Thomas Bernhard : “Correzione” (Adelphi, trad. Giovanna Agabio) – Maurizia Maiano

A volte mi passa per la mente di non svelare la storia della mia vita

Thomas Bernhard

L’Impero Austro-ungarico era stato simbolo dell’unità nella molteplicità e dal suo esempio sarebbero dovuti nascere gli “Stati Uniti d’Europa” come era nel sogno di Rodolfo d’Asburgo-Lorena, unico figlio di Franz Joseph e Sissi,  finito tragicamente a Mayerling con la sua amante Maria Vetsera. Dopo la prima guerra mondiale invece si passa dall’ Oesterreich, Regno d’Oriente, all’Austria piccola nazione. Una tra le tante e, rispetto alle altre, destinata a “soccombere”, per usare un termine caro a Bernhard, ovvero a negarsi nella “Grande Germania” e ritrovarsi invasa ed occupata prima dai tedeschi e poi dagli Alleati fino al 1955.

Spesso i destini personali si intrecciano stranamente con quelli più grandi della Storia e sono la cronaca annunciata di un tragico epilogo. Lo spazio dell’Arte diventa vetrina del malessere. In “Correzione”, un romanzo del 1975 dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, l’autore utilizza in maniera ricorrente una formula – “così Roithamer” – per sottolineare il carattere tormentato del suo protagonista, ossessionato dalla volontà di correggere il mondo esterno e se stesso, fino al suicidio come correzione estrema. 

Thomas Bernhard nasce nel 1931 in Olanda. La madre, abbandonata dall’uomo che l’ha messa incinta – Thomas non conoscerà mai il padre -, lascia l’Austria per andare da un’amica in Olanda che, non volendola tenere in casa in quello stato, l’accompagna in un convento per ragazze traviate a Herleen. Dopo la nascita, madre e neonato vengono allontanati dal convento e andranno a Rotterdam. Qui il piccolo Thomas sarà lasciato in custodia ad una donna che vive in una barca fino al compimento del primo anno di età, quando madre e figlio torneranno in Austria. Saranno i nonni a prendersi cura di lui e loro le persone che amerà di più. Questi episodi segneranno la vita dello scrittore che sarà in ogni sua fase travagliata e sofferta. Lo accompagnerà il sentirsi non adeguato, mai all’altezza, come colui che è capitato al mondo per caso e la cui vita non è stata desiderata. E la ricerca ossessiva della perfezione sarà il tema più rilevante di “Correzione”, uno dei suoi più importanti romanzi.

Tre sono i personaggi che si muovono nel racconto: Roithamer, figura ispirata al filosofo Ludwig Wittgenstein, Höller l’imbalsamatore e l’anonimo Narratore.

Il romanzo inizia quando ormai tutto si è concluso. E’ una storia che si sviluppa in un presente che è già passato. Roithamer, il protagonista, si è suicidato ed il Narratore viene invitato da Höller per riordinare le opere postume che il comune amico, con disposizione testamentaria, gli ha destinato. Nella soffitta della casa di Höller, che si trova nella valle del fiume Aurach, il Narratore troverà migliaia di fogli sparsi scritti da Roithamer, ma anche il voluminoso manoscritto, ossessivamente corretto, intitolato A proposito di Altensam – la cittadina nell’Alta Austria della famiglia Roithamer – dove si narra tra l’altro della costruzione di una casa a forma di cono. Sarà a forma di cono – simbolo di perfezione, completezza e totalità – la casa ideale che Roithamer vuole costruire per Margaret, la sorella, l’unica che egli amasse nella famiglia. Questa però muore dopo aver visto il cono e Roithamer, schiacciato dalle sue ossessioni, si suicida.

Molte sono le metafore e le simbologie. La soffitta di Höller, curiosa l’assonanza con il corrispettivo tedesco per inferno, diventa  la rappresentazione visuale della mente del Narratore, negli scaffali libri e pagine strappate affisse alle pareti: Novalis, Wittgenstein, Schopenauer, Hegel, Montaigne, Pascal. Spartiti musicali sparsi qua e là.  Si noti la strana coincidenza con la soffitta di Harry Haller ne Il lupo della steppa (1927). Altensam è l’assenza di pensiero, il simbolo di tutto ciò che è gretto nella cultura austriaca, le regole ormai superate, ma ancora da rispettare, i pregiudizi di convenzioni sociali che Freud e, prima di lui Arthur Schnitzler, autore de La signorina Else (1924) e Doppio Sogno (1925) per citare i più famosi, con ironia avevano  iniziato a scoperchiare. La casa a forma di cono è il pensiero martellante di Roithamer, a cui lavorerà  per tutta la vita. Sarà costruita nel Kobernaußerwald e Kobern è una caverna, quindi una casa in un bosco che è una caverna così come la casa di Hoeller, l’Inferno, è stata costruita sull’Aurach. Una soffitta, una similitudine che riproduce la tensione in cui visse Roithamer.  Una casa costruita sulla roccia e tra le cui fenditure, in un punto perfettamente centrale scroscia l’acqua dell’Aurach. E’ come ascoltare voci che vengono dal profondo e che di notte diventano più nitide e più chiare e non ci parlano più in modo sommesso e indistinto. Nell’oscurità del Kobernaußerwald e tra lo scrosciare dell’Aurach incomincia il racconto asfissiante, ripetitivo, martellante della voce del Narratore, dell’amico di Roithamer, così Roithamer.

L’Austria di “Correzione”, l’Austria degli anni ’70 e’80, è un’Austria non ancora cambiata e in cui tutto all’esterno continua a mantenere l’ordine di sempre, che sia imbiancato di neve o che splenda il sole, con i gerani sui balconi o le “Dachslavinen”, lastre di ghiaccio sui tetti e pronte a precipitare  sui marciapiedi, rigorosamente recintatiappena il Föhn, vento caldo proveniente dall’Est, fa alzare la temperatura. L’Austria, la cittadina di Altensam sono questo: “ordine sotto forma di disordine” e lui, Roithamer, l’aveva capito da subito che ad Altensam non ci poteva vivere. Perché il padre lascia la proprietà proprio a lui che odiava? Una risposta c’è! In un’altra sua opera il narratore dirà che “l’eredità è un modo per imbavagliare i propri figli”, che è l’impossibilità ad essere se stessi. I fratelli vivono ad Altensam e sperperano un sacco di quattrini riempiendo il guardaroba di vestiti mentre Roithamer, immerso nel suo studio in un paese straniero, non ha neanche il tempo di comprarsi un paio di pantaloni nuovi. La sua felicità era quella di poter realizzare con i milioni che gli aveva lasciato suo padre, e dopo aver liquidato i fratelli, il suo progetto, la costruzione di un cono, di una casa a forma di cono per rendere felice la sorella. Ma quando il cono, la casa sarà pronta, la casa perfetta sarà pronta, Margaret morirà. Il cono stesso, l’emblema per eccellenza della ricerca di perfezione nell’ordine, è destinato a dissolversi nella natura dopo la morte della sorella. Semplice, panta rei, tutto scorre, ogni cosa raggiunge il suo apice e poi ridiscende, si infrange e poi ricomincia, è nella natura delle cose, tutto è provvisorio, la vita è provvisoria. La felicità non esiste avremmo detto, siamo felici per un po’ di tempo e poi tutto finisce, ogni cosa non dura in eterno e bisogna essere pronti per ricominciare. Qui tutto si ferma, nelle pagine di Bernhard che racconta di Roithamer c’è solo un continuo volteggiare dei pensieri su se stessi, una eterna ghirlanda brillante che si avvolge su se stessa, pensieri che ritornano, vanno e vengono e da cui non si esce mai. Dostoevskiano mondo del sottosuolo. Non viviamo forse così?

Concludiamo con questa citazione che restituisce al romanzo una bellezza ed una leggerezza semplice, unica, strana, antica e sempre nuova nella forma e nel contenuto, dopo aver teso l’orecchio per cogliere un senso difficile da distinguere nel rimbombare martellante, ripetitivo  ed ossessivo di parole sempre uguali e quasi senza senso che ci giungono attraverso lo scrosciare dell’acqua tra le rocce. La rosa di carta gialla mi appare un delicato simbolo per l’artificiosità dell’Arte che pur ci sostiene accarezzandoci nelle incombenze della vita quando non riusciamo a trovare una soluzione e ancor di più un senso.

Rothaimer vinse al tiro a segno 24 rose di carta gialla e le regalò tutte meno una ad una ragazza sconosciuta che nel passargli accanto gli aveva ricordato sua sorella. La rosa custodita è l’emblema della possibile felicità, di una chance che, sebbene rifiutata era a portata di mano. Una rosa che racchiude l’enigma di una vita nel gesto di un ventitreenne che dona tutti i suoi anni ad una sconosciuta in una serata di felicità. La vita trascorre tra due poli di esperienza. Il primo coincide con la gioventù e la scoperta del mondo: è la realtà che si apre in tutte le sue forme. Poi si diventa adulti “rinunciando a noi stessi a poco a poco, siamo rimasti uguali, siamo diventati diversi”. Il secondo polo ha a che fare con il graduale addio alle cose e alle persone, gravato dalla consapevolezza che niente di ciò che potremo sperimentare e conoscere avrà lo stesso impatto, la vivida pienezza delle prime ruvide scoperte. E che dire del grumo di nostalgia per le vite non vissute? Quelle che abbiamo costeggiato per un po’ prima di dare le spalle a un futuro che all’istante si impolvera: “in contemplazione della rosa di carta gialla, nient’altro”..

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Intervista a Fosca Navarra per “La notte fa ancora paura” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.2 del Videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.2 Fosca Navarra per “La notte fa ancora paura” (Minimum Fax, 2025).

Quando ho terminato “La notte fa ancora paura” di Fosca Navarra, il suo primo romanzo edito da Minimum Fax, ho sentito il bisogno di raccogliere i miei pensieri.
Mi succede così quando un libro mi piace, soprattutto se contiene note autobiografiche, riflessioni dell’autore in cui mi rispecchio, o una narrazione scomoda.

Fosca è una ragazza giovane, ma già una talentuosa promessa della letteratura italiana. Parlandoci, ho scorto un sorriso che illumina ciò che ha intorno e due occhi frizzanti, quelli di chi ha già fatto tesoro di un passato dalle sfumature complicate e lo ha messo a frutto attraverso la scrittura.

“La notte fa ancora paura” è molto ben scritto, con tratti poetici, poco romanticismo e tanta verità. Tratta l’importanza del ricordo e della memoria, il ruolo del corpo (sia in senso positivo che negativo) nella vita al femminile, e quanto la prevaricazione maschile-femminile cambi poco, attraverso le epoche e girovagando nel mondo.

Un lavoro intenso, con un linguaggio che muta tra i racconti e non annoia mai.
Nella nostra intervista troverete qualcosa del libro e tanto di Fosca, che tra le altre cose è anche molto simpatica. Se siete curiosi, andate a dare un’occhiata su Il Randagio Rivista Letteraria. Trovate il link in BIO e nelle storie. E se lo chiedete a me, io il suo libro ve lo consiglio vivamente.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

“La gatta” di Colette, tra gelosia feroce e amore inconfessabile, di Teresa Lussone

«Diciamolo subito, La gatta è un capolavoro. Un capolavoro di concisione, di perfezione classica», scrive Edmond Jaloux nel 1933, all’indomani della pubblicazione del romanzo. Per Jaloux, scrittore e critico in vista nella Francia degli anni Trenta, questo testo trasuda verità, intelligenza, poesia. Oggi La gatta viene pubblicato da Adelphi nell’impeccabile traduzione di Maurizia Balmelli

Colette, che al momento della scrittura ha sessant’anni e alle spalle una produzione già vasta, si muove con un passo breve e deciso, concentrando in poche pagine un dramma impietoso. Il racconto si apre sette giorni prima del matrimonio tra Camille e Alain. Ma già dalle prime pagine è evidente che qualcosa stride. La giovane ha fretta: «sette giorni», esclama, come se il tempo che la separa dalle nozze fosse un ostacolo. Alain, invece, pensa malinconico che gli resta appena una settimana per godere appieno della creatura di cui è perdutamente innamorato, la gatta Saha.

Alain e Camille sono agli antipodi. Lei è bruna, lui è biondo. Lei è l’immagine della modernità, è dinamica, determinata. Porta la cravatta, indossa il tailleur, guida l’automobile con aggressività, usa un linguaggio gergale, pretende i baci dell’uomo. Lui è biondo, sognante, inchiodato all’infanzia, nostalgico della ritualità domestica e del tempo trascorso nel giardino della casa di famiglia a Neuilly. Camille ama la velocità, il presente, l’irriverenza. Alain ama i gesti lenti, la continuità, il passato… e il pigiama. 

La distanza tra i due è psicologica, sociale, culturale, sensoriale. Alain proviene da una famiglia antica, impegnata nel commercio della seta. Camille è figlia di un’industria nuova, arricchitasi grazie alle centrifughe. La madre di Alain la definisce con disprezzo «una ragazza non esattamente del nostro rango», e Camille, dal canto suo, non ha nessuna intenzione di adattarsi a quell’universo: vuole cambiare la casa di Neuilly, non ama i domestici che vi abitano da sempre né la gatta che domina quello spazio come un’entità regale.

Quando, dopo il matrimonio, la coppia si trasferisce temporaneamente in un appartamento moderno, in attesa della fine dei lavori nella casa di famiglia, lo spazio stesso sembra riflettere le tensioni del rapporto. Camille si trova a suo agio e vorrebbe restarvi per sempre. Alain, invece, percepisce l’appartamento come un luogo ostile, lo paragona a una fetta di torta. E anche qui, i dettagli non sono casuali: quell’ambiente ha una pianta triangolare, segno tangibile che quella non sarà una relazione a due.

Il romanzo ruota attorno a una domanda cruciale: chi è la vera rivale? Camille? O la gatta Saha, «bella come un demonio! Più di un demonio»? Tra le due si gioca una partita violenta e carica di una forte valenza simbolica. La prima è una donna desiderosa, sensuale, concreta. La seconda è un essere etereo, silenzioso, soprannaturale. Se Camille ama con il corpo, Saha ama attraverso il corpo. È l’unica a comprendere davvero Alain, a comunicare con lui in modo perfetto, pur senza parlare. Alain accarezza la moglie come si fa con un animale, ma senza consapevolezza, mentre ogni gesto rivolto alla gatta è carico di intenzionalità e affetto. A poco a poco, la gatta si umanizza, Camille si animalizza.

Il conflitto tra le due cresce, così come l’insofferenza di Alain nei confronti della moglie. L’appartamento diventa teatro di una convivenza impossibile. Camille, frustrata da un desiderio che non trova più corrispondenza, si ritrova sempre più sola. La sensualità disinvolta della donna che inizialmente sconcertava Alain, ora lo respinge. Ogni gesto di Camille gli appare una violazione del proprio universo e la futura installazione della moglie nella casa d’infanzia, al termine dei lavori, è immaginata dall’uomo come un atto di profanazione.

La gatta è un racconto crudele, come ha scritto Francine Dugast, ma ha l’aura di una favola mitologica. Non solo per il modo in cui la gatta assume tratti divini o demoniaci, ma anche per la sua capacità di incarnare archetipi, come la frattura fra l’istinto e la ragione, fra la fedeltà al passato e l’apertura al futuro, fra la creatura spirituale e quella carnale. 

Alcuni critici hanno letto questo romanzo come il più riuscito di Colette. Julia Kristeva ha sottolineato la potenza di questo «folgorante» racconto scisso tra una gelosia feroce e un amore inconfessabile (e invincibile). «C’è rivale e rivale», afferma Camille con amara consapevolezza. 

Teresa Lussone

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.

Srebrenica 1995 – 2025: quando i genocidi vengono riconosciuti, di Amedeo Borzillo

Durante la guerra in Bosnia-Erzegovina, nel luglio 1995, a Srebrenica vennero trucidati oltre 8.000 bosniaci musulmani per mano delle truppe serbo-bosniache (affiancate dal gruppo paramilitare “gli Scorpioni”),  comandate dal generale Ratko Mladić. 

Si tratta del più grande massacro in Europa dopo l’Olocausto, aggravato dal fatto che tutto il territorio colpito fosse stato dichiarato zona protetta dall’Onu, sotto la tutela di un contingente olandese dell’UNPROFOR, ovvero delle truppe di peacekeeping destinate dalle Nazioni Unite all’ex Jugoslavia. 

La strage di Srebenica è stato l’atto finale di pulizia etnica programmata di un’offensiva militare iniziata nel 1992. 

A ciò vanno aggiunti gli stupri di massa operati dalle milizie serbe e l’emorragia di profughi dall’area che ha portato al totale svuotamento della zona, in precedenza occupata dai bosniaci musulmani, e ora invece appartenente alla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina, entità territoriale rinegoziata durante i trattati di Dayton. 

Nonostante il tempo trascorso, però, la distanza non è ancora sufficiente per circoscrivere l’evento in una cornice storica più chiara, facendo luce sulle tante ombre rimaste, tra cui la responsabilità dell’ONU e i sentimenti anti-islamici delle truppe UNPROFOR, rimanendo un evento lontano e spesso sconosciuto a causa della scarsa rilevanza nei media italiani e non solo. 

Nella migliore delle ipotesi, i conflitti che portarono alla disgregazione della Jugoslavia sono stati rappresentati in maniera spesso approssimativa e semplicistica, quando addirittura non ignorati. 

La colpa non è solo dei media, ma anche di un continuo tentativo di riscrittura della storia a scapito delle stesse vittime.

Ogni anno, nel giorno della commemorazione presso il memoriale di Potocari, nuove bare vengono issate in spalla e preparate per la sepoltura. La conta dei morti non è ancora terminata. Nei giorni scorsi altri otto corpi rinvenuti in una fossa comune sono stati seppelliti.

Una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel 2007 ha stabilito che la strage, essendo stata commessa con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosniaci musulmani, costituisce un genocidio. 

Ratko Mladić (attualmente detenuto nel carcere del Tribunale dell’Aia e di cui in questi giorni è stata chiesta la scarcerazione per gravi motivi di salute) e Radovan Karadžić (ricercato per 12 anni ed attualmente in carcere) sono stati condannati entrambi, in due momenti diversi, all’ergastolo.

Numerosi i libri pubblicati sulla guerra in Bosnia-Erzegovina e più in generale sulle guerre nella ex Jugoslavia. Nel giorno del 30° anniversario del genocidio, vogliamo segnalarne alcuni che più di altri hanno suscitato il nostro interesse.

Il più recente in termini di pubblicazione (è uscito in libreria il 28 giugno scorso) è il romanzo-documentario Metodo Srebrenica (Bottega Errante Edizioni) dello scrittore croato Ivica Đikić, che riporta con estrema perizia quanto accaduto in quei giorni terribili nei territori di Srebrenica.

Sempre della casa editrice friulana BEE è “Le Marlboro di Sarajevo” di Milijenko Jergovic, una raccolta di racconti scritti durante l’assedio e la devastazione della capitale della Bosnia-Erzegovina.

Il saggio storico per antonomasia su quanto successo in Jugoslavia dopo la morte di Tito è, per l’esposizione ampia e dettagliata e per la raccolta estremamente scrupolosa di dati e documentazione, quello di Joze PirjevecLe Guerre Jugoslave 1991 – 1999” (Einaudi).

Infine due reportage: Il libro “Balcania” di Tony Capuozzo (Biblioteca dell’immagine), che per 10 anni ha seguito in loco le vicende della guerra per conto della RAI; e “Maschere per un massacro” (Feltrinelli) del triestino Paolo Rumiz.

Amedeo Borzillo 

Sulla rappresentazione serializzata del ceto medio occidentale in crisi, di Antonio Meola

Parallelamente alla convergenza dei mezzi artistici con i mezzi di fruizione dello spettacolo, in Occidente, dall’Ottocento in poi, si è sviluppata una classe sociale ereditaria delle corporazioni delle arti e dei mestieri, o gilde, medievali: la borghesia, la quale nasce dalla capitalizzazione dei prodotti dell’artigianato attraverso l’industrializzazione dei suoi tempi e metodi produttivi, ma ben lungi dal trattenersi a dettare soltanto leggi di mercato, ha dettato e detta leggi sociali atte ad intendere l’individuo non più come un essere umano, ma al contempo come fonte di consumo e unità forza lavoro. Da fenomeno meramente sociale ed economico, la borghesia è assurta a ideologia, incarnando così il capitalismo, secondo il quale l’unica realizzazione dell’individuo dovrebbe venire dal lavoro svolto per ore tanto estese da non permettergli una degna ripartizione di tempo necessaria a curare il rapporto con il Sé e con gli altri individui, il tutto finalizzato, al contrario dell’artigianato dove il frutto del lavoro poteva conferire senso e importanza al lavoro stesso, alla produzione di frutti immateriali, ovvero i capitali, frutti non apprezzabili dall’operatore capitalista. Non solo: il capitalismo si alimenta anche di una domanda di beni basata su necessità distorte, cioè di consumismo, ovvero l’offerta e il conseguente acquisto di beni non secondo necessità reali, ma secondo necessità indotte per seduzione dallo spettacolo nelle menti degli spettatori. Bere Coca Cola non è necessario, mangiare cibo spazzatura non è necessario, ma lo spettacolo seduce lo spettatore e lo induce ad acquistare e consumare bevande gassate e cibo spazzatura che, oltre ad essere dannosi per l’organismo, non si rivelano all’altezza delle aspettative create dalla loro pubblicizzazione, essendo in genere questi prodotti scadenti, eppure promossi come se fossero di ottima qualità. La seduzione che induce lo spettatore all’acquisto e al consumo di beni innecessari nasconde la reale, e unica, necessità di chi li produce: la necessità di venderli allo spettatore e di convincerlo del fatto che acquistarli e consumarli sia necessario.

Queste sono consapevolezze consolidatesi di recente, comunque ancora rifiutate dai più, ma venendo ai giorni nostri si potrebbe dire che il castello di vetro del capitalismo cominci a creparsi. Ponendo il lavoro e il consumo come funzioni prioritarie dell’individuo, distorcendo quindi la sua visione di sé e del rapporto con gli altri individui, per poi indurlo a considerare utilitaristicamente gli enti della realtà e i rapporti attraverso i quali interagiscono, siano questi oggetti o persone, il capitalismo si scontra con le peculiarità stesse degli individui e degli oggetti e con la loro funzione originaria. Da un lato vi è un concetto basilare di integrità dell’individuo e degli oggetti della realtà, dall’altro lato invece vi sono le logiche del capitalismo, le quali non scendono a compromessi, ma compromettono. Questa grande inconciliabilità è la causa per la quale il capitalismo, il ceto che lo incarna, la borghesia, e l’ambiente stiano deperendo, giacché il capitalismo ha bisogno, almeno per il momento, dell’uomo per essere alimentato e di spazi naturali compromessi attraverso l’antropizzazione degli stessi, mentre l’uomo e la natura hanno bisogno che il capitalismo venga riplasmato a loro misura. Anche il capitalismo stesso si rivela inconciliabile con l’uomo e con la natura, mossi da logiche antitetiche a quelle capitalistiche. Quindi una forma di compromesso, visto il sistema capitalistico vigente finora, non è stato ancora possibile attuarla e, forse, non lo sarà mai.

Quando si parla di società, ci si riferisce in genere alla società borghese, la cui stragrande maggioranza è costituita da individui facenti parte del ceto medio, erede della borghesia che ha accorpato il ceto medio-basso dal boom economico in poi grazie all’alfabetizzazione di massa e ad una controllata emancipazione economica dello stesso. Tuttavia, le differenze, in termini di possibilità economiche, rimangono: come rileva Mishima nei saggi da lui scritti tra il 1968 e il 1970, ora raccolti nel volume Lezioni spirituali per giovani samurai, se un tempo vi era un concetto di appartenenza ad una classe sociale, connotato anche dalle apparenze, a differenziare gli individui della società, ora non vi è più, ed è facile constatare come gli usi e costumi del ceto medio-basso e delle classi più ricche siano diventati gli stessi del ceto medio. Abolite in gran parte la povertà e l’aristocrazia, le quali entrambe inducevano a possedere usi e costumi distinti da quelli borghesi, ne risulta che gli usi e i costumi dominanti sono quelli del ceto medio. Si constata che in condizioni economiche impari, diversi individui di diversa estrazione sociale possiedano beni di lusso che, come gli usi e costumi del ceto medio dettano, si ritiene necessario possedere, intendendo determinati beni innecessari come beni di prima, irreale necessità, da possedere anche a costo di non soddisfare le prime, reali necessità. Non importa quanto un individuo sia povero o ricco, è probabile vederlo munito di telefoni di fascia alta, elettrodomestici più comodi che utili, talvolta del tutto innecessari come nel caso delle televisioni, e così via, per il semplice fatto che «tutti li possiedono». L’aristocrazia, invece, è stata sostituita dai magnati dell’industria, di estrazione borghese o medio-bassa, quindi di usi e costumi comunque caratteristici del ceto medio.

La spettacolarizzazione persuasiva e pervasiva del ceto medio spiega in parte l’adozione da parte del vecchio ceto medio-basso e da parte dei magnati dei suoi usi e costumi attraverso la televisione, mezzo che, sin dall’inizio, ha subito affascinato e indotto tutte le fasce della società a possederne un esemplare, prima in numero esiguo e con formule di possesso spesso più condiviso che privato e poi in sovrannumero per ogni nucleo familiare. Mentre è poco rilevante denotare quali effetti abbia avuto la spettacolarizzazione del ceto medio sulla borghesia e sui magnati, siccome potevano e possono permettersi di acquistare e consumare potenzialmente ogni bene disponibile sul mercato, lavorare, per il ceto medio-basso, non significò più, dall’avvento della televisione in poi, guadagnare denaro sufficiente per soddisfare principalmente le prime, reali necessità, ma guadagnare il denaro necessario ad acquistare anche gli usi, i costumi e gli averi del ceto medio, a fronte di disponibilità economiche ridotte, talvolta anteponendo le necessità indotte dallo spettacolo a quelle reali.  Checché se ne dica, la prima fonte d’ispirazione di ogni artista è il Sé in rapporto con il mondo. Considerato che la maggior parte degli uomini delle società occidentaliste appartengono al ceto medio, è altamente probabile che gli artisti di una società occidentalista provengano per la maggior parte dal ceto medio, ne condividano gli usi e costumi e siano più propensi a rappresentarli. Non solo: gli usi e costumi del ceto medio, oggi, oltre che costituire una tendenza di classe, appaiono organizzati secondo un regime temporale. Nascere, crescere, studiare, fare vita mondana, lavorare, andare in pensione e morire, il tutto entro ritmi serrati. Se nascere richiede un tempo di gestazione biologico più o meno prefissato e morire un tempo indeterminato, crescere, studiare, fare vita mondana, lavorare e andare in pensione sono passaggi organizzati entro tempistiche stagne. La rigidità dei tempi industriali arriva così a regolare il tempo libero di ognuno. Il fatto stesso che le prospettive di vita e i ritmi, inclusi quelli lavorativi e quindi produttivi, siano già incasellati per la maggior parte degli individui, ne pregiudica la produzione artistica, che scade dall’estro, il quale richiede suoi tempi di indeterminata estensione, decadendo nel burocratico. Si considerino inoltre l’influsso delle accademie, siano queste di scrittura creativa, di belle arti, di cinema e così via, le quali stagnano l’atto creativo, e del capitalismo, che induce a prendere mosse dettate dall’andamento del mercato. Tutto ciò riduce l’arte ad una filiera di produzione di massa di opere, se non tra loro identiche, comunque contraddistinte da paradigmi comuni, e quindi di pregio prevedibile. Ne sono la prova i due recenti filoni narrativi dell’editoria italiana, quello dei gialli e quello dell’autobiografismo, i quali, ad oggi, non sembrano aver prodotto opere capitali. Quanto di rilevante è stato scritto negli ultimi anni, di fatto, esula dalla produzione seriale dei suddetti filoni. Un esempio tra tutti è quello di Ferrovie del Messico di Gian Marco Griffi.

Ci si soffermi in particolare sul fenomeno riguardante il recente filone narrativo dell’autobiografismo: con il ceto medio istruito come detto sopra a costituire la maggior parte degli operatori spettacolari e organizzata la sua produzione entro ritmi serrati e finalizzata questa al riscontro economico più che alla libera espressione artistica, si ottiene un’arte che èrappresentazione serializzata e spettacolarizzata del ceto medio. Quella a cui si assiste nelle società occidentaliste è, ancora una volta, la spettacolarizzazione del ceto medio attraverso i suoi prodotti di natura industriale, composti con i mezzi che contraddistinguono la produzione capitalistica, la quale, applicata all’arte, ne compromette l’elasticità conferendole una meccanicità che non le appartiene.

«I problemi della società contemporanea sono tutti di natura sessuale», risponde ad un certo punto il dottor Jacoby (Russ Tamblyn), interrogato dall’agente Cooper (Kyle MacLachlan) riguardo al mistero che avvolge la morte di Laura Palmer (Sheryl Lee) in un episodio della serie I segreti di Twin Peaks. Se non di natura prettamente sessuale, i problemi della società contemporanea potrebbero essere tutti ricondotti quantomeno alle difficoltà che si riscontrano in ambito relazionale con il Sé e con gli altri, problemi riconducibili alla visione delle cose che impone implicitamente il capitalismo, anche attraverso lo spettacolo. Premesso che la società a cui ci si riferisce escluda individui disallineati con il pensiero e l’esperienza comune del ceto medio, e premesso che la stessa società abbia alle spalle del processo di creazione spettacolare per la maggior parte individui appartenenti al ceto medio, si potrebbe aggiungere che lo spettacolo delle società occidentaliste è la rappresentazione serializzata del ceto medio occidentale in crisi, di cui è sintomatico il recente filone narrativo italiano dell’autobiografismo, le cui opere spesso vertono sulla conflittualità che viene a crearsi nei rapporti tra individui e i traumi che questa causa nei personaggi protagonisti, a cui fanno da cornice narrazioni che sono surrogati delle riflessioni di Zeno Cosini. Solo che, a differenza de La coscienza di Zeno di Svevo, l’intento non è satirico, ma serio, troppo serio. L’arte, così, si riduce alla spettacolarizzazione dei rapporti conflittuali e dell’insoddisfazione di fondo che contraddistinguono le vite degli individui appartenenti al ceto medio. Se di arte bisogna parlare in questo caso, allora così si ha una forma d’arte della crisi, che, parafrasando e invertendo un celebre assunto di Carmelo Bene, si fa crisi dell’arte.

Sempre meno spettatori ne fruiscono, sempre meno sono coloro che nutrono interesse per questa forma d’arte. La vita borghese e le sue nevrosi non costituiscono quasi più per nessuno casi affascinanti da analizzare, in parte perché costituiscono esperienze comuni pressoché a tutti e di cui tutti gradualmente si vogliono liberare, dal momento che in gran parte la società è confluita nell’adozione degli usi e costumi del ceto medio e ne sono stati riconosciuti gli effetti dannosi; in parte perché, grazie allo studio delle stesse, si è raggiunto un livello di consapevolezza tecnica tale a riguardo da non volerle approfondire oltre, laddove ci siano ancora aspetti in merito da approfondire. Si è oltre la ricerca e l’individuazione del problema in esse: si è alla loro diagnosi, mentre certi racconti autobiografici appaiono nella loro prevedibilità come la prima seduta dallo psicologo. Ciò che compromette l’interesse e la suspense in certi racconti è che al di là della scrivania si sa già tutto: come potrebbero, si ponga il caso, cento individui che conducono vite identiche e che soffrono di mali affini produrre cento narrazioni singolari tra loro e come potrebbero costituire fonte d’interesse, laddove si sa già per quale viaggio condurranno? 

Quale che sia il mezzo espressivo adottato dagli artisti contemporanei, il risultato non cambia: se si appartiene con la testa al ceto medio e alle sue logiche, si è destinati a produrre riassunti di riassunti di altre opere, e con forme già viste. Tutto è stato già detto? Spesso ci si chiede. Mark Fisher, nella sua opera capitale Realismo capitalista, si interroga sulla possibilità del nuovo di emergere nella società occidentalista. Sebbene si dia gran conto al vecchio, sebbene si tenda a paragonare puntualmente le novità con i classici, e questo costituisce un malcostume della critica postmoderna, non è del nuovo che bisognerebbe preoccuparsi, ma del diverso, e per diverso si intende tutto ciò che esula dall’esperienza comune, dal punto di vista comune e dall’imitazione, quindi dalla rappresentazione serializzata del ceto medio occidentale in crisi. Il rischio che si corre non essendo diversi e non potendo di conseguenza creare opere differenti da quelle serializzate è sempre quello di saturare gli scaffali delle librerie con prodotti che, distinti a partire dal titolo, siano tra loro riassunti di riassunti dello stesso racconto. Il lettore, per quanto alle volte frivolo, non è tuttavia così disattento come si crede da non accorgersene. Si è oltre il rischio: una crisi dell’arte è già in atto, dal momento che questi mezzi creativi hanno portato alla sua trasmutazione in rappresentazione serializzata, rappresentazione che ha molto in comune con le logiche industriali e con le logiche spettacolari, ma con l’arte, se non poco, niente.   

Fonti:

Yukio Mishima, Lezioni spirituali per giovani samurai, traduzione italiana dal giapponese di Lidia Origlia, SE 2004.

I segreti di Twin Peaks, episodio 1×05, L’Uomo Con Un Solo Braccio, diretta da David Lynch e Mark Frost, 1990-1991 e 2017.

Mark Fisher, Realismo capitalista, tradotto dall’inglese da Valerio Mattioli, Nero Editions 2018.

Antonio Meola

Antonio Meola nasce nel 1999 ad Asola, in provincia di Mantova, da genitori salernitani. Nell’aprile 2021 esordisce con il romanzo di narrativa La fine della notte, Helios Edizioni. Nel settembre 2021 pubblica tre poesie sul numero 9 “Tempo” della rivista I quaderni del Caffè, edita Il Rio Edizioni (La DonnaPassato e Persistenza) e nel giugno 2022 collabora con il collettivo poetico Freesocialpoetry pubblicando tre poesie per la chiamata poetica “Nudes poetici #2” sulla rivista elettronica Crocevia (MutaPoesia e Ricordo).