Guzel’ Jachina: “Zuleika apre gli occhi” (TEA), di Cristi Marcì

Romanzo d’esordio della scrittrice russa Guzel’ Jachina (Kazan, 1 giugno 1977), “Zuleika apre gli occhi” si svolge nell’Unione Sovietica di Stalin durante la campagna di “dekulakizzazione”, che vide un ampio ricorso ai campi di lavoro forzato tristemente noti come Gulag.

Per il regime, infatti, negli anni trenta del secolo scorso, la classe dei contadini benestanti, i Kulaki appunto, andava eliminata attraverso la deportazione in zone remote della Siberia e la confisca dei beni, per garantire la riuscita del processo di collettivizzazione delle terre e di industrializzazione del Paese.

Il romanzo, che riflette un crocevia di storie e vicende familiari, ha per protagonista la giovane e minuta Zuleika, succube di un marito brutale e di una suocera dispotica e prepotente in un remoto villaggio del Tatarstan.

Nonostante la sua esistenza meschina sia scandita dalle richieste insistenti del marito e dagli obblighi imposti dalla “Vampira”, le sue giornate subiscono un improvviso e radicale cambiamento: attraverso un interminabile viaggio in un treno merci, negli spazi angusti di un vagone, Zuleika si trova costretta a fare i conti con la povertà e la miseria più assolute, a salvaguardare il proprio corpo da sguardi indiscreti e ad alimentare una speranza che ad ogni stazione ferroviaria lascia un vuoto che neanche la più fervida immaginazione sembra in grado di colmare.

Circondata da prigionieri politici, detenuti per reati minori, artisti e intellettuali d’ogni sorta provenienti da Leningrado, la giovane tatara scoprirà piano piano che proprio l’amore verso qualsivoglia forma di espressione culturale sarà l’antidoto contro quel lento e inesorabile declino identitario che il regime inietta a piccole dosi giorno dopo giorno.

Saranno così proprio le passioni e le esperienze di alcuni dei personaggi con cui stringerà solidi legami che col passare del tempo si riveleranno uno dei rimedi principali grazie ai quali salvaguardare un sempre più imprecisato futuro.

Tra questi il professore emerito di ginecologia Wolf Karlovic Leibe dell’Università di Kazan’, il famigerato e malinconico artista Ikonnikov Il’ja Petrovic dalle dita macchiate del colore dei suoi dipinti ricolmi di ricordi e non ultima la spudorata e irriverente Isabella, accompagnata dal marito Konstantin Arnol’dovic, fervente sostenitore della letteratura quale assoluto medicamento contro un diffuso decadimento dell’intelletto. 

Eppure, nonostante le pagine di questa storia si impregnino riga dopo riga di una speranza difficile da estirpare, l’amore rispecchia quel motore antico in grado di lenire quella corruzione dell’anima che nei pressi del villaggio di Semruk in Siberia viene alimentata sotto lo sguardo imperante e beffardo di Zinovij Kuzneck: responsabile agli Incarichi speciali per la GPU (Gosudarstvennoe političeskoe upravlenie, Direttorato Politico dello Stato).

In concomitanza con la tematica principale fin qui descritta, c’è poi quella della maternità che emerge delicatamente man mano che il viaggio della protagonista si districa tra colpi di scena del tutto inaspettati.

Tra questi la gravidanza improvvisa di un figlio che sarà costretto a crescere in un luogo dove il rispetto per la vita viene inesorabilmente soppiantato dalla fatica e dal sudore dei lavori forzati.

La psicologia della maternità rispecchia uno dei temi centrali del racconto, dove la perdita di più figli alimenta sempre più il desiderio di dare alla luce una nuova vita da proteggere dagli orrori di una propaganda politica sempre più insidiosa.

Quella che viene narrata dunque non è una storia semplice ma, al contrario, un insieme di vicende che, sotto il comune denominatore di una cruda e folle dittatura, tenta a più riprese di annichilire le speranze di chi confida in un possibile lieto fine.

L’aspetto oltremodo interessante, come rilasciato in un’intervista dalla stessa autrice, risiede proprio nel connubio sottile tra i fatti storici realmente accaduti e il tentativo, a volte faticoso, di riuscire a narrare un periodo che, seppur lontano, rischia di manifestarsi nel mondo odierno in modi differenti ma non per questo meno crudeli.

Va detto che la storia di Zuleika prende spunto dalle vicende realmente vissute dalla nonna materna dell’autrice, che durante quei terribili anni ha conosciuto la pena della deportazione nei campi di lavoro.     

Riprendendo quei racconti, l’autrice russa offre uno spaccato storico e politico capace di insinuarsi nelle vite quotidiane e nel modo di pensare della gente dell’epoca, soffocata da un regime che non lasciava spazio ai sogni e alle passioni.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Maurizio De Giovanni: “Volver” (Einaudi), di Cristi Marcì

A volte il passato assomiglia a una terra sconosciuta prosciugata dallo scorrere beffardo del tempo il cui ventre, anticamente cosparso di sangue e futili speranze è ora pronto a partorire un rinnovato presente.

Un luogo colmo di mistero dove finanche l’ultima briciola di ciò che siamo stati può tessere a nostra insaputa una trama tutta da riscrivere, tracciando un impervio sentiero in grado di rimescolare le carte delle proprie certezze.

In questo romanzo, ambientato tra un paesino della Campania meridionale e il capoluogo partenopeo, Maurizio De Giovanni consegna al lettore uno spaccato storico e socio culturale di un’Italia costretta in ginocchio dalla fame e dalla povertà, al cospetto di un regime che quotidianamente ne deturpa il volto, il corpo e i fini lineamenti: in nome di un’ideologia che manda i suoi figli al fronte plasmando nelle ore più buie un vuoto incolmabile e dal pungente aroma di polvere da sparo.

I vicoli di Napoli sembrano le uniche arterie dove la vita cerca indefessa di resistere, di camuffare il suo aspetto assumendo la fisionomia di un coraggio che all’ombra del regime nazi-fascista tenta in tutti i modi di trasformare la paura in opportunità, salvaguardando così l’amore verso la vita.

Tuttavia se il desiderio di restare prevale spesso sulla possibilità di fuggire dalla propria terra, tornare alle proprie radici è spesso l’unica possibilità di salvezza che ci rimane: la stessa che tra le pagine di questa splendida storia trascina senza troppi indugi il commissario Luigi Alfredo Ricciardi al suo luogo natio.

Nato e cresciuto nel Cilento il Barone di Malomonte è costretto a tornare dove tutto è iniziato ma ancor più in un mondo in cui le proprie radici familiari portano alla luce indizi ormai nascosti dalla polvere del tempo e che nessuno in paese sembra intenzionato a disseppellire.

Ma l’amore è una tremenda e cocente verità e quando arriva, arriva.

Ed è proprio attorno a questa tematica, spesso criptica e inafferrabile, che ruotano e si intrecciano le storie di chi ancora è disposto a ricordare e di chi si affaccia alla vita portando in petto un tesoro pronto a risplendere al riparo di un antico albero di ulivo.

L’amore difatti è forse l’unica energia atavica e universale che non può fare a meno di espandere con forza la propria voce, nonostante lo spazio e il tempo abbiano disegnato geometrie all’apparenza lontane ma pur tuttavia crudelmente vicine.

Se dal padre della psicoanalisi, Sigmund Freud, era spesso definita come la forma più primitiva di psicosi capace di sgretolare i confini di un Io precario e vacillante, viceversa attraverso il silenzio della piccola Marta, figlia del commissario e all’antica e travolgente saggezza di zia Filumena questa eterna energia si trasforma in preghiera, in grado di sondare l’animo umano di chi non c’è più e di chi ha rischiato la vita pur di vivere quel contrasto che l’amore stesso a volte traduce in eterno conflitto.

Il silente e impercettibile dialogo che nei pomeriggi soleggiati di luglio avvicina le due protagoniste agli antipodi della propria esistenza, consente di sondare un territorio lontano dove le radici familiari ma ancor più quelle nobiliari si tramutano repentinamente in un’indagine di fronte alla quale Luigi Alfredo Ricciardi non potrà tirarsi indietro: dove il perdono è forse l’unica possibilità per comprendere quanto accaduto.

La memoria al pari dell’amore, si nutre così di quel genuino mistero rispetto al quale nulla viene lasciato al caso e dove il silenzio, come una danza ritmata e silenziosa è in grado di trasformare i ricordi in una storia capace di creare nuove vicinanze, tra chi non c’è più e chi invece ogni giorno sceglie cosa scrivere e cosa invece cancellare: rendendo la propria esistenza un miscuglio di sole e ombra pronti a nutrire di speranza le parti più antiche di un ulivo.

In un soleggiato pomeriggio di luglio, 

dove la polvere da sparo è sconfitta dal profumo dei campi

dove un’abietta ideologia viene spazzata via dal vento del riscatto

dove l’odio è schiacciato da quella forza primordiale che consente

a tutti noi di tornare, 

di alimentare quel soffio invisibile,

Sentir que es un soplo la vida.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Dan Brown: “L’ultimo segreto” (Rizzoli, trad. Raffo – Scarabelli), di Cristi Marcì

La neurochimica della coscienza

Indagini su un’energia ancora inesplorata

Secondo lo psichiatra statunitense Daniel J. Siegel la mente umana rispecchia un continuo flusso di energia capace di plasmare un’architettura ben definita di ricordi ed esperienze che a nostra insaputa definiscono la neurochimica della coscienza.

Quest’ultima infatti se da un lato rappresenta un ponte di collegamento fra i rispettivi stati psichici e il corpo che abitiamo dall’altro evidenzia un campo ancora inesplorato in grado tuttavia di connettere la nostra parte più intima, e spesso invisibile, con una dimensione dalle fragranze oniriche ma che non sempre riusciamo a filtrare attraverso i canali cognitivi della veglia.

La neurochimica della coscienza indica pertanto quel grado di consapevolezza che ciascun individuo orienta nei confronti di quanto prova sia a livello intrapsichico sia a livello interpersonale, eppure quello che sovente viene definito “stato alterato di coscienza” suggerisce un distacco tanto dai parametri ordinari con cui si è soliti orientarsi nel mondo quanto una vera e propria rielaborazione grazie alla quale riconnetterci con la parte più antica che ci caratterizza.

L’epilessia nella letteratura psichiatrica ottocentesca

A partire dai primi studi condotti da Louis Jean Francois Delasiauve su soggetti epilettici è stato possibile inquadrare lo stato di coscienza come un calo dell’energia psichica che dal corpo si propagava e si distribuiva nei differenti distretti cerebrali, apportando non solo una modifica comportamentale dell’individuo bensì una vera e propria ristrutturazione dell’architettura neuronale in grado di compromettere la soglia di consapevolezza di chi veniva colpito dal cosiddetto “male sacro”.

La letteratura psichiatrica e neurologica hanno difatti promosso nei secoli precedenti lo studio del cervello quale custode di una fitta rete di comunicazione che oggi conosciamo con il nome di reti sinaptiche, le quali quotidianamente operano una revisione circa le modalità con cui interagiamo prima di tutto con noi stessi e poi con gli altri.

Se le odierne neuroscienze hanno permesso un maggior approfondimento rispetto al sottile legame che intercorre tra la mente e il corpo preme tuttavia ricordare come non abbiano permesso di approdare a quello che Dan Brown nel suo ultimo romanzo ha brillantemente definito “l’ultimo segreto”.

Quello che maggiormente mi ha affascinato di questo romanzo è stata l’esplorazione di quelle tematiche rispetto alle quali ognuno di noi cerca le proprie risposte, indagando così quell’invisibile rapporto tra la vita e la morte inteso non tanto quale decadimento progressivo della “crassa materia” bensì quale crocevia tra due stati energetici dove lo spirito si libera dalla materia fisica: dove l’oblio subentra alla veglia destando quei filtri ancora silenti.

Tra i vicoli di Praga e le sue vene medievali adornate di fascino ed esoterismo Robert Langdon e Katherine Solomon offrono al lettore l’opportunità di sondare ciò che è sconosciuto e all’apparenza irrazionale, decifrando quei misteriosi meccanismi che la mente umana e ancor più la coscienza stessa potrebbero essere in grado di farci conoscere.

Nondimeno quanto viene proposta è un’indagine rispetto a quei (corto)circuiti che a livello neurobiologico innescano una predisposizione a riproporre schemi neuro-comportamentali che sovente possono intaccare l’equilibrio della nostra psiche.

Grazie agli studi condotti nel secolo scorso da Donald Olding Hebb la neurotrasmissione cerebrale riflette un’attività psichica ed energetica capace di ripristinare quei distretti psicosomatici grazie ai quali lo stato di coscienza assume gradualmente una fisionomia più olistica, in grado cioè di racchiudere tante più connessioni quanti sono i nostri stati della mente.

Eppure non sempre gli stati energetici della coscienza promuovono un’adeguata potatura sinaptica ma al contrario possono intaccare considerevolmente la nostra omeostasi, dunque quelle risposte neurochimiche che se frequenti producono in maniera disadattiva un nuovo stato della mente disadattivo e circoscritto ad un passato dal quale non sempre è facile prendere le distanze.

La psicogenesi del trauma

Le esperienze passate, specialmente se di natura traumatica e ripetitiva sono in grado di forgiare un’impalcatura neuronale e sinaptica dove la neurotrasmissione del proprio vissuto rischia sovente di riflettersi in una modalità ripetitiva intrapsichica e interpersonale del tutto disadattiva: favorendo così l’insorgere di un nuovo stile comunicativo della coscienza che rischia purtroppo di limitare il nostro stare al mondo.

Quest’ultima infatti se nella letteratura psichiatrica ottocentesca aveva fornito a Cesare Lombroso le basi per stilare il profilo anatomopatologico del soggetto criminale partendo dagli studi e le indagini condotte sui soggetti epilettici, oggi viceversa offre la possibilità di svelarne i suoi numerosi volti: peraltro non sempre ben interconnessi.

La psicopatologia della coscienza si presenta tra le pagine di questo romanzo attraverso diverse sfumature che non solo si ripercuotono sul cosiddetto cablaggio neuronale e sulla riproposizione di specifici distretti cerebrali, ma soprattutto sulle capacità di autoregolazione emotiva che rischiano di sfociare in vere e proprie risposte dissociative: rispetto alle quali la coscienza stessa sembra sdoppiarsi assumendo diversi volti.

L’aspetto centrale e al contempo affascinante di questa storia risiede proprio nella fisionomia che la coscienza in qualità di energia psichica assume attraverso le sue numerosi manifestazioni le quali attraverso il sottile rapporto tra l’epilessia e il trauma delineano un quadro dissociativo pronto a svelare le sue innumerevoli identità.

Se quindi l’epilessia riflette un fenomeno psicopatologico di natura “transitoria” entro cui vengono aboliti i consueti parametri cognitivi quello che viene identificato come contenuto clinico potrebbe invece suggerire come ogni manifestazione psicologica porti con sé un atto di trasformazione, che finanche nei quadri più gravi come la dissociazione è finalizzata al ripristino di un nuovo equilibrio.

Rendendo la malattia un’occasione grazie alla quale l’energia che ci abita può finalmente trasformarsi in una nuova consapevolezza, svelando perfino durante il momento del trapasso: l’ultimo segreto. 

DESCRIZIONE DE “L’ULTIMO SEGRETO” DI DAN BROWN:

Robert Langdon è a Praga insieme a Katherine Solomon, con cui ha da poco avviato una relazione. Un viaggio di piacere in veste di accompagnatore dell’esperta di noetica, invitata a una conferenza in città per esporre le sue innovative teorie sulla mente. All’improvviso, gli eventi prendono una piega inquietante: la mattina del quarto giorno Katherine sembra sparire senza lasciare tracce e Robert assiste, sul ponte Carlo, a una scena che sfida la razionalità e di fronte alla quale reagisce d’istinto, finendo nel mirino dei servizi di sicurezza cechi. Intanto, a New York, una misteriosa organizzazione mette in campo risorse all’avanguardia per distruggere il manoscritto che Katherine ha consegnato al suo editore e che raccoglie le sue rivoluzionarie ricerche. Ma come mai quello che dovrebbe essere un saggio teorico attira così tanto interesse? In poco più di ventiquattr’ore, Langdon dovrà dimostrarsi in grado di ritrovare Katherine, seminare le forze dell’ordine della città e quelle dell’ambasciata americana e oltrepassare le porte di un laboratorio segreto in cui vengono condotti esperimenti indicibili. La posta in gioco è altissima: una nuova concezione della mente, una visione che può regalare un futuro diverso all’umanità ma che potrebbe, anche, diventare un’arma dall’impatto devastante. A quasi dieci anni dal suo ultimo successo, Dan Brown torna con il suo romanzo più ambizioso ed emozionante: una nuova caccia di Robert Langdon dove, come sempre nei suoi libri, nulla è più pericoloso della conoscenza, e nulla è più efficace di una mente affilata.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

La natura acquatica dell’inconscio, di Cristi Marcì

Il presente articolo indaga il valore multiforme dell’inconscio, rapportando i suoi numerosi e imprevedibili linguaggi a uno degli elementi più antichi trattati dagli alchimisti: l’acqua. Nondimeno si è voluta indagare la sua natura attraverso il valore della poesia quale promotrice di un linguaggio in grado di ribellarsi agli schemi e alle aspettative proposte dal mondo esterno. Restituendo alla dimensione inconscia una propria coscienza.

Nella mia storia il mare era una specie di vecchio gigante, un po’ buono e un po’ iroso. 

E per un intero giorno galleggiai su di lei pazientemente e verso le cinque di sera mi accorsi che quello che avevo creduto un vecchio mare era una donna. 

Un’anima di donna in un corpo d’acqua. 

E lei dorme, affondata in una delle mille concavità lunari dell’oceano, con la faccia volta al sole come un grande girasole, e il suo corpo fluido e molle, continua a eseguire la sua azione incosciente con contrazioni ondose, con brividi spumeggianti, con le surreali visioni dei suoi sogni che creano nelle sue profondità le creature più grottesche. 

E bisogna stare attenti e non lasciarsi ingannare dal suo aspetto dignitoso e tranquillo, perché in fondo è primitiva nei suoi impulsi e nei suoi desideri; risultati di un difetto caratteristico delle più antiche ere geologiche

(David Grossman, Vedi alla voce amore).

La psicologia alchemica dell’acqua

Allo stato originario e incorrotto l’acqua possiede la capacità di assumere qualsiasi tipo di forma, nondimeno prima ancora di essere contaminata dalle emozioni e ancor più dalla cupidigia dell’essere umano rimane, secondo san Francesco d’Assisi, “humile et pretiosa et casta”.

Nel panorama alchemico l’acqua veniva rappresentata come uno degli elementi primari capace di condizionare tanto la materia quanto lo spirito con i quali entrava a contatto.

Attraverso i contributi dello psicoanalista americano James Hillman e dello psichiatra svizzero Carl Gustav Jung nel ramo della psicologia alchemica si è andata profilando negli anni una valenza simbolica grazie alla quale il concetto di significato ha subito un ampliamento. 

Difatti se al giorno d’oggi esso rappresenta un punto di riferimento finalizzato ad una comprensione immediata e prevedibile viceversa rischia di soffocare quello che Alessandro Baricco ha definito la moltitudine di trame che abitano in noi e che per mezzo di un pensiero nominalista limiterebbe quel ventaglio simbolico in grado di estendere i nostri modi di sentire, percepire e dialogare con le nostre parti più profonde. 

Secondo Hillman il valore alchemico risiede nella trasformazione di quel contenuto simbolico e immaginativo che si riverbera nel pensiero a partire dalla possibilità di dar voce a quella contraddittorietà di cui è impregnato l’inconscio.

Quest’ultimo infatti non solo possiede tante trame quante sono le sue modalità espressive ma attraverso la lettura è possibile dar vita a quelle risonanze con le quali nutrire quel misterioso linguaggio che nella vita quotidiana si colloca all’interno di schemi precostituiti.

Gli abissi della coscienza

Nel campo della poesia e della letteratura questo luogo primordiale dalle proprietà acquatiche si coniuga con quel ventaglio di emozioni che spesso e volentieri si celano negli abissi del nostro essere, dove lo sguardo non sempre è disposto a scendere in profondità: mantenendo così l’attenzione su una superficie dove il proprio vissuto rischia di interrompere la sua fluidità.

Coltivare pertanto una coscienza acquatica e al contempo poetica permetterebbe di dar voce a quel mondo immaginifico che se da un lato ristagna in superfice dall’altro smuove le nostre emozioni nelle profondità della nostra anima sotto forma di tempeste, di cui non sempre riusciamo a cogliere l’importanza.

Eppure la poesia al pari della letteratura aiuta a scuotere quello da cui siamo abitati ma di cui spesso e volentieri siamo ignari, portando alle rive della nostra coscienza parole schiumose impregnate di qualcosa di antico e tuttavia appartenente al nostro essere sin dalla notte dei tempi.

Le emozioni al pari della coscienza odierna rischiano quotidianamente di infrangersi su quegli scogli che altro non riflettono se non le nostre convinzioni e dove le forme del pensiero possono solidificarsi in quel materiale roccioso che ne impediscono la spontanea evoluzione. 

Il linguaggio quotidiano sembra per l’appunto aver perso quella profondità e ancor più quella unicità in grado di riflettere emozioni, sentimenti e vissuti esperienziali in sintonia con quanto di più profondo ci abita e che spesso non sempre siamo in grado di esprimere, poiché non sempre risulterebbe idoneo con quanto ci circonda. 

Difendere i nostri volti

Il linguaggio parlato e scritto sembrano aver vissuto un radicale cambiamento, in quanto quello che più ci caratterizza si trova a fare i conti con “i codici di significato automatici socialmente accettati”. Ciò significa che le modalità espressive non risentono più di quella genuina autenticità bensì appaiono totalmente uniformate alle richieste provenienti dall’esterno: uno spazio (quest’ultimo) che sembra soppiantare le “connotazioni soggettive”. 

Questa funzione dunque sembra essersi trasformata in un mezzo privo di autenticità attraverso la quale comunicare non tanto quello che realmente sentiamo di esprimere quanto piuttosto ciò che di automatico e prevedibile ci si aspetta di sentire da chi ci circonda. 

Evidenziando così un’inautenticità che rischia di riflettere un’economia psichica che si colloca dentro ciascuno di noi e che è al servizio di chi vuol scegliere le parole al nostro posto. 

Uniformare il linguaggio e le parole che ad esso danno vita di contro significherebbe impoverirlo della sua più autentica natura, del suo reale valore acquatico a discapito di una “rappresentatività emotiva” soffocata al contempo da un limite da rispettare e attraverso il quale riconoscere la nostra più profonda “individualità”.

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»

Alexandre Dumas: “Cagliostro” (Roberto Nicolucci Ed.), di Cristi Marcì

C’era una volta Cagliostro 

Ambientato agli albori della rivoluzione francese la figura di Giuseppe Balsamo viene magistralmente introdotta da Alexandre Dumas quale abile stregone e schietto illusionista, in grado di forgiare la trama di uno dei più grandi capolavori storici della letteratura.

Attraverso le inestimabili pagine, impregnate di politica, intrighi di corte e desiderio di riscatto lo scrittore e drammaturgo francese invita i suoi ignari lettori a perdersi tra i vicoli e i palazzi di un’epoca lontana ma al contempo adornata di sfumature e imprevedibili colpi di scena.

Sin dalle prime pagine, il padre di Edmond Dantès traccia un impervio sentiero che porterà il conte di Cagliostro all’interno di un nascondiglio dove le sorti del mondo dovranno obbedire solo ed esclusivamente a un’unica legge: abolire la monarchia vigente in Francia e presente al contempo nelle restanti parti d’Europa.

Il tutto costituendo le prime logge massoniche attraverso le quali ridisegnare un nuovo ordine mondiale dove sia la fratellanza sia l’uguaglianza difficilmente potranno vedere la luce del sole.

La scienza dell’illusione

Il personaggio di Giuseppe Balsamo, in arte Conte di Cagliostro, in arte Conte di Fènix si introduce abilmente tra i salotti damascati della monarchica vigente ordendo complotti e manovrando le vite dei principali reggenti della corona.  

La stregoneria è infatti uno degli strumenti maggiormente impiegati dal negromante capace peraltro di sedurre tanto il fascino della nobiltà parigina quanto la curiosità di chiunque desideri perdersi tra le pagine di questo splendido romanzo.

Scienza e illusione si mescolano vicendevolmente creando un’alchimia pronta a vacillare al minimo schiocco di dita, rimettendo in discussione un equilibrio dove la ragione cede sovente il posto alla pura follia e alla perdizione del proprio senno.

L’arte dell’inganno e dell’illusione creano quella miscela di ingredienti che dalla penna di Dumas si tramuta celermente in una pozione dal retrogusto amaro, in grado finanche di avvelenare il palato più fine e di obnubilare l’ultimo residuo della propria coscienza. 

Tuttavia attraverso questo viaggio ricco di colpi di scena conosciamo non solo la figura di Cagliostro bensì quella di tanti altri indimenticabili personaggi come quella di Althotas, maestro e precettore del protagonista e detentore di una antica verità che cercherà in tutti i modi di raggiungere: anche a costo della morte.

Storia e alchimia si fondono in un susseguirsi di fuochi d’artificio svelando in chiave simbolica quei numerosi materiali grezzi e atavici, di cui è connotata la psiche umana ma che all’unisono devono sottoporsi al travaglio di un’intima maturazione che spesso e volentieri rischia puntualmente di dissolversi.

La nigredo alchemica

L’aspetto nondimeno affascinante risiede proprio nella visione, nonché nella descrizione dell’animo umano adombrato da una corruttibile nigredo alchemica, la quale in maniera perpetua si riflette esclusivamente su una ubris sempre più inafferrabile.

Secondo la visione proposta dallo studioso junghiano James Hillman la corruttibilità dell’anima umana risiede proprio in un ripiegamento della propria immagine al di fuori della propria psiche a discapito di quanto già si custodisce ma non si conosce ancora.

In base a quanto proposto dallo psicoanalista americano e in relazione alle vicende storiche prerivoluzionarie proposte in questo romanzo, l’opera di Dumas non solo offre uno spaccato socio culturale tra la nobiltà e il popolo francese bensì quella cupidigia che da ambo le parti altro non desidera se non la propria affermazione a discapito dei propri simili.

Ed è proprio tra le strade di Parigi e la reggia di Versailles che spiccano le figure di Luigi XV, di Madame Dubarry (la favorita del re) del conte di Richelieu e di Gilbert, le quali sembrano illusoriamente manovrate dalla voce magistrale di Acharat: negromante per natura, alchimista per eccellenza e illusionista per diletto.      

Cristi Marcì*

* Cristi Marcì è uno psicoterapeuta psicosomatico junghiano. Grazie ai libri ha scoperto la possibilità di viaggiare con l’unica compagnia gratuita: la fantasia. Adora i gialli, la saggistica e i romanzi storici. Ad oggi ha pubblicato racconti brevi sulle riviste «Topsy Kretts», «Morel, voci dall’Isola», «Smezziamo», «Offline» «Kairos» e altre ancora. Scrive articoli per il periodico scientifico «Ricerca Psicoanalitica», «Arghia» e «Mortuary Street». Trovate una sua traccia anche su «Quaerere»