Sergio Daniele Donati: ‘’Amén’’ (Il Leggio, 2024), di Grazia Frisina

Silenzio e ascolto: osmosi quasi sincopata nel sangue, è la fusione che presiede a tutta la silloge poetica di Amén.

Ascolto e silenzio: tessitura di linfe generatrici di una scrittura poetica coraggiosa e insieme ariosa. Coraggiosa perché scaturita da una lotta interiore, dalla cognizione, tutt’altro che scontata, di una personale incompiutezza esistenziale, di un camminamento segnato da inciampi e cadute, da attoniti farfugliamenti e balbettii, da interrogativi insoluti che azzarderebbero una manifestazione, se non sapessero che la risposta è nel ginocchio che cede, nel tendine / che si lacera e impone a occhi bambini /di toccare la terra e tornare tra i muschi. Coraggiosa e, nel contempo, ariosa perché, pur restando in bilico fra desiderio e fragilità, nella sospensione di una labile attesa, dalla frammentata quotidiana realtà sa compiere imponderabili slanci, sublimando la lacerata esistenza a vette di universale bellezza.

Il firmamento/dentro di me, /la Legge sopra/- e attorno – di me

Un silenzio che nella silloge si presenta, con immagini e limpide metafore, sfaccettato a seconda di particolari situazioni e stati d’animo; talvolta è sete o soffio tenace; talaltra è delicato bisogno: un silenzio /che copra di neve /il mio cuore, oppure è consolazione / silenzio di velo che (ne) accarezza lo strazio, o persino l’ignominiosamente efferato silenzio nazista.

Per non parlare di un altro significativo, supremo silenzio che Donati definisce, con perfetta assolutezza, spaventevole: qualcosa di totalmente vertiginoso e ignoto, simile allo “tzimtzum”, Dove sta Colui / che non si nomina, soglia impenetrabile del vuoto, eppure luogo sacro della gestazione, da cui la divina contrazione trabocca nella Luce della cosmica creazione.

Un silenzio, palpitante e fecondo, che egli canta nei suoi versi perché è così che si forgia /la promessa. La promessa del ricordo, la promessa del suo destino di ebreo e di poeta, giacché inizia dal magma la ricostruzione.

Sembra udire le parole di Rilke, nei suoi Sonetti a Orfeo: “E tutto tacque. Eppure in quel tacere/s’avanzò nuovo inizio”.

Silenzio che, s’è detto, si coniuga con l’ascolto. Esemplare la definizione che egli ne dà: 

Ascoltare … è tornare nel palmo delle proprie mani, / percorrerne con lentezza di lumaca ogni solco e dirsi uomo/ capace di non porre domande a un cielo pudico/ che tace.

Un tacere e un chiudere gli occhi, il suo, per ascoltare suoni e rumori del presente e la fragile apparenza del mondo: la notte// il canto lieve di un addio. // il passo del timido // la parola del deserto.

A occhi chiusi, soprattutto per affondare lo sguardo nel precipizio di sé stessi, in quel baratro echeggiante un tragico passato – tra antenne d’insetti, e maceri di fogliame ho raccolto/ ossa di avi, – un passato che è incessante rimembranza, dolorosa e sempre aperta ferita.

Di sé, con sincero pudore, parla l’uomo poeta: la mia terra è il deserto… Vengo da una crepa / di una storia antica; storia che purtroppo oggi corre il pericolo della dimenticanza. Ne scaturisce dunque la necessità sì di un silenzio riflessivo, ma anche l’urgenza di una poesia, come doverosa memoria, che consacri quei milioni di Nomi.

L’opera è suddivisa in tre parti, Eppure…, Essenze e Balbuzie: in quest’ultima si compiono gli attraversamenti poetici immaginari, ovvero un inopinato dialogo che l’autore intesse con grandi e nobili Maestri (Celan, Pessoa, Cohen, Borges, Ungaretti, Quasimodo…), un originale intreccio di echi, sensazioni e confidenze personali e sottili consonanze affettive. (Mi sono però chiesta perché su 22 nomi un solo attraversamento poetico avviene nella “dimora” di una Musa Maestra, Patrizia Valduga, quando varie sono le luminose voci di donne che nella vita e nella poesia hanno profuso, senza risparmio, sangue e passione; giusto per citarne alcune: Marina Cvetaeva, Nelly Sachs, Rose Ausländer, Antonia Pozzi, Margherita Guidacci…)

Insomma un personale e mirabile omaggio a poeti e cantori, ai quali Donati, sicuramente, deve il suo percorso di uomo e di letterato.  

Da una poesia all’altra, da una strofa all’altra, si delinea via via, quindi, la sommessa postura di un’anima, qual è quella di Sergio. Quel tragitto da lui compiuto in Amen, che non è un conclusivo “Così sia” ma “in verità” una peregrinazione meditata e inesausta tra discese e salite, tra guadi e soste. Una sostanziale modalità espletata mediante un’assurda – ma mai sterile – ricerca sia ontologica che spirituale, che porta i segni di una lotta sanguinante e necessaria, che si fa tutt’una con l’essenza della parola poetica. Una distillazione lirica che, nel velare e nello svelare, sul filo della pietà, la sofferenza e il solitario travaglio, è in grado tuttavia di dare nutrimento all’anima.

Benché egli umilmente si definisca amanuense, / forse solo artigiano, le sue poesie sono contraddistinte da un armonico e pausato incedere e indugiare, senza cascami vischiosi, da richiami dotati di una sapiente presenza evocativa – si pensi ai rimandi letterari, di cui sopra, e ai numerosi riferimenti biblici (1° libro dei Re, Esodo, Salmi…) – e da versi limati con sottigliezza linguistica nella cura selettiva dei termini e delle traslazioni verbali. Emerge così un’opera di nuda eleganza e di trasparente intensità, che certamente richiederebbe non una semplice analisi come quella da me finora appena tratteggiata in questa breve nota. 

Ciò che resta da fare, a questo punto, è inoltrarci un po’ di più nella dimensione umana e poetica che Sergio ci apre, lasciandoci condurre dal fluire sussurrato delle sue liriche. 

SORGE SUL PALMO
In attraversamento poetico con
Guido Guinizzelli (Bologna, 1230 – Monselice, 1276)

Sorge sul palmo della mano ogni lode,
quando s’apre il pugno
e s’arrende al bello,
come petalo a brina.
Sorge sul palmo della mano ogni passo
e ricordo e melanconia;
svapora verso il cielo
ogni canto del Sublime.
Resta, sul palmo della mano,
un amore senza nome,
una casa senza porta
ed entrano spifferi di resa
lenta, e attenta

FECONDA
Tengo per me solo
– non detta e feconda –
una benedizione alla vita

CANTO LA NENIA
Canto la nenia,
che più consola,
il passo lento
su quel crinale.
E non ha nome,
né più misura,
la mia sete
di silenzio. Blu

Grazia Frisina*

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Sergio Daniele Donati, nato a Milano nel 1966, ove ancora risiede. Ha pubblicato per Il Leggio editore la raccolta poetica Amén (2024); per Divergenze edizioni il romanzo «Tutto tranne l’amore» (2023); per Ensemble edizioni la silloge «Il canto della Moabita» (2021); per Mimesis edizioni (Collana dei Taccuini del Silenzio) il saggio «E mi coprii i volti al soffio del Silenzio» (2018). Sue poesie sono apparse nelle antologie «Pasti caldi giù all’ospizio» (Transeuropa edizioni, 2023 — a cura di Francesco Addeo) e «Riflessi. Rassegna critica alla poesia contemporanea» (Edizioni progetto cultura, 2023 — a cura di Patrizia Baglione) e «Ogni sguardo su Milano» (Chiare voci ed., 2024). Sue poesie edite e inedite e note critiche alla sua opera sono state ospitate da numerose pagine letterarie e quotidiani (Morel – voci dall’isolaSalerno news 24, Emme24.it, Poetarum Silva, LucaniaArt Magazine, Pelagos Letteratura, Bibliovorax, JoiMag e altre). È stato intervistato da Luisa Cozzi nella puntata del 7.12.2023 di Poetando e delle sue poesie si parla tra l’altro su Poètica. Alcuni Poeti Viventi. È autore di numerose pre e postfazioni a raccolte di poesia contemporanea e collabora con numerose riviste letterarie. Fondatore caporedattore e curatore della pagina Le parole di Fedro, ivi propone alcuni dei suoi percorsi nel linguaggio poetico e narrativo, con particolare accento su un approccio, anche laboratoriale, al dialogo poetico. Avvocato milanese si occupa di diritto commerciale e di tutela dei minori. Studioso di meditazione ebraica ed estremo orientale, insegna cultura e meditazione ebraica in associazioni e scuole di formazione e tiene seminari sul valore simbolico dell’alfabeto ebraico.

*Grazia Frisina: Già docente di Lettere nelle scuole superiori. Le sue pubblicazioni: il romanzo A passi incerti (2009); il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (2015, messo in scena presso il museo della Deportazione di Prato), e Madri (2018), prefazione di Marinella Perroni, (tre pièces su alcune figure femminili del mondo biblico, dalla pièce Stabat Mater è stato realizzato un corto, girato nel carcere di Pistoia); le raccolte poetiche: Foglie per maestrale (2009), Questa mia bellezza senza legge (2012), Innesti (2016), Pietra su Pietra (2021), Avrei voluto scarnire il vento (2022), Storie senza approdo (2025), con illustrazioni dell’artista Edoardo Salvi. Il testo inedito Fiaba detta o fiaba scritta, a chi va storta a chi va dritta (2023) è stato messo in scena con la regia di Piera Rossi. Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e il dialogo poetico: Ricordi come raccoglievamo i narcisi, sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015). Presso la casa-museo Guidi di Firenze ha ideato e curato il dialogo poetico Il mare nel vento – Unavoce dentro l’altra, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (2017). Ha partecipato al festival di poesia Notturni di versi di Portogruaro (2016 e 2021). È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali e internazionali.

Appunti sul Faust di Goethe, di Maurizia Maiano

Johann Wolfgang von Goethe nasce nel 1749 a Francoforte da una benestante famiglia borghese. La cultura dell’epoca è sintetizzata nelle sue opere. Nel Prometeo c’è tutto lo Sturm und Drang, ne I dolori del giovane Werther tutta la passione romantica che rompe con la ragione dell’Illuminismo, nella trilogia del Wilhelm Meister l’evoluzione del borghese dal momento della rivolta contro la propria famiglia fino al suo inserimento sociale come medico per operare in modo attivo nella società ed essere utile agli altri.

Il”Faust” riflette un personaggio storico effettivamente esistito: Johannes Georg Faust, nato nel 1480 nel Wuettenberg, che si attribuiva straordinarie qualità, ma era solo un intelligente ciarlatano. L’opera tutta possiamo considerarla espressione del classicismo di Weimar su cui si consoliderà l’amicizia tra Schiller e Goethe. Il Faust come sintesi letteraria della filosofia kantiana e dell’ Inno alla gioia di Beethoven.


Per avere accesso al significato profondo del Faust di Goethe bisogna cercare di spiegare la parola chiave per comprenderlo: la ”Sehnsucht,” termine romantico che non è nostalgia, nel senso in cui comunemente la intendiamo, ma desiderio del desiderio, tensione inappagabile che il Faust vorrebbe superare proprio stipulando il patto con Mefisto. Quest’ultimo avrebbe potuto conquistare la sua anima qualora Faust fosse riuscito a dire all’attimo: ”fermati sei bello”-“verweile doch, du bist so schön”- Faust non vorrà raggiungere fama, gloria e potere come il Faust di Marlow, ma semplicemente sentirsi appagato anche per un solo attimo nella sua vita. Il Faust di Goethe è la sintesi dell’essere Uomo e delle sue alterne vicende. Ma perché Faust, nonostante i suoi innumerevoli errori, sarà alla fine salvato? Nel prologo, nel dialogo tra il Signore, der Herr, e Mefisto, il primo affermerà che “l’uomo nella  sua tensione oscura  è sempre cosciente della retta via – der Mensch in seinem dunklen Drang ist des rechten Weges wohl bewusst”. In parole semplici l’azione ci induce all’errore. Così la romantica Sehnsucht  è in contrapposizione all’ideale classico, che sarà ricerca di equilibrio tra mondo esteriore e mondo interiore, tra tensione idealistica e senso della realtà, consapevolezza dei limiti che dobbiamo pur porci e diventa, in senso positivo,  lo “Streben nach” il tendere verso qualcosa, il motore di ogni azione umana. Essa è l’elemento determinante del Bildungsroman, Romanzo di formazione,  a cui il Faust, anche se conosciuto comunemente come tragedia, appartiene. E’ la Sehnsucht, lo Streben nach (il tendere verso qualcosa) che porteranno l’io narrante a raggiungere, attraverso l’Erfahrung, esperienza e l’Erlebnis, esperienza vissuta, l’Erfuellung, la realizzazione di sé, la pienezza.  Faust, desideroso di sapere, si rende conto di non saper nulla. Il suo è un sapere libresco, ciò che gli manca è la vita reale.


Il primo tentativo di Mefisto per conquistare l’anima di Faust è quello di condurlo nella Cantina di Auerbach a Lipsia tra gli studenti, ma egli non si sente attratto da quella vita. Mefisto lo porta, allora, nella cucina della strega dove viene ringiovanito. Gli farà poi conoscere Margarethe dalla quale si sentirà fortemente attratto, ma ciò che attrae Faust è la semplicità di Margarethe, è il vederla felice nel suo piccolo mondo. Affinché si consumi la storia d’amore tra i due sarà la stessa Margarethe a somministrare alla propria mamma un sonnifero che purtroppo sarà letale. Faust sedurrà la giovane abbandonandola subito dopo. Sarà sfidato a duello dal fratello di lei che ne vorrà vendicare l’onore. Mefisto condurrà Faust sul Brocken per fargli vivere la famosa notte di Valpurga abbandonandosi ai piaceri, ma egli è richiamato dall’immagine di Margarethe, donna –amore contro la donna –lussuria, ritornerà da lei e la troverà in prigione in quanto infanticida. Faust vorrebbe farla fuggire, ma lui è lì per il suo dovere di uomo, non per amore. Lei lo capisce e dichiarerà la sua volontà di espiazione.
Le successive esperienze di Faust sono legate al mondo della politica. Alla corte dell’imperatore insieme a Mefisto rimetterà a posto le finanze dello Stato.
 Lunga è la via della conoscenza ed anche l’Arte è un gradino nel percorso della conoscenza e della comprensione del senso della vita. Mefisto evocherà Elena di cui Faust si innamorerà. Elena simbolo della bellezza e dunque dell’Arte. L’unione tra Elena e Faust rappresenta l’incontro tra il mondo nordico-romantico e quello greco-classico. Dalla loro unione nascerà Euforione che ha la bellezza della madre ed il titanismo faustiano. Grecità classica e titanismo non sono equilibrati. L’elemento dionisiaco prevarrà in lui e sarà causa della sua fine. Euforione morirà lanciandosi, novello Icaro, da una rupe per unirsi a coloro che combattono in Grecia per la libertà, morendo chiede alla madre di non abbandonarlo, lei lo abbraccia e insieme svaniscono nel nulla, a Faust rimane tra le mani solo il velo di Elena. L’incontro con Elena, l’incontro con l’Arte, è un altro gradino dell’esperienza faustiana, ma non rappresenta l’assoluto, esso costituisce un momento nella formazione dell’individuo, ma non può sostituirsi alla realtà. L’Arte non può essere tutto nella vita dell’uomo, non è il suo ultimo senso. 
Faust è ora chiamato dall’imperatore che gli affida come feudo un litorale che dovrà strappare alla furia del mare, rendere fertile e qui fondare una nuova società dove gli uomini vivranno in pace e dove regnerà la giustizia sociale. L’idea più alta che l’uomo possa perseguire. Improvvisamente accade l’impensabile, a Goethe non sfugge niente del comportamento umano. Faust lavora alacremente ed in modo instancabile alla fondazione di questa nuova società. La sua è però una società artificiale e meccanizzata, nel suo desiderio di conquista e di potere la ybris non si acquieta e cosi ordina a Mefistofele di cacciare Filemone e Bauci, che li vivevano tranquilli, la capanna viene incendiata e l’anziana coppia muore tra le fiamme. E’ una società giusta quella che Faust crea? E’ una società  giusta che germoglia  da ciò che è ingiusto, “come la crescente  inclinazione ad imporre ciò che è giusto attraverso ciò che è ingiusto,  ma se si scruta in questo nuovo germe del giusto vi si scopre una macchiolina che si dilata “ (Italo Calvino) E’ cosi? La risposta rimane aperta. Ormai Faust è alla fine del suo cammino, la vecchiaia lo sopraffà, diventa ricurvo e cieco. Si sente  in pace e sereno e immagina la felicità degli uomini. Ora finalmente può dire all’attimo: “Fermati sei bello”. Sembrerebbe che Mefisto abbia vinto la scommessa e invece no.
Gli Angeli canteranno: “Es Irrt der Mensch solange er strebt”: “Colui che agisce sbaglia” e “Wer sich  streben immerbemüht, den müssen wir erlösen”, “Chi agisce deve essere salvato”.
Oggi  non abbiamo ancora smesso di porci la domanda: Come perseguire il bene senza fare il male? 

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Perché leggere la letteratura tedesca: quattro romanzi per affrontare le domande che contano, di Claudio Musso

C’è chi dice che la letteratura tedesca sia ‘difficile’. Troppo seria, troppo filosofica, troppo cupa. Eppure, se mai c’è stato un tempo in cui valga la pena riscoprirla, è questo. Perché, più di altre, sa andare a fondo. Sa raccontare il buio senza cedere al nichilismo e, al tempo stesso, interrogare senza semplificare. In un’epoca come la nostra di rumore, slogan e risposte immediate, essa ci offre invece domande lente, necessarie, vitali. Non è una letteratura che consola. Non intrattiene ma trattiene noi lettori in una ragnatela da cui possiamo uscire se scorgiamo i fili che ci legano o dai quali ci lasciamo legare per liberarci.

Ed allora ecco quattro romanzi che, ciascuno a modo proprio, possono aiutarci a orientare lo sguardo in questo presente frastagliato. Ecco quattro ‘mattoni’, non solo di pagine ma di sostanza, che sono quelli che ci permettono di costruire per creare qualcosa o proteggerci.

Heinrich von Kleist, Michael Kohlhaas (trad. Paola Capriolo, Marsilio)

Giustizia e disobbedienza: quando la legge non basta.

Michael Kohlhaas è un commerciante di cavalli onesto, scrupoloso, fedele al diritto. Ma un giorno subisce un’ingiustizia che le autorità si rifiutano di sanare. Da quel momento la sua vita cambia: si trasforma in un vendicatore, guida una rivolta, sfida apertamente il potere. È un uomo che crede nella giustizia fino a diventarne vittima. Leggere oggi Kohlhaas significa riflettere su quanto può essere sottile il confine tra legalità e giustizia, tra ribellione e responsabilità morale. È una parabola inquietante e profonda che ci parla del senso di impotenza di fronte a istituzioni opache e contraddittorie. Un’esperienza fin troppo attuale?

«Poiché era uno degli uomini più integri, e allo stesso tempo più terribili, del suo tempo

Kleist non offre modelli morali rassicuranti, ma una domanda: cosa succede quando il diritto non difende più chi ha ragione? Esistono modi per non abbandonarsi alla giustizia privata?

Christa Wolf, Trama d’infanzia (trad. Anita Raja, e/o)

Memoria, colpa, coscienza: la Storia dentro di noi.

Christa Wolf torna alla propria infanzia vissuta sotto il nazismo e la rilegge alla luce del presente, nella Germania Est. È un tentativo sofferto, spesso ambiguo, di interrogare sé stessa e il proprio sguardo di bambina: perché non ha visto? Perché non ha capito? Cosa resta di quella bambina in lei, oggi? Trama d’infanzia è un romanzo, non tra i più noti in Italia, che parla del passato come materia viva, mai davvero superata. Oggi, in tempi di rimozioni rapide e di verità riscritte, ci invita a una forma di memoria vigile e intransigente.

«Può darsi che il nostro compito più importante sia quello di non dimenticare

Wolf scrive come chi scava nella propria voce per trovare un senso più grande. È un libro che ci insegna che la coscienza si costruisce lentamente. Nella fatica della memoria.

Franz Kafka, Il processo (trad. Ervino Pocar, Mondadori)

L’alienazione dell’individuo nell’era dell’assurdo

Josef K. si sveglia una mattina e scopre di essere stato arrestato. Nessuno gli dice perché e gli spiega nulla. Inizia così un processo senza accuse, in un tribunale senza regole, in un sistema che sfugge a ogni logica. Kafka non costruisce solo un incubo: descrive un’esperienza profondamente moderna. Nel mondo di oggi, tra burocrazie impersonali, algoritmi oscuri, decisioni che ci riguardano ma che non comprendiamo, il romanzo risuona con una forza nuova. È il racconto di chi cerca un senso dove il senso è stato cancellato.

«Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.» 

Kafka, sempre variamente interpretato e interpellato, certamente non ci rassicura. Ma ci aiuta a nominare l’assurdo e a resistervi. Ci invita a non accettare l’opacità come destino.

Jenny Erpenbeck, Di passaggio (trad. Ada Vigliani, Sellerio)

Una casa, cento anni, mille identità tedesche

Una casa sulle rive di un lago del Brandeburgo è la vera protagonista di questo romanzo. Passa di mano in mano, di epoca in epoca: una domestica ebrea costretta a fuggire, un funzionario nazista, un artista della DDR, una scrittrice della Germania riunificata. Ogni stanza, ogni oggetto, ogni albero ha una memoria. Erpenbeck racconta la storia tedesca del Novecento senza farne una lezione di storia. Lo fa attraverso le tracce lasciate da chi è passato: amori, lutti, silenzi. In un tempo segnato da smarrimenti identitari e fratture storiche, Di passaggio è una riflessione poetica su ciò che resta e su cosa significa “casa”.

«La casa sa tutto quello che accade.» 

Non esiste luogo neutro: anche i muri ascoltano. Anche le pietre hanno una storia da raccontare. In tempi di migrazioni e dislocamenti, è un libro di radici e di mutamento.

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Ciò che unisce questi quattro romanzi non è un’estetica comune o un’ideologia condivisa, ma è un’attitudine: la volontà di interrogare, in profondità, l’uomo, la storia, il potere, la responsabilità, il linguaggio. Leggerli oggi non significa cercare risposte immediate, ma aprirsi a domande che resistono. Sono opere esigenti, sì. Ma oggi più che mai abbiamo bisogno di letture che non semplifichino, che non blandiscano o cullino. Come scriveva Cesare Cases, la letteratura, e in particolare quella tedesca, ha questo compito essenziale:

«non ci dà risposte, ma ci pone le domande decisive

E in tempi incerti, che sempre ci saranno, è proprio dalle domande che dobbiamo ripartire.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Le radici teologiche della politica coloniale di Israele, di Vincenzo Franciosi

Questo scritto nasce dall’indignazione di fronte a un crimine morale, storico e politico che si consuma sotto gli occhi di tutti: il colonialismo genocidario dello Stato ebraico di Israele contro il popolo palestinese. 

Se fossi vissuto negli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, avrei rischiato la vita per salvare un ebreo dai campi di sterminio. Ma oggi è diverso. Oggi è proprio lo Stato che si proclama “ebraico” a perpetrare crimini contro l’umanità. E lo fa con l’arroganza di chi si sente intoccabile, coperto da una narrazione tossica che confonde pretestuosamente antisemitismo e antisionismo, memoria e propaganda, autodifesa e annientamento. Israele ha trasformato il sionismo, nato come ideologia di emancipazione, in un progetto colonialista ed espansionista, fondato su occupazione, apartheid e pulizia etnica. La definizione stessa di Israele come “Stato ebraico” rappresenta una contraddizione rispetto ai principi del diritto costituzionale moderno, che fondano la legittimità dello Stato sulla cittadinanza inclusiva e sull’uguaglianza dei diritti. Un’identità statale fondata sull’appartenenza religiosa ed etnica produce inevitabilmente esclusione e discriminazione. In Israele, infatti, l’appartenenza al “popolo ebraico” non è definita da criteri civili, ma da una logica genealogico-religiosa, per cui è ebreo chi è nato da madre ebrea o, in rarissimi casi, chi ha ricevuto una conversione riconosciuta dalle autorità rabbiniche. Questo principio, che si fonda sull’antico adagio giuridico mater semper certa est, pater numquam, è alla base della Legge del ritorno del 1950, che concede automaticamente la cittadinanza israeliana a ogni ebreo del mondo, escludendo però milioni di Palestinesi nati o residenti in quella stessa terra. Tale impostazione è stata ulteriormente rafforzata dalla Legge fondamentale del 2018 (Basic Law: Israel as the Nation-State of the Jewish People), che definisce Israele come «la patria storica del popolo ebraico» e dichiara che «il diritto di esercitare l’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico». Con questa norma costituzionale, lo Stato non solo si autorappresenta come etnicamente connotato, ma istituzionalizza una gerarchia tra cittadini, subordinando ogni altra identità nazionale o culturale a quella ebraica. Ne risulta un modello statuale etnico e confessionale, che privilegia una sola comunità, quella ebraica, a scapito di ogni concezione pluralista o democraticamente rappresentativa. È, di fatto, uno Stato tribale, non uno Stato di diritto per tutti i suoi abitanti.

Il concetto di “ebraicità”, così come definito dalla tradizione rabbinica, è strutturalmente chiuso ed escludente. Affonda le proprie radici in millenni di teologia e trova oggi applicazione politica nello Stato di Israele. Contrariamente a quanto molti affermano per ignoranza o ipocrisia, l’ebraismo non è semplicemente una fede religiosa. La sua definizione si fonda su criteri biologici: si è ebrei se si nasce da madre ebrea. Ne deriva un’identità “di sangue” che non può essere abbandonata nemmeno in caso di ateismo o di conversione ad altra religione.

Fin dall’antichità, il segno visibile e indelebile dell’alleanza tra il popolo di Israele e YHWH (Yahweh) è costituito dalla circoncisione (milah). La sua origine è nel libro della Genesi, dove YHWH stabilisce un patto eterno con Abramo e i suoi discendenti: «Questo è il mio patto che dovrete osservare, tra me e voi e la tua discendenza dopo di te: ogni maschio tra voi sia circonciso… Questo sarà il segno dell’alleanza fra me e voi» (Genesi 17:9-11). La circoncisione deve essere praticata all’ottavo giorno dalla nascita e chi non la compie viene «reciso dal popolo» (Genesi 17:14), cioè escluso dall’alleanza.

Nel pensiero biblico e rabbinico, la milah ha un significato profondamente identitario. È un marchio fisico e spirituale che segna per sempre l’appartenenza al popolo di Israele. Anche in caso di peccato o di abbandono della fede, la circoncisione rimane valida. La tradizione rabbinica afferma infatti: «Tutti gli Israeliti circoncisi non vedranno mai la Gehenna, a meno che il profeta Elia non riporti il prepuzio al suo posto» (Midrash Tanchuma, Tazria 7); «La Gehenna è solo per i malvagi delle nazioni; per Israele è un passaggio momentaneo e non li distruggerà mai» (Talmud Bavli, Avodah Zarah 3a). 

Questa impostazione è unica e appare profondamente discriminatoria perché separa in modo netto gli ebrei dai goyim (gentili) e costruisce una logica di superiorità ontologica, espressa chiaramente in numerosi testi rabbinici: «Un gentile che uccide un altro gentile o un israelita è condannato a morte; un israelita che uccide un gentile non viene condannato a morte da un tribunale» (Maimonide, Mishneh Torah, Hilkhot Melakhim 10:11); «Tutte le nazioni del mondo esistono solo per servire Israele» (Zohar, Shemot 14b); «Voi [Israeliti] siete chiamati uomini, mentre le nazioni non sono chiamate uomini» (Talmud Bavli, Yevamot 61a); «Solo Israele sarà risvegliato alla vita eterna, mentre le altre nazioni saranno giudicate come animali» (Zohar, Vayikra 34b); «Tutti i figli dei gentili sono come animali» (Talmud Bavli, Yebamoth 98a).

È impressionante notare come questi concetti tradizionali vengano ripresi identici nella retorica politica israeliana contemporanea. Diversi ministri e leader israeliani hanno definito i palestinesi “animali”, riproducendo letteralmente il linguaggio dei testi rabbinici. Il ministro delle finanze Bezalel Smotrich (ottobre 2023) ha parlato dei palestinesi come “bestie terroristiche”; il ministro della difesa Yoav Gallant (ottobre 2023) li ha definiti “animali umani”.

Israele bombarda scuole, ospedali, mutila bambini, affama civili, distrugge città e villaggi. Non è autodifesa: è annientamento sistematico. E mentre accade tutto questo, il mondo occidentale applaude, tace o peggio ancora, accusa di antisemitismo chi critica la politica genocidaria dello “Stato ebraico”.

Io non sono antisemita. E, a voler essere precisi, il termine stesso ‘antisemita’ è un’aberrazione linguistica, perché semiti sono anche i Palestinesi. Al contrario, provo empatia profonda per ogni ebreo che oggi si sente tradito dallo Stato che, in teoria, dovrebbe rappresentarlo. Se fossi ebreo, superata la depressione iniziale, combatterei con tutte le forze contro questo Stato razzista e assassino, contro questa menzogna, contro questo tradimento. Combatterei con la verità, così come fanno Moni Ovadia, Ilan Pappè, Shlomo Sand, Ariel Toaff, Zvi Schuldiner e tanti altri ebrei, paradossalmente accusati di antisemitismo.

Si parla tanto di recrudescenza dell’antisemitismo. Ma dov’è questo antisemitismo? Oggi i nipotini dei veri antisemiti, i neonazisti e i neofascisti attuali, sono dalla parte di Israele. Non perché abbiano compreso i loro errori, o provino sensi di colpa, ma perché invidiano Israele: Stato armato, etnico, spietato, che viene a rappresentare il compimento dei loro sogni autoritari. Il vero antisemitismo, oggi, è usare la Shoah come scudo morale per giustificare l’oppressione e la distruzione di un popolo come quello palestinese, a sua volta semita.

Per comprendere fino in fondo la brutalità dell’attuale politica coloniale e genocidaria dello Stato di Israele nei confronti del popolo palestinese, è necessario risalire alle sue radici mitico-religiose: il concetto di “popolo eletto”, l’idea di “terra promessa”, la pratica del kherem. Questi tre elementi, profondamente intrecciati nella Torah, continuano a essere utilizzati per legittimare un’aggressione sistematica travestita da autodifesa. L’idea che il popolo ebraico sia stato “scelto” da Dio tra tutti i popoli – «voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Esodo 19,6) – ha generato un’identità etnica esclusiva, fondata sulla distinzione radicale tra “noi” e “loro”. Questa elezione non è mai universale, ma selettiva e condizionata. Nella lettura sionista, essa si è trasformata in una legittimazione etnica della sovranità su una terra promessa da YHWH e della eliminazione della sua popolazione indigena. Il concetto di “terra promessa” – «la terra che io do a voi e alla vostra discendenza» (Genesi 12,7) – è oggi reinterpretato in chiave geopolitica come diritto esclusivo all’occupazione. Questa promessa, nella Torah, è sempre accompagnata da narrazioni di conquista, sradicamento e annientamento dei popoli residenti: Cananei, Filistei, Amaleciti, ecc. Nella retorica politica israeliana contemporanea, la “terra promessa” è divenuta uno spazio esclusivo da purificare mediante lo sterminio. Durante l’operazione militare israeliana “Piombo Fuso” del 2008-2009 (oltre 1400 morti tra i Palestinesi, quasi tutti civili), alcuni telegiornali trasmisero dei filmati in cui due caccia israeliani mitragliavano, in un villaggio palestinese, dei cavalli chiusi in un recinto. Questo gesto, apparentemente inspiegabile dal punto di vista militare, ha una chiara analogia con la logica del kherem, ovvero l’annientamento totale come forma di “consacrazione distruttiva”. Il concetto di kherem è fondamentale nella visione etnica e militare della divinità del popolo di Israele. Parlo di “divinità del popolo di Israele” e non di Dio in senso universale, perché l’idea di un Dio unico e universale non appartiene all’ebraismo delle origini, ma nasce dopo l’esilio babilonese, si rafforza con l’influsso della filosofia greca e viene compiutamente formulata solo nel Giudaismo tardo, nel Cristianesimo e nell’Islam. 

Si parla solitamente del monoteismo ebraico come della radice prima e incontestabile della tradizione religiosa occidentale. Ma questa convinzione si fonda su una mistificazione storica e teologica. Il cosiddetto monoteismo dell’Antico Testamento non è, in realtà, monoteismo nel senso pieno del termine. La Torah conserva, nella lingua, nei miti e nelle affermazioni, le tracce evidenti di un politeismo arcaico, successivamente mascherato e reinterpretato. Il termine stesso “Elohim”, utilizzato per indicare l’Ente Supremo, è un plurale e significa letteralmente “gli dèi”. Solo in epoca tarda si è voluto intendere come un pluralis maiestatis. La grammatica e i contesti narrativi rivelano invece che, originariamente, si parlava di una pluralità di esseri divini: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza» (Genesi 1,26). La figura di YHWH, che subentra progressivamente a Elohim, anzi, agli Elohim, è quella di un dio etnico, locale, guerriero. Il cosiddetto “Dio degli eserciti” non è l’unico Dio, ma la divinità principale del popolo di Israele, descritta come superiore agli altri dèi ma non unica: «Chi è come te tra gli dèi, o YHWH?» (Esodo 15,11); «Non avrai altri dèi davanti a me» (Esodo 20,3). Non è negata, quindi, l’esistenza di altri dèi, ma è vietato adorarli. Il termine giusto atto a definire lo Yahwismo biblico non è, quindi, “monoteismo” ma “monolatria”. Il Dio unico, creatore universale, onnipotente e trascendente, è, come si è accennato poc’anzi, il frutto di una lunga evoluzione teologica che si consolida soprattutto dopo l’esilio babilonese (VI sec. a.C.) e, in maniera ancora più profonda, con l’incontro con la filosofia greca in età ellenistica. L’influsso delle categorie greche è decisivo: da Parmenide e Platone proviene l’idea dell’unità dell’Essere, dell’esistenza di un principio supremo che non tollera rivali; dallo Stoicismo la nozione di logos, legge razionale e universale che ordina il cosmo, e il concetto di provvidenza; da Aristotele l’idea di un “primo motore” eterno, immutabile e perfetto. Queste categorie trasformano radicalmente il volto di YHWH, che non è più un dio nazionale, legato a un solo popolo, ma diventa il Signore dell’universo, creatore di tutto e giudice di tutte le nazioni. I testi biblici più tardi, come Isaia deutero e trito, riflettono già questa svolta: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro» (Isaia 45,5). Si passa così da una religione tribale e monolatrica a un monoteismo universale, che però continua a custodire l’idea dell’elezione esclusiva d’Israele, mantenendo una tensione irrisolta tra universalismo etico e identità etnica.

A questo punto va meglio definito il concetto di kherem, al quale facevamo cenno precedentemente, e che significa “separato” perché consacrato a YHWH. Il termine kherem può indicare ciò che è sacro, ma anche ciò che è impuro e deve essere annientato. In Deuteronomio 20,16-18 viene comandato lo sterminio totale degli abitanti delle città conquistate: «non lascerai nulla in vita che respiri». Lo stesso accade al popolo amalecita, sottoposto al kherem in 1 Samuele 15,3: «Ora va’, colpisci Amalek e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene: non risparmiarli, ma uccidi uomini, donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini». Il primo ministro Benyamin Netanyahu (ottobre 2023) ha citato esplicitamente questo passo biblico per legittimare la violenza israeliana contro i Palestinesi, evocando lo sterminio come atto di consacrazione al “Signore”. Analogamente, il ministro dell’agricoltura Avi Dichter (novembre 2023) ha dichiarato che “va completata la Nakba come compito biblico”.

Insieme, i tre concetti di “popolo eletto”, “terra promessa” e kherem, costituiscono un arsenale simbolico tendente a giustificare, nei fatti, una politica di apartheid, pulizia etnica e genocidio. Il linguaggio religioso diventa, quindi, strumento ideologico per legittimare la violenza coloniale dello “Stato ebraico”.

L’inclusione dell’Antico Testamento nel canone cristiano non fu una scelta ovvia, ma il risultato di un lungo processo nei primi secoli del Cristianesimo. I primi cristiani, essendo ebrei, leggevano naturalmente le Scritture di Israele, ma quando la Chiesa si separò progressivamente dal giudaismo emerse un dibattito: quelle stesse Scritture, con la loro teologia etnica e bellicosa, dovevano restare testi sacri? Nel II secolo il vescovo Marcione, scandalizzato dall’immagine di un Dio crudele e vendicativo, propose di rifiutare del tutto l’Antico Testamento e di conservare solo parte dei Vangeli e alcune lettere di Paolo. La Chiesa di Roma reagì scomunicando Marcione e affermando l’unità tra Antico e Nuovo Testamento, ma lo fece al prezzo di portare con sé un bagaglio teologico problematico. I sinodi di Ippona (393) e Cartagine (397 e 419) sancirono definitivamente il canone biblico che conosciamo, nel quale l’Antico Testamento, con le sue pagine di elezione etnica, di promesse di conquista e di kherem, divenne parte integrante delle Scritture cristiane. Questa decisione della Chiesa, nata anche dall’esigenza politica di legittimarsi storicamente mostrando di avere radici solide e antiche, ha avuto conseguenze profonde: il Cristianesimo ha ereditato una teologia che non sempre coincide con il messaggio universale e inclusivo di Gesù.

In conclusione, continuare a proclamare “sacro” un testo come l’Antico Testamento, che contiene una teologia arcaica, tribale e bellicosa, significa oggi legittimare una visione del mondo che giustifica dominio, apartheid e genocidio. Riconoscere che il cosiddetto “monoteismo ebraico” non è un autentico monoteismo universale, ma una teologia etnica evolutasi nel tempo, non è un’offesa: è onestà intellettuale. È il primo passo per liberare la spiritualità da ogni ideologia del sangue e del possesso, e per affermare un’etica davvero inclusiva.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Giambattista Vico: “La Scienza Nuova”, di Sonia Di Furia

Con il Settecento giunge a piena risoluzione la catena di conflitti apertisi nel Seicento, con la crisi sia del sistema e del modello conoscitivo tradizionale, sia delle certezze che a quello erano collegate. Secolo di profonda e generale trasformazione, il Settecento si apre sulla scena politica con il dominio incontrastato del massimo sovrano assoluto, Luigi XIV di Francia, il re Sole, e si chiude sulle prime vittorie italiane del generale Napoleone Bonaparte, destinato a divenire il primo imperatore dei Francesi e a diffondere in tutta Europa i principi della rivoluzione francese ( Liberté, égalité, fraternité), sui quali si fondano oggi direttamente o indirettamente le Costituzioni di tutti gli Stati del mondo. Egemonia francese che, però, cede ben presto il passo al prevalere di quella potenza marinara, l’Inghilterra, che darà il via al processo di trasformazione globale e radicale dell’organizzazione economica e sociale che va sotto il nome di “Rivoluzione industriale” e segna in modo determinante il percorso successivo dell’evoluzione dell’umanità, condizionandone nel bene e nel male ogni forma di organizzazione civile e di esperienza di vita.

Per analizzare e comprendere questi processi, il metodo d’indagine scientifico-matematico, empirico e razionale, derivato dalle scienze naturali, è dal Settecento applicato a tutto lo scibile. Nessun settore dell’esperienza umana è escluso dalla verifica e dal vaglio critico operato dalla ragione che, in questo senso, si sostituisce, come criterio superiore di verifica di ogni affermazione e come principio di ogni azione, alla fede, alla Rivelazione cristiana e alla sua tradizionale interpretazione dogmatica. Nessuna autorità tradizionale, nessun modello istituzionale passa indenne attraverso l’esame cui l’uomo del Settecento sottopone i più minuti aspetti della realtà naturale e umana, ogni settore della conoscenza e della cultura.

In questo sistema di analisi si inserisce il capolavoro di Giambattista VicoPrincìpi di una scienza nuova d’intorno alla natura delle nazioni, per i quali si ritrovano altri princìpi del diritto naturale delle genti”, come recita il titolo della prima edizione del 1725. Si prende qui in considerazione l’edizione “I classici Bur” della Biblioteca Universale Rizzoli, con introduzione e note di Paolo Rossi, quinta edizione del 1994.

Sintesi coraggiosamente innovativa del lavoro erudito dei decenni precedenti, l’opera propone un’interpretazione generale della storia delle attività umane, dei principi fondatori della società e della sua evoluzione dalle origini (desunte dall’autore nel mito e nella realtà delle lingue e delle letterature arcaiche) fino agli esiti moderni.  La ricostruzione del passato comporta delle costanti del divenire storico, analizzato in tutte le sue espressioni culturali di fondo (religiose, politiche, giuridiche e istituzionali, linguistiche, filosofiche e letterarie) e spiegato come l’alternarsi progressivo di fasi successive di civiltà umana ( l’<<età degli dei>>, <<degli eroi>> e <<degli uomini>>), alle quali l’autore fa corrispondere una concezione del mondo, una sensibilità attraverso la quale si esprime il grado di sviluppo raggiunto dall’umanità e che informa nel profondo le modalità dell’esperienza e dell’organizzazione sociale. 

Poiché la ricerca di Vico si spinge fino alle origini prime dell’umanità, ben oltre il punto in cui l’uomo produsse i primi documenti scritti, buona parte della ricostruzione dei caratteri originari dell’umanità e dell’età primitiva, a cui l’autore dedica la massima attenzione, si fonda sulle tracce non intenzionali trasmesse da quell’età ai tempi successivi. Molto frequente è il ricorso alle spiegazioni etimologiche; indispensabile riferimento e oggetto di studio diviene il patrimonio mitologico e leggendario, i rituali e il folklore, dai quali l’autore ricava i dati utili alla ricostruzione, il più possibile fedele all’originale, della mentalità e delle funzioni interiori dell’uomo primitivo. Da queste infatti Vico fa dipendere lo sviluppo successivo della storia del genere umano. 

Un mondo sterminato di <<detriti>> storici, giudicati fino a quel momento inaffidabili dalla tradizione colta, vengono per la prima volta riportati alla luce e interpretati come documenti della massima importanza per risalire alla definizione della psiche umana, colta nella sua fase primitiva, allo stato originale. Vico supera così definitivamente il confine tra la “civiltà” europea moderna e le altre forme dell’organizzazione umana che l’uomo europeo, al primo contatto con le popolazioni indigene del Nuovo Mondo, aveva provveduto a collocare su un piano inferiore o addirittura subumano: si pensi ai dubbi sorti a proposito della loro appartenenza al genere umano, alle discussioni nate tra i teologi per stabilire se quelle popolazioni fossero o no dotate di anima. Nessuna fase dello sviluppo dell’umanità è di per sé, superiore, in senso assoluto, alla precedente; ciascuna è indispensabile allo sviluppo della vicenda umana. 

Vico ammette la forza della provvidenza divina nella trasformazione storica, ma le considerazioni relative all’azione creativa dell’uomo suggeriscono implicitamente la visione di un mondo il cui sviluppo è largamente affidato alla sua iniziativa, spinto alla trasformazione dal bisogno di soddisfare il proprio desiderio di conoscenza e di azione. In ogni caso Vico non presenta, nella sua ricostruzione del passato, interventi diretti di Dio nella determinazione del corso della storia umana, poiché il progresso, quale è concepito nella Scienza nuova, non è orientato verso alcuna meta e non esclude la possibilità di un regresso, l’instaurarsi di un processo regressivo (corsi e ricorsi). Inseriti nell’insieme ordinato e oggettivo del corso della storia, anche i regressi storici rispondono comunque a una logica che permette in buona misura di prevedere i risultati dell’azione umana.

La progressione delle linee teoriche generali dell’opera, portarono l’autore a due successive riedizioni (1730; 1744, postuma, con il titolo di “Princìpi di scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni”). In esse, il testo dal 1725 veniva progressivamente ampliato e organizzato, inserendo i risultati di nuove osservazioni e dimostrazioni, accumulatesi via via in gran numero, in un processo continuo di revisione e di crescita.

Il lavoro secolare di indagini dedicate dalla critica alle opere precedenti la “Scienza nuova”, per lo più inedite, ha fatto emergere i motivi che orientano la ricerca di Vico e trovano la loro sintesi nel capolavoro. In questo senso il “De antiquissima italorum sapientia” (L’antichissima sapienza degli italici), del 1710, per alcuni attardato e inadeguato, testimonia nello studioso un’esigenza largamente diffusa nella cultura italiana del tempo, che respinse in buona misura la proposta cartesiana a causa della sua astrattezza intellettualistica.

Rifiutando Cartesio, Vico rifiuta di accettare il predominio incontrastato del metodo matematico e del modello conoscitivo proposto dalle scienze naturali e rivendica la piena dignità, anzi la centralità, delle discipline umanistiche, che avevano perduto negli ultimi decenni il predominio di cui avevano goduto nell’età classica e rinascimentale.  Particolarmente significativa è, in questo senso, l’orazione “De nostri temporis studiorum ratione” (Il metodo degli studi del nostro tempo, del 1709). In essa Vico dimostra un’approfondita conoscenza del metodo fisico-matematico usato dai cartesiani, e considerato il metodo universale perfetto di indagine della realtà, ma esprime la preoccupazione che la nuova scienza confidi eccessivamente nell’assolutezza e nell’universalità di applicazione dei propri strumenti conoscitivi e finisca per sottostimare i limiti della ragione umana. Lo studio della scienza finirebbe per distogliere l’attenzione della classe colta dallo studio di tutta una serie di funzioni psichiche non operanti secondo principi matematici, come la fantasia, e di tutta una serie di attività culturali esprimentisi secondo modi di tipo non-logico, l’arte, l’eloquenza, non penetrabili attraverso lo strumento matematico, ma fondamentali nell’orientare il comportamento dell’uomo. 

Ma una volta stabilito, con Cartesio, che l’unica conoscenza sicura, <<certa>>, è quella esatta, offerta dall’applicazione del metodo matematico alla realtà fisica, e constatato che non si possono spiegare matematicamente i comportamenti umani, si deve da questi due fatti dedurre che non si può dare conoscenza sistematica e obiettiva di queste sfere dell’esperienza, poiché non possono essere imposte in termini matematici.  Vico ha il merito di aver superato questa difficoltà metodologica, che blocca di fatto ogni razionalismo di tipo matematico, recuperando all’osservazione e all’interpretazione coerente e rigorosa dell’intellettuale, il “filosofo”, tutto il vasto terreno dell’incerto, in cui l’uomo da millenni, con soluzioni continuamente nuove, opera la maggior parte delle sue scelte di vita, applica la sua intelligenza ed esercita continuamente la sua creatività.

La soluzione che permette a Vico di superare il dilemma, se sia possibile spiegare razionalmente l’irrazionale, emerge nel famoso principio del <<Verum ipsum factum>> (è accertabile solo ciò che è stato fatto): se a Dio soltanto pertiene, in quanto creatore, la conoscenza piena della natura, all’uomo compete la conoscenza delle proprie creazioni concrete, delle proprie realizzazioni. Compito della filosofia è, allora, mettere a punto strumenti concettuali, altrettanto rigorosamente razionali, quanto quelli messi a punto nel campo fisico-matematico dalla scuola cartesiana, ma specificamente adattati all’oggetto di studio. 

Nella ricerca di un collegamento strettissimo tra la formulazione di un’ipotesi teorica che spieghi il meccanismo che guida l’evoluzione della “cultura” umana, nella vita del singolo e della comunità, e i fenomeni particolari in cui la legge dello sviluppo storico si realizza concretamente, Vico si dimostra erede del metodo scientifico inaugurato in Italia da Galilei. Egli lo estende, di fatto, al mondo dell’uomo, di cui come abbiamo detto rivendica il primato.  La nova definizione vichiana dell’esperienza umana presenta non poche analogie, per originalità, ampiezza della portata e risultati raggiunti, con la rivoluzione copernicana del secolo precedente. Non a caso, tra gli autori a cui Vico si collega idealmente, egli indica l’inglese Francis Bacon, filosofo empirista, eminente uomo politico e strenuo assertore della rivoluzione scientifica del Seicento. 

Non è un caso, inoltre, che Vico approdi alla sua geniale ridefinizione dei meccanismi generali, individuali e sociali, del divenire della società umana, attraverso lo studio del diritto, tanto strettamente collegato alla dimensione politica e di conseguenza alla definizione dei bisogni essenziali dell’uomo. La lezione del giusnaturalismo, della teoria del diritto naturale formulata nei decenni precedenti dall’olandese riformato Huig de Groot e dal tedesco Samuel von Pufendorf, che giungono all’identificazione di principi giuridici comuni a tutta l’umanità, perché basati sulle esigenze e tendenze comuni a tutti gli uomini, offre a Vico il primo esempio di una sintesi teorica generale fondata in concreto sullo studio delle forme che l’umanità ha saputo dare nel tempo alle norme che regolano la convivenza civile. 

 Il procedimento dei giusnaturalisti viene applicato da Vico a tutte le manifestazioni della socialità dell’uomo, e non solo a quelle formali e coscienti quali il diritto, aprendo così la via alla costruzione delle moderne scienze sociali e dell’antropologia in particolare. La connessione instaurata tra speculazione filosofica ed esperienza storica concreta, il carattere di utilità pratica che Vico attribuisce alla propria indagine e le modalità stesse di questa, collegano lo studioso alle correnti più autorevoli del pensiero italiano ed europeo che tra Sei e Settecento si oppongono ai vincoli tradizionali della cultura espressa dalla Controriforma e ne determinano la crisi irreversibile.

Stabilito che il <<mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini>>, la vicenda storica che Vico porta alla luce è la storia dell’evoluzione della mentalità umana, delle caratteristiche psichiche profonde che caratterizzano la percezione del mondo e danno forma, creandola, ad ogni aspetto dell’organizzazione sociale e dell’attività umana. 

Sostanzialmente ignorata dai contemporanei, che per lo più la rifiutarono per la sua <<oscurità>>, La Scienza nuova circolò ampiamente negli ambienti illuministi napoletani e, conosciuta per il tramite degli esuli napoletani della Repubblica Partenopea (1799), ispirò l’azione della maggior parte degli intellettuali impegnati nel Risorgimento. 

I Romantici europei, poi, trovarono in Vico l’anticipazione della loro visione della storia, come progresso civile delle nazioni e della rivalutazione della grandezza umana e civile espressa dalla grande poesia del passato (da Omero a Dante in particolare). Esaltata da Benedetto Croce come fondamento dell’indirizzo storicistico che caratterizzerebbe il pensiero italiano moderno, La Scienza nuova oggi è considerata anche fuori dall’Italia come una tappa fondamentale nella costruzione della moderna concezione dell’uomo e della storia, nonché l’opera con cui ha origine lo studio scientifico della mitologia e, più in generale, della vastissima materia afferente alle scienze umane. 

Per chi ne avesse desiderio, oltre che occasione, si suggerisce di andare a visitare la casa natale di Vico, con la sottostante piccola bottega del padre libraio (libreria non più esistente), in cui visse fino all’età di diciassette anni, come precisa la lapide sulla facciata. Si trova in via San Biagio dei Librai a Napoli. Il testo della lapide fu dettato da Benedetto Croce (colui che aveva scritto e pubblicato su Il Mondo, quotidiano politico, il primo maggio 1925 “L’antimanifesto” in risposta al “Manifesto degli intellettuali fascisti” di Giovanni Gentile). Nella domanda presentata al Municipio di Napoli, su suggerimento di Mario Forges Davanzati, per evitare che la domanda stessa venisse respinta dalle autorità fasciste, Fausto Nicolini si dichiarò autore del testo. La domanda fu accolta e lo scoprimento della lapide avvenne il 23 giugno 1941, alla presenza delle autorità e dell’autore fittizio.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.