Global Sumud Flotilla: chiamare le cose con il loro nome, di Vincenzo Franciosi

Partiamo dai fatti più recenti, perché è sempre lì che il linguaggio viene messo alla prova: nella contemporaneità, non nelle astrazioni, non nei grandi sistemi teorici, ma nel punto esatto in cui ciò che accade e ciò che viene detto che accade entrano in collisione.

Partiamo da qui, non per scelta retorica ma per necessità: dall’abbordaggio della Global Sumud Flotilla. Un’azione civile, dichiarata, pubblica, che tenta di raggiungere Gaza via mare e che viene intercettata in acque internazionali dalla marina militare israeliana. Non siamo davanti a un incidente, né a un’operazione opaca: siamo davanti a un atto deliberato di interdizione che si colloca fuori da qualsiasi quadro ordinario di diritto internazionale, e che proprio per questo viene immediatamente ricondotto, nel linguaggio ufficiale, a una formula legittimante — sicurezza, prevenzione, autodifesa.

È qui che il problema si pone con la massima evidenza. Non nel fatto in sé, che è visibile, documentato, ripetuto. Ma nel modo in cui viene nominato. O meglio: nel modo in cui il linguaggio interviene per assorbire l’evento, neutralizzarlo, renderlo accettabile.

La vicenda della Global Sumud Flotilla non è un episodio marginale. È uno di quei momenti in cui la distanza tra realtà e narrazione diventa insostenibile, in cui il dispositivo si mostra senza più bisogno di essere smascherato, perché è già esposto.

Da questo punto in poi, il problema non è più vedere ciò che accade. È accettare che le parole vengano svuotate fino a significare il contrario di ciò che dicono.

Chiamo le cose con il loro nome: genocidio. Non come parola d’ordine, ma come necessità del linguaggio. Se un’azione sistematica colpisce una popolazione civile in quanto tale, se ne distrugge le condizioni materiali di esistenza — acqua, cibo, spazio, mobilità — e se questa distruzione viene giustificata come inevitabile, allora il problema non è più trovare un termine prudente, ma evitare l’eufemismo. In questo senso, la parola non è un eccesso: è ciò che resta quando tutte le attenuazioni hanno già fatto il loro lavoro. E insieme a questa parola, chiamo per nome il sistema che la rende possibile: apartheid, quando il diritto separa e gerarchizza le vite; colonialismo, quando la terra viene sottratta e amministrata come spazio disponibile; disumanizzazione, quando un popolo viene ridotto a minaccia biologica, demografica, militare; impunità, quando tutto questo può ripetersi senza conseguenze.

Questo slittamento del linguaggio non riguarda solo gli eventi, ma anche le identità. La sovrapposizione tra Stato di Israele e popolo ebraico è uno dei meccanismi più efficaci e più perversi di questo processo. Israele si definisce Stato ebraico; ampi settori della diaspora assumono questa definizione come naturale, come dato identitario, come continuità storica. Ma nel momento in cui un goy, un gentile, un non ebreo prende sul serio quella stessa identificazione, la assume come premessa e ne trae conseguenze critiche, viene accusato di antisemitismo.

È qui che il dispositivo si chiude. Quando serve a proteggere Israele, l’identificazione è sacra, indiscutibile, necessaria. Quando serve a criticarlo, diventa improvvisamente intollerabile, trasformata in odio razziale. Non è una contraddizione: è una tecnica. Una forma di immunizzazione morale che impedisce qualsiasi presa di posizione esterna. Se separi, neghi; se colleghi, odi. Non esiste una via che non sia già prevista dal sistema, perché ogni posizione si trasforma in colpa prima ancora di essere ascoltata.

Non è un caso isolato. I fatti continuano a imporsi con una ostinazione che nessun linguaggio riesce davvero a cancellare.

Resta la torta di compleanno di Itamar Ben-Gvir, pubblicata e mostrata in video, con un cappio come decorazione. E qui non si tratta di fermarsi all’aneddoto, alla curiosità morbosa o al cattivo gusto. Il punto è il simbolo. Il cappio non è un dettaglio ornamentale. È un segno storico della morte pubblica, della punizione esemplare, del corpo esposto come avvertimento. Se quel segno viene associato ai palestinesi e trasformato in immagine celebrativa, non siamo più davanti al cattivo gusto: siamo davanti alla normalizzazione simbolica dell’eliminazione.

Restano Thiago Ávila e Saif Abukeshek, fermati dopo l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla, accusati pretestuosamente con formule che pretendono di trasformare un’azione civile in terrorismo, e sottoposti a ciò che, al di là di ogni cautela lessicale, deve essere chiamato con il suo nome: tortura. Non esiste un linguaggio neutro per descrivere un corpo piegato, isolato, costretto, sottoposto a violenza sistematica. Ogni eufemismo è già una forma di complicità.

Resta Eithan Bondì, arrestato dopo aver sparato contro manifestanti dell’ANPI il 25 aprile. Anche qui, la tentazione è quella di archiviare il fatto come episodio isolato, deviazione individuale, anomalia. Ma il problema non è più il gesto singolo: è il contesto che lo rende possibile, pensabile, quasi inevitabile. Singoli, ormai, sono quelli che si oppongono.

E tuttavia, tutto questo non è comprensibile se lo si riduce solo al piano politico o militare. C’è una radice più profonda, che attraversa i secoli e riemerge oggi sotto forma di linguaggio. È la radice teologica dell’elezione, dell’appartenenza, della separazione.

L’idea di “popolo eletto” non è una semplice categoria religiosa. È una struttura mentale, una forma di organizzazione del mondo. Implica un “noi” e un “loro”, una promessa esclusiva, una legittimazione dello spazio e, inevitabilmente, la costruzione del nemico. All’interno di questa struttura si colloca anche il concetto di kherem, la consacrazione allo sterminio, la distruzione totale del nemico come atto non solo permesso, ma sacralizzato.

I testi lo dicono con una chiarezza che oggi imbarazza: nel Deuteronomio si ordina di non lasciare in vita nulla che respiri; nel libro di Giosuè la conquista si compie nello sterminio integrale; nel Primo libro di Samuele l’ordine contro Amalek include uomini, donne, bambini, lattanti e animali. Non sono margini, non sono eccezioni: sono parte di una grammatica.

Quando Benyamin Netanyahu richiama Amalek, non sta facendo una citazione erudita. Sta attivando questa grammatica. Sta trasportando nel presente un immaginario di annientamento che, una volta riattivato, non resta simbolico.

È qui che la formula delle “radici giudaico-cristiane” rivela la sua funzione ideologica. Le radici cristiane non proseguono quelle giudaiche: le mettono in crisi. Il Nuovo Testamento spezza la linearità di questa logica: la salvezza non coincide più con l’appartenenza, e l’universalizzazione rompe il legame tra identità e redenzione. “Amate i vostri nemici” non è una variazione: è una frattura. Ridurre tutto a continuità serve a costruire un’identità politica, non a descrivere una realtà storica. E mentre si parla di radici, la realtà continua a prodursi.

Il colonialismo israeliano non è solo militare. È linguistico, teologico, mediatico. È un sistema che non si limita a esercitare la forza, ma pretende di stabilire anche i limiti del linguaggio — e del diritto — con cui quella forza può essere nominata. Bombarda e poi disciplina le parole. Distrugge e poi definisce cosa è lecito dire della distruzione.

A questo punto, il problema non è più complesso. È semplicemente evidente.

Nessuno Stato è sacro. Nessuno Stato è intoccabile. Nessuna memoria, nemmeno la Shoah, può diventare licenza per uccidere, opprimere, affamare, sequestrare, torturare, umiliare, distruggere.

Chi chiama tutto questo autodifesa non è neutrale. Chi invoca prudenza davanti al genocidio non è prudente. Chi tace non è fuori dal crimine. Gli sta facendo spazio.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“La guerra preventiva e la dissoluzione del diritto – Iran 2026 e la crisi morale dell’Occidente”, di Vincenzo Franciosi

Ci sono momenti nella storia in cui una violazione del diritto smette di essere un incidente e diventa un sistema. In quei momenti le norme continuano a esistere nei trattati, nei protocolli e nei discorsi ufficiali, ma cessano progressivamente di vincolare il potere. Restano come formule solenni, prive della loro efficacia.

La guerra scatenata contro l’Iran da Israele con il sostegno diretto degli Stati Uniti rappresenta uno di questi momenti. Non perché sia la prima violazione del divieto di guerra tra Stati, ma perché avviene mentre lo stesso Occidente continua a proclamare il diritto internazionale come fondamento dell’ordine globale.

L’ordine giuridico costruito dopo la Seconda guerra mondiale si basa su un principio elementare: l’uso della forza nelle relazioni tra Stati è proibito, salvo in caso di legittima difesa immediata o su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo principio non è un dettaglio tecnico, ma la pietra angolare dell’intero sistema internazionale.

La guerra preventiva contro l’Iran si colloca esattamente al di fuori di questo quadro.

Non si tratta di una risposta a un’aggressione in atto, ma di un attacco giustificato sulla base di una minaccia futura. È la logica della guerra preventiva: colpire prima che l’avversario diventi pericoloso. Ma se la semplice possibilità di una minaccia può legittimare l’uso della forza, allora il principio stesso che proibisce la guerra tra Stati perde ogni significato. La norma sopravvive formalmente, ma la sua effettività scompare.

Tra i primi effetti della guerra vi sono stati bombardamenti che hanno colpito strutture civili — scuole, ospedali, infrastrutture non militari — con conseguenze tragiche per la popolazione. Uno degli episodi più drammatici, un bombardamento contro una scuola elementare femminile nelle ore di lezione del mattino, ha provocato la morte di oltre centocinquanta bambine e il ferimento e la mutilazione di molte altre.

Quando la guerra colpisce bambini, malati e civili indifesi, il diritto internazionale umanitario non lascia spazio ad ambiguità. Le Convenzioni di Ginevra stabiliscono l’obbligo di distinguere tra combattenti e popolazione civile e di proteggere in modo particolare strutture come scuole e ospedali.

Eppure la reazione dei governi europei è apparsa, ancora una volta, sorprendentemente prudente, per non dire inesistente.

Non si è assistito alla stessa indignazione che spesso accompagna altri conflitti. Non vi sono state condanne nette per questi attacchi contro civili. Le parole più severe sono state invece rivolte alle legittime reazioni militari iraniane successive agli attacchi iniziali.

Questa inversione del punto di osservazione — la severità verso la risposta e la cautela verso l’atto originario — alimenta inevitabilmente la percezione di un doppio standard morale.

La guerra contro l’Iran non può essere interpretata soltanto come un episodio della rivalità strategica nel Medio Oriente. Accanto alla dimensione militare emerge infatti un elemento che una parte significativa dell’analisi occidentale tende a rimuovere: la componente teologico-politica del nazionalismo israeliano. In questa prospettiva il conflitto territoriale non è soltanto una questione geopolitica, ma una missione storica radicata nella tradizione biblica. L’idea della terra promessa, dell’elezione del popolo e della restaurazione di confini ritenuti originari non appartiene soltanto alla sfera simbolica della religione: diventa programma politico.

Quando la sovranità territoriale viene interpretata come realizzazione di una promessa divina, il conflitto cambia natura. Non è più una disputa tra comunità politiche, ma una lotta per l’attuazione di un destino.

In questa prospettiva l’avversario smette di essere un interlocutore e diventa un ostacolo da rimuovere.

È qui che teologia e geopolitica si sovrappongono. La guerra assume il carattere di una missione storica e la distruzione diventa parte di una narrazione di restaurazione.

Accanto alle giustificazioni ufficiali — sicurezza regionale, deterrenza nucleare, stabilità geopolitica — esiste poi una dimensione più materiale che raramente viene discussa con la stessa chiarezza: quella delle risorse energetiche.

L’Iran possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio e gas del pianeta. Il Venezuela, che negli ultimi anni è stato a sua volta oggetto di pressioni politiche e militari da parte di Washington, fino al recente sequestro del suo presidente, detiene le più vaste riserve petrolifere accertate al mondo.

Il controllo delle risorse energetiche e delle rotte di approvvigionamento rappresenta uno dei fattori strutturali della geopolitica contemporanea. Le crisi che coinvolgono Iran e Venezuela non possono essere comprese soltanto come conflitti ideologici o rivalità strategiche: si collocano anche all’interno di una competizione globale per il controllo delle materie prime che alimentano l’economia mondiale.

Quando le giustificazioni ufficiali — sicurezza, stabilità regionale, difesa o esportazione della democrazia — si intrecciano con interessi economici di tale portata, la pretesa morale della guerra perde inevitabilmente credibilità. Se la guerra contro l’Iran rappresenta una frattura del diritto internazionale, la reazione dell’Occidente ne rivela la crisi morale.

Gli stessi governi che invocano con forza la legalità internazionale quando condannano le aggressioni altrui si mostrano improvvisamente cauti quando la violazione proviene da alleati strategici. Il diritto diventa così una norma selettiva: inflessibile contro i nemici, sorprendentemente elastica con gli amici. 

Un diritto che pretende di essere universale ma viene applicato in modo selettivo smette inevitabilmente di essere percepito come tale. Diventa uno strumento politico.

In questo contesto la posizione dell’Europa appare particolarmente desolante. Di fronte alla violazione della norma che proibisce la guerra preventiva e di fronte agli attacchi che hanno colpito civili, soprattutto bambini, la voce delle istituzioni europee non si leva con la stessa chiarezza con cui si leva in altri casi. Si limita a esprimere preoccupazione e a condannare le reazioni di chi è stato aggredito.

È il punto più basso della retorica politica contemporanea.

La condanna dei belati dell’agnello mentre il lupo lo sta sbranando.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“L’odio selettivo: la legge sull’antisemitismo e la gerarchia delle vittime”, di Vincenzo Franciosi

C’è un modo elegante, e dunque pericoloso, di imporre il silenzio: non proibendo le parole, ma alterandone il significato. Non dicendo “non puoi parlare”, ma stabilendo in anticipo che cosa, tra ciò che dici, sarà interpretato come odio.

La definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) di “antisemitismo” si colloca esattamente in questa logica: nasce per proteggere, ma per come è costruita e soprattutto per come viene impiegata finisce spesso per disciplinare. È una tecnologia del discorso prima ancora che un criterio morale. La parte iniziale della definizione, considerata in astratto, sembra persino ovvia: l’antisemitismo come “percezione” degli ebrei che può esprimersi come odio; e le sue manifestazioni retoriche e fisiche dirette contro persone, proprietà, istituzioni comunitarie e luoghi di culto. Fin qui, nulla da eccepire. Tutti i razzismi agiscono così: colpiscono corpi, simboli, memorie, spazi. Il problema comincia quando la definizione si correda di esempi “illustrativi” che dovrebbero aiutare a riconoscere il fenomeno e invece ne spostano il baricentro. È lì che la tutela si rovescia in immunità; ed è lì che la lotta all’odio rischia di diventare un dispositivo di governo del dissenso.

Gli esempi 1–6 e 11 appartengono a una costellazione chiara: incitamento alla violenza contro ebrei, stereotipi complottistici, responsabilità collettiva, negazionismo della Shoah, accusa di doppia fedeltà. Sono fenomeni storici riconoscibili; colpiscono ebrei in quanto ebrei; ricalcano strutture note dell’odio antiebraico moderno. La parte controversa è un’altra: i punti 7–10, quelli che toccano Israele. È qui che la definizione, anziché restare una griglia per distinguere l’odio razziale, entra nel campo minato della politica internazionale e vi porta strumenti concettuali impropri, perché elastici, indeterminati, facilmente convertibili in arma.

Per evitare equivoci, è utile riportare integralmente la formulazione di questi esempi, poiché è in essi che si concentra la torsione:

7) “Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è un’impresa razzista”.

8) “Applicare doppi standard a Israele, richiedendogli un comportamento non atteso o non richiesto a nessun’altra nazione democratica”.

9) “Utilizzare simboli e immagini associate al tradizionale antisemitismo (ad esempio l’accusa di ‘deicidio’ contro gli ebrei o l’immagine del ‘libello di sangue’) per caratterizzare Israele o gli israeliani”.

10) “Fare confronti tra la politica contemporanea di Israele e quella dei nazisti”.

Il punto 7, “negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele sia un’impresa razzista”, è già una dimostrazione del corto circuito. L’autodeterminazione non è un talismano: è un principio storico che convive con altri principi e non annulla, per definizione, le questioni di eguaglianza e di discriminazione. Trasformare l’accusa “Israele è razzista” in segnale di antisemitismo significa scambiare un giudizio politico e giuridico con un odio etnico. Si potrebbe, semmai, discutere quella tesi, contestarla, confutarla; ma farne un indicatore automatico di razzismo antiebraico è un salto concettuale. È la scorciatoia che un pensiero democratico dovrebbe respingere.

Il punto 8, quello dei “doppi standard”, è ancora più insidioso. “Doppio standard” è un’accusa che, in teoria, richiederebbe comparazioni, criteri espliciti, dimostrazione. Nella pratica, funziona diversamente: non confuta, insinua. Non discute i fatti, interroga la coscienza. Serve soprattutto a spostare il discorso dal contenuto all’intenzione dell’oratore: non “quello che dici è falso”, ma “lo dici perché sei prevenuto”. Con un colpo solo, la critica politica viene delegittimata e l’attenzione morale trasformata in sospetto. A quel punto qualunque dissenso diventa colpevole, perché non esiste un universo in cui ogni attore politico venga criticato con la stessa intensità, lo stesso spazio mediatico, lo stesso tempo. La politica non è contabilità morale. “Doppio standard”, se diventa criterio operativo, è un dispositivo perfetto di censura morbida: non serve dimostrare antisemitismo, basta attribuire un movente.

Il punto 9, quello relativo all’uso di simboli e immagini dell’antisemitismo tradizionale per caratterizzare Israele, contiene un nucleo sensato: quando riemergono figure storiche come il libello di sangue o la demonizzazione teologica dell’ebraismo, siamo davanti a una continuità riconoscibile dell’odio. Ma anche qui la definizione apre una porta: se manca una competenza storica nel riconoscere quelle immagini, qualunque metafora forte può essere trascinata dentro il perimetro dell’odio. E una volta che la rete si allarga, diventa rete a strascico: non protegge più dalle immagini razziste, assorbe la polemica politica in quanto tale.

Infine il punto 10, quello sui paragoni con i nazisti, è emblematico del clima emotivo in cui la definizione opera. Ma trasformare il paragone in prova morale di antisemitismo significa costruire un tabù che non riguarda più l’odio antiebraico, bensì l’intangibilità di uno Stato. Una definizione che pretende di riconoscere l’odio non dovrebbe automatizzare i giudizi: dovrebbe distinguere, verificare, contestualizzare. Altrimenti finisce per sacralizzare uno Stato non per le sue virtù democratiche, ma per la potenza simbolica del trauma europeo. Il cuore della questione sta qui: nei punti 7–10, la definizione opera una sovrapposizione quasi continua tra popolo ebraico e Stato di Israele. È il passaggio più assurdo e più pericoloso, perché produce un cortocircuito che finisce per essere, in un senso serio e non polemico, paradossalmente antiebraico. Una definizione nata per proteggere gli ebrei incorpora così una premessa tipica dei dispositivi razzisti: l’idea di un soggetto collettivo ebraico unitario che si identifica organicamente con uno Stato e ne assume la rappresentanza. Proprio questo meccanismo – la collettivizzazione essenzialista – è stato storicamente un motore dell’odio antiebraico: ridurre gli ebrei a un corpo unico, dotato di volontà comune, e dunque responsabile “in quanto tale”. Fondendo popolo e Stato, la definizione costruisce le condizioni perfette per due esiti simultanei: la criminalizzazione della critica politica a Israele, e l’esposizione simbolica degli ebrei alla responsabilità delle azioni di uno Stato. In altri termini, non separa l’odio dalla critica, li confonde, e confondendoli, non riduce l’odio, ma lo ristruttura e lo rende più manipolabile.

Tutto questo accade mentre in Palestina si consuma un genocidio: bombardamenti, fame, assedio, punizione collettiva, deportazioni, disumanizzazione. In questo contesto, l’uso politico dell’accusa di antisemitismo diventa un’operazione moralmente intollerabile: serve a rovesciare la realtà, a spostare l’attenzione dal crimine all’accusatore, e a trasformare la denuncia in colpa. Non è un’astrazione, ma una dinamica concreta che ha inquinato università, teatri, giornali, piazze. Si parla meno di ciò che accade e più di ciò che “si può dire”. È la sostituzione della verità con il protocollo.

Qui emerge un secondo paradosso, altrettanto rivelatore: oggi molti ambienti dell’estrema destra, eredi culturali del razzismo nazi-fascista europeo, sono filoisraeliani. Non perché abbiano scoperto l’antirazzismo, ma perché riconoscono in Israele ciò che ammirano: lo Stato identitario, la militarizzazione permanente, l’idea di confine come destino, la gerarchia delle appartenenze, la violenza come linguaggio politico. L’estrema destra non ama gli ebrei, ama la forma dello Stato che vede come proprio ideale, e così può riciclarsi come “difensore contro l’antisemitismo” mentre resta xenofoba e autoritaria. Proclamarsi filoisraeliani diventa un certificato di rispettabilità. È una mutazione cinica, ma perfettamente coerente.

In questo quadro, parlare di una legge “contro l’antisemitismo” che isoli l’odio antiebraico come categoria autonoma non è un atto neutro, ma una scelta di potere. È qui che si colloca il ddl Delrio, promosso dall’area “riformista” del Partito Democratico, in un gesto che appare tanto più inquietante quanto più risulta sovrapponibile, per logica e direzione, a proposte analoghe provenienti dalla destra radicale. Non importa il lessico benevolo (prevenzione, educazione, osservatori, monitoraggi, deleghe sul digitale) perché l’effetto istituzionale è già scritto: la creazione di una cornice pubblica di interpretazione in cui la critica a Israele può essere resa sospetta per definizione.

Un elemento decisivo, spesso rimosso nel dibattito pubblico, è che il ddl Delrio incontra una contrarietà netta anche da parte di intellettuali italiani di origine ebraica. Anna Foa, storica che ha dedicato studi fondamentali alla storia dell’ebraismo e delle persecuzioni, ha espresso un dissenso esplicito, denunciando la torsione per cui la tutela contro l’odio antiebraico finisce per trasformarsi in un dispositivo di protezione politica dello Stato di Israele e di compressione della critica. E non si tratta di una posizione isolata: un appello pubblico sottoscritto da studiosi e scrittori, tra cui numerosi firmatari di origine ebraica, ha contestato la stessa impostazione, rifiutando l’idea che l’odio antiebraico debba diventare un’eccezione normativa separata dal resto dei razzismi e segnalando il rischio di una deriva censorio-identitaria proprio nel momento in cui la libertà di parola e di ricerca dovrebbe essere difesa con maggiore rigore.

Il punto decisivo, però, non è soltanto la questione Israele. È la questione dell’eguaglianza. Una legge che considera l’odio antiebraico come fenomeno “a sé”, distinguendolo strutturalmente dal razzismo contro arabi, rom, africani, migranti in genere, produce una gerarchia delle vittime. E una gerarchia delle vittime è razzismo istituzionalizzato: non perché difende gli ebrei, che devono essere difesi come chiunque, ma perché stabilisce che alcune discriminazioni meritano un trattamento speciale mentre altre restano normalizzate, tollerabili, periferiche. È il contrario dell’articolo 3 della Costituzione: l’uguaglianza come principio universale, non come eccezione selettiva. Un antirazzismo che funziona per eccezioni non è antirazzismo: è amministrazione politica delle vittime.

C’è infine un dettaglio linguistico, che dettaglio non è. “Antisemitismo” è un’aberrazione terminologica: i semiti non sono solo gli ebrei. Semiti sono gli arabi (quindi anche i palestinesi) e storicamente fenici, aramei, cananei, assiri, accadi e tanti altri popoli del Vicino Oriente antico. Il termine nasce in un’Europa ottocentesca che cercava etichette pseudoscientifiche per nobilitare l’odio antiebraico. È diventato un tecnicismo storico e in certi contesti può restare tale; ma oggi, come parola sacra, agisce da strumento ideologico. Sarebbe più corretto dire antiebraismo, o odio antiebraico. Chiamare le cose col loro nome significa anche impedire che una parola venga monopolizzata per costruire immunità.

Odio antiebraico è ciò che colpisce gli ebrei in quanto ebrei: violenza, stereotipi, responsabilità collettive, negazionismo. Critica politica è ciò che colpisce uno Stato, un governo, una legge, un esercito, una prassi. Il principio democratico è altrettanto semplice: nessuno Stato è sacro, nessuna istituzione è intoccabile; sacra è la dignità delle persone. Separare popolo e Stato non è una concessione, ma il requisito minimo per non ricadere nella logica del razzismo. Confonderli, come fa la definizione dell’IHRA nella sua parte più controversa, significa creare le condizioni della censura e, insieme, alimentare il risentimento che il razzismo sfrutta sempre.

Per questo il ddl Delrio va respinto non perché “combatte l’odio”, ma perché lo fa nel modo peggiore: trasformando un concetto storico in una tecnologia politica di controllo del discorso, e creando un’eccezione privilegiata che frantuma l’uguaglianza. È un errore democratico prima ancora che un errore teorico.

In conclusione, questo disegno di legge va contrastato non perché minimizzi l’odio antiebraico, ma perché lo separa, lo assolutizza e lo trasforma in un’eccezione, inaugurando una gerarchia delle discriminazioni. Uno Stato che seleziona quali razzismi meritino un trattamento speciale e quali no, non sta combattendo il razzismo: lo sta amministrando. E una Repubblica fondata sull’uguaglianza non può permettersi una legge che, nel nome dell’antirazzismo, finisce per tradire l’articolo 3 e legittima l’idea più pericolosa di tutte: che esistano vittime più degne di altre.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“L’homo sapiens neanderthalensis e l’applicazione del diritto: la crisi di effettività del diritto internazionale contemporaneo”, di Vincenzo Franciosi

Affermare che l’homo sapiens neanderthalensis applicasse il diritto con maggior rigore rispetto ai “sapientes sapientes” contemporanei non è una provocazione gratuita, ma una constatazione funzionale. L’aggressione militare degli Stati Uniti al Venezuela, accompagnata dalla sua rivendicazione pubblica attraverso un post presidenziale, offre un esempio quasi didattico di regressione non soltanto giuridica, ma anche antropologica e simbolica: il ritorno a un ordine in cui la forza precede la norma e la sospende in condizioni di sostanziale impunità.

Nelle società arcaiche (verosimilmente anche tra i Neanderthal) la norma non era separabile dalla sopravvivenza del gruppo. Il tabù, il giuramento, il confine rituale non erano enunciati astratti, ma dispositivi vitali. La loro violazione produceva una sanzione certa e immediata, perché metteva in pericolo l’equilibrio collettivo. In questo senso, quel “diritto neanderthaliano” risultava meno sofisticato sul piano concettuale, ma infinitamente più efficace su quello della responsabilità.

Il diritto internazionale contemporaneo, codificato nella Carta delle Nazioni Unite, vieta in modo esplicito l’uso della forza e proclama l’eguaglianza sovrana degli Stati. Tuttavia, esso nasce strutturalmente privo di strumenti effettivi di coercizione. Quando una potenza egemone viola la norma, gli organi competenti rinunciano (di fatto) a intervenire. L’attacco al Venezuela, privo di un mandato del Consiglio di Sicurezza e non riconducibile alla legittima difesa immediata, rende evidente questa asimmetria costitutiva.

In questo quadro, il post con cui Donald Trump annuncia l’operazione assume un valore che va ben oltre la cronaca. Non è un semplice comunicato, ma un atto linguistico sovrano, nel quale la dichiarazione sostituisce la procedura, il fatto compiuto prende il posto del giudizio e la narrazione del vincitore soppianta la legalità. Trump vi afferma non solo l’uso della forza, ma anche la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, presentata come esito “positivo” di un’operazione coordinata con le forze dell’ordine statunitensi.

Colpisce, in questo testo di poche righe, non soltanto la rivendicazione esplicita dell’aggressione, ma la qualità del linguaggio impiegato. Trump chiama Maduro President. Lo fa senza esitazioni, senza virgolette, senza cautele. È un dettaglio solo in apparenza marginale. Chiamare qualcuno “Presidente” significa riconoscerlo come titolare di una sovranità, come capo legittimo di uno Stato; significa, implicitamente, ammettere che l’azione militare è stata condotta contro un’autorità statale riconosciuta, e non contro un’entità priva di status giuridico.

Il testo merita di essere letto integralmente, perché è nel linguaggio stesso che si consuma la contraddizione:

The United States of America has successfully carried out a large scale strike against Venezuela and its leader, President Nicolas Maduro, who has been, along with his wife, captured and flown out of the country. This operation was done in conjunction with U.S. Law Enforcement. Details to follow. There will be a News Conference today at 11:00 A.M., at Mar-a-Lago. Thank you for your attention to this matter! President Donald J. Trump

La traduzione italiana rende ancora più evidente l’inconsapevole legittimazione dell’avversario:

Gli Stati Uniti d’America hanno portato a termine con successo un attacco su larga scala contro il Venezuela e il suo leader, il Presidente Nicolás Maduro, il quale è stato, insieme a sua moglie, catturato e fatto uscire dal Paese. Questa operazione è stata condotta in coordinamento con le forze dell’ordine statunitensi. Seguiranno ulteriori dettagli. Oggi alle ore 11:00 si terrà una conferenza stampa a Mar-a-Lago. Grazie per l’attenzione dedicata a questa vicenda! Presidente Donald J. Trump

Non è ancora necessario formulare un giudizio definitivo sull’autore del post. È sufficiente, per ora, registrare una frattura: la parola, che nelle società arcaiche fondava e vincolava, appare qui usata senza piena percezione del suo peso simbolico e giuridico. Il linguaggio non accompagna l’azione, ma la espone e, a un certo punto, la contraddice.

Il paradosso è evidente. Mentre la forza pretende di negare la sovranità altrui, il linguaggio la ristabilisce. Non per calcolo, ma per inconsapevolezza. È il segno di un potere che non domina più neppure i propri strumenti simbolici. In questo senso, il confronto con il diritto arcaico diventa inevitabile. Là dove la violazione della norma comportava una sanzione immediata perché minacciava la sopravvivenza della comunità, oggi la violazione più grave del diritto internazionale viene assorbita in una sequenza comunicativa, neutralizzata dall’inerzia e dall’assenso tacito degli alleati. L’Unione Europea, come spesso accade, completa questo quadro di regressione. Invoca il diritto internazionale come valore astratto, ma ne accetta la sospensione concreta quando è violato dal potente di turno. In questo modo, la norma perde ciò che nelle società arcaiche la rendeva efficace: la sua indisponibilità, cioè la sua sottrazione all’arbitrio del potere.

Alla fine, ciò che colpisce non è soltanto la violenza dell’atto, ma la povertà dell’uomo che lo annuncia (per di più un miliardario). Nel chiamare Presidente colui che dichiara di aver catturato, Trump conferisce con una parola ciò che pretende di negare con la forza: legittimità, sovranità, diritto. È il linguaggio stesso a tradirlo. Là dove le società arcaiche sapevano che la parola vincola e impegna, il potere contemporaneo parla senza comprendere, agisce senza sapere, legittima senza volerlo. Se questo è il grado di coscienza simbolica del sovrano globale, allora sì: quella neanderthaliana — rozza ma responsabile, elementare ma vincolante — appare oggi come una forma più alta di civiltà giuridica. Perché almeno conosceva il peso delle parole e il prezzo delle violazioni.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

“Da Wotan ad Atreju: miti impoveriti e responsabilità negate”, di Vincenzo Franciosi

Da Wotan ad Atreju non è soltanto una traiettoria simbolica, ma la misura di un impoverimento. Il passaggio da un mito tragico, ambiguo e colto a un evento politico-mediatico contemporaneo segnala una trasformazione profonda dell’immaginario dell’estrema destra: non più appropriazione, per quanto distorta, di tradizioni complesse, ma consumo di immagini semplificate, moralmente rassicuranti, funzionali all’innocenza.

Il neofascismo contemporaneo non ha più bisogno di divinità complesse né di fondazioni mitiche esigenti. Ha bisogno di innocenza. Un’innocenza preventiva, armata, impermeabile alla storia e alle sue categorie fondamentali: colpa, complicità, responsabilità. È in questo orizzonte simbolico degradato che vanno lette non solo le scelte culturali, ma anche le reazioni politiche più recenti, incapaci di distinguere tra atto materiale e responsabilità strutturale.

Il recente episodio che ha visto il ministro della Difesa Guido Crosetto reagire con veemenza all’accusa di complicità in crimini contro l’umanità, dichiarando di non aver “mai ucciso nessuno” e minacciando querele contro chi parlava di genocidio, è rivelatore non tanto per il tono, quanto per la struttura concettuale che mette in luce. Una questione giuridica e politica viene ridotta a un’offesa personale, così da poter essere respinta come diffamazione. L’accusa non viene discussa, ma deformata; non viene confutata, ma sostituita con un’altra, più facile da smentire.

Eppure, nel diritto internazionale, la complicità non coincide con la commissione materiale del crimine. La Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio include l’obbligo di prevenzione e la punibilità della complicità; la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che uno Stato può essere responsabile anche per assistenza, sostegno o omissione, quando contribuisca alla prosecuzione di crimini gravi in un contesto di rischio noto. Richiamarsi all’assenza di un coinvolgimento diretto non risolve il problema: lo elude. Ma questa elusione non è soltanto giuridica. È mitologica.

Il neofascismo storico, pur nella sua violenza ideologica, si muoveva ancora entro un orizzonte simbolico relativamente complesso. La mitologia norrena, largamente sfruttata (e già allora semplificata) nella Germania nazista, non era un repertorio elementare. Politeista, tragica, attraversata dal destino, dal sacrificio e dalla colpa, essa non offriva alcuna innocenza facile. Wotan non è un dio puro, ma una figura ambigua, ingannatrice, sapiente e colpevole, destinata alla sconfitta; il Ragnarök non promette redenzione, ma rovina. È un universo che non assolve.

Tutto questo è oggi impraticabile. Non perché sia stato superato, ma perché è troppo complesso. Richiede lettura, interpretazione, familiarità con il tragico e con il limite. I neofascisti contemporanei non hanno alcun rapporto reale con questo patrimonio: l’Edda poetica e l’Edda prosaica sono loro del tutto ignote; Snorri Sturluson è un nome senza contenuto, quando non del tutto sconosciuto. A stento il loro orizzonte simbolico arriva a Edda Mussolini in Ciano: non una tradizione mitologica, ma un album di famiglia.

Anche il mito di Roma risulta oggi inutilizzabile. Roma implica diritto, istituzioni, conflitto civile, integrazione dello straniero, universalismo imperiale. Non è un mito di purezza, ma di contaminazione. Il fascismo storico ne fece una scenografia; il neofascismo contemporaneo non è più nemmeno in grado di sostenerne la complessità simbolica.

Questa regressione trova una rappresentazione quasi paradigmatica in una figura pubblica assunta qui come  compendio di un neonazifascismo macchiettistico. Il riferimento a immaginari estremisti ridotti a gesto, travestimento o provocazione, fino a episodi pubblicamente documentati di mimesi esplicita di simbologie delle SS (pur nella consapevolezza della sua natura provocatoriamente goliardica), non rinvia a una mitologia, neppure deformata, ma alla sua caricatura. Non c’è profondità simbolica né mito fondativo, ma soltanto la riproduzione superficiale di segni svuotati, buoni per il consumo mediatico e per l’identificazione “tribale”. È il punto terminale dell’impoverimento: quando il mito non viene più strumentalizzato, ma semplicemente indossato. A questo svuotamento simbolico si aggiunge un ulteriore passaggio decisivo: dalla lettura alla visione. Molti non leggono più neppure Tolkien o Ende (unici autori citati dagli attuali neofascisti); ne consumano le versioni cinematografiche. Il film elimina ambiguità, accelera il conflitto, estetizza la violenza e riduce la complessità morale a una contrapposizione binaria. Resta un mito già digerito, emotivamente rassicurante, politicamente innocente. Epica senza responsabilità, mito senza pensiero. Un universo perfetto per chi rifiuta la storia reale, fatta di corresponsabilità e di colpa.

È in questo contesto che si comprende il ricorso ossessivo alle cosiddette “radici giudaico-cristiane”. Non come tradizione teologica, infinitamente più complessa e problematica, ma come teologia politica semplificata: elezione, terra promessa, nemico assoluto, violenza sacralizzata. Qui il mito diventa finalmente funzionale. Non c’è tragedia, non c’è ambiguità, non c’è colpa. C’è un popolo “innocente” per definizione, una violenza sempre preventiva, un nemico disumanizzato. È un immaginario che consente di esercitare il potere violento sentendosi moralmente puri. In questa cornice, lo “Stato ebraico” di Israele diventa un modello simbolico per l’estrema destra occidentale: Stato etnico, militarizzato, fondato sull’apartheid, legittimato da una narrazione sacra e perennemente assolto in nome della sicurezza. Non si tratta di adesione storica o culturale, ma di identificazione immaginaria: ciò che il neofascismo vorrebbe essere, senza dichiararlo apertamente.

La dichiarazione di Crosetto ad Atreju si iscrive perfettamente in questo quadro. “Non ho mai ucciso nessuno” non è una difesa: è una dichiarazione di innocenza mitica. È il rifiuto stesso della categoria di complicità, che presuppone responsabilità indiretta, consapevolezza del contesto, partecipazione strutturale. Quando un’accusa giuridica viene trasformata in un’offesa personale e il confronto sui fatti viene sostituito dalla minaccia giudiziaria, non siamo di fronte a un equivoco, ma a una strategia culturale: cancellare la complessità per preservare l’innocenza.

Il percorso che va da Wotan ad Atreju non racconta una continuità, ma una perdita. Perdita della tragedia, della complessità, della consapevolezza che il potere non è mai innocente e che la violenza, anche quando delegata, genera sempre responsabilità. Il neofascismo contemporaneo non vive di miti antichi, ma vive della loro riduzione. E proprio per questo non produce tragedia, ma assoluzione; non responsabilità, ma vittimismo; non politica, ma moralismo armato.

Miti impoveriti e responsabilità negate: non come slogan, ma come diagnosi.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.