Thomas Bernhard : “Il nipote di Wittgenstein. Un’amicizia” (Adelphi, trad. Renata Colorni) – Maurizia Maiano

Il libro, dedicato all’amico Paul Wittgenstein, inizia con una sua esplicita richiesta a Bernhard:
“Duecento amici verranno al mio funerale e tu dovrai tenere un discorso sulla mia tomba.”
In realtà, al funerale andarono soltanto nove persone, e lo stesso Bernhard non poté essere presente, perché si trovava a Creta. Resta quindi il libro come testimonianza della profonda amicizia tra i due.

Paul Wittgenstein è il nipote del più celebre Ludwig Wittgenstein, autore del Tractatus Logico-Philosophicus. Il racconto è bellissimo: due persone legate da un’amicizia profonda, nonostante sembrino non aver condiviso molti momenti, trovano nel reciproco legame il confronto con un mondo dominato dalla finzione. La loro realtà autentica è fatta di malattie, ossessioni e sofferenze condivise, uno “spazio” in cui si riconoscono e che sentono vivo.
Entrambi erano ricoverati in ospedali vicini: Paul nel Padiglione Ludwig — un manicomio — e Bernhard nel Padiglione Hermann, un tubercolosario. Due strutture situate a circa duecento metri di distanza su due colline di Vienna. Entrambi avevano abusato della propria vita in modi diversi, manifestando un’avversione profonda verso se stessi. Quando quest’avversione raggiunse il suo culmine, ci furono i rispettivi ricoveri, che li plasmarono e li ristabilirono.
Questa convivenza con la malattia, vissuta in contesti così opposti (la comunità di “pazzi” e quella dei “tubercolosi”), riflette la condizione umana come un costante rapporto con ciò che ci circonda. Paul e Bernhard erano uguali e diversi allo stesso tempo. Paul, ad esempio, si commuoveva davanti ai poveri: una volta scoppiò in lacrime vedendo un bambino povero al Traunsee, cogliendone l’innocenza e l’indigenza. Bernhard, però, vide invece la madre astuta che aveva messo lì il bambino per suscitare pietà.
Questa scena rappresenta una chiave di lettura del Tractatus Logico-Philosophicus: i fatti sono ciò che vediamo, ma ciò che vediamo dipende dalla nostra prospettiva. Paul vede solo il bambino, Bernhard anche la madre, e così la realtà, i fatti, possono ingannare. È un richiamo all’inganno dell’informazione e del potere che può condizionarci con ciò che ci fa vedere o non vedere.

L’inganno della percezione si manifesta anche in momenti pubblici, come quando un ministro tiene una laudatio per Bernhard leggendone quattro appunti scritti da funzionari ignoranti e raccontando delle falsità su di lui (ad esempio che avrebbe scritto romanzi d’avventura o sarebbe uno straniero in Austria). Bernhard rispose con poche, frasi memorabili: l’uomo è un essere abbietto e la morte è certa per ognuno. Il ministro, furioso, lo insultò e se ne andò sbattendo la porta, seguito da tutti gli altri, compresi gli artisti e i critici letterari. Solo Paul rimase accanto a Bernhard, orripilato ma anche divertito dall’accaduto.

Il libro vuole essere il miglior elogio funebre per Paul, un amico che aveva profondamente migliorato la vita di Bernhard, rendendola possibile nonostante tutto. Le pagine fissano l’immagine di Paul, mettendo in luce ciò che li accomunava e ciò che li divideva. Non si tratta di un’amicizia semplice e spontanea, ma di un legame elaborato con fatica, mantenuto con cautela per proteggere la fragilità di Paul.
La narrazione si chiude con una passeggiata di Bernhard per Vienna: lo Stadtpark, il Cafè Sacher — un luogo dove veniva rispettato e mai disturbato — e il Braunerhof, il tipico caffè viennese che, pur infastidendolo, frequentava per l’insopprimibile sindrome dei viennesi di “andare al caffè”.

Paul si lasciò dominare dalla propria follia; Bernhard ne fece invece uno strumento di vita, ma forse proprio questa differenza rende la sua follia ancora più estrema.
L’amicizia tra i due è curiosa e complessa: Bernhard temeva l’incontro con Paul se questi si fosse presentato “nel suo abbigliamento da pazzo”, consapevole che Paul era il suo specchio e forse temeva se stesso. Per Paul era più semplice fare visita a Bernhard che viceversa. Questa ambivalenza rimane una domanda aperta, per una delle storie d’amore più strane e vere che abbia mai letto.

Informazioni sull’opera:
Il nipote di Wittgenstein (titolo originale: Wittgensteins Neffe) è stato scritto da Thomas Bernhard nel 1982. La traduzione italiana, pubblicata da Adelphi nella collana Fabula (2013), è curata da Renata Colorni.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Krisztina Tóth: “Gli occhi della scimmia” (Voland, trad. Mariarosaria Sciglitano), di Vincenzo Vacca

Il libro di Krisztina Tóth “Gli occhi della scimmia”, tradotto da Mariarosaria Sciglitano, è da considerare una opera letteraria capace di scavare nel destino delle persone che vivono sotto la cappa dei regimi autocratici. 

Può apparire distopico, ma, in realtà, il contenuto del libro rispecchia, in tutto o in parte, una concreta situazione in cui vivono già diversi popoli sotto la cappa asfittica di regimi tirannici che, non solo negano i diritti fondamentali dei cittadini, ma controllano con ogni mezzo le vite private delle persone con lo scopo di soffocare sul nascere qualsiasi comportamento che, in qualche modo,  possa generare delle forme di ribellione o di semplice dissenso nei confronti del regime autoritario.

Nel libro si ipotizza che nel Paese in cui si racconta la storia – senza precisare né il nome, né il periodo e questo lo rende ancora più profetico – sia avvenuta una guerra civile che si è conclusa con l’ avvento di un sistema politico dispotico. 

Questo, naturalmente, ha effetti anche sulla vita quotidiana di tutti gli abitanti che saranno indotti in modo diretto o indiretto a badare esclusivamente alle piccole incombenze delle loro esistenze, al ménage famigliare e a come conservare il proprio lavoro. 

Infatti, una protagonista del libro a un certo punto dice: “…Del mio lavoro all’ università,  è brutto a dirsi ma è così,  mi vergognavo alquanto. Imbottivamo le teste degli studenti di menzogne, nella migliore delle ipotesi di mezze verità,  inorridivamo se qualche volta ci facevano delle domande.  Non sapevamo mai se ci stessero davvero chiedendo qualcosa o se si trattasse solo di una provocazione…”.

È il caso di evidenziare che, tra gli  esiti  della menzionata guerra civile, emerge una esasperata diseguaglianza sociale tale che coloro che fanno parte dei ceti poveri vengono confinati in  zone del Paese circoscritte con l’ unica preoccupazione che entrino il meno possibile in contatto con i componenti dei ceti privilegiati. Una diseguaglianza sociale codificata, ritenuta insormontabile, data una volta per tutte.

Uno dei protagonisti principali del libro è un certo dottor Kreutzer, psichiatra, che tiene quotidiane sedute psicoanalitiche, ma il vero scopo di tali sedute non è quello di guarire i pazienti. Il vero scopo è un altro e lo scoprirà il lettore. 

Inoltre, Kreutzer è una persona afflitta da una serie di ossessioni che vengono meravigliosamente e terribilmente raccontate dall’ autrice con qualche punta di ironia. Sì, anche di ironia perché il libro ha il pregio di una sua scorrevolezza, senza perdere una acuta finezza letteraria.

Sono davvero esilaranti le modalità con le quali la scrittrice descrive i rapporti tra il dottor Kreutzer e la sua famiglia, in particolare con la moglie, restituendo al lettore un idealtipo di una persona che fa parte dell’ ingranaggio tirannico a cui si è già accennato. 

Ma un aspetto del libro che va particolarmente sottolineato è il fatto che l’ autrice sia riuscita a raccontare come anche persone non esattamente in cima alla scala sociale, grazie a un abile intreccio di omertà e sottili ricatti creati astutamente dal regime, si rendono complici di ingiuste e illegali azioni che tornano utili alla costruzione di un consenso di massa.

Infatti, basti pensare che a un certo punto una donna che lavora in un ospedale afferma: “…La maggior parte delle volte portavano giù i pazienti nell’ ufficio dell’ interrato per fargli firmare vari documenti. Bisognava provvedere quando erano ancora fisicamente in grado di farlo, vale a dire quando gli si poteva ancora mettere in mano una penna…la maggior parte di chi scriveva le dediche redigeva una lunga e dettagliata confessione dei crimini commessi durante la guerra civile, risarcendo spontaneamente lo Stato con la cessione di beni mobili e immobili…”.

Non manca l’ indicazione degli effetti di una certa campagna sovranista, così egemone di questi tempi, a tal punto che una donna dice (al lettore il compito di scoprire chi): “…c’erano alcune parole che la signora… era in grado di pronunciare solo con voce strozzata o accompagnandole con determinati gesti e mimica. Una di queste era la parola “straniero”. Quando in un dato contesto capitava questo termine, lei abbassava la voce e pronunciava la parola in modo sommesso, con prudenza, come un monaco medievale il nome di Satana, quasi a temere che al proferirla la persona potesse materializzarsi là, nel soggiorno…”.

La Tóth riesce a far percepire al lettore anche un tipico clima dei regimi assolutistici facendo riferimento a una certa entità, superiore a tutto e a tutti, che per l’intero libro viene indicata solo con un acronimo: “GUN”. E solo alla fine del libro viene svelato (anche questo lo scoprirà il lettore proseguendo la lettura). Può sembrare una cosa di poco conto, invece, a parere del sottoscritto, questo artificio letterario, considerato il contesto, rende l’intera narrazione ancora più immersa in una realtà sinistra, fortemente foriera di angoscia se non di terrore.

La lettura de “Gli occhi della scimmia” è stimolante. Ci pone di fronte a gravi domande sul presente e sul futuro prossimo. Ci fa assaporare cosa possono diventare, e in parte già sono diventate, le nostre vite in un contesto sociale e politico opprimente.

Vincenzo Vacca

Inès Cagnati: “Génie la matta” (Adelphi – trad. Ena Marchi), di Cristi Marcì

Alla ricerca di un luogo sicuro

Scritto interamente in prima persona, le pagine di questo splendido romanzo danno voce a un vissuto familiare in grado di annientare a più riprese finanche l’ultimo briciolo di speranza.

Se da un lato la voce narrante di Marie trascina il lettore negli abissi più profondi dell’animo umano dall’altro i gesti materni di Eugènie, conosciuta da tutti in paese come Gènie la matta, confermano gradualmente come non sempre il desiderio genitoriale, specialmente quello materno sia in grado di aprirsi alle richieste di un figlio e ai suoi bisogni primari.

Tantomeno al più genuino dei suoi desideri: quello di un abbraccio.

Composto da una prosa a tratti delicata altre crudelmente diretta, Inès Cagnati descrive ed esplora le complesse dinamiche del rapporto tra una madre e una figlia dove il contatto è pronto a trasformarsi repentinamente in una distanza, una carezza in un possibile schiaffo e la ricerca di un luogo sicuro in un monito ripetitivo, sordo e travolgente: Non starmi tra i piedi.

La storia narrata dalla figlia Marie è quella di una bambina alla costante scoperta di un posto irraggiungibile in cui il linguaggio della madre è sempre più inaccessibile e il profumo degli abbracci un aroma pronto a dissolversi in vane aspettative.

È il diario attraverso il quale sia le parole che i ricordi tentano disperatamente di tracciare una linea di congiunzione tra un passato che si desidera rimuovere e tacere il più possibile e un presente fatto di gesti pronti ad allontanare ogni minima richiesta di contatto.

Il tempo non sempre guarisce le ferite

Un’unica trama dove vicende lontane si insinuano in modo vischioso nel cuore delle due protagoniste, rendendo il loro rapporto un’eterna etichetta sottoposta alla critica di molti e alla sensibilità di pochi e rispetto alla quale il desiderio di maternità viene puntualmente macchiato dalla vicenda che ne ha corrotto, se non addirittura insozzato, le fondamenta.

Le tematiche del trauma e dell’abuso viaggiano difatti sui binari prima del pregiudizio e poi dell’odio in maniera talmente silenziosa da corrodere inizialmente la vita di Eugènie, bandita sia dalla madre che dal resto della famiglia, e successivamente quella di una figlia non voluta e tantomeno desiderata ancora prima di venire al mondo.

Eppure quello che le pagine del diario svelano tra le innumerevoli tracce di inchiostro è la forte perseveranza a non mollare la presa anche quando tutto sembra ormai perduto, nonostante il crudo distacco alimentato tanto dal giudizio quanto dall’ostinazione a vedere un evento traumatico quale lo stupro come qualcosa di definitivo.

Nata da uno stupro Marie si scopre infatti portatrice di un vuoto che tanto il mutismo quanto l’isolamento materno pagina dopo pagina possono soltanto ingigantire, restituendole in maniera amplificata l’eco di una mancanza che ad occhi chiusi assume sempre più le sembianze di una preghiera.

Leggerlo non è semplice perché richiede un tempo dove la frustrazione si mescola chimicamente alla speranza creando una miscela in cui il sogno e il riscatto per una vita migliore fanno i conti con la recrudescenza dell’animo umano: capace soltanto di annientare i propri simili e ripetendo loro ancora una volta

Non starmi tra i piedi

La relazione madre bambino sotto il profilo perinatale. 

La relazione tra la madre e il bambino inizia a fiorire già a partire dal periodo della gravidanza, la quale promuove il graduale sviluppo di un legame caratterizzato dal “comportamento di annidamento” (Grussu, P., Bramante, A., 2016).

Se da un lato il feto va percepito come una nuova vita di cui legittimare ogni forma di espressione non sempre viene percepito come tale; spesso infatti proprio perché la gravidanza non sempre risulta programmata e desiderata, da parte della madre può esserci una percezione distorta rispetto a chi porta in grembo percependo di conseguenza il feto come un intruso vero e proprio. 

Si può pertanto ipotizzare che una scarsa relazione tra la madre e il feto possa inficiare successivamente quella tra la madre e il bambino.

Tra quelli infatti maggiormente predisponenti possono esservi la storia personale pregressa e familiare che possono risultare idonee e positive ad un quadro psicopatologico generale o specifico per il periodo perinatale.

Quanto colpisce è come la suscettibilità circa l’esordio di una condizione psicopatologica e/o psichiatrica sia determinata e ancor di più preceduta da fattori di ordine biologico, psicologico, ormonale e non ultimo di tipo psicosociale (Treloar, S, A., 1999, Harris, B., 1996).  

Tutto questo in epoca perinatale può avere ripercussioni sulla salute materno-neonatale e sul successivo sviluppo del bambino (Oates, M., 2003). 

Le cure antenatali non sempre infatti risultano sostenute da una buona presa di consapevolezza materna e da una rete sociale adeguata; spesso donne con una storia psichiatrica alle spalle non solo risentono di una mancanza di supporto, ma cosa ancor più invalidante mancano di una valida autonomia decisionale che eviti di spingerle o meno ad avere rapporti dalle gravidanze inattese (Barkla, J., Byrne, L., 2000).

Come sottolineato da Bennedsen questi fattori possono essere collegati ad outcome cioè ad esiti materni fetali e neonatali negativi; inoltre come ripreso da Christian, intercorre uno stretto legame tra i meccanismi biologici sviluppatesi nel corso della vita materna e le complicanze osservate in gravidanza (Bennedsen, B, E., Mortense, P, B., 2001).  

Se quindi i genitori e nello specifico la madre, registrano su di sé una difficoltà nel sapersi prendere cura in maniera reciproca, tale aspetto si ripercuoterà a livello cognitivo e comportamentale nel bambino e ancor prima che venga al mondo, si evidenzierà come sottolineato da O’Donnel una predisposizione all’astinenza neonatale; aumentando così il rischio di un’esposizione fetale rispetto sia a fattori preesistenti sia alla gravidanza e non ultimo rispetto al parto (O’Donnell, M., Nassar, N., Leonard, H., 2009). 

Laplante ha infatti rimarcato come l’epoca prenatale sia un periodo di estrema suscettibilità e più nello specifico come il tono dell’umore materno possa provocare ricadute sul cervello fetale, attraverso l’alterazione dell’asse ipotalamo ipofisi surrene materno; valorizzando sempre più il rapporto tra livelli di cortisolo della madre e quelli fetali trasmissibili attraverso la placenta (Laplante, D, P., Barr, R, G., 2004). 

Alcuni studi hanno confermato ed evidenziato come livelli elevati di ansia e dunque di cortisolo materno in gravidanza possano predire e determinare in epoca prenatale una condizione definita cortisolemia (Sarkar, P., Bergman, K., 2007), portando così il bambino ad un probabile futuro sviluppo di pattern ansiogeni. 

Nondimeno, come indicato da Sandman e Tegethoff, la correlazione tra condizioni psicosociali disfunzionali ed un probabile background materno psicopatologico, può rappresentare indicatori di salute che verranno trasmessi alla prole. 

Un’ esposizione fetale prolungata rispetto a questi fattori risulta pertanto di cruciale importanza (Sandman, C, A., 2012, Tegethoff, M., 2011). 

Le nostre esperienze dunque non si dispiegano nel vuoto ma al contrario prendono vita, forma e sviluppo all’interno di un corpo con una propria vulnerabilità legata sia a sequenze nucleotidiche inerenti i geni, sia a meccanismi epigenetici che ne controllano e ne modificano l’espressione.  

Ciò che nel genitore si riflette come qualcosa di non risolto determina l’emergere di una gamma di comportamenti che prende il nome di “paradossi biologici”, i quali – come riportato da Hesse – non solo forniscono al bambino una specifica interpretazione della sicurezza ma interferiscono con lo sviluppo dei processi di regolazione affettiva, di funzioni narrative e integrative (Hesse, E., Main, M., Abrams, K, Y., 2003).  

Il rischio principale è dato quindi dalla possibilità che l’adulto trasmetta al futuro bambino processi disfunzionali e disturbanti di auto organizzazione e autoregolazione. 

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

“Quando il mondo dorme”: Francesca Albanese a Sant’Andrea di Conza, di Amedeo Borzillo

“C’è un mondo che dorme un sonno di pietra davanti al genocidio di un popolo intero. Ma questa Piazza conferma il messaggio che porto, che c’è anche un mondo che si sta svegliando, che libera le parole dalla lingua del potere, e si oppone al genocidio in Palestina che viene compiuto anche in nostro nome.”

Francesca Albanese così ha esordito nell’incontro tenuto lo scorso 5 agosto a Sant’Andrea di Conza, in alta Irpinia (la sua terra di origine) davanti ad oltre seicento persone.

Più che alla presentazione del suo libro “Quando il mondo dorme” ci è sembrato assistere ad una sorta di appuntamento che si sono dati i relatori, per parlare di Gaza e svegliare le coscienze di noi tutti.

Ha iniziato proprio la Albanese: “Ci stanno togliendo l diritto alla parola, silenziando le voci, inclusa la mia, nonostante il Mandato ricevuto dalle Nazioni Unite a documentare le violazioni di Diritto Internazionale che Israele commette nei Territori Palestinesi occupati. 

Sono la prima persona all’interno delle Nazioni Unite, in 80 anni, ad essere stata sanzionata da uno Stato Membro ed a ritrovarsi in una lista nera insieme a terroristi e criminali internazionali.

Nel mio ultimo Report ho fatto i nomi di decine di aziende che traggono profitti dall’industria della guerra, a cominciare dall’Italiana Leonardo che fornisce componenti per gli aerei F35 usati per bombardare Gaza. Per fortuna proprio dai giovani universitari è nato il Movimento BDS (Boicottaggio Disinvestimento Sanzioni per i diritti del Popolo Palestinese, ndr) che a partire dai contratti di Ricerca delle Università sviluppa ed estende la sua azione da 20 anni aggregando Associazioni, sindacati, Chiese e Movimenti di base in tutto il mondo per fare pressione su Israele affinché rispetti il Diritto Internazionale.“

Poi Moni Ovadia: “Francesca ha restituito il senso civico del linguaggio, rivelando le menzogne e raccontando il vero: a Gaza è in atto un genocidio e l’Occidente ha perso il diritto di parola, può solo tacere e calare la testa davanti alla Resistenza palestinese

Ha preso poi la parola Omar Suleiman, leggendo una struggente poesia e aggiungendo: “la Palestina deve essere decolonizzata, Israele ha smantellato la società palestinese distruggendo scuole, università, ospedali, radendo al suolo interi centri abitati per cancellarne perfino la memoria.

E poi è Luisa Morgantini, arrestata lo scorso gennaio nei pressi di Hebron in un insediamento israeliano illegale, a raccontarci cosa è oggi vivere in Palestina, e  i genitori di Mario Paciolla, che attendono verità e giustizia: “noi siamo qui con voi dove sarebbe nostro figlio se fosse ancora vivo”.

Il libro ci riporta storie su persone che hanno aiutato Francesca Albanese a comprendere, studiare, conoscere e informare su quanto succede in Palestina.

Lo fa raccontandoci di Hind (morta a 6 anni,  il cui corpo esanime verrà trovato dopo 12 giorni in una macchina su cui qualcuno ha sparato oltre 300 proiettili) e di tutti i bambini ai quali la segregazione razziale e le restrizioni imposte dall’occupazione impediscono di accedere a istruzione e cure mediche adeguate, tanto a Gaza (anche prima dell’attuale attacco) che in Cisgiordania. Scrive l’Albanese: “la protezione dell’infanzia dovrebbe essere al centro di qualsiasi dibattito sulla cosiddetta “questione palestinese” nello sforzo di garantire ad ogni bambino il diritto a crescere protetto, in una cornice di sicurezza, dignità e libertà”

Lo fa raccontandoci di Malak Mattar, pittrice palestinese (cui si deve il ritratto in copertina)  autrice peraltro del dipinto “Ultimo Respiro”, un olio su tela in bianco e nero  che è stato paragonato per la sua intensità al “Guernica” di Picasso, un capolavoro che raffigura gli orrori della guerra. La Albanese la conobbe 15 anni fa a Gaza, quando era una bambina di 11 anni e dipingeva a scuola.  Vinse una borsa di studio in Inghilterra lasciando Gaza proprio il giorno prima del 7 ottobre.

Efficaci ed esplicative sono le pagine dedicate a Ghassan, medico chirurgo che ha operato a Gaza fin quando è stato possibile, che racconta “quando sono uscito da Gaza ho capito che il progetto genocida è come un iceberg, Israele è solo la punta visibile, ma il resto dell’iceberg, che da Gaza non si vede, è l’intero apparato che rende possibile il genocidio: BBC, CNN, Wall Street Journal e le organizzazioni che lo sostengono. La distruzione si abbatte su tutto: presente, futuro e passato. Tutto quello che il popolo di Gaza è stato viene raso al suolo, cancellato.”

C’è poi la storia di Ingrid Gassner, la prima a parlare di apartheid in Palestina sin dal 2017, cofondatrice nel 2005 del movimento BDS, o ancora Eyal Weizman, autore di Hollow Land (la terra vuota) che racconta come “la colonizzazione crea una frammentazione territoriale capace di ostacolare la continuità del territorio, la gestione delle infrastrutture e della mobilità”

Altre storie ci raccontano degli incontri che hanno “formato” l’Albanese in questi anni e come negli ultimi tempi la situazione sia notevolmente peggiorata.

Nelle sue conclusioni, la scrittrice sottolinea che “tutti noi siamo in pericolo: stanno erodendo la libertà di espressione e la libertà di azione. Devono scattare in noi gli anticorpi in difesa dei diritti. Siamo chiamati a chiederci se vogliamo far parte della schiera di chi se ne lava le mani, cioè di quelli che, parafrasando Pessoa, saranno condannati a soffrire per le ferite delle battaglie che non hanno combattuto, o se vogliamo prendere una posizione giustamente divisiva, che distingua tra chi ha ragione e chi ha torto, e difenda Gaza, che è l’ultimo pezzo di Palestina che resta e che per questo gli abitanti non vogliono lasciare: la terra è esistere.” 

Amedeo Borzillo 

Francis Scott Fitzgerald: “Il grande Gatsby” (trad. Natalia Di Chicco, Armando Curcio Editore), di Mauro Di Ruvo

Così continuiamo a remare, barche controcorrente, sospinti senza tregua nel passato. Il grande Gatsby. La traduzione del grande sogno americano. 

“Non si può ripetere il passato” è la frase che viene rivolta a Gatsby dal suo coetaneo Nick. Gatsby, ripetendosela come domanda, risponde: “Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può”.

È uno dei dialoghi in cui ci imbattiamo quando leggiamo “Il grande Gatsby”, un’opera che rese la bastevole celebrità al suo autore Francis Scott Fitzgerald tanto da essere trasposta postuma nell’omonimo film diretto da Bad Luhrmann ottantotto anni dopo. 

Il film del 2013 ha saputo infatti tradurre la poliedrica blasfemia del protagonista attraverso l’interpretazione magistrale di Leonardo Di Caprio, che ha impresso nella immaginazione dei lettori posteri, già spettatori, la sovrimpressione della fine di un “grande sogno americano”. 

Il capolavoro di Fitzgerald ha interrogato molte coscienze per quasi un intero secolo, intrappolandone il cuore dentro la gabbia dell’interpretazione. Si sono avvicendate perciò molte traduzioni del testo americano sulla scia della contemporanea resa cinematografica. 

Il livello interpretativo dunque della storia del miliardario  Jay Gatsby si appiomba con tutta la sua gravità sul terreno extradiegetico, e nello specifico, sulla zona semiotica.

Questa la ragione di una nuova edizione del testo nella prossimità d’ occasione del suo centenario che intercorre proprio adesso, dotata di un nuovo respiro narrativo che trova la sua principale espressione nuovamente nell’atto traduttivo che mai deve risultare scontato al lettore. 

Il grande Gatsby edito da Armando Curcio Editore lo scorso maggio 2024 è la riproposizione di una grande soluzione, quella della sua comprensione. E la soluzione ci è offerta dal lavoro di traduzione svolto da Natalia Di Chicco, esperta traduttologa e interprete linguistica, che ha introdotto l’occhio del lettore all’interno di un nuovo trasferimento semantico che risulta quasi immaginifico.

Di Chicco preleva la patina soprastante la parola del significato madrelingua così come un restauratore preleverebbe la delicata pellicola pittorica di una tavola raffaellesca. Ciò che risulta alla fine dei lavori di Natalia Di Chicco è infatti una lecita opera di “restauro del testo”.

Il progetto con cui l’autore americano scrisse The Great Gatsby era corrisposto all’idea di lanciare addosso a una presunta società spettatrice l’inesorabilità matrigna dell’amore. Un amore che nasce non dall’unione ma proprio dalla divisione degli sguardi, l’uno verso il futuro l’altro reduce del passato. È la partenza del povero Jay Gatsby dalla sua terra che lo farà innamorare non della giovane Daisy Buchanan, ma della sua idea giovanile, fino a quando il ricordo avrà assunto sufficiente ricchezza nelle tasche di un nuovo Gatsby miliardario da contrabbando. 

La speranza di Jay si è permutata in brama di conquista mentre le sue ambizioni emergevano sempre più concrete a compimento. L’impossibilità che condanna il protagonista a ricrearsi non solo una vita ma una maschera perpetua, è la molla che spinge ogni sua azione verso un diritto di appartenenza ex statu di un amore sospeso, e per tanto atteso. 

Il matrimonio di Daisy e Tom è il tormento onirico da cui fugge, e deve necessariamente fuggire, la fantasia di Jay che meglio ci appare in tutte le sue tonalità psicologiche grazie alla vorrei interna narrante di Nick Carraway, un giovane trasferitosi anche lui come Gatsby nel West Egg di Long Island, diventando proprio vicino di casa dell’oscuro miliardario. 

L’intreccio ha da qui inizio, una volta che le fastose cene e banchetti organizzati frequentemente nella villa di Gatsby gli valgono dall’esterno, dall’autore al lettore, la similitudine col Trimalcione petroniano, Nick si scopre cugino di Daisy mentre proprio lui dovrebbe fare da complice al piano di Gatsby per la riconquista della ragazza. Una serie di svelamenti e rivelazioni incrina drasticamente i rapporti dei componenti di questo triangolo, fino a che la vendetta non prende il volto di un duplice omicidio. La morte accidentata di Myrtle Wilson e l’uccisione di Gatsby nella sua piscina. 

L’elemento di agnizione tragico che segna la conclusione degli scandali episodici tramati nelle maglie di una elite sociale, viene a definirsi la solitudine del singolo innamorato.

Nella solitudine si risolvono i toni inizialmente comici e in questa sempre si risolvono i finali tragici dell’apparenza umana. 

Ciò a cui l’amore di Gatsby deve tenere fronte è un magma incandescente di ambiguità e perversità. È questo il pavimento su cui poggiano i piedi dell’alta società americana, e le sue fiamme linguistiche traspaiono in tutta la loro atrocità dalla scelta lessematica di Natalia Di Chicco. 

Le concentrazioni delle espressioni in piccole formazioni periodali sono stavolta, a differenza delle precedenti versioni traduttive, più secche, meno distese, più brachilogiche e  intuitive, capaci di restituire il senso di assonanza tra ironia e bugia del testo. 

Il tema del sogno è l’involucro che riveste ogni forma dialogica nella sua assopita compostezza stilistica che il traduttore equamente distribuisce senza sbalzi tonali nelle 206 pagine di questa edizione romana. 

La nostalgia di una giovinezza perduta e mai vissuta accumula alla fine della storia i racemi di un giaciglio per il lettore che ha interrotto l’incubo della sua illusione: il vero amore. 

La barca su cui Jay Gatsby è costretto a navigare lungo la corrente del tempo, ha i remi saldi verso il futuro ma ancorati al piacere del passato.

Mauro Di Ruvo

Mauro Di Ruvo: Critico d’arte, classicista e medievista, si occupa di diritto romano a Perugia e di politica interna presso il giornale “Lanterna”. Si è anche occupato di Estetica cinematografica e filosofia del linguaggio audiovisivo a Firenze presso la storica rivista “Nuova Antologia” e collabora con la Fondazione Spadolini. È autore del romanzo Pasqualino Apparatagliole (2023, Delta Tre Edizioni), e curatore della recensione al libro Oltre il Neorealismo. Arte e vita di Roberto Rossellini in un dialogo con il figlio Renzo di Gabriella Izzi Benedetti, già presidente del Comitato per l’Unesco, per la collana fiorentina “Libro Verità”. Ha già curato per la “Delta Tre Edizioni” le prefazioni alla silloge Lo Zefiro dell’anima (2019) di Pasquale Tornatore e al romanzo Le memorie del dio azteco (2021) dello storico Saverio Caprioli. A Ottobre 2024 ha tenuto e curato il convegno accademico “L’eidolon di Dante. Il codice dell’Inferno” a Foligno e nella Chiesa del Purgatorio recentemente è stato relatore della lectio magistrali “Dante, l’Inferno, Saffo”.