Professore di letteratura antica, autore per il New Yorker, Mendelsohn potrebbe rappresentare il tipico esponente dell’intellettualità ebraica newyorkese che, lasciatosi il passato alle spalle, è diventato uno scrittore noto internazionalmente (in Italia ha ricevuto nel 2022 il premio Malaparte) e si occupa di modo sofisticato di cultura.
Dopo aver letto Un’Odissea sarebbe facile pensar questo di lui, fine grecista immerso nella luce meridiana di un passato tutto ‘occidentale’ e ‘razionale’; ebbene questo suo primo romanzo, pubblicato negli Stati Uniti nel 2006, è stato per il suo arco creativo, una freccia fondamentale, ed è quella del suo passato, delle sue origini.

Chi, come me, fosse sazio della letteratura che utilizza l’olocausto o meglio, i campi di concentramento nazisti, come metafora del male universale, passe-partout con cui risolvere trame intricate e tutto sommato scontate (ho almeno un paio di esempi in testa ma non li farò), storcerà giustamente il naso verso l’argomento. Si tratta infatti della ricerca dei propri parenti, non antenati ma parenti prossimi: zie e zii, prozie nonni … di cui, nelle feste tradizionali cui il piccolo Daniel partecipava da bambino si parlava per accenni, usando parole allusive che gli adulti coglievano al volo e a cui rispondevano in modo altrettanto criptico.
Mendelsohn ritorna con la memoria a quelle strane allusioni, anche sollecitato dal ritrovamento di alcune lettere, e inizia un percorso a ritroso alla ricerca, appunto, degli “scomparsi”, che tali non sono o almeno non tutti. All’epoca cercarono scampo in nuove terre, dove si sentivano al sicuro, e oggi (l’oggi del narratore) la loro memoria corre con affetto e timore a quegli anni. La diaspora è mondiale, letteralmente: Mendelsohn è costretto a girare per il mondo per trovare i testimoni ancora in vita, alla fine, grazie a ricordi frammentari che l’autore pazientemente mette insieme per ricostruire una storia, e quindi delle esistenze, di nuovo torna al punto di partenza, a finalmente comprende le allusioni, gli accenni, i ricordi che gli adulti di allora gli avevano taciuto, che è un modo di diventare adulto lui stesso.
Cos’è allora – a parte l’argomento che oggi è diventato quasi banale, ma urticante per il motivo opposto: le vittime di allora si sono trasformate negli aguzzini di oggi – che rende il libro interessante e appassionante? Anche qui in primo luogo la lingua di Mendelsohn, che è flessibile, acuta, profonda senza mai essere petulante o sentenziosa. Sappiamo come andrà a finire, o perlomeno lo intuiamo, ma pure non possiamo staccarci da questo percorso che corre a zig zag lungo tutto il pianeta, in cui ogni punto di arrivo è anche un nuovo punto di partenza e ogni risposta è anche una domanda, un mistero da risolvere. Ripeto, la capacità narrativa dell’autore è così catturante – e Un’Odissea ne è un’altra dimostrazione, con il fitto intreccio di vari piani temporali e percettivi, del tutto integrati nel tessuto narrativo – da renderci partecipi della sua necessità di sapere, di scoprire, di arrivare alla soluzione di questo puzzle apparentemente irrisolvibile. Ma, lo sappiamo come lo sa Mendelsohn, il passato non passa con la morte: le memorie, i ricordi dei singoli come le parole scritte, le lettere, i documenti (i filologi li chiamano non a caso monumenti) sono sempre lì, e anche se tutto ciò conduce a una piccola stanza sotterranea e senza finestre il lungo viaggio sarà valsa la pena.
Lucio Turchetta*

*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.

