“L’incunabolo partenopeo”, di Antonio Corvino

Era stato Massimo, un poeta matematico ad intervenire presso Marisa ed il dipartimento di studi umanistici della Federico Secondo perché fossi coinvolto nei lavori del congresso su Neapolis Urbs Vergiliana che si teneva a distanza di 12 anni dal primo.

Massimo, come Francesco Saverio egli pure nella lista degli interventi, aveva fatto parte del Cenacolo del Caos Creativo che tra il 2011ed il 2015 aveva tenuto i suoi lavori a Sorrento, con la pretesa di fare il contro canto a Davos. 

Quelli a celebrare le magnifiche sorti e progressive dell’iper capitalismo sempre più  metastasi delle società moderne incamminate senza alcun criterio critico verso la costruzione di un mondo dominato dal cerbero della guerra, della finanza e degli affari, loro a predicare, come profeti disarmati, la felicità dei popoli, il rispetto reciproco delle culture, un mondo aperto e senza padroni che poi era quello che avrebbe voluto J.M.Keynes e che aveva definito nella sua “Teoria generale dell’occupazione dell’interesse e della moneta” (UTET 1971) mica soltanto Marx ed Engels nel loro “Manifesto del partito Comunista” ( Feltrinelli 2017) o Lenin e Mao, in un Mediterraneo capace di essere esso stesso continente tenendo insieme le terre dell’olivo tra Asia, Africa ed Europa, come sosteneva Fernand Braudel nelle sue “Memorie del Mediterraneo” ( Bompiani 2010) che, lui pure, era un uomo pacifico e per nulla rivoluzionario. 

In una edizione del loro appuntamento annuale quegli illusi avevano addirittura affidato a Predrag Matvejvic l’introduzione dei lavori. Un  letterato in un congresso di economisti, disse qualcuno storcendo il naso. Quel letterato peraltro era l’autore di “Breviario Mediterraneo” (Garzanti 2006) una specie di Bibbia del nostro mare che gli era valsa la candidatura al premio Nobel per la letteratura. E il Mediterraneo per quelli del Cenacolo doveva tornare ad essere anche in  Europa il fulcro di ogni progresso condiviso.

Poi era tutto finito. 

I finanziatori, tutti contigui a quel mondo che essi volevano emendare, probabilmente si convinsero che era meglio puntare su qualcosa che somigliasse all’indottrinamento di Davos o che, comunque,  non vi  si contrapponesse apertamente. 

E finì.

Così Massimo mi chiamò nel mio eremo in terra di Messapia. 

“Devi tornare alla Federico Secondo per parlare di Partenope” mi disse. Figurati. 

Ci avevo scritto un romanzo sulla faccia nascosta di  Patenope. 

Ci sarei andato a piedi, se necessario. 

Massimo, essendone felice e consapevole, mi invitò così  a tornare ad Itaka. La mia Itaka, dalle tante partenze ed innumerevoli ritorni accumulatisi da quella notte in cui su un treno di seconda classe raccolsi tutto quello che potevo e me ne andai a studiare il mondo alla Federico Secondo.

Avevamo ragionato per due giorni sulle radici e gli orizzonti  di Neapolis Urbs Vergiliana. 

Avevamo setacciato passato,  presente e futuro, ogni dettaglio, come in un incunabolo prezioso e delicato, per capire cosa era rimasto e soprattutto farci un’idea, ove possibile, su come  il tempo a venire poteva essere immaginato. 

Sarebbe rimasto legato alle radici ricomponendo il tempo circolare o la deriva che lo stava  trascinando sarebbe stata talmente scivolosa da compromettere ogni prospettiva?

Neapolis e Partenope, Virgilio e Leopardi, Odisseo ed Enea, tutte le genti arrivate dal mare e da terra, gli dei antichi ed i più recenti Santi patroni avrebbero custodito l’incunabolo partenopeo che serbava il mistero del destino del mondo? 

E l’uovo virgiliano sepolto in fondo al mare di Megaride a sua volta presidiata da Castel dell’Ovo sarebbe sopravvissuto insieme a Partenope e Neapolis o si sarebbe frantumato e con esso passato, presente e futuro di quel luogo? 

E la social catena immaginata da Leopardi come necessario  confine per la sopravvivenza del genere umano a somiglianza di quanto fanno le ginestre che fioriscono  sulle falde “del formidabile monte Sterminator Vesevo”? ( “La ginestra o il fiore del deserto”  in “Leopardi, vita, poetica, opere scelte”  Il Sole 24 ore-edizione speciale- 2008)

Al termine della due giorni federiciana, a sera, me ne sono andato a passeggiare nel cuore antico dei decumani e dei cardini. 

Magari avrei trovato qualche indicazione nella notte, tra i vicoli dei cardini e le arterie dei decumani, in compagnia delle stelle ed osservando le basiliche chiuse ed i palazzi sprangati, i visi della gente, i segnali dei fantasmi e gli sguardi delle statue che avrei incontrato in cima alle colonne o sui piedistalli delle piazze. 

Anche Orione era già comparso nel cielo. Da oriente saliva a grandi falcate verso lo Zenit con Sirio fedele a due passi.

La serata era mite, il cielo limpido ed anche le vie erano amiche.

Santa Chiara svettava bellissima. Provavo ad immaginarla dal balcone della stanza da studio di Benedetto Croce (“Storie e leggende Napoletane” Adelphi 1990).

Dal portone ancora aperto sgorgavano fiotti di luce sul sagrato.

Un frate vestito di una tunica bianca e avvolto in un ampio mantello anch’esso bianco aveva attraversato con passo leggero ma deciso la zona presbiterale ed era scomparso nei locali retrostanti dove si distendono chiostri e monasteri consacrati a Dio ed alla pace dell’anima oltre che all’arte ed alla bellezza. 

Un giovane frate francescano si aggirava intorno all’altare spegnendo i ceri… aveva una folta barba nera ed era vestito di un pesante saio marrone. Calzava i sandali ed i suoi piedi erano nudi, il viso fresco. Si muoveva in piena confidenza con il suo Dio.

La basilica era ormai deserta. 

É straordinariamente accogliente Santa Chiara. 

Le sue arcate gotiche, l’alto soffitto ligneo, l’altare e l’abside, essenziali nella pietra che tutto  scandisce compresi  i due eleganti sarcofagi addossati alla parete absidale in posizione simmetrica rispetto al severo altare centrale dominato da un bel crocifisso ligneo incastonato nel monumento funebre dedicato a Maria di Valois, invitano alla quiete ed al raccoglimento laico oltre che  religioso. 

Il giovane frate si é recato al microfono. “La basilica chiude” ha detto e quindi ha aggiunto un augurio di pace. Mi sono guardato intorno. Ero rimasto da solo e mi sono avviato all’uscita avvertendo un profondo senso di riconoscenza  per quell’augurio di pace in un mondo allo sbando con i dittatori che sono tornati a calpestare la terra e che addirittura arruolano dio per consacrare le loro terribili guerre.

All’uscita vi era  un povero che chiedeva qualcosa per andare avanti. Era ancor giovane anch’egli e recava i suoi abiti dimessi con dignità. In un angolo, appena oltre il sagrato, un cumulo di coperte variopinte e forse un qualche vecchio materasso attendevano come casa desiderata.

Sul decumano inferiore, che lì prende il nome del filosofo Benedetto Croce, solo un poco più  in là oltre la basilica, una donna accovacciata sui gradoni del palazzo prospiciente cantava una nenia dolce e disperata al contempo. 

La sua voce era potente e pulita. Trasparente.

Bella e graffiante nel suo tono drammatico. 

Si diffondeva nella sera circostante fino a raggiungere le propaggini più lontane di piazza del Gesù  e le sue note strazianti intrise di tristezza e malinconia riempivano l’aria tutto intorno.

Ai suoi piedi un pezzo di cartone. Vi era scritta una storia di povertà e invocava un aiuto.

Il canto riempiva il decumano deserto a quell’ora, in quel tratto, e correva verso la statua del fiume Nilo e via San Biagio dei Librai. 

Quella voce straniante portava con sé le storie del mondo che a Napoli tutte si incrociano. 

Poteva venire dalla Cordogliera delle Ande, dalla Patagonia  o dalla Terra del Fuoco per come le aveva descritte Bruce Chatwin (“In Patagonia” Adelphi 2012), o da un posto qualsiasi  del continente degli Antipodi o da una qualsiasi terra, dall’Est e dall’Ovest, da Nord e da  Sud per come me le  aveva raccontate il mio amico Christophe De Maitre, un artista fiammingo giramondo senza fissa dimora e che prediligeva i continenti lontani, almeno fin quando era stato un ragazzo.

Poteva venire da uno dei troppi posti di questo mondo che stentano a ritrovarsi o semplicemente a riconoscersi e che qui si incrociano. Magicamente, vien da pensare. 

Nel pomeriggio salendo verso piazza del Gesù avevo incontrato degli altri poveri, bianchi e neri, tutti piuttosto giovani con lo sguardo proteso a chiedere qualcosa. 

Al termine dei lavori della mattinata Francesco Saverio mi aveva condotto in una traversa nei pressi dell’ateneo a ridosso del Rettifilo, Corso Umberto nella toponomastica ufficiale. Vi era una Sirena scolpita nel marmo. Il viso virginale ed i seni acerbi ad esaltare il candore del corpo ornato da angeliche ali. Al posto delle gambe  e dei piedi  gli arti e le zampe di un pennuto,  di un grande pennuto, un’aquila o un’arpia.

La conoscenza è sempre misteriosa, ambivalente e il percorso per raggiungerla o discernerla scabroso, al limite del dolore e della paura ma solo da essa scaturisce la vita ed in essa passato, presente e futuro si ritrovano.

Prima di ritirarmi per la notte ho avvertito forte il desiderio di riprendere la mia passeggiata notturna attraverso SpaccaNapoli. 

Inoltrandomi in direzione est, il decumano si animava amorevolmente. Frotte di ragazzi e ragazze andavano su e giù nella luce fioca dei lampioni. 

Vi erano anche dei turisti, americani per lo più, inglesi, francesi, spagnoli, anche.

Dei musicisti imbastivano un concerto di chitarre ad un crocicchio. 

L’atmosfera era rilassata. Il mondo con le sue guerre lontano, per una volta.

La gente tranquilla respirava la sera a pieni polmoni, mi sembrava.

Ho raggiunto San Domenico, ho attraversato la piazza, uno sguardo alla basilica domenicana chiusa, al monastero che aveva ospitato Tommaso d’Aquino e Giordano Bruno in secoli diversi.  Federico in quel luogo vi aveva creato la prima Università pubblica d’Europa sulla scia del mondo saraceno.

Per due giorni proprio nell’Università che porta il suo nome avevamo discusso di radici. Del mito che abita Partenope, dei Greci che vi giunsero dall’Egeo, degli Etruschi che fondarono Pompei e della civiltà osca, autoctona, che innervava con i suoi molti popoli il territorio italico e l’intero golfo chiuso da un lato dalla catena dei Monti Lattari, Sorrento e punta Campanella con Capri a due passi e dall’altro dalle colline che, ad ovest, circondano la città: il Vomero, i Camaldoli, Posillipo, sino a Bagnoli, Pozzuoli, Baia, Bacoli, Averno, Cuma, Ischia e Procida…

Con il mito, la storia, il sapere, i papiri, le ville e le città, i Girolamini, la biblioteca nazionale, gli incunaboli, Virgilio e Leopardi…Caravaggio, l’arte, il regno, la rivoluzione e la repubblica…i quartieri, la vita ovunque radicata.

Napoli metafora del mondo che non muore. 

Il mondo civile si desertifica, dall’Europa all’Asia, alle Americhe.

Qui no, l’indice di natalità non è mai calato. 

A sedici, diciassette anni i ragazzi sono padri e madri, mi aveva raccontato Vincenzo nelle Catacombe di San Gennaro esaurendo la mia sete di conoscenza sul miracolo della Sanità. In un fazzoletto di area urbana, chiusa tra il ponte di Santa Teresa degli Scalzi e via Foria, vive un’intera città, densità altissima, popolazione giovanissima, roba da far tremare i polsi ma non a questi ragazzi, ad essi   ed all’apostolo della Sanità, don Antonio Loffredo, che ha aperto chiese e catacombe, basiliche e canoniche ed al quale le università conferiscono lauree honoris causa in economia ed architettura perché ha saputo individuare nella felicità degli occhi di quei ragazzi l’obiettivo dell’azione economica e sociale e nel tessuto del loro quartiere la frontiera per esaltarla e farla diventare paradigma per il mondo intero oltre che per il resto della metropoli, quella felicità. 

Una metropoli unica. 

Da queste parti il potere resta sempre defilato anche nei momenti più drammatici e la gente sa di dover fare affidamento su se stessa, la sua forza, la sua fantasia, la sua voglia che sconfina nel piacere di vivere per sé e per gli altri.

La Gentrification qui non può passare. Ed il turismo convive con la città che non rinuncerà mai alla sua essenza.

La Gentrification azzera la storia e la cultura in molti posti, non a Napoli. 

Nella terra di Partenope che custodisce  l’uovo di Virgilio ed il sangue di San Gennaro l’universo ha concentrato le sue energie per riscattare l’umanità nascosta nei pori del suo tessuto urbano per come l’aveva interpretato Walter Benjamin già un secolo fa (Walter Bejamin-Asia Lacis  “Napoli Porosa” Dante & Descartes 2020) ma  soprattutto negli anfratti della sua anima sconfinata. 

Mi aggiro nel decumano come un forestiero che ha ritrovato la sua Itaka.

Osservo il palazzo che fu del principe Gesualdo, di Gesualdo e di Maria d’Avalos.

Tendo l’orecchio a cogliere l’eco di quel misfatto raccontato da Anatole France (Anatole France “ Donna Maria d’Avalos” Edizioni in trentaduesimo Dante & Descartes 2004 ).

Dicono che con la luna piena puoi sentire il sospiro di Donna Maria. Cerco la Luna inseguendo madonna d’Avalos… ma quella é ormai andata. 

Mi riprometto di tornare a cercarla. 

Il suo sospiro è potente quanto magnetico e dicono che abiti tra i crateri lunari dalla notte in cui fu trucidata da Gesualdo. Costui da allora, tormentato dal fantasma della sua sposa, prese ad invocare il perdono componendo i suoi sublimi madrigali per Dio onnipotente. Anche la musica polifonica di Gesualdo, dicono che tu possa ascoltare salendo in cima al suo castello tra le montagne d’Irpinia. Io ci sono salito una notte di luna piena. Era autunno e la sera era fredda, ma mi fermai sull’uscio del castello ad ascoltare le polifonie che si diffondevano in cielo mentre il mio sguardo era concentrato sul disco della bianca luna a cercare il viso di Donna Maria.

A Napoli, non vi è cesura tra passato, presente e futuro. Hanno ragione i relatori del Congresso  che per due giorni han raccontato il mito, le storie, l’archeologia, l’architettura, la poesia, l’arte e la scienza.

Le radici sono profonde ed il respiro ampio attraversa l’orizzonte del tempo senza fratture.

Popoli antichi e contemporanei, autoctoni ed immigrati si tengono insieme. Da sempre.

Napoli ha accolto tutti. Ha cacciato solo i nazisti, e li ha cacciati, senza attendere gli alleati, ha sottolineato don Antonio Loffredo, il prete che ha scommesso sui ragazzi della Sanità, nel corso dei lavori sulle radici passate, presenti e future di Partenope.

Partenope e Odisseo, Greci e Troiani, dei e santi la cingono per intero.

Il Mediterraneo la abita e dalle profondità della terra il Vesuvio-Somma ed i Campi Flegrei le ricordano che la vita va arata e coltivata ogni santo giorno…

Il Caos partenopeo non è decadenza ma creazione. Continua creazione. 

Anche nei quartieri, tra i falansteri-ghetti della periferia, nelle catacombe della Sanità, tra le colmate di Bagnoli, nei muri che nascondono il mare alla gente che abita lungo il miglio d’oro e tutta la costa orientale, tra i palazzi nobiliari ed i condomini popolari, zampilla di vita tra fiotti di generosità e compassione universale… 

Mi rendo conto che evocando Partenope sto parlando del Sud, di Palermo e di Catania, di Bari vecchia e della Messapia, di Cagliari e di Sassari, di Scilla e Cariddi, della Majella e del Matese.

Così imbocco vico del Fico al Purgatorio uno dei cardini che legano il decumano inferiore a quello  maggiore.All’angolo, alla confluenza con il  decumano, mi imbatto nel busto bronzeo di Pulcinella. Lo conosco bene. Al punto da potermi considerare suo buon amico.

Ha il grande naso lucido. 

Mi pare che stia sorridendo, sornione, rilassato lui pure. 

I riflessi dei lampioni creano delle ombre leggere, complici. C’è poca  gente questa sera e sembra  felice… di fronte un Maradona ancora ragazzo con l’aureola dei santi lo guarda facendo capolino da un piccolo murale. 

É un cunicolo stretto tra gli alti palazzi che si fronteggiano, Vico del Fico al Purgatorio. 

Mi sembra un antro scavato nella storia di Partenope al pari dell’antro della Sibilla e del tempio del vate Virgilio incuneati  nella roccia tufacea. 

E come Maradona, anche  Pulcinella stasera, in solitudine, sembra voler divinare il futuro di questa città che poi è il futuro di tutta intera l’Umanità…

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line.