Professore di letteratura antica, autore per il New Yorker, Mendelsohn potrebbe rappresentare il tipico esponente dell’intellettualità ebraica newyorkese che, lasciatosi il passato alle spalle, è diventato uno scrittore noto internazionalmente (in Italia ha ricevuto nel 2022 il premio Malaparte) e si occupa di modo sofisticato di cultura.
Dopo aver letto Un’Odissea sarebbe facile pensar questo di lui, fine grecista immerso nella luce meridiana di un passato tutto ‘occidentale’ e ‘razionale’; ebbene questo suo primo romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006, è stato per il suo arco creativo, una freccia fondamentale, ed è quella del suo passato, delle sue origini.
Chi, come me, fosse sazio della letteratura che utilizza l’olocausto o meglio, i campi di concentramento nazisti, come metafora del male universale, passe-partout con cui risolvere trame intricate e tutto sommato scontate (ho almeno un paio di esempi in testa ma non li farò), storcerà giustamente il naso verso l’argomento. Si tratta infatti della ricerca dei propri parenti, non antenati ma parenti prossimi: zie e zii, prozie nonni … di cui, nelle feste tradizionali cui il piccolo Daniel partecipava da bambino si parlava per accenni, usando parole allusive che gli adulti coglievano al volo e a cui rispondevano in modo altrettanto criptico.
Mendelsohn ritorna con la memoria a quelle strane allusioni, anche sollecitato dal ritrovamento di alcune lettere, e inizia un percorso a ritroso alla ricerca, appunto, degli “scomparsi”, che tali non sono o almeno non tutti. All’epoca cercarono scampo in nuove terre, dove si sentivano al sicuro, e oggi (l’oggi del narratore) la loro memoria corre con affetto e timore a quegli anni. La diaspora è mondiale, letteralmente: Mendelsohn è costretto a girare per il mondo per trovare i testimoni ancora in vita, alla fine, grazie a ricordi frammentari che l’autore pazientemente mette insieme per ricostruire una storia, e quindi delle esistenze, di nuovo torna al punto di partenza, a finalmente comprende le allusioni, gli accenni, i ricordi che gli adulti di allora gli avevano taciuto, che è un modo di diventare adulto lui stesso.
Cos’è allora – a parte l’argomento che oggi è diventato quasi banale, ma urticante per il motivo opposto: le vittime di allora si sono trasformate negli aguzzini di oggi – che rende il libro interessante e appassionante? Anche qui in primo luogo la lingua di Mendelsohn, che è flessibile, acuta, profonda senza mai essere petulante o sentenziosa. Sappiamo come andrà a finire, o perlomeno lo intuiamo, ma pure non possiamo staccarci da questo percorso che corre a zig zag lungo tutto il pianeta, in cui ogni punto di arrivo è anche un nuovo punto di partenza e ogni risposta è anche una domanda, un mistero da risolvere. Ripeto, la capacità narrativa dell’autore è così catturante – e Un’Odissea ne è un’altra dimostrazione, con il fitto intreccio di vari piani temporali e percettivi, del tutto integrati nel tessuto narrativo – da renderci partecipi della sua necessità di sapere, di scoprire, di arrivare alla soluzione di questo puzzle apparentemente irrisolvibile. Ma, lo sappiamo come lo sa Mendelsohn, il passato non passa con la morte: le memorie, i ricordi dei singoli come le parole scritte, le lettere, i documenti (i filologi li chiamano non a caso monumenti) sono sempre lì, e anche se tutto ciò conduce a una piccola stanza sotterranea e senza finestre il lungo viaggio sarà valsa la pena.
Lucio Turchetta*
*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.
“le parole sono un mondo a sé del tutto indipendente, come il mondo dei suoni..”
L’ultima e più curata edizione del carteggio di Hugo von Hofmannsthal è “Le parole non sono diquesto mondo. Lettere al guardiamarina E.K. 1892-1895″ (Quodlibet, 2022). Curato da Marco Rispoli, il volume raccoglie le lettere giovanili del celebre autore austriaco.
Sono lettere scambiate tra Hugo von Hofmannsthal ed Edgar Karg, conosciutisi durante un periodo di villeggiatura sulle rive del Wolfgangsee. Ne emerge un rapporto intenso, nel quale la figura di Hofmannsthal sembra in qualche modo predominare su quella dell’amico. Karg, infatti, al contrario dell’artista, viaggia, attraversa terre lontane, osserva regioni diverse del mondo; eppure sembra avvertire il bisogno di rivolgersi a Hofmannsthal per ottenere quella riflessione più intima e autentica sulla realtà che sente mancargli. È a lui che chiede una visione più chiara della vita culturale, sociale e politica dell’Europa e dell’Austria-Ungheria tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
Ma, al di là dell’aspetto intellettuale, ciò che colpisce maggiormente è la profondità dell’amicizia che traspare dalla semplicità della loro scrittura, il legame umano costruito attraverso le lettere. Ed è proprio Hofmannsthal, immerso nella tumultuosa Europa di quegli anni — ma verrebbe quasi da chiedersi: quando mai l’Europa non è stata tumultuosa? — a oscillare continuamente tra impegno nella realtà e fuga nell’arte, senza sapere mai con certezza quale sia la strada autentica. Alla volgarità e alla banalità del reale egli contrappone il bisogno di una vita “artefatta” nel senso più alto del termine: la necessità di trasfigurare poeticamente ciò che appare scialbo, di abbellire il mondo attraverso l’interpretazione artistica, che è forse il compito più profondo dell’artista. E allora, nel tumulto dell’esistenza, quale dono più prezioso di un’amicizia inattesa, quasi piovuta dal cielo?
Sono rare le persone che riescono davvero a consolarci da quella ennui de la vie, commun à toute créature bien née. Ognuno, prima o poi, scrive quando sente avvicinarsi la grande solitudine. È lo stesso sentimento che Edgar prova leggendo le lettere dell’amico: le avverte diverse da tutte le altre, ne percepisce la bontà profonda e per questo lo ringrazia. Insieme i due riflettono sull’arte poetica, che per loro non è altro che arte dell’interpretazione: immediatezza, capacità di cogliere l’essenza delle cose, di guardare l’esistenza senza paura, senza pigrizia e senza menzogna. Tutto ciò che esiste, vivo o morto, possiede un significato; e ciò che è veramente poetico non è che l’espressione velata di una verità profondissima. Quando però si riesce a penetrare davvero quella profondità, allora perfino la metafora svanisce. Così il mare può apparire insieme minaccia e rifugio: può uccidere, ma anche accogliere tutte le vibrazioni dell’anima che la sua immagine mutevole e cangiante riesce a suscitare in noi. Per Hofmannsthal, la poesia e il poeta rappresentano un contrappeso alla presunzione e alla rigidità della realtà, che tutto vuole unificare senza distinguere. Essa rivela luoghi abitati non da masse astratte, ma da persone diverse, ciascuna con mondi interiori singolari. Così, parlare di un ebreo povero, di un donnaiolo viennese, di un malinconico dragone boemo o di un malridotto artigiano della Moravia significa forse riferirsi al proletariato, ma in realtà riguarda sempre individui unici. Non sono forse tutte menzogne, del resto, le generalizzazioni del mondo politico?
La poesia si oppone all’astrazione del reale, a un mondo fatuo e evanescente. Fuori, gli uomini discutono ossessivamente intorno ai concetti come cani attorno a un osso; non vivono realmente, ma abitano un’apparenza, un’algebra simbolica in cui nulla è e tutto significa. Tutto ciò che esiste parla alla nostra anima, o forse è l’anima stessa che dialoga con se stessa. Le parole non appartengono al mondo, come i suoni: si potrebbe descrivere o musicare ogni cosa, ma mai essa sarà detta così com’è. Da qui nasce lo struggimento che ci trasmettono.
Crediamo che trovando le parole giuste riusciremmo a raccontare la vita, ma non è così. La vita parla attraverso i fenomeni, e sempre esiste una combinazione di parole o note che tocca la nostra anima come se fosse la stessa cosa, come una vibrazione divina. Tutti i grandi libri e i grandi poemi sono mondi di sogno, affini al reale solo simbolicamente.
Per vivere pienamente questa esperienza, bisogna diventare un Narciso innamorato, che cadendo in acqua si perde, come fanciulli che si immergono nel mondo delle favole. Ci si innamora di sé, della vita, o di Dio. Mai avevo incontrato un’interpretazione dell’essere Narciso così necessaria, un mezzo per fuggire al rumore incessante del mondo.
Ed è in questa luce che si comprende l’amicizia tra Hofmannsthal ed Edgar Karg: un legame raro e prezioso, di cui entrambi avvertirebbero profondamente la mancanza se venisse meno.
C’è un tragico dato biografico che si intreccia profondamente con la lettura critica della sua opera e non può essere ignorato. Il 13 luglio 1929, il figlio di Hugo von Hofmannsthal, Franz, si tolse la vita sparandosi un colpo alla testa nella loro dimora di Rodaun. Appena due giorni dopo, il 15 luglio 1929, mentre si stava preparando per partecipare al funerale del figlio, il poeta fu colto da un’emorragia cerebrale e morì improvvisamente all’età di 55 anni. Nelle sue analisi, Ladislao Mittner e la successiva critica germanistica leggono questa fine così straziante non come un mero incidente biologico, ma come il tragico sigillo della verità del suo sentire: la morte “propria” come testimonianza. Riprendendo una suggestione cara a Rainer Maria Rilke, la critica sottolinea come Hofmannsthal sia morto della “propria morte”. Dimostrazione della sua ipersensibilità e di una costante compenetrazione tra arte, vita e morte che non erano un artificio estetico o una recita decadente, ma una verità intima, viscerale e assoluta. La fine di un’epoca: Mittner evidenzia come Hofmannsthal visse gli ultimi anni “impietrito dal dolore”. Era il 1929. Il crollo del suo mondo privato coincise tragicamente con il definitivo crollo storico e culturale di quel mondo austriaco e asburgico che il poeta aveva cercato disperatamente di preservare e rifondare attraverso il mito e il teatro.
Ecco cos’è un poeta nei versi di questo grande rappresentante della fin de siècle viennese. I pensieri ritornano ma quante parole abbiamo per esprimerli, quante combinazioni infinite di suoni e di immagini esse creano.
Dentro di noi portiamo Faust, il titano
e Sganarello l’anima servile,
il lacrimoso Werther- e Voltaire lo scettico,
e lo squillante lamento del profeta
e il giubilo degli Elleni ebbri di bellezza:
i morti di tre millenni,
un baccanale di spiriti,
inventati da altri, da altri creati,
intrusi parassiti,
immaginari,
malati, velenosi.
Gemono, imprecano, gioiscono, litigano:
ciò che noi diciamo è l’eco rauca
del loro coro stridente.
Per il nostro supplizio
litigano come ubriaconi
ma li unisce l’orgia
per il nostro supplizio!
Dai nostri teschi bevono
con giubilo la linfa della nostra vita
Attorno alla nostra coscienza,
soffocando si inerpicano
serpi sibilanti
scuotono l’alber fragile della nostra felicità
con impeto febbrile
Percuotono le corde tremanti della nostra anima
danzando ci portano alla morte.
E’ forse tutto questo che non ci permette di essere autentici?
E saremmo autentici se non riconoscessimo la molteplicità del nostro essere?
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
L’antologia “A/R Andata e racconto. Viaggiare con leggerezza” (Minimum Fax), nata dalla sinergia tra le Ferrovie dello Stato Italiane e il Salone Internazionale del Libro di Torino, si presenta come un affascinante mosaico letterario in cui il movimento fisico e quello mentale si fondono in un’unica traiettoria narrativa. La scrittura si fa un’andata leggera verso il mondo complesso delle vite umane, ma non è una fuga: prevede il ritorno al presente con una solida presa di coscienza sulla vita e le sue imprevedibili sfumature.
Le voci della raccolta sono varie, eterogenee: sei autori affermati (Simona Vinci, Nadeesha Uyangoda, Antonella Lattanzi, Matteo Nucci, Guido Catalano, Lorenza Pieri) e quattro esordienti vincitori del concorso letterario indetto da Ferrovie dello Stato e Il Salone del libro. Tutti ci dimostrano che viaggiare e leggere sono, in fondo, due declinazioni dello stesso bisogno umano di orientamento.
Il fulcro emotivo e concettuale dell’intera raccolta è la contemporaneità di due viaggi: quello in treno e il viaggio della mente, dove la carrozza ferroviaria non è un semplice mezzo di trasporto, ma uno spazio in cui il finestrino si trasforma in una pagina bianca e la pagina scritta diventa un finestrino aperto sul mondo. Questo legame si palesa in modo letterale nel racconto Il segnalibro di Franco Revello, dove la voce narrante è una foglia trasformata in segnalibro che viaggia nel tempo e nello spazio muovendosi tra i volumi e i capolavori della letteratura. In Caporale Express di Riccardo Grasso, lo sfondo drammatico del caporalato nei campi viene squarciato proprio dalla lettura di un libro, che innesca nella mente della moglie del bracciante Morfeno la consapevolezza che esiste un mondo intero oltre la durezza di quella campagna, spingendo la famiglia a desiderare la fuga verso la città. Dal canto suo, Guido Catalano esplora la poesia come una vera e propria macchina del tempo: rileggere un vecchio testo d’amore o un ricordo d’infanzia ambientato a Mantova permette alla mente di compiere un salto temporale istantaneo, riattivando emozioni e nostalgie felici che si credevano perdute. Nel racconto di Lorenza Pieri, Railroad to Freedom, il viaggio locale in treno di una donna attraverso il Massachusetts si intreccia con la riflessione sulla vita e sulle opere di Louisa May Alcott, trasformando il tragitto fisico e lo spazio d’attesa della carrozza nello strumento per elaborare il trauma del proprio divorzio e ritrovare il coraggio della propria indipendenza. In definitiva il percorso di questa antologia è quasi sempre un viaggio di andata e ritorno in cui si parte per un ritorno alla memoria, all’origine e a ciò che resiste al logorio del tempo.
Lo si percepisce con forza in Mare more di Maurizia Di Stefano, dove la protagonista Nadiya, ex bambina di Chernobyl, compie da adulta lo stesso viaggio in treno verso l’Italia intrapreso nell’adolescenza, come anche ne L’uomo in fuga di Edoardo Maresca, incentrato sugli ultimi giorni di Lev Tolstoj, durante i quali il treno e la stazione di Astàpovo diventano il luogo ultimo in cui tutte le identità dell’uomo si ricompongono, e dove il viaggio della mente trova la sua pace definitiva; e infine in Treni di Antonella Lattanzi, nel quale il treno e la banchina si trasformano da non luoghi in spazi di dolcezza, solitudine e malinconia, e il viaggio diventa lo specchio per guardarsi dentro prima di ripartire.
In cosa consiste, dunque, la leggerezza? Non di certo nell’assenza di peso, piuttosto nella capacità di portarlo con sé senza smettere di guardare fuori dal finestrino e ricordandoci che, finché ci si muove tra le righe o sulle rotaie, da qualche parte una storia comincia sempre.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne c’insegna a preparare una squisita confettura di lamponi ispirata ad un passo di “Anna Karenina”, il capolavoro di Lev Tolstoj pubblicato nel 1877, considerato da Dostoevskij un’opera d’arte perfetta e da Nabokov “il capolavoro assoluto della letteratura del XIX secolo”.
*** I lamponi di Tolstoj ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
Testo da Anna Karenina
“Sulla terrazza s’era riunita tutta la compagnia femminile. In genere amavano andarvi a sedere dopo pranzo, ma quel giorno c’era anche da fare. Oltre alla confezione delle camicine e delle fasce a maglia, di cui tutte si occupavano, quel giorno si cuoceva in terrazza la marmellata secondo un metodo nuovo per Agàfija Michàjlovna, senza aggiunta d’acqua. Era stata Kitty a introdurre questo nuovo metodo usato in casa loro […]
Con la faccia accaldata e crucciata, i capelli arrutiati e le magre braccia nude sino ai gomiti, Agàfija Michajlovna faceva dondolare circolarmente la casseruola sul braciere e guardava cupamente i lamponi, desiderando con tutta l’anima che si attaccassero e non finissero di cuocere. La principessa, sentendo l’ira di Agàfija Michàjlovna diretta contro di lei, in quanto principale consigliera per la cottura dei lamponi, fingeva di essere occupata in altro e di non interessarsi […]”
Ricette Letterarie: Confettura di lamponi
Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.
RICETTA
Confettura di Lamponi (senza semini)
Dosi per 3 vasetti da 300 ml
Ingredienti
1 kg di lamponi surgelati
250 g di zucchero specifico per confetture (Fruttapec 4:1)
3 bustine di zucchero vanigliato (21g totali)
Il succo di ½ limone
Procedimento
Macerazione: Mettere i lamponi congelati in una ciotola capiente. Versare sopra i 250 g di zucchero e le 3 bustine di zucchero vanigliato. Mescolare delicatamente e riporre la ciotola in frigorifero (senza coprirla) a macerare per un giorno intero.
Prima cottura: Trascorso il tempo di macerazione, trasferire i lamponi con tutto il loro succo in una pentola e portarli a bollore.
Setacciatura: Togliere la pentola dal fuoco e, mentre il composto è ancora caldissimo, passare i lamponi al setaccio per eliminare i semini e ottenere una consistenza liscia e vellutata.
Seconda cottura: Rimettere la polpa di lamponi setacciata sul fuoco e riportarla a bollore. Aggiungere il succo di mezzo limone e lasciare addensare (10 minuti al massimo).
Igienizzazione dei vasetti: Mentre i lamponi passati si addensano procedere con l’igienizzazione dei vasi in vetro, immergendoli in una pentola d’acqua bollente. Tenerli pronti e caldi per il momento del riempimento.
Invasamento: Versare la confettura caldissima nei vasetti di vetro precedentemente bolliti e ancora caldi. Chiudere ermeticamente con i tappi e capovolgere immediatamente i vasetti a testa in giù su una superficie piana per favorire la formazione del sottovuoto durante il raffreddamento.
Alcuni autori ottengono un grande successo con il loro primo libro e poi vi vengono per così dire “incatenati” a vita. Li diamo per scontati, talora non li leggiamo nemmeno più con la dovuta attenzione, ricordando sempre il loro esordio e ignorando o sminuendo il resto, perché se il pubblico non li ha più seguiti deve esserci un motivo. I suddetti scrittori possono provarle tutte: cambiare, evolvere, scrivere libri migliori, ma di loro resterà soltanto quel primo ingombrante successo. I lettori alzano le spalle e dicono: “Il primo libro non era male, ma poi…” Da ultimo lo scrittore muore e gran parte dei suoi libri finiscono fuori catalogo o ripubblicati in sordina, per quei pochi lettori fortunati che hanno invece saputo leggerli e amarli.
Uno scrittore di grande talento che è stato in parte dannato dal suo esordio è, secondo me, Paolo Maurensig. L’esordio lo conoscono in molti, La variante di Lüneburg, edito da Adelphi nel 1993, bel libro che può essere considerato una riscrittura di Novella degli scacchi, di Stefan Zweig. D’altra parte, come dice Mario Fortunato in uno dei suoi libri più belli, Noi tre (Bompiani, 2016), forse scrivere “non è altro che imitare”, e imitare in fondo è “un esercizio di umiltà”, perché dopotutto “si imita solo ciò che si ama”.
In effetti credo ci sia da diffidare più di coloro che si ritengono unici e “inimitabili” e magari nascondono i loro modelli che degli scrittori che invece non negano i debiti nei confronti dei loro maestri. In fin dei conti tutti noi – i migliori, i peggiori – siamo uomini sulle spalle di uomini che non sapevano di essere giganti, o perlomeno scrittori di grande o immenso talento. Niente nasce dal niente, nemmeno Proust, che deve le famose pagine della madeleine e della memoria involontaria al cinguettio di un tordo che incantò lo Chateaubriand delle Memorie d’oltretomba, come ha osservato recentemente Pierluigi Pellini nel suo Schedario francese (Mauvais Livres, 2026).
Ma torniamo a Paolo Maurensig. A essere precisi non si può dire che egli sia stato del tutto “incatenato” al suo esordio, visto che il suo secondo romanzo, Canone inverso, pubblicato nel 1996 da Mondadori, ottenne un discreto successo. Ciononostante dopo di esso Maurensig è rimasto per molti lettori soltanto l’autore di La variante di Lüneburg e tutt’al più, appunto, di questo Canone inverso. I suoi libri successivi sono stati trascurati sia dal pubblico che – colpevolmente – dalla critica. Li conoscono in pochi e li leggono in pochissimi. Sembra che pian piano stiano scomparendo dalle librerie.
Ciò non è giusto, perché Maurensig ha scritto – secondo me – le sue cose più belle in seguito, nel nuovo secolo, quando ormai aveva un pubblico più ridotto. L’uomo scarlatto, Il guardiano dei sogni, Vukovlad, Teoria delle ombre, Il diavolo nel cassetto, Il gioco degli dèi, Pimpernel… Questi libri sono caratterizzati da un’eccellenza stilistica e narrativa che a tratti è anche estremamente intelligente e originale, per non parlare delle strutture romanzesche, perché Maurensig è un maestro del “racconto nel racconto”, con cornici narrative che si sovrappongono sottilmente alle voci dei narratori iniziali, come già accadeva ne La variante di Lüneburg e in Canone inverso.
Dopo Mondadori, Einaudi ha dato alle stampe alcuni libri di Paolo Maurensig che il lettore di buon gusto non può non amare; penso in particolare a Pimpernel, meraviglioso omaggio a Henry James, o a Il diavolo nel cassetto, che consiglierei a qualunque aspirante scrittore perché fa capire che scrivere significa anche avere a che fare con le ombre e occasionalmente con il male; oppure penso al postumo Il quartetto Razumovsky, anch’esso indimenticabile, che conduce ancora a Canone inverso, perché in Maurensig “tout se tient”, e che ci ricorda che la musica, come la scrittura, non è estranea ai demoni… “La letteratura è la più grande delle arti, ma è anche un campo pericoloso” dice padre Cornelius in Il diavolo nel cassetto. Chiunque scriva seriamente non può che confermare.
Paolo Maurensig è uno scrittore minore? Forse. Sono quasi certo che lui stesso sarebbe voluto essere definito così. La grandezza: ecco un’altra trappola in cui i lettori e i critici cadono sovente. In certi ambienti vengono considerati “grandi” alcuni autori che di fatto nelle opere non sempre si reggono in piedi e che talora sono perfino maldestri; tuttavia sono – o sono stati – molto abili nel tener su le loro pose “gradasse” (Busi) o “grandiloquenti” (Moresco) o “maledette” (Carmelo Bene), al punto da essere poco letti ma molto considerati dalla critica o dai lettori comuni o anche e soprattutto – e purtroppo – dai colleghi scrittori spesso troppo osannanti. Non che le loro opere non siano valide e talora, sì, forse “grandi”, se non altro nelle intenzioni, ma il bagliore delle loro pose può spesso esaltare e quindi traviare il giudizio di chi legge. Molte supposte grandezze sono in realtà un inganno. Bisogna tenere da conto Proust, o meglio il signor de Norpois, quando dice, nella Recherche: “Per qualche fuoco d’artificio lanciato con grazia da uno scrittore, subito si grida al capolavoro. I capolavori non sono così numerosi!” (da All’ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Giovanni Raboni).
I capolavori non sono così numerosi, ma nemmeno gli scrittori di talento come Paolo Maurensig. A molti supposti e tracotanti “grandi scrittori” contemporanei io preferisco i minori come lui, coloro che si rifugiano nell’ombra e che magari non le sparano grosse nelle interviste ma che sanno che scrivere è anche, per riprendere le parole di Mario Fortunato, un esercizio di umiltà. “I grandi scrittori sono in continuo aumento” osservava anni fa Giuseppe Pontiggia, uno dei primi lettori di Maurensig. “Quelli che scarseggiano sono gli scrittori.” Ecco, Paolo Maurensig lo era, scrittore. Di questi tempi non è poco.
Edoardo Pisani*
*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.