Nella letteratura, come nel teatro e nel cinema, ritroviamo spesso una parte di noi. I personaggi che leggiamo sono talvolta lì per parlarci del nostro presente, da uno spazio e da un tempo lontani. Riconoscersi in una storia che non ci appartiene e scoprire, all’improvviso, che parla proprio di noi è forse uno dei miracoli della narrativa.
L’obelisco nero (Der schwarze Obelisk), pubblicato nel 1956, è uno dei romanzi più intensi di Erich Maria Remarque. La storia si svolge nel 1923, nella Germania della Repubblica di Weimar devastata dall’iperinflazione. La moneta perde valore di ora in ora e, insieme al denaro, sembrano sgretolarsi anche le certezze morali e civili di un’intera società.
Il titolo del romanzo deriva dall’obelisco in granito nero che si trova nel cortile della ditta di monumenti funebri di Georg Kroll, un oggetto imponente, fuori dal tempo, immune agli sconvolgimenti del presente.
In quella ditta lavora Ludwig Bodmer, un giovane reduce, appassionato di poesia e di musica, che cerca di orientarsi in un mondo dominato dall’instabilità. Ludwig suona l’organo nella cappella dell’ospedale psichiatrico, dove incontra Geneviève Terhoven, detta Isabelle. La giovane vive una frattura dell’identità che la conduce ad assumere, a tratti, personalità differenti.
Nel giardino dell’ospedale, seduti su una panca vicino a un’aiuola di rose, Ludwig e Isabelle sembrano sottrarsi per qualche momento alla violenza del mondo esterno. Là fuori il dollaro è salito vertiginosamente e qualcuno si è tolto la vita; nel giardino, invece, il tempo sembra obbedire a un’altra misura. Nei dialoghi con Isabelle, Ludwig scopre una dimensione spirituale e filosofica che contrasta con il cinismo della società. La follia della giovane appare talvolta più autentica della presunta normalità degli uomini cosiddetti sani.

Forse è per questo che Remarque affida proprio a Isabelle il centro spirituale del romanzo. Chi è considerato folle può ancora vedere ciò che gli altri hanno smesso di vedere. Nel loro incontro sanità e follia sembrano riconoscersi, come se appartenessero da sempre allo stesso spazio. Isabelle è la custode di una saggezza incoerente che fa scoprire visioni lontane, di una verità che la razionalità ordinaria non sa più ascoltare: il desiderio di conoscere l’ignoto, anche quando spaventa, e di attraversare quella zona incerta che può renderci ora felici, ora infelici.
Ludwig vive anche una relazione con l’affascinante Gerda Schneider, donna concreta, profondamente radicata nella vita quotidiana e desiderosa di una sicurezza materiale. Gerda fa da contraltare a Isabelle, che, al contrario, appartiene all’immaginazione, alla fragilità e alla ricerca spirituale. Le due donne rappresentano due modi di abitare il mondo. E Ludwig oscilla fra queste due polarità, consapevole che nessuna delle due, da sola, basta a definire l’esistenza.
Intorno ai protagonisti si muove una vasta galleria di commercianti, reduci, opportunisti, nazionalisti e borghesi impoveriti. Attraverso di loro Remarque restituisce il ritratto di una Germania smarrita, appena uscita dalla Prima guerra mondiale e tuttavia attraversata da un incontenibile desiderio di vivere. La voglia di rinascita convive con la precarietà economica, mentre i fermenti nazionalisti e antisemiti, ancora apparentemente marginali, lasciano già presagire ciò che di lì a pochi anni avrebbe travolto la Germania e l’Europa.
La Repubblica di Weimar porta il nome di una delle capitali spirituali della cultura tedesca. E’ la città di Goethe e Schiller, del classicismo, della Bildung e dell’ideale di un’educazione capace di condurre l’uomo alla libertà. A Weimar si lega simbolicamente anche l’eco dell’Inno alla gioia di Beethoven, ovvero il sogno di un’umanità finalmente riconciliata.
Proprio per questo la parabola della Germania assume un valore tragico e universale. La civiltà non mette l’uomo definitivamente al riparo dalla barbarie; l’alta cultura, da sola, non basta a impedire il crollo dell’umano. Come ha potuto la patria di Goethe, di Kant e di Beethoven generare l’orrore del nazionalsocialismo? È un interrogativo che attraversa la riflessione di Thomas Mann negli anni dell’esilio e trova una delle sue espressioni più compiute in Doctor Faustus. Remarque sembra suggerire che la barbarie non nasca all’improvviso: germina lentamente nelle crepe lasciate dalla guerra, dall’umiliazione, dalla paura e dalla perdita dei valori condivisi.
Nel corso del romanzo Ludwig comprende che né l’amore né il successo economico possono colmare il vuoto lasciato dalla guerra. Isabelle viene infine dimessa dalla clinica e si allontana dalla sua vita, mentre lui prosegue il proprio cammino con una consapevolezza nuova: la felicità è fragile, la memoria è indispensabile e la dignità dell’uomo consiste soprattutto nella capacità di conservare umanità nei periodi di disgregazione.
Come in Niente di nuovo sul fronte occidentale, Remarque, attraverso il suo protagonista, riflette sulla fragilità della civiltà europea e sulla difficoltà di restare umani quando la storia sembra aver perso ogni punto di riferimento.
Al termine della lettura ci pare di scoprire il dono più grande della letteratura: dare forma a qualcosa che già ci abitava e che, senza un libro, sarebbe rimasto indistinto. Remarque ci ricorda, attraverso Ludwig e Isabelle, che l’essere umano non è una monade, ma un intreccio di memoria, contraddizioni, fragilità e possibilità.
È proprio nella frattura dell’identità che può nascere la possibilità di comprendere noi stessi e gli altri. Nessuna identità è monolitica o definitivamente compiuta. E riconoscerlo significa sottrarsi a ogni ideologia fondata sull’appartenenza assoluta, sul mito del Blut und Boden, del sangue e suolo. Forse da questa consapevolezza può nascere un autentico umanesimo, non quello delle certezze granitiche, ma quello delle crepe, perché è nelle crepe dell’identità che l’altro smette di essere un nemico e diventa un volto da riconoscere.
Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.















