Caterina Villa, “Misurare il vuoto” (Lindau, 2026)
Dalle sponde nebbiose del Lago Trasimeno Caterina Villa ci racconta “Misurare il vuoto” (Lindau), dove una roulotte abusiva e scrostata smette di essere un semplice relitto della periferia rurale per diventare confessionale discreto e rifugio per le anime tormentate.
Il romanzo è un labirinto sotterraneo, fatto di tratti poetici e onirici attraverso i quali si attraversa il vuoto esistenziale, inteso non come assenza, ma come l’ingombro pesante di ciò che non è stato vissuto, che ci rende bloccati e sopraffatti da una vita più forte e più audace di noi.
Lo stile di Caterina Villa è molto sensoriale, e trasforma sentimenti astratti attraverso immagini concrete: il dolore è “un seme duro che scheggia i denti” e la solitudine si fa materia attraverso l’uso delle molte metafore che richiamano gli odori e i rumori del lago, creando un’atmosfera sospesa.
Al centro della vicenda troviamo tre solitudini che si incrociano attorno a questo “purgatorio di lamiera”. Nicola, il custode, è un uomo che vive nell’arrendevolezza della fine vita; pervaso da una malattia gravissima, ha scelto di lasciarsi morire, così come in passato ha lasciato andare il suo grande amore.
Accanto a lui si muove Ofelia, una ragazza rimasta immobile per anni, orfana di una madre che le ha negato l’affetto e terrorizzata dall’idea di compiere anche un solo passo verso il futuro.
A scuoterla dal torpore è l’incontro con Simone, un ragazzo segnato dall’autolesionismo e dall’abbandono dei genitori, il cui rancore sembra condensarsi tutto nel ricordo di una vecchia vestaglia a pois.
Il ritmo del romanzo riflette perfettamente l’evoluzione dei protagonisti: inizialmente lento e meditativo, segue l’inerzia e il torpore di Nicola e Ofelia. Tuttavia, con l’emergere della componente thriller e lo scorrere del tempo, il tempo viene scandito da un’accelerazione progressiva.
A rompere l’equilibrio arrivano un biglietto firmato da “T.”, lasciato proprio nella roulotte e l’imminente inesorabile rimozione del mezzo abusivo da parte del comune. Questi elementi introducono da un lato un mistero macabro, che agisce da catalizzatore, e dall’altro l’urgenza del ritrovamento del proprietario del mezzo, che costringono i tre personaggi a trasformare la propria mancanza di coraggio in una forza inaspettata e a affrontare finalmente una introspezione rimasta sempre sulla superficie, come a galleggiare sulle acque scure e inerti del lago.
L’intreccio finale fa affondare e riemergere mostri, fantasmi, paure, ricordi che vorticosamente portano il lettore verso una domanda conclusiva: quanto può essere salvifico misurare il proprio vuoto con lo spettrometro della razionalità?
Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

