro” a Napoli, presso la libreria Raffaello di via Kerbaker, giovedì 16 aprile alle 18.15. Introduce Massimo Romano; dialogano con l’autore Elisabetta Abignente e Matteo Palumbo. Letture a cura delle “Macchine Desideranti”.

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Gigi Agnano: napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

