Intervista a Antonella Lattanzi per “Chiara” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 10 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 10 Antonella Lattanzi, “Chiara” (Einaudi)

Chi ha paura di diventare il lupo cattivo?

Chiara (Einaudi) di Antonella Lattanzi è un’autentica storia d’amore, ma non ha affatto i lineamenti del romanticismo classico: è un’immersione nel territorio di confine dell’adolescenza, dove i sentimenti non sono carezze, ma ferite che restano aperte e aspettano di infettarsi solo quando si è adulti; un romanzo di formazione che sa di asfalto, di sigarette fumate sui muretti di una Bari negli anni ’80 e ’90, e di quella sessualità scoperta per sentirsi vivi.

La voce narrante è quella di Marianna, detta Mary. Da adulta, quarantenne tormentata da attacchi di panico e rimorsi, ci conduce a ritroso nel tempo. La sua è la storia di una fragilità nata da un paradosso: il sentirsi non amata pur essendo immersa in un amore infinito e zoppicante.

Attorno a lei, sole che si oscura, si muovono vari pianeti che sembrano rotti: il padre, Luca, un uomo che soffre del disturbo borderline della personalità e autolesionismo, con “eccessi” e esplosioni che lasciano segni fatti di sangue vero e che trasformano la casa e l’esistenza di chi la vive in un campo minato; la madre, figura drammatica che doma la propria voglia di fuggire sacrificando se stessa per preservare un equilibrio domestico precario; Leonardo, il ragazzo che la circonda di attenzioni, ma di fronte alla verità familiare fa finta di nulla per evitare di soffrire e far soffrire.

E, infine, c’è Chiara, unico grande amore della protagonista, che come una calamita la attrae e la respinge dolcemente, condividendo con lei il “Terrore” della sua vita, ma negandosi fortemente quando è il momento di mostrarsi: esce da una casa dove la violenza è pane quotidiano, ma sceglie la pazienza, il silenzio e la sottomissione come mantello dell’invisibilità.

Il tema centrale della Lattanzi è lo sguardo. C’è lo sguardo che cambia degli adulti, quando l’aria diventa elettrica e sta per accadere un episodio di ordinaria violenza, quello dei compagni che restano ciechi anche di fronte all’evidenza; quello aperto al mondo e alle esperienze della protagonista Marianna, che vive nell’urgenza di essere vista ma soffre per quella che le sembra indifferenza generale, la stessa indifferenza che Chiara anela sotto uno strato di lividi ben nascosti.

Si apre il grande interrogativo nelle vite di tutti i coinvolti, sia di chi guarda, sia di chi fa finta di non vedere: perché nelle famiglie che oggi definiremmo genericamente disfunzionali si ha paura di diventare ciò che si respinge, di trasformarsi a propria volta nel lupo cattivo? L’identificazione con l’aggressore, fortunatamente, non è un meccanismo comune, ma genera nelle vittime di violenza il timore di sovrapporsi al mostro.

La sensazione di inadeguatezza che Mary si porta addosso anche a quarant’anni è il segno di una guarigione mai avvenuta, di una richiesta d’aiuto rimasta inascoltata tra gli sballi e le fughe da casa. Forse è questo che chiedono i ragazzi: di non essere guardati senza essere visti. Chiedono che il problema si affronti, che la loro condizione di adolescenti sia rispettata e non solo sopportata.

Antonella Lattanzi scrive una storia che colpisce l’adulto in modo diretto, costringendolo a ricordare la propria pubertà non come un’età dorata, ma come un campo di battaglia. “Chiara” parla della fame di essere amati con tutto il cuore e del vuoto che resta quando quell’amore è sporcato dalla malattia e dal silenzio.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Monica Acito: “La carità carnale” (Bompiani, 2026), di Martina Ruggiero

Come attraverso uno specchio 

Leggere questo libro è stato per me come guardarmi allo specchio, come riflettersi sulla superficie limpida di un lago, come scorgersi da lontano: un’esperienza esplorativa e intensa. 

La voce di Monica Acito è il canto di una sirena, dolce e spietato, attraverso cui ogni dettaglio, anche quotidiano, diventa motivo di fascino per il modo in cui è descritto. 

Una lingua viva, ricca, intrisa di poesia. 

Una lingua che sembra voler straripare come un fiume in piena dalle pagine, ma che poi resta, assurdamente composta sulla pagina, fiera, nella sua natura antica, campana. 

Un po’ come Marianeve, la protagonista dai capelli bianchi di questo romanzo, che il fuoco ce l’ha dentro, e dall’esterno nessuno lo direbbe mai, nessuno potrebbe saperlo: non si vede ma se ne percepisce l’energia. Una ragazza timida, riservata, priva di malizia, che però nutre dentro di sé un universo di risorse. 

Marianeve ha un dono speciale, custodito in un luogo intimo, quasi indicibile. La sua è la storia di una ragazza che, sin da bambina, deve imparare a convivere con un segreto, quello della “carità carnale” (la stessa che aveva a fine Cinquecento Giulia Di Marco, una religiosa prima definita santa da alcuni e poi accusata di eresia), proteggerlo, poi rivelarlo e poi scoprire la bontà del mondo ma anche la sua indifferenza. 

È la storia di una tenerezza. La tenerezza di un padre, Sarchiapone, nei confronti della figlia. Una tenerezza incommensurabile ed eterna. Cosa penserebbe di questo suo immenso e controverso dono? 

Marianeve può guarire le persone. Può farlo con una parte del corpo che spesso è collegata al sesso e alla vergogna, ma che richiama anche la vita, il grembo materno. Come il grembo di Napoli (nella quale la protagonista si ritroverà a studiare all’università), che accolse anche Giulia Di Marco, di cui conserva i respiri nel mare, di cui reca le tracce, che Marianeve seguirà; perché se è esistita una come Giulia allora anche lei ha il diritto di esistere. 

Ed è proprio lì, in quel grembo, che dovrà imparare a riconoscersi davvero. Non per ciò che crede di essere, ma per ciò che è. 

Marianeve vorrebbe soltanto far felici i suoi, superare gli esami universitari come una ragazza comune, essere “un’artista”, come le diceva sempre il suo papà.  

Scoprirà di esserlo davvero, ma in un modo inatteso, non convenzionale. 

Il punto è proprio questo: accettarsi, accettarsi per la straordinarietà di ciò che si è. E la storia di Marianeve, una storia eccezionale, miracolosa, diventa così la storia di tutti noi, la metafora di ciò che ciascuno di noi vive: lasciarsi conoscere ed amare per la nostra essenza, abbracciarla, rivelarla anche quando è scomoda, perché forse le nostre stranezze, le nostre fragilità, sono quelle parti di noi che possono fare “miracoli” e arricchire il mondo.  

E chi ci ama ci ama così come siamo, come Sarchiapone, che della figlia aveva sempre intuito la natura particolare. Marianeve lo imparerà a sue spese: l’amore vero non si approfitta di nulla, non è sfuggente, non oscura, non ci vuole tenere per sé. L’amore per gli altri potrebbe essere una salvezza, perché l’amore circola, e qualche volta ritorna a noi in modi inaspettati.  

L’amore che diamo rivela molto di noi, molto di più di quel che crediamo. E Marianeve cresce, e quando ritorna in Cilento, il luogo delle sue origini, è ormai una ragazza che è diventata donna e che ora riesce a guardarsi davvero allo specchio. 

Il canto di Monica è fatto della stessa forza che ha la sua protagonista, si tratta di complementarità: Marianeve parla col corpo, agisce senza spiegarsi troppo, la penna di Monica, invece, va veloce come una saetta e colpisce i punti più vulnerabili. 

E forse è proprio questo che incanta: parlare a chi sa di essere, allo stesso tempo, forte e fragile. A chi sa di essere un paradosso vivente. 

In fondo, chi di noi non lo è?

Martina Ruggiero

Martina Ruggiero: classe 2001, cresciuta a Vico Equense, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, un percorso che ho scelto perché credo profondamente nella forza delle storie, delle immagini e delle emozioni.

Sono una persona curiosa e creativa, con una forte passione per la letteratura, i viaggi e la scoperta di nuove culture. Amo nutrire costantemente la mia immaginazione e, nel tempo libero, mi dedico al disegno, trovando ispirazione nelle piccole cose.

Attualmente sto svolgendo un tirocinio presso l’ufficio stampa Bompiani a Roma che ho intrapreso grazie al master SEMA, spinta dal mio amore per le parole e per quello che riescono a trasmettere. 

Storie dalla storia persiana, di Francesca Chiesa

C’è un antico racconto che bisognerebbe leggere, per capire cos’è veramente il Paese che Israele e Stati Uniti si sono proposti di annientare. È il Romanzo di Alessandro nella sua versione persiana, ovvero Eskandar-Nāmeh[1]      

Mi spiego. Quando le autorità iraniane proclamano che l’Iran non è mai stato sconfitto, non la stanno sparando troppo grossa, si stanno semplicemente  rifacendo a un fenomeno che si è manifestato nel corso dei secoli e dei millenni, con poche varianti e basato sul riconoscimento di un assunto: se il tuo nemico adotta le tue usanze e la tua cultura, sostituisce la sua lingua con la tua e rispetta le tue tradizioni, non è più un tuo nemico. È già diventato parte di te.

Partiamo da Alessandro. Nel suo caso non è stato necessario operare alcuna forzatura, il conquistatore macedone ha fatto tutto da solo: dopo essere arrivato trionfalmente a Persepolis, vincendo tutto quello che c’era da vincere, sobrio o ebbro che fosse si è lasciato andare al gesto estremo di incendiare la reggia simbolo della persianità, con tutti i suoi arredi e tutti i suoi archivi. 

Operazione compiuta? No, perché siamo in Persia e le albe persiane cancellano anche le notti affogate nel vino e  le donne persiane oscurano anche il ricordo di Taïde e le altre.

Alessandro batte le mani e chiede di portargli una veste persiana. 

Ordina ai suoi di presentarsi, di lì a due giorni, vestiti bene. 

Raduna i dignitari persiani che si erano consegnati a lui dopo la sconfitta e chiede che ognuno porti, tra due giorni, una figlia. Non precisa che deve essere bella, perché le donne persiane sono tutte belle. 

Per sé vuole la figlia del Gran Re, Roshanakh, la Rossa.

Per sé pretende quanto è dovuto a un Gran Re, la proskynesis prima di tutto: l’inchino rituale.

L’Impero ha il suo nuovo Sovrano. Attenzione, non conquistatore e nemmeno usurpatore, giacché i mobad, gran sacerdoti zoroastriani, già sono al lavoro per codificare la leggenda dell’Alessandro persiano. Non sarà il figlio di Filippo, insignificante regolo di un regnucolo di provincia, a regnare sui Pars, ma il figlio di Dārā (Dario III Codomano nella storia), che è figlio di Darab, che è figlio di Humay.

Il percorso storico dell’Eskandar-Nāmeh prende quasi sicuramente le mosse da un resoconto della vita e delle gesta di Alessandro Magno scritto in greco. Il racconto probabilmente prese forma ad Alessandria tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. Il testo greco del racconto fu tradotto in latino nel IV secolo d.C., e da lì si diffuse in tutte le principali lingue vernacolari d’Europa. 

Più o meno nello stesso periodo è stato tradotto in siriaco e presumibilmente in Pahlavi[2], e questa versione siriaca è diventata la fonte delle traduzioni nelle lingue del Medio Oriente e dell’Asia centrale e meridionale. Si è diffuso fino alla Cina e al sud-est asiatico, diventando uno dei racconti più conosciuti.

Non è chiaro come il racconto raggiunse la Persia sasanide ed entrò nelle tradizioni orali e letterarie persiane. Era già diventato tutta un’altra cosa.

Nel racconto dello Pseudo-Callisthenes e nella versione siriaca, Alessandro è il figlio del faraone egiziano Nectanebos e della moglie di Filippo di Macedonia, Olimpia. 

Nelle versioni persiane, inclusa quella di Ferdowsī, Alessandro è figlio di Dārāb (figlio del nobile Arsame, che era figlio di Ostane che era, forse, figlio di Dario II).

Diverse versioni del racconto sono state tramandate da poeti persiani e narratori popolari.

La versione di Firdūsī ci fa da pietra miliare.

Dārāb, figlio di Homāy, sconfigge Fīlakūs (Filippo) di Macedonia e chiede in matrimonio sua figlia Nāhīd. Subito dopo il loro matrimonio Dārāb rimanda Nāhīd da suo padre a causa del suo alito cattivo. Lei è incinta e dà alla luce Alexander. Da un’altra donna Dārāb ha un secondo figlio chiamato Dārā , che succede a suo padre all’età di dodici anni. Alessandro, ora re di Rūm, sceglie Arsṭālīs (Aristotele) come suo consigliere e cessa di rendere omaggio a Dārā. La guerra viene dichiarata e dopo tre sconfitte Dārā fugge a Kerman e fa appello a Porus (Fūr), re dell’India, per l’aiuto. È presto accoltellato da due dei suoi consiglieri, Māhīār e Jānūšīār. Mentre Dārā muore, chiede ad Alessandro di sposare sua figlia, Rowšanak (Roxana), e di preservare l’Avesta e la religione. Alessandro giustizia gli assassini e assume il dominio della Persia.

Le principali versioni persiane in poesia del racconto si possono leggere in traduzione italiana:

  • Nezami Ganjavi, nato a Ganja in Azerbaijan. Il suo Eskandar-Nameh/Alessandreida, si divide in due libri di cui uno, Sharaf Nameh, descrive Alessandro come un eroico re guerriero, e il secondo, Eqbal Nameh, come un saggio. Quest’ultimo, tradotto in italiano da Carlo Saccone, è pubblicato da Rizzoli-BUR;
  • Amīr Ḵosrow Dehlavī: nato in India, la sua opera su Alessandro si intitola Aina-ye Iskandari (Lo Specchio Alessandrino) e racconta Alessandro/Iskandar come scopritore e inventore. Tradotto in italiano da A.M.Piemontese per Rubbettino;
  • Abd al-Raḥmān Jāmī ha dedicato ad Alessandro il suo Khirad-Nama-ye Iskandari, Libro della Sapienza di Alessandro, di cui sono stati tradotti solo alcuni stralci.

Tra le versioni in prosa, la più affascinante è sicuramente il Dārāb Nāmeh/Romanzo di Dario, di cui esiste una versione integrale solo in russo e parziale in francese e italiano.[3]

Ora che di Alessandro abbiamo detto, torniamo a quell’Iran che è stato spesso sconfitto militarmente, ma ha quasi sempre conquistato i suoi conquistatori attraverso la superiorità della sua amministrazione, lingua e arte:

  • i Parti (III secolo a.C.): pur essendo una tribù nomade scitica proveniente dal nord-est, una volta preso il potere si proclamarono eredi degli Achemenidi, adottarono il titolo di “Re dei Re” e protessero la cultura e la religione zoroastriana.
  • i Selgiuchidi (XI secolo): guerrieri turchi nomadi entrarono in Iran come conquistatori ma divennero i più grandi patroni della cultura persiana. Adottarono il persiano come lingua ufficiale, promossero l’architettura delle grandi moschee a cupola e si affidarono a visir persiani per gestire lo Stato.
  • I Timuridi (XIV-XV secolo): i successori del crudele Tamerlano trasformarono le loro corti nei centri più raffinati della poesia e miniatura persiana, rendendo il persiano la lingua franca di un impero che arrivava fino all’India.

In altre parole:  l’efficacia e il fascino della  struttura amministrativa e il prestigio culturale e letterario dell’Iran erano talmente incisivi, che ogni invasore dovette rassegnarsi a diventare persiano, per potere governare la Persia, o Iran che dir si voglia. 


[1] Da non confondere con l’omonimo di tradizione greca, pubblicato da  a cura di Monica Centanni.

[2] Medio-Persiano

[3] Non è elegante autocitarsi ma facciamo di necessità virtù, dato che non c’è altro: Storia di donne persiane, ed. La CaseBooks.

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Cristina Battocletti: “Epigenetica” (La nave di Teseo), di Rosanna Pontoriero

“Epigenetica”: la corsa liberatoria di una donna

Scientifico, minuzioso, organolettico. “Epigenetica” è un romanzo intenso, quanto spalancato, smanettato e trascinante. I traumi si raccontano con naturalezza e argomentazione tecnica. L’autrice, Cristina Battocletti, non edulcora, non fa sconti e neppure giustifica o tenta di riequilibrare fatti ed intenzioni. Il dolore comunica con tutta la sua carica batterica, la quale entra, di prepotenza, nella gola di chi legge. Senza nessuna lagnanza. Il pietismo non esiste. È un romanzo puro, nudo, che rivela, tramortisce, provoca un leggerissimo disgusto. Il lettore consapevole ne fa tesoro. Siamo traumi, feti sgangherati, galleggianti in pozzanghere meravigliosamente putride. Latrine parlanti. Soffochiamo tra mille cordoni, da ingenui portatori di ferite, atavicamente aperte e purulenti, endemicamente infette. Generazioni di sentimenti, emozioni, abusi, censure, fallimenti, lutti, nostalgie e soprattutto abbandoni, ci schiacciano. Il respiro viene fuori a fatica. La fecondazione è trasmigrazione di vissuti, più o meno consumati, che destina, condiziona, condanna, senza misericordia alcuna. “Epigenetica”, edito da La Nave di Teseo, è il romanzo per chi volesse coraggiosamente sapere, senza l’insopportabile danza delle banalità, del posizionamento convenzionale, del come amare. Ne viene fuori la corsa liberatoria di una donna, che ha patito e fatto patire, ma non vuole pena né redenzione. Una narrazione architettata tra passato e presente. Chi eravamo e chi sono. 

Cos’è l’epigenetica

Afferma, con tono cordiale e autorevole, il professore Carlo Vendramini: «Si chiama epigenetica e studia le modificazioni che non riguardano direttamente la sequenza del DNA ma la sua struttura, cioè la sua forma tridimensionale, il modo in cui i geni si esprimono (…) È una disciplina che studia le interazioni – si legge più avanti – tra fattori genetici e sviluppo embriologico. I processi epigenetici non avvengono solo durante la gestazione, ma anche nel corso della vita adulta, e su di essi hanno influenza il caso, l’ambiente e crediamo, la volontà del singolo». Esiste, come era ovvio supporre, una eredità emotiva: la capacità di assorbire un dolore non diretto, ma remoto, magari neanche mai esplicitamente espresso. Le esperienze che viviamo lasciano una traccia scritta in chi viene dopo, è successo con i nostri progenitori. Maria, saluta Vendramini sbattendo la porta. Vuole cercare il figlio che ha abbandonato e che adesso, vive per strada. Tuttavia, quanto segue è la dimostrazione laboratoriale di quanto questa teoria sia vera. 

Maria: una vita di morsi

La protagonista è stata sbranata da lupi e vita tante volte. Nessun giudizio, riserva un racconto lontano dalle valutazioni di comodo. I morsi sono lì, si possono vedere. Di sua madre, agli occhi del mondo eretica e irresponsabile, ci racconta: «La mamma era eccezionale, estrema, speciale, tremenda, straordinaria. In una parola, terrificante». Eppure, nonostante gli allontanamenti istituzionali e la comparsa di nuove e più accudenti figure, per Maria la madre, nel suo disordine, rimane: «La più soffice forma di tenerezza». Le riserva questi aggettivi: «Vera, innocente, lucida, setosa, tragica». Quella che si abbatte, di pagina in pagina, è la scomunica delle madri, che sanno amare, ma naufragano. Ci confida la protagonista, ormai mamma di Emanuele: «Sentivo in me il fuoco della maledizione della mamma, la figlia di una mamma che non può abbandonare i suoi figli e li abbandona a sua volta». Il guaio è sempre uno, la nota dolente di tutti gli umani: avvertire di essere stati cuccioli non voluti. L’indesiderato ci dispera, come anime purganti. Ed ecco che l’erotismo può diventare conseguenza di tutto questo: «Facevo sesso all’ingrosso per trattenere in mezzo alle gambe tutti quelli che conoscevo, perché nessun organismo vivente mi abbandonasse più». Riflettiamo: sono dinamiche che si fiutano, talvolta a pelle, in milioni di persone. 

Amo chi mi abbandona

La ferita d’abbandono è un puparo, si diventa marionette e si finisce per amare quanti hanno l’aria di allontanare, ignorare. La celebre rincorsa verso un traguardo che, continuamente, si sposta, facendoci battere con la testa in avanti. «Amavo follemente quel ragazzo perché la vita mi aveva insegnato ad amare solo chi mi abbandonava e mi sviliva. (…) – È la protagonista giovane che parla, alla sua prima volta – Gli bastò prendermi due volte i fianchi e far salire le dita all’altezza del seno. Mi bastò pensare che fosse amore. Mi bastò così poco». E il sesso con Giovanni diventa il nutrimento di una ferita, dalla quale esce un bel po’ di pus: «Perché alla fine dei nostri rapporti mi prendeva la vertigine di un lattante che finisce la poppata, sazia di tutto, senza pensieri e senza malanimi». La sazietà dura molto poco, poiché il puparo, la ferita, ha sentenziato: in pace non si può stare. E l’eczema, come lo definisce Maria, ricompare. Esistono, poi, scene di sesso narrate come fossero resoconti scientifici.

Le parti

Quello che attira di “Epigenetica” è il racconto della maternità, ancora oggi trattata con poca lucidità. L’amore per i figli non si scansa dai traumi e dalle mancanze, spesso rimarca tutti i rigetti ricevuti. «La mamma – questo Maria lo afferma con nettezza – è l’unica creatura che io abbia mai amato fino in fondo. Ha fatto dei figli perché il fisico non gliel’ha impedito, rispondendo all’impulso di uno spermatozoo, al sussulto di un ovulo». Ce la ritrae con una delicatezza artistica. Il lettore immagina una principessa orientale. Emanuele, invece, il figlio che Maria, scrittrice nella vita, ha volutamente perso di vista, le dice, alle battute finali: «Tu sei una donna con tante difficoltà, che ha avuto un figlio e che non è riuscita a governare. E io sono questo figlio. Ognuno nella vita riveste una sua parte». È vero, sembra una risposta anonima, suggerita dallo psicologo. Eppure, annuncia l’esplosione di un “Mamma”! Sonoro. Emanuele è un poeta. I suoi aquiloni sono letteratura. Pura epigenetica.

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Intervista a Cristò per “Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa, 2026), di Loredana Cefalo

C’è un’immagine in questo lavoro di Cristò che agisce come un’incudine martellata nella memoria: la buccia di un mandarino tagliata in quadratini minuscoli, ossessivi. 

È il gesto di Caterina, figlia di Giovanni Bartolomeo, uno scrittore famoso che ora abita un presente senza passato. Attorno a loro il racconto del sud: una “guantiera” azzurra per portare il caffè fatto con la moca, il “poggiare” la testa sul cuscino e una tovaglia dal disegno geometrico di funghi, olive e pomodori nei rombi azzurri che si ripete all’infinito, proprio come le domande di Giovanni, prigioniero di una demenza che Caterina si rifiuta di chiamare col suo nome.

​”Sull’orizzonte degli eventi” (Terrarossa) è un racconto delicato sulla malattia, ma anche una riflessione poetica su cosa resti di noi quando le parole smettono di legarci alla realtà. 

Cristò si conferma uno scrittore eclettico. Se in passato lo abbiamo conosciuto per il suo surrealismo, qui il reale diventa brutale più della fantasia: l’autore ci suggerisce che i veri mostri non abitano i boschi notturni o le leggende horror. Nessun lupo mannaro fa paura quanto lo sguardo perso di Giovanni. I fantasmi non infestano case abbandonate, ma hanno i volti stanchi e amorevoli di chi ti fa la doccia, ti sfama e ti porta a letto mentre tu non riesci più a decifrarne i lineamenti. L’Alzheimer è il vero mostro immondo, un predatore che non uccide il corpo, ma divora la storia e i ricordi delle persone.

​Al centro della trama c’è un paradosso che è un perfetto espediente narrativo: Giovanni legge e rilegge il suo romanzo più venduto. Lo definisce una schifezza, non ricordando di esserne l’autore. Accanto a lui Davide, il suo agente letterario, incarna l’archetipo maschile della ricerca della soluzione: crede nel potere magico delle parole, sperando che arrivando all’ultima pagina avvenga un miracolo, un incantesimo che restituisca a Giovanni la sua storia. Caterina, invece, è la forza della concretezza, la caregiver che non cerca magie ma vive nel terrore speculare a quello del padre: se lui ha paura di dimenticare nei rari momenti di lucidità, lei ha il terrore di essere dimenticata.

​Nonostante la struttura circolare e i rimandi colti, il libro compie una metamorfosi straordinaria. Quello che potrebbe sembrare un esercizio di stile postmoderno si scioglie in una carezza vecchia di quasi quarant’anni. È in quel contatto tra Davide e Caterina che i ricordi tornano a galla: la poltrona vinaccia, le rughe sul volto, la consapevolezza che gli scrittori sono solo uno dei tanti modi che il mondo ha per raccontare le storie.

​Nelle note finali, l’autore confessa con una punta di amara ironia che, nonostante i suoi sforzi strutturali e metanarrativi, per tutti questo resterà un libro sull’Alzheimer. Ma forse è proprio qui che risiede la bellezza dell’opera: nell’aver usato la costruzione della letteratura per proteggere un nucleo di fragilità. 

Cristò ci narra una vicenda normale che dura dal mattino alla sera, in una casa come tante, un romanzo dove non succede nulla di eclatante, perché come dice Davide, nella maggior parte del tempo della vita non succede niente. Eppure, in quel niente fatto di silenzi, c’è tutto l’amore che resta quando l’orizzonte degli eventi si chiude definitivamente.

Leggendo le pagine del tuo romanzo “Sull’orizzonte degli eventi”, si percepisce un’ossessione che pulsa in ogni capitolo. È una scelta narrativa precisa, una sorta di “basso continuo” che guida la narrazione, o è piuttosto il riflesso di una condizione medica che finisce per diventare ossessiva per chiunque ne entri in contatto? 


Diciamo che è entrambe le cose o, meglio, che quella ossessione è stata la conseguenza letteraria di un pensiero narrativo. Negli anni in cui ho scritto questa novella ero in una love story con lo scrittore americano John Barth e, oltre che leggerlo appassionatamente, ne spiavo le tecniche di scrittura: la struttura circolare, la destrutturazione della forma romanzo, la scrittura come rappresentazione non tanto della realtà ma della complessità del reale. Ero un giovane scrittore, in piena formazione, e stavo formando la mia personale poetica anche se non ne ero del tutto cosciente. John Barth era arrivato come un uragano e di lui ammiravo l’incredibile capacità, quasi un superpotere, di sperimentare riuscendo senza, per questo, perdere la bellezza e la forza della narrazione. Il pensiero ossessivo e ridondante non è stato una scelta di stile ma, piuttosto, una conseguenza dello stato del protagonista. Come mi insegnava John Barth, la scrittura doveva scaturire dal personaggio e dalla storia e non viceversa.

Nel libro incontriamo due figure emblematiche: l’archetipo femminile della caregiver e quello maschile alla ricerca costante di una soluzione. Come è nata l’ispirazione per Caterina e Davide e come hai lavorato sulla loro caratterizzazione? 

Anche qui, non ho lavorato alla loro caratterizzazione come personaggi o funzioni narrative, ma come persone. Li ho messi in quella casa, in quella situazione e ho, in qualche modo, osservato cosa poteva succedere. Questo modo di far vivere i personaggi è, probabilmente, la costante più ferma nel mio modo di scrivere. Con loro faccio un gioco di ruolo, me li immagino, ne individuo il carattere, la personalità, e poi lascio che si comportino di conseguenza. Forse anche per questo entrambi sono più complessi e anche contraddittori rispetto al ruolo che hanno nel romanzo. Caterina non rappresenta del tutto il femminile e Davide non rappresenta del tutto il maschile, anche perché credo molto fermamente che ognuno di noi, in fondo, rappresenti sempre solo se stesso.

Questo libro nasce da un momento estremamente delicato della tua vita: la malattia di tuo padre. Quanto pesa, per uno scrittore, il compito di narrare una fragilità così profonda e complessa come l’Alzheimer di un genitore e la paura di dimenticare e di essere dimenticati?

Mio padre è stato un attore teatrale per tutta la vita, una persona che aveva fatto della memoria un mestiere. Da piccolo spesso lo aiutavo a ripetere i copioni teatrali, Pirandello e Čhecov soprattutto, e mi stupivo sempre, quando lo vedevo sul palcoscenico, che riuscisse a ricordare tutte quelle parole con tanta precisione. Sembrerà bizzarro, ma quando ho cominciato a scrivere Sull’orizzonte degli eventi non pensavo a lui, anche se la malattia era già in corso. Probabilmente il mio inconscio lavorava non tanto nel campo dell’amore, quanto su quello dell’ironia della sorte: un uomo che aveva lavorato con la memoria adesso la stava perdendo, un uomo che aveva letto, compreso e interpretato la storia della drammaturgia, adesso non riusciva a seguire la trama di una puntata dei Simpsons. Era un cortocircuito narrativo molto interessante. Solo più tardi, come dico nella postfazione del libro, ho capito che stavo parlando anche di una questione così profondamente personale.

Il romanzo vive una trasformazione affascinante: in un primo momento lo consideri un metaromanzo per poi comprendere che è una storia sull’amore familiare. È lo scorrere del tempo che ha cambiato il tuo modo di vedere la letteratura, portandoti verso questa nuova prospettiva? ​

Probabilmente sì. Il mio percorso di narratore credo stia percorrendo una strada che prevede una riduzione della complessità, un ritorno al centro della narrativa: la storia. Sempre di più sento di aver voglia di raccontare semplicemente delle storie e che il lavoro sulla scrittura sia orientato verso la precisione più che verso la complessità formale. Amo molto gli scrittori che scompaiono, che semplicemente cercano il modo più efficace per raccontarci un fatto, un evento e che non giudicano ma semplicemente mettono in mostra.

Il finale tocca il rapporto tra arte e vita quotidiana, citando artisti che meriterebbero di essere riconosciuti molto più di altri famosi. Credi che il riconoscimento esterno sia essenziale per un artista, o è solo una parte del tutto e si può vivere e creare anche senza di esso? ​

Teoricamente no, non credo che sia importante essere riconosciuti, che l’importante sia l’opera e non chi l’ha scritta, però poi è umano il desiderio di essere apprezzati e di venirlo a sapere. Però, ecco, sono convinto che scrivere per quello, per il riconoscimento, sia il miglior modo che abbiamo per scrivere male. 

Lavori spesso con i più giovani in sessioni dedicate alla libera espressione creativa. In base alla tua esperienza, credi che l’arte sia qualcosa di “imparabile” o è necessario che ci sia già una fiammella d’artista in chi si avvicina ad essa?

È una questione antica e irrisolta. 

Il punto, secondo me, è che qualsiasi arte ha bisogno della fiammella di cui parli, ma per far venir fuori un bel fuoco bisogna sapere come alimentarla. Ecco, questo si può insegnare o imparare autonomamente, nel caso della scrittura, soprattutto attraverso la lettura. Mi piace molto lavorare coi ragazzi e usare con loro la scrittura per giocare e, sinceramente, non mi è mai capitato di incontrare un bambino o un ragazzo sprovvisto di quella fiammella. Quindi credo che ce l’abbiamo tutti ma poi, crescendo, alcuni la lasciano spegnersi e altri no.

La parte finale strappa un sorriso nel raccontare l’utilizzo dell’AI e l’adattamento alle esigenze di chi non è più giovanissimo. Tu utilizzi l’Intelligenza Artificiale per le tue esigenze di scrittura o di ricerca? ​

Sono molto interessato a questa cosa che chiamiamo impropriamente Intelligenza Artificiale e che, sicuramente, cambierà molto le regole sia del mondo sia, di conseguenza, dell’arte. Credo anche che, in questo momento, abbiamo l’opportunità di usarla in modo ancora “artigianale” e che, quindi, sia stupido non sperimentare. Ne ho studiato abbastanza bene il funzionamento, la logica e sono abbastanza certo che possa certamente migliorare molto, ma che difficilmente potrà arrivare a fare tutto quello che hanno fatto grandi e geniali cervelli umani. È un discorso davvero lungo e complesso che riguarda anche questioni come il rapporto tra l’uso del linguaggio e l’intelligenza: noi diamo per scontato il fatto che parlare correttamente sia una prova di intelligenza, ma forse, questa macchina di linguaggio che stiamo usando sempre di più ci sta dimostrando che non è proprio così.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.