John Keats: “Lucente stella. Poesie scelte” (Feltrinelli), di Lavinia Capogna

John Keats, Oh, se potessi vivere una vita fatta di sensazioni piuttosto che di pensieri!

Nel settembre 1820 due ragazzi inglesi lasciarono Londra per imbarcarsi a Gravesend su un brigantino per raggiungere Napoli. La loro meta era stata suggerita da un medico per via del clima mite, Roma.

Uno dei due infatti, 25 anni, era gravemente ammalato e i suoi amici avevano fatto una colletta per sostenere le spese del viaggio, l’altro era un suo conoscente, un bravo pittore e pianista, 27 anni, che si era offerto di accompagnarlo.

John Keats, ammalato di tubercolosi, era un poeta che aveva pubblicato tre libri, aveva avuto alcuni elogi ma anche stroncature. Le sue opere non avevano venduto pressoché nulla. Già nel 1818 aveva scritto in una lettera ad un amico: “Ho capito che i tempi della giovinezza spensierata sono finiti. Ho capito che non c’è altro da perseguire se non l’idea di fare del bene al mondo – l’idea di fare del bene in questo mondo – alcuni lo fanno con la loro compagnia- altri grazie alla loro intelligenza – altri con la loro benevolenza”.

La nave sfuggì ad una tempesta e a fine ottobre raggiunse il porto di Napoli dove rimase in quarantena per dieci giorni perché a Londra era scoppiato il colera. Keats poteva scrivere pochissimo (“Che racconto potrei farle della Baia di Napoli se fossi ancora un abitante di questa Terra!”).

Shelley lo aveva invitato a casa sua a Pisa ma Keats non volle o non poté proseguire il viaggio fino in Toscana.

A novembre arrivò a Roma dove andò ad abitare con Joseph Severn, il pittore, in una pensione gestita da una donna al numero 26 della splendida e settecentesca Piazza di Spagna (oggi Keats and Shelley Museum). 

Stavano al terzo piano. Dalle finestre si vedevano meravigliosi scorci della scalinata di Trinità dei Monti ma Keats poté apprezzare ben poco della città eterna.

Raramente riuscì ad uscire e a fare una cavalcata al Pincio, si ordinavano i pasti in una trattoria ma presto non poté quasi mangiare: oltre a sbocchi di sangue in cui rischiava di soffocare aveva terribili attacchi di mal di stomaco.

Lo seguiva un dottore inglese che faceva parte della cosiddetta colonia britannica tra Roma e Firenze, il dottor Clark (o Clarke). Un vicino di casa benestante, Giorgio Rea, offrì generosamente supporto economico ai due ragazzi che erano al verde.

Keats alternava momenti di disperazione, ad altri più quieti. Severn nascose la bottiglia di laudano per timore che ne ingerisse troppo.

Non scriveva più lettere, non leggeva le lettere di Fanny Brawne e chiese a Severn di distruggere tutte quelle che aveva ricevuto da lei nel tempo per rispettare la privacy. 

Il medico gli aveva vietato emozioni.

Pochi giorni prima del suo decesso un critico stroncò il suo terzo libro in una gazzetta letteraria – è universalmente riconosciuto come un capolavoro. 

Per lui fu un colpo durissimo. 

Lord Byron, al quale Keats aveva dedicato un poema ma con cui non c’era reciproca simpatia, scriverà sprezzantemente che Keats era stato “annientato da un articolo” e compose una piccola poesia in cui ripeteva la frase “Chi ha ucciso John Keats?” e citava i nomi delle riviste letterarie.

In una lettera del 1820 lo aveva definito “quel piccolo sporco mascalzone di Keates”, storpiando il cognome.

Shelley invece aveva opinioni discontinue sull’opera del poeta ma gli era amico seppure a distanza e gli dedicherà il bel poema “Adonais”. 

Più tardi Oscar Wilde, che ammirava postumamente Keats, visitò la sua tomba nel cimitero degli Inglesi all’ombra della Piramide Cestia a Roma e gli dedicò un Sonetto, conobbe la nipote del poeta e quando nel 1885 il figlio di Fanny Brawne, Herbert Lindo, mise all’asta trentacinque lettere d’amore di Keats scrisse un poema che iniziava cosi: 

“Queste sono le lettere che Endimione scrisse a colei che amava in segreto e a distanza.

E ora i chiassosi del mercato d’asta

contrattano e fanno offerte per ogni povero biglietto macchiato di inchiostro.

Sì! Per ogni singolo battito di passione

fissano il prezzo del mercante. 

Penso che non amino l’arte

coloro che infrangono il cuore di cristallo di un poeta”.

John Keats era nato a Londra il 31 ottobre 1795. Suo padre, Thomas Keats, era venuto dal nord del paese, dal Devonshire o dal Cornwall, e lavorava in una scuderia di un piccolo proprietario. Lui e la figlia del suo datore di lavoro, Frances Jennings, si sposarono ed ebbero cinque figli, uno morì in tenera età, gli altri, furono John, George, Tom e Fanny. 

L’inghilterra era allora alle soglie della rivoluzione industriale che avrebbe sconvolto tutto il mondo settecentesco, cancellando molti lavori che si potevano svolgere a casa, come i tessitori e i filatori a mano, gli artigiani di cose minute e provocò una grossa migrazione verso le cupe fabbriche di Londra e altre città industriali. Non fu solo un grande cambiamento economico ma di vita quotidiana: scompariva una società settecentesca che seppur dura era per certi versi più umana di quella capitalista.

Charles Dickens avrebbe ben descritto il nascente capitalismo nei suoi romanzi.

Tra la fine del 1700 e il 1805 ci furono anche le guerre con la Francia rivoluzionaria e poi bonapartista. 

Nel 1804 quando John Keats non aveva ancora compiuto nove anni suo padre morì per un incidente mentre stava rincasando a cavallo di sera tardi. Sua madre, sola con quattro bambini, si risposò ma fu un matrimonio fallimentare. Si ammalò di reumatismi che le causarono invalidità e nel 1810, amorevolmente assistita da John, morì di tubercolosi che era allora la malattia più diffusa e contagiosa.

John Keats a scuola da un reverendo era un bambino vivace, amante della giustizia e pronto a difendere gli inermi. Il suo primo biografo racconta come una volta, adolescente, vide un rozzo macellaio maltrattare un bambino e lo prese a pugni.

Verso i sedici anni incominciò ad interessarsi di letteratura e a diventare un lettore appassionato. Tra i suoi libri,  da adulto, vennero trovati Dante, raccolte di poesia, opere in italiano, una grammatica di francese e italiano.

Era appassionato dell’antica Grecia ma anche del Medioevo.

In campo religioso Keats era un agnostico rispettoso della fede cristiana.

Incominciò a far pratica da studente di medicina per diventare dottore, come era stato anche il poeta e commediografo tedesco Friedrich Schiller.

La medicina era allora agli esordi e si sapeva ben poco del corpo umano. Anche l’apprendistato per diventare medico o assistente chirurgo, come divenne Keats, appare oggi bizzarro.

Un suo biografo di fine ‘800 riporta che uno studente lo ricordava, anni dopo, come “un fannullone che bighellonava, sempre intento a scrivere poesie”.

Tuttavia quando ebbe il diploma di una delle poche professioni accessibili alla sua classe sociale Keats la abbandonò per dedicarsi alla poesia e perché temeva di compiere errori durante le operazioni.

L’Inghilterra stava vivendo uno dei suoi periodi più rigogliosi per l’arte poetica: Wordsworth e Coleridge avevano pubblicato le due versioni delle “Lyrical Ballads”, il libro che aveva dato l’avvio al Romanticismo. 

Keats incominciò a frequentare giovani poeti e letterati come Leigh Hunt (che molti anni dopo Dickens avrebbe ritratto nel discutibile personaggio di Harold Skimpole di “Casa desolata”) che gli fece conoscere Shelley.

Quando Shelley naufragò con una goletta tra Lerici e Viareggio nel 1822 gli venne trovato in tasca un volume di poesie di Keats.

Nel 1817, a soli 22 anni, Keats pubblicò la sua prima raccolta di poesie, intitolata “Poems”. Aveva già pubblicato qualche poesia su delle riviste.

Essa venne ignorata dal pubblico e dalla critica eccetto una recensione positiva.

Nonostante ciò non si arrese e incominciò a scrivere “Endimione”, un poema in quattro parti che venne stroncato.

Fu un critico che coniò il termine diffamatorio ‘Scuola Cockney’ (cioè il dialetto di Londra) per indicare Leigh Hunt e la sua cerchia di cui faceva parte Keats. “Tale etichetta” scrisse uno dei primi biografi di Keats a fine 1800 “costituiva un attacco politico, rivolto a giovani scrittori ritenuti rozzi a causa della loro scarsa istruzione e dell’uso informale della rima. Non avendo frequentato Eton, Harrow o le università di Oxford e Cambridge, venivano giudicati incapaci di scrivere poesia di qualità”.

L’attacco quindi al libro di Keats era anche classista e politico. Keats e i suoi amici avevano idee politiche radical – il che potrebbe tradursi come di sinistra.

Anche la sua vita non era facile: il fratello Tom, un giovane alto, emaciato e biondo a differenza di lui che era bassino, con riccioli tra il castano e il rosso e bei occhi scuri, era gravemente ammalato di tubercolosi. Lui lo assistette a lungo e uscì stremato dalla morte di Tom. 

Aveva debiti, una situazione economica drammatica ma sentiva che sarebbe diventato un celebre poeta.

Keats, come era d’uso all’epoca, riuscì con un amico a fare un viaggio a piedi in Scozia, in Irlanda e un altro nel Lake District in Cumbria nel Northwest dell’Inghilterra dove cercò Wordsworth che abitava lì con la sorella Dorothy e che aveva già incontrato a Londra ma il celebre poeta non era in casa. 

Keats gli lasciò un gentile biglietto.

Era infatti un temperamento amabile e di buone maniere, molto legato al fratello George che nel frattempo era emigrato in cerca di fortuna in America e a sua sorella Fanny che viveva sotto la custodia di un tutore. 

Era molto attento ai piccoli dettagli, osservatore di ciò che gli altri non notavano e, a volte, si diceva, diventava improvvisamente taciturno e meditabondo.

Keats aveva scritto poco prima di andare a coabitare con un amico poeta, Brown: “Sono abbastanza sicuro che, se lo volessi, potrei diventare uno scrittore di successo; che non lo farò mai; ma, qualunque cosa accada, mi guadagnerò da vivere: detesto il favore del pubblico tanto quanto l’amore di una donna; entrambi sono melassa stucchevole che appesantiscono le ali dell’indipendenza”.

E come tutti i giovani che deridono l’amore era destinato ad incontrarlo.

Fanny Brawne è il grande e, per quanto si sappia, unico amore di Keats.

Lei e il poeta si incontrarono nel 1818. Da una prima descrizione che lui fece di lei non sembra che fosse rimasto particolarmente colpito tuttavia si dilungava un po’ troppo.

Fanny apparteva ad una famiglia borghese, non ricca ma neppure povera. Suo padre era deceduto quando lei era bambina, sua madre era una donna gentile e premurosa.

Amava vestirsi bene (era imparentata con l’uomo più elegante di Londra, Lord Brummel), disegnava e cuciva i suoi abiti da sola, suonava il piano, le piaceva leggere romanzi, andava alle feste, l’unico luogo dove una ragazza distinta potesse allora ballare e incontrare garbati ammiratori.

Keats detestava la vita mondana, i corteggiatori galanti, i modi affettati e manierati.

Lui era anche a disagio con le donne. Aveva scritto in una lettera che con gli uomini era disinvolto e a suo agio ma con le donne molto imbarazzato e desideroso di fuggire.

Ma con Fanny fu diverso perché Keats si innamorò perdutamente di lei e lei di lui.

Non sono rimaste le lettere di Fanny a Keats, come abbiamo detto, ma quelle di lui a lei (scritte durante un viaggio e poi come biglietti) e sono considerate il più importante carteggio sentimentale nella storia della poesia.

Anche quando Keats era più passionale restava sempre delicato.

Essi abitavano in due case adiacenti con un giardino in comune poi, dopo il terribile primo attacco di tubercolosi di lui, per un breve periodo nella stessa casa ma potevano vedersi, a causa del pericolo del contagio, solo pochi minuti o dalla finestra (Keats era preoccupato che Fanny potesse prendere freddo nella neve) o scambiare furtivi biglietti.

Gli amici di Keats prima e i critici (uomini) dopo che le lettere vennero pubblicate postumamente si scagliarono contro Fanny manifestando il più bieco maschilismo: Fanny non poteva essere la donna eletta amata da un poeta che gli aveva dedicato liriche meravigliose come “Lucente stella” (Bright Star), “I cry your mercy, pity, love – ay, love!’”, e le lettere….

Ecco alcuni brani: “Mia dolce ragazza, oggi vivo nel ricordo di ieri: sono rimasto completamente incantato per tutto il giorno. Mi sento in balia di te. Scrivimi anche solo due righe e dimmi che non sarai mai, mai meno gentile con me di quanto lo sei stata ieri. Mi hai stordito. Non c’è nulla al mondo di così luminoso e delicato”. 

E anche: “Il mio amore mi ha reso egoista. Non posso vivere senza di te”.

I rimproveri maschilisti di amici e critici verso Fanny erano:

1) Lei era una diciassette/diciottenne non particolarmente bella o attraente (secondo i canoni maschili). 

Fanny era una ragazza bruna, bassina, esile, con il naso aquilino ed uno sguardo intenso.

2) Fanny sapeva che Keats non avrebbe potuto sposarla perché lui era povero, pieno di debiti, con una assai incerta carriera di poeta ma non lo aveva respinto. 

In più lo aveva fatto ingelosire andando ai balli e avendo scambiato due parole innocenti con qualche militare galante che non mancavano mai ai balli (come ci racconta anche Jane Austen nei suoi romanzi) cosa che Keats, assai geloso, le rimprovò e di cui poi si pentì.

3) Eccetto qualche bacio il loro amore rimase casto. A Fanny venne rimproverato di essere stata virtuosa da una società in cui esserlo era la prima qualità di una fanciulla.

In realtà Fanny era innamorata di Keats, gli scriveva, gli fece dei piccoli doni, accettò l’anello che lui le aveva donato, sopportò i pettegolezzi e soprattutto voleva a tutti i costi partire con lui per Roma ma non le venne concesso.

Se Keats non fosse deceduto si sarebbero sposati.

Quando seppe della sua morte si tagliò i capelli (segno di rinuncia al mondo e della femminilità) e portò il lutto per anni.

Si sposerà solo parecchi anni dopo e avrà tre figli.

Anche nel bel film “Bright Star” diretto da Jane Campion che ha una accuratissima sceneggiatura e ricostruzione d’ambiente, Fanny viene tratteggiata come irritante e dispettosa anche se in realtà non possediamo elementi certi relativi al suo carattere.

Non essendo bellissima come Beatrice e Laura è stata situata tra le donne senza cuore come “La Belle Dame Sans Merci”, una ballata/poesia di Keats ispirata alla leggenda di Loreley sulla quale anche Heinrich Heine scriverà una lirica.

Vi sono, certo, donne così ma non sembra essere stata lei.

Nel 1925 la poeta e saggista americana Amy Lowell pubblicò una biografia su Keats con alcune lettere di un carteggio tra Fanny Brawne trentenne e Fanny Keats. Fanny Brawne sembra essere stata una donna gentile ed intelligente e non la volubile ed insignificante ragazza che era stata descritta dagli amici di Keats con cui egli si era infuriato per le loro insinuazioni.

Keats fu uno dei più grandi poeti mai apparsi in questo mondo. Il suo riconoscimento fu postumo e assai tardivo come sovente accade.

Oggi si associano al suo nome le parole “sensazione”, “sensualità”, “malinconia”, sì, questo c’è in Keats ma anche una profonda ispirazione poetica come in Hölderlin, acute intuizioni, una maturità sorprendente per i suoi verdi anni che condivide, seppure in modo assai differente, con il ribelle Rimbaud, poeta dai 17 ai 19 anni.

“Se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure” aveva scritto in una lettera.

Per Keats la poesia si sente attraverso i sensi, la poesia è esperienza.

da “Ode a un usignolo”:

“(…) Sparire, lontano, dissolvermi, e dimenticare poi

Ciò che tu, tra le foglie, non hai mai conosciuto:

La stanchezza, la malattia, l’ansia

Degli uomini, qui, che si sentono soffrire,

Qui, dove il tremito scuote gli ultimi, scarsi capelli grigi,

Dove la gioventù impallidisce, si consuma e simile a un fantasma muore,

Dove il pensare stesso è riempirsi di dolore, (…)”.

Da “Isabella”:

“(….) Ed ella dimenticò le stelle, la luna e il sole,

dimenticò l’azzurro al di sopra degli alberi,

dimenticò la valli dove scorrono le acque,

dimenticò la fresca brezza autunnale;

ella non sapeva quando il giorno tramontava,

il nuovo mattino non vedeva

(…)”.

da “Endimione”:

“Una cosa bella è una gioia per sempre:

si accresce il suo fascino e mai nel nulla si perderà; sempre per noi sarà quieto rifugio e sonno pieno di dolci sogni e tranquillo respiro e salvezza (…)”.

da “Solitudine”

“(…) ma la dolce

conversazione d’una mente innocente, quando le parole

sono immagini di pensieri squisiti, è il piacere

dell’animo mio (…)”.

Da “Ode su un’urna Greca”

“(…) Bellezza è verità, verità bellezza – questo solo

sulla terra sapete, ed è quanto basta”.

Il 1819, l’anno in cui il poeta era innamorato di Fanny, fu quello in cui compose i suoi capolavori. In una recente biografia Nicholas Roe sostiene che egli fosse allora dipendente dall’oppio (usato da poeti come De Quincey, Coleridge, Shelley).

Sir Andrew Motion, autore di un’altra biografia, sostiene che è una “ipotesi senza alcun fondamento” (The Guardian 2012).

Keats ha anche involontariamente influenzato la psicoanalisi: Wilfred Bion, noto psicoanalista, ha maturato la teoria e il nome della Negative Capability (Capacità Negativa) che sarebbe, sintetizzando, l’attitudine dello psicoanalista verso il paziente da una lettera di Keats ai suoi fratelli su Shakespeare. Egli scriveva: “L’eccellenza di ogni arte sta nella sua intensità, capace di far svanire ogni cosa sgradevole, poiché è in stretta relazione con la Bellezza e la Verità; la ‘capacità negativa’, ovvero quando l’uomo è capace di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza cercare con impazienza fatti e ragioni…”.

Nel 1820 egli pubblicò il suo terzo ed ultimo libro intitolato “Lamia, Isabella, The Eve of St. Agnes e altri poemi”.

Negli stessi anni anche un altro grande, misconosciuto poeta italiano scriveva in una provincia delle Marche le sue meravigliose liriche, Giacomo Leopardi.

Keats morì a 25 anni a tarda sera del 23 febbraio 1821 assistito da Joseph Severn.

Sulla sua tomba venne scritto: 

“Questa tomba racchiude tutto ciò che era mortale di un giovane poeta inglese,

il quale, sul letto di morte,

nell’amarezza del suo cuore,

di fronte al potere malvagio dei suoi nemici,

desiderò che queste parole fossero incise sulla sua lapide:

Qui giace colui il cui nome era scritto sull’acqua (Here Lies One Whose Name Was Writ In Water)”.

……..

Bibliografia:

Opere di Keats:

• Lucente stella. Poesie scelte

di John Keats (Feltrinelli, 2022)

• Poesie (Einaudi)

• Lettere sulla poesia, con una prefazione di Nadia Fusini (Oscar Mondadori)

• La valle dell’anima: Lettere scelte 1815-1820 (Adelphi)

• So Bright and Delicate: Love Letters and Poems of John Keats to Fanny Brawne (Penguin Classics) prefazione di Jane Campion

• Complete Works of John Keats (Delphi Poets) 

Suzie Grogan John Keats: Poetry, Life & Landscapes 

Esistono varie biografie sul poeta in lingua inglese. 

Secondo un articolo su The Telegraph (2024) Keats, Wordsworth e Shelley sono stati accusati di misoginia nelle loro opere da una università inglese. Keats per la poesia “La Belle Dame Sans Merci” che, a mio parere, non contiene nulla del genere. 

Egli è stato amato da Yeats, Borges e Julio Cortázar ha scritto un libro particolare intitolato “A passeggio con Keats”.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Festival “Il libro possibile” – XXV edizione Luglio 2026: intervista alla Direttrice Artistica Rosella Santoro, di Rita Mele

Verso un nuovo Umanesimo: i 25 anni del Libro Possibile

Un quarto di secolo tra dialogo, libertà e la bellezza di una casa comune

Esistono luoghi dove la parola scritta non resta confinata tra le pagine, ma si fa vento, mare e comunità. Il Festival Il Libro Possibile taglia il prestigioso traguardo del quarto di secolo, confermandosi non solo come uno degli appuntamenti culturali più attesi del panorama italiano, ma come un vero e proprio laboratorio di pensiero mediterraneo.

Nato nel cuore della Puglia e capace di espandersi fino alle capitali europee, il Festival ha saputo mantenere intatta una rara virtù: la capacità di coniugare il rigore della riflessione con la solarità dell’incontro. In occasione della presentazione della XXV edizione, ospitata al Circolo della Vela di Bari, abbiamo incontrato la direttrice artistica Rosella Santoro. Tra le righe di questo fuori onda, emerge la visione di un evento che sceglie la via della leggerezza calviniana per solcare le acque agitate della complessità contemporanea, ricordandoci che restare umani, oggi, è l’impresa più coraggiosa e possibile che ci sia rimasta.

La direttrice artistica ha ripercorso con noi rapidamente la storia di un festival che ha saputo contribuire a trasformare il territorio pugliese in un epicentro culturale internazionale, senza mai perdere di vista la sua missione originaria: rimettere l’uomo al centro del dialogo.

Venticinque anni e non li dimostra. Come descriverebbe oggi Il Libro Possibile? Un festival ancora giovane o una realtà ormai matura?

Più che giovane, direi che è un festival maturo. Un quarto di secolo è un traguardo importante: rappresenta una storia densa, fatta di evoluzione culturale e territoriale. Il Libro Possibile ha accompagnato e sostenuto l’affermazione della Puglia, dimostrando che la nostra regione non è solo una meta turistica per le bellezze paesaggistiche, ma una fucina di proposte culturali di rilievo. La nostra tappa consolidata a Londra, alla seconda edizione,  in collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e la London Book Fair, sottolinea proprio questa proiezione internazionale: siamo un ponte tra il Mediterraneo e le grandi capitali europee della cultura.

Il Festival sembra vivere ben oltre i giorni della rassegna. Qual è il segreto di questo legame costante con il pubblico, specialmente quello più giovane?

Il nostro è un percorso convinto e continuo. Lavoriamo undici mesi l’anno con attività che coinvolgono tutti, dai bambini agli adulti. Il segreto risiede nel clima culturale che creiamo: cerchiamo di affrontare i grandi temi del presente con quella leggerezza di matrice calviniana, che non è superficialità ma capacità di planare sulle cose dall’alto, senza avere macigni sul cuore. Offriamo spunti di riflessione eterogenei, accogliendo punti di vista anche molto distanti tra loro. In un momento storico difficile come quello attuale, crediamo fermamente che per affrontare la complessità del presente servano dialogo, lettura e riflessione.

Parole come pace, libertà e umanesimo ricorrono spesso nel vostro manifesto. In che modo il libro può ancora farsi portavoce di questi valori?

Il nostro obiettivo è la costruzione di una comunità che cammini insieme verso valori condivisi: la dignità della persona, la pace e un nuovo umanesimo. Per noi del Libro Possibile il nuovo umanesimo è tale se sa abbracciare il progresso economico, tecnologico e scientifico, mantenendo però il focus sull’essere umano. Un uomo che non deve esercitare una posizione di dominio — né sull’ambiente, né sulla natura, né sulle altre popolazioni — ma che impari finalmente ad abitare la nostra casa comune.

La XXV edizione si preannuncia ricchissima. Come stimoliamo i lettori de Il Randagio a raggiungervi quest’anno nelle attraenti tradizionali località pugliesi di Polignano e Vieste, e nella tappa new entry di Irsina?

Con oltre 300 ospiti nazionali e internazionali, il palinsesto è un ecosistema di stimoli. Tra gli autori bestseller internazionali e nazionali si avvicenderanno Javier Castillo, Geoff Dyer, Eshkol Nevo, Stefania Auci, Roberto Saviano, Gianrico Carofiglio, Maurizio De Giovanni. E siamo pronti a dedicare uno degli eventi in programma all’atteso Premio Strega 2026. L’invito che rivolgo ai lettori de Il Randagio è quello di consultare il programma non come un calendario di eventi, ma come una mappa di navigazione. Ognuno può e deve crearsi un percorso di lettura personalizzato in base alle proprie curiosità, o lasciarsi provocare da argomenti nuovi e posizioni inedite ascoltando autori distanti dal proprio sentire.

In fondo, il Libro Possibile è tale perché permette a ogni lettore di diventare, idealmente, l’autore del proprio libro esistenziale.

Esattamente. Ognuno diventa autore della propria formazione, dei propri interessi e delle proprie possibilità. Il libro è lo strumento, ma il fine resta sempre la libertà di pensiero del singolo all’interno della comunità.

In bocca al lupo al Libro Possibile e buona lettura

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Napoletano in pillole: Lezione 6, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

“È acqua ca nun leva sete.”


Traduzione letterale: “È acqua che non disseta”.  L’acqua, nella vita, dovrebbe essere la cosa più semplice: si beve e si sta subito meglio. In questo caso, invece, si beve e si resta assetati. 

Il detto nasce da una constatazione amara: non tutto ciò che sembra “buono” lo è davvero, e non tutto ciò che viene offerto salva. Ci sono soluzioni che luccicano, promesse che suonano giuste… e poi si scopre che non hanno sostanza. 

È un detto che si usa con un mezzo sorriso stanco e invita a fare una cosa difficilissima: guardare in faccia l’insufficienza. Dire: “questa cosa non basta”. E non basta non perché si è troppo esigenti, ma perché c’è un bisogno vero da soddisfare.

Funziona benissimo nelle relazioni: quelle da una carezza ogni tanto e un vuoto costante. Funziona nel lavoro, nelle amicizie, nelle comportamenti che promettono tanto. “Acqua ca nun leva sete” è un invito alla libertà e a cercare un’altra fonte, una fonte di acqua vera, che disseta.

BUONA GIORNATA! 

Simona Iaccio e Stefano Russo

Per acquistare il libro: https://amzn.to/4p6rF1U 

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Buon divertimento!

Rita Svandrlik: “Scrivere per esistere. Vita e opere di Ingeborg Bachmann” (Carocci, 2026), di Claudio Musso

Leggere Scrivere per esistere della germanista Rita Svandrlik significa entrare in una forma di pensiero critico che rinuncia deliberatamente alla linearità espositiva per costruire una trama mobile di rimandi, interferenze e ritorni. Il libro non procede per dimostrazione ma per costellazioni piuttosto luminose: biografia, scrittura, ricezione critica, lettere, testimonianze e opere si attraversano reciprocamente senza mai fissarsi in una sintesi definitiva. Così la figura di Ingeborg Bachmann emerge per stratificazioni successive come presenza continuamente esposta alla propria lingua e mai del tutto afferrabile. Svandrlik comprende infatti che spiegare la scrittrice austriaca significherebbe tradirne il movimento più autentico: ogni tentativo di immobilizzarla produce immediatamente una perdita perché la sua identità coincide con l’attraversamento, non con la forma compiuta.

È qui che si rivela il nucleo più profondo dell’operazione critica del volume edito da Carocci Editore. Bachmann non viene ridotta a oggetto di interpretazione ma mantenuta in uno stato di leggibilità instabile, come se la scrittura fosse l’unico luogo in cui l’esistenza possa temporaneamente addensarsi. Scrive: «Esisto solo quando scrivo»: questa dichiarazione, che attraversa carsicamente tutta la sua opera, non è una posa intellettuale ma una vera ontologia della parola. Al di fuori dell’atto dello scrivere l’io si disperde, si sfrangia, diventa estraneo a sé stesso. Non esiste quindi un’identità piena che preceda il linguaggio, emerge piuttosto una soggettività precaria che tenta di costituirsi nell’atto stesso della scrittura. In questo senso la letteratura non rappresenta l’esistenza, la rende possibile.

Il corpus poetico e narrativo di Bachmann, nata cent’anni fa, testimonia con evidenza questa tensione tra lingua, esistenza e disgregazione dell’io. L’esordio con Il tempo dilazionato (1953) e Invocazione dell’Orsa Maggiore (1956) mostra già una voce che trasforma la poesia in esposizione radicale dell’esperienza, segnata dalla percezione della storia come ferita ancora aperta. Negli anni successivi l’autrice si orienta verso la prosa: Il trentesimo annoTre sentieri per il lago, fino al progetto incompiuto di Todesarten (Cause di morte), concepito come anatomia della distruzione individuale prodotta dalla società contemporanea. E tuttavia, anche nella prosa, Bachmann non smette di essere poetessa: la densità lirica e la tensione ritmica restano il luogo in cui la lingua si espone al massimo grado. Il passaggio alla narrazione non segna un superamento della poesia ma il tentativo di estenderne la forza conoscitiva dentro forme più frante e ospitali per la contraddizione. Il romanzo Malina resta il punto più alto e vertiginoso di questo percorso mentre Il libro Franza testimonia una scrittura che fa dell’incompiutezza la propria verità più profonda.

Svandrlik mostra con acume come questa centralità della scrittura non abbia nulla di salvifico. In Bachmann la lingua è da sempre compromessa perché attraversata dalle sedimentazioni della storia, della violenza e dell’ideologia. Le parole non sono innocenti: conservano tracce di dominio, automatismi percettivi, residui di coercizione. Dopo il Novecento, scrivere significa entrare in conflitto con la lingua stessa. La scrittura autentica non si limita ad aggiungere significati ma disarticola: spezza formule irrigidite, incrina i cliché, interrompe i dispositivi del discorso automatico. Non rende il reale più enigmatico ma più esposto nelle sue contraddizioni rimosse e qui molti lettori si ritroveranno.

In questa prospettiva assume un ruolo decisivo la tensione tra chiarezza e oscurità che Svandrlik restituisce senza ridurla a formula critica. «Più ci esprimiamo chiaramente e più saremo poetici»: in questa affermazione si condensa una delle intuizioni più fertili di Bachmann. La chiarezza non è semplificazione ma precisione etica opposta all’opacità ideologica del linguaggio. Tuttavia la lucidità non elimina l’oscurità, ne registra piuttosto l’inesauribilità. «Sul fondo l’oscurità non manca, come non manca l’indicibile»: la scrittura nasce esattamente da questa frizione irrisolta tra necessità del dire e impossibilità dell’esaurire. Poesia, racconto, radiodramma, romanzo, lettera, anche quella non spedita ma comunque scritta: ogni forma di parole autentiche diventa esercizio di resistenza contro la paralisi del linguaggio e contro la rimozione del dolore storico. La modernità si configura così come rinvio permanente in cui ogni compimento viene differito e sottratto.

Da questa concezione deriva anche l’idea del rapporto con il lettore. Ogni scrittura si costituisce come apertura verso un “tu”, anche quando il destinatario resta indeterminato o irraggiungibile. La letteratura non è mai monologo ma esposizione all’altro. Scrivere significa tentare una relazione fragile attraverso la parola, accettandone la vulnerabilità. Il testo non è autoespressione ma forma irta di transitività. Non è un caso che Bachmann sia stata definita «selvaggia», irriducibile a ogni addomesticamento teorico, né che Christa Wolf la descriva come colei che «con la mano bruciata scrive della natura del fuoco», immagine che dice con precisione come la scrittura non osservi il trauma ma lo incarni.

È dentro questa stessa logica che Bachmann legge la violenza. Come insiste Svandrlik, il fascismo non è una parentesi storica conclusa ma una forma mentale che continua a operare nei linguaggi, nelle relazioni, nelle gerarchie invisibili del quotidiano. La guerra inoltre non finisce mai: muta forma, si deposita nei gesti, si insinua nelle strutture affettive e nei dispositivi del dominio. Date queste amare premesse, la scrittura diventa allora un’autopsia della civiltà occidentale e un’esposizione delle sue continuità sotterranee. La barbarie non è un residuo del passato, è una grammatica ancora attiva del presente.

In questo orizzonte si comprende anche il rapporto con Paul Celan che Svandrlik sottrae tanto alla mitizzazione romantica quanto alla riduzione psicologica. Il loro incontro non è una storia d’amore ma il punto in cui la letteratura europea è costretta a confrontarsi con la propria rovina: come può ancora esistere la poesia dopo Auschwitz e chi ha il diritto di pronunciarla? Da una parte Celan, ebreo che ritorna nella lingua dei carnefici; dall’altra Bachmann, formata nel paesaggio morale del nazismo austriaco. La loro vicinanza è intensa e necessaria ma attraversata da una frattura che nessuna intimità può colmare. Non è incomprensione privata ma irruzione della storia nel cuore dell’esperienza: due soggettività segnate dalla stessa catastrofe e tuttavia collocate su lati inconciliabili della memoria europea. In questo senso la loro relazione diventa paradigmatica: il tentativo di una lingua comune là dove la storia ha già distrutto le condizioni della comprensione.

Questa impossibilità riemerge anche nei personaggi femminili di Bachmann. Le sue figure non sono individui psicologici, piuttosto soggettività spezzate, eccentriche rispetto a sé stesse, esistenze in disallineamento permanente. Vivono la propria esperienza in modo obliquo, come se tra coscienza e vita si aprisse una fenditura non ricomponibile. Non vi è coincidenza tra ciò che sentono, ciò che possono dire e ciò che il mondo consente loro di essere. In questa disgiunzione la scrittura intercetta una verità decisiva della condizione femminile nel secondo dopoguerra europeo: una soggettività esposta, eccedente rispetto alle forme simboliche che la definiscono. La frase di Max Frisch, altra tappa della parabola esistenziale di Bachmann, «la lingua della tua audacia esatta», coglie il paradosso di una scrittura insieme rigorosa e ferita, lucidissima e sempre prossima alla rottura.

Anche la geografia dell’esistenza di Bachmann (Carinzia, Vienna, Monaco, Zurigo, Roma, il Sud italiano) si trasforma da sfondo biografico in configurazione simbolica. Roma, in particolare, non è un altrove salvifico ma una sospensione percettiva della storia: il luogo in cui si tenta una continuità interiore dentro la frammentazione, senza mai sottrarsi davvero al conflitto. La luce mediterranea, quel Sud tanto amato dall’area germanofona, non annulla l’ombra ma la rende soltanto temporaneamente sopportabile, aprendo tuttavia lo spazio minimo, fragile, provvisorio e sovversivo, in cui la scrittura può ancora accadere.

Dal lavoro critico di Svandrlik emerge allora un’idea della letteratura come resistenza percettiva, una pratica capace di incrinare la superficie compatta del reale. La scrittura non salva il mondo, non lo redime, non ne ricompone le fratture. Può tuttavia impedire che l’esistenza si chiuda definitivamente dentro linguaggi esausti, formule del potere e automatismi dell’obbedienza. Scrivere significa attraversare la ferita senza guarirla, sapendo che la vita prende forma dentro la parola e non prima di essa. La letteratura non coincide con la verità, ne è un movimento instabile, un inseguimento che apre fenditure nel linguaggio e nelle sue pacificazioni simulate. È la ricerca di una «controparola», fragile ma comunque necessaria, contro i discorsi dell’autorità e dell’assuefazione. In Bachmann la lingua non può essere un rifugio ma una soglia esposta, con gli occhi dritti nel sole. Lo scrittore non consola, espone: conduce su un crinale di parole dove ogni passo è rischio.

Ed è forse questo il punto più radicale che il libro di Svandrlik consegna: la scrittura di Bachmann non offre mai riparo ma sottrae attivamente ogni possibilità di pacificazione. La parola non è neutra, la lingua non è innocente: ogni enunciato arriva così già attraversato da forze, attriti, colpe che lo precedono e lo eccedono. Scrivere diventa allora gesto d’esistenza e insieme esposizione estrema, senza garanzie né protezioni, come un essere gettati fuori da ogni idea di sicurezza. E chi legge non approda a una patria linguistica, ma a una verità più scomoda e meno consolante: non esiste un fuori sicuro del linguaggio. Non si tratta di “abitare” l’incertezza, formula ormai addomesticata, ma di restarvi esposti fino in fondo, senza schermi, sapendo che ogni forma può incrinarsi e ogni senso rovesciarsi proprio nel momento in cui sembra stabilirsi. La letteratura non consola, non pacifica, non chiude: espone e lo fa senza chiedere il permesso. E ciò che resta non è una patria, nemmeno fragile, ma il suo rovescio più radicale: l’impossibilità di ogni dimora stabile. Anche quella della lingua. E proprio qui si apre la sfida: non essere protetti dal linguaggio ma attraversarlo senza illusioni, fino a restarne trasformati…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Lorenzo Marone: “Manuale pratico di smarrimento” (Feltrinelli, 2026), di Cristi Marcì

“Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. 

Nessun sentire è immutabile”.

Rainer Maria Rilke

Riscoprire il coraggio di essere sé stessi

L’essere umano sembra diventato l’ingranaggio di una complessa e sofisticata macchina sociale dove la tempestività e l’efficienza rischiano a più riprese di arrugginire quel nucleo primordiale entro cui albergavano sogni, paure e tante genuine incertezze.

La società odierna impone leggi e logiche nocive: futili richieste e sciocche aspettative altro non fanno se non tradire le nostre più autentiche predisposizioni dell’anima. 

Nel suo ultimo lavoro intitolato “Manuale pratico di smarrimento” Lorenzo Marone offre al lettore un ventaglio di parole che restituisce all’essere umano il diritto di essere sé stesso, un breviario che ne legittima con delicatezza l’esistenza.

Non un manuale di autoaiuto, ma l’invito ad aprire le porte alle nostre paure più scomode, alla nostra vulnerabilità, a considerare come una risorsa quello che socialmente viene etichettato come “difettoso”.

Paure che possono assumere il volto antico di un geco, di un volatile, di un serpente prossimo alla muta… 

Lasciarsi abitare dalle “presenze animali”

Come sottolineato dallo psicoanalista junghiano James Hillman a metà del secolo scorso, ciascuno di noi dovrebbe imparare dal regno animale. Dovremmo renderci conto che alcuni comportamenti, che noi umani consideriamo strani o bizzarri e che invece la tartaruga o la libellula eseguono con raffinata e silente saggezza, si coniugano con la logica dell’immenso. Ne “Il codice dell’anima” lo stesso Hillman invitava a valorizzare il lato ombroso e contraddittorio di ciascun essere umano, costituito da un’energia primordiale in grado di rendere autentico ogni gesto quotidiano.

La mancanza di spontaneità e l’inclinazione a censurare la nostra vera natura si è rivelato il motore delle nostre attuali nevrosi che inquinano il nostro modo di stare con gli altri e con noi stessi.

In tal senso, il manuale di Marone ci rivela che possiamo permetterci di cadere senza dovere per forza rialzarci, che possiamo lasciar andare senza che sia necessario trattenere, che è possibile abitare un tempo dove le lancette dell’orologio sono sostituite da quelle del cuore e dei nostri desideri più intimi.

Un volumetto che è antidoto per lenire il male ricevuto da una società che impone convenzioni e aspettative, rendendoci comparse di una commedia in cui indossiamo una maschera scomoda e pericolosa.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»