Global Sumud Flotilla: chiamare le cose con il loro nome, di Vincenzo Franciosi

Partiamo dai fatti più recenti, perché è sempre lì che il linguaggio viene messo alla prova: nella contemporaneità, non nelle astrazioni, non nei grandi sistemi teorici, ma nel punto esatto in cui ciò che accade e ciò che viene detto che accade entrano in collisione.

Partiamo da qui, non per scelta retorica ma per necessità: dall’abbordaggio della Global Sumud Flotilla. Un’azione civile, dichiarata, pubblica, che tenta di raggiungere Gaza via mare e che viene intercettata in acque internazionali dalla marina militare israeliana. Non siamo davanti a un incidente, né a un’operazione opaca: siamo davanti a un atto deliberato di interdizione che si colloca fuori da qualsiasi quadro ordinario di diritto internazionale, e che proprio per questo viene immediatamente ricondotto, nel linguaggio ufficiale, a una formula legittimante — sicurezza, prevenzione, autodifesa.

È qui che il problema si pone con la massima evidenza. Non nel fatto in sé, che è visibile, documentato, ripetuto. Ma nel modo in cui viene nominato. O meglio: nel modo in cui il linguaggio interviene per assorbire l’evento, neutralizzarlo, renderlo accettabile.

La vicenda della Global Sumud Flotilla non è un episodio marginale. È uno di quei momenti in cui la distanza tra realtà e narrazione diventa insostenibile, in cui il dispositivo si mostra senza più bisogno di essere smascherato, perché è già esposto.

Da questo punto in poi, il problema non è più vedere ciò che accade. È accettare che le parole vengano svuotate fino a significare il contrario di ciò che dicono.

Chiamo le cose con il loro nome: genocidio. Non come parola d’ordine, ma come necessità del linguaggio. Se un’azione sistematica colpisce una popolazione civile in quanto tale, se ne distrugge le condizioni materiali di esistenza — acqua, cibo, spazio, mobilità — e se questa distruzione viene giustificata come inevitabile, allora il problema non è più trovare un termine prudente, ma evitare l’eufemismo. In questo senso, la parola non è un eccesso: è ciò che resta quando tutte le attenuazioni hanno già fatto il loro lavoro. E insieme a questa parola, chiamo per nome il sistema che la rende possibile: apartheid, quando il diritto separa e gerarchizza le vite; colonialismo, quando la terra viene sottratta e amministrata come spazio disponibile; disumanizzazione, quando un popolo viene ridotto a minaccia biologica, demografica, militare; impunità, quando tutto questo può ripetersi senza conseguenze.

Questo slittamento del linguaggio non riguarda solo gli eventi, ma anche le identità. La sovrapposizione tra Stato di Israele e popolo ebraico è uno dei meccanismi più efficaci e più perversi di questo processo. Israele si definisce Stato ebraico; ampi settori della diaspora assumono questa definizione come naturale, come dato identitario, come continuità storica. Ma nel momento in cui un goy, un gentile, un non ebreo prende sul serio quella stessa identificazione, la assume come premessa e ne trae conseguenze critiche, viene accusato di antisemitismo.

È qui che il dispositivo si chiude. Quando serve a proteggere Israele, l’identificazione è sacra, indiscutibile, necessaria. Quando serve a criticarlo, diventa improvvisamente intollerabile, trasformata in odio razziale. Non è una contraddizione: è una tecnica. Una forma di immunizzazione morale che impedisce qualsiasi presa di posizione esterna. Se separi, neghi; se colleghi, odi. Non esiste una via che non sia già prevista dal sistema, perché ogni posizione si trasforma in colpa prima ancora di essere ascoltata.

Non è un caso isolato. I fatti continuano a imporsi con una ostinazione che nessun linguaggio riesce davvero a cancellare.

Resta la torta di compleanno di Itamar Ben-Gvir, pubblicata e mostrata in video, con un cappio come decorazione. E qui non si tratta di fermarsi all’aneddoto, alla curiosità morbosa o al cattivo gusto. Il punto è il simbolo. Il cappio non è un dettaglio ornamentale. È un segno storico della morte pubblica, della punizione esemplare, del corpo esposto come avvertimento. Se quel segno viene associato ai palestinesi e trasformato in immagine celebrativa, non siamo più davanti al cattivo gusto: siamo davanti alla normalizzazione simbolica dell’eliminazione.

Restano Thiago Ávila e Saif Abukeshek, fermati dopo l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla, accusati pretestuosamente con formule che pretendono di trasformare un’azione civile in terrorismo, e sottoposti a ciò che, al di là di ogni cautela lessicale, deve essere chiamato con il suo nome: tortura. Non esiste un linguaggio neutro per descrivere un corpo piegato, isolato, costretto, sottoposto a violenza sistematica. Ogni eufemismo è già una forma di complicità.

Resta Eithan Bondì, arrestato dopo aver sparato contro manifestanti dell’ANPI il 25 aprile. Anche qui, la tentazione è quella di archiviare il fatto come episodio isolato, deviazione individuale, anomalia. Ma il problema non è più il gesto singolo: è il contesto che lo rende possibile, pensabile, quasi inevitabile. Singoli, ormai, sono quelli che si oppongono.

E tuttavia, tutto questo non è comprensibile se lo si riduce solo al piano politico o militare. C’è una radice più profonda, che attraversa i secoli e riemerge oggi sotto forma di linguaggio. È la radice teologica dell’elezione, dell’appartenenza, della separazione.

L’idea di “popolo eletto” non è una semplice categoria religiosa. È una struttura mentale, una forma di organizzazione del mondo. Implica un “noi” e un “loro”, una promessa esclusiva, una legittimazione dello spazio e, inevitabilmente, la costruzione del nemico. All’interno di questa struttura si colloca anche il concetto di kherem, la consacrazione allo sterminio, la distruzione totale del nemico come atto non solo permesso, ma sacralizzato.

I testi lo dicono con una chiarezza che oggi imbarazza: nel Deuteronomio si ordina di non lasciare in vita nulla che respiri; nel libro di Giosuè la conquista si compie nello sterminio integrale; nel Primo libro di Samuele l’ordine contro Amalek include uomini, donne, bambini, lattanti e animali. Non sono margini, non sono eccezioni: sono parte di una grammatica.

Quando Benyamin Netanyahu richiama Amalek, non sta facendo una citazione erudita. Sta attivando questa grammatica. Sta trasportando nel presente un immaginario di annientamento che, una volta riattivato, non resta simbolico.

È qui che la formula delle “radici giudaico-cristiane” rivela la sua funzione ideologica. Le radici cristiane non proseguono quelle giudaiche: le mettono in crisi. Il Nuovo Testamento spezza la linearità di questa logica: la salvezza non coincide più con l’appartenenza, e l’universalizzazione rompe il legame tra identità e redenzione. “Amate i vostri nemici” non è una variazione: è una frattura. Ridurre tutto a continuità serve a costruire un’identità politica, non a descrivere una realtà storica. E mentre si parla di radici, la realtà continua a prodursi.

Il colonialismo israeliano non è solo militare. È linguistico, teologico, mediatico. È un sistema che non si limita a esercitare la forza, ma pretende di stabilire anche i limiti del linguaggio — e del diritto — con cui quella forza può essere nominata. Bombarda e poi disciplina le parole. Distrugge e poi definisce cosa è lecito dire della distruzione.

A questo punto, il problema non è più complesso. È semplicemente evidente.

Nessuno Stato è sacro. Nessuno Stato è intoccabile. Nessuna memoria, nemmeno la Shoah, può diventare licenza per uccidere, opprimere, affamare, sequestrare, torturare, umiliare, distruggere.

Chi chiama tutto questo autodifesa non è neutrale. Chi invoca prudenza davanti al genocidio non è prudente. Chi tace non è fuori dal crimine. Gli sta facendo spazio.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Napoli, due giorni con David Grossman: pace e letteratura, di Amedeo Borzillo

“David, noi stasera ti consegniamo un riconoscimento che si chiama Pellegrini di Pace, e mi sembra un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada, è cammino, è pellegrinaggio.”

Con questa immagine intensa, il vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha accolto Grossman, protagonista di un programma dedicato alla parola come strumento di dialogo e riconciliazione.

Il primo appuntamento ha visto lo scrittore ricevere il premio Pellegrini di Pace “per il suo instancabile impegno pubblico e culturale a favore del dialogo, della non violenza e della giustizia”.

Ringraziando il pubblico, Grossman ha affrontato con voce ferma i temi del dolore e della responsabilità collettiva: “È difficile confrontarsi con la sofferenza dell’altro, soprattutto quando in parte ne siamo responsabili. Eravamo molto vicini alla pace, ma dopo ciò che è accaduto ci vorranno anni per ricostruire un equilibrio tra i due popoli.

Il giorno successivo, l’autore di “A un cerbiatto somiglia il mio amore“, nato a Gerusalemme nel 1954, è salito sul palco del Teatro Sannazzaro per un incontro promosso da Maurizio de Giovanni, presidente del Premio Napoli.

Lo scrittore napoletano ha definito Grossman “un autore capace di rendere straordinario ogni frammento di scrittura, dal primo romanzo all’ultimo articolo, per la sua capacità di declinare il coraggio e l’umano oltre ogni confine”.

Citando Carlo Levi – “le parole sono pietre” – De Giovanni gli ha chiesto quale valore attribuisse oggi al linguaggio. Grossman ha risposto con la consueta lucidità: “Quando scrivo sento il peso di ogni parola, e la sfida più grande è restarne fedele. Le parole non vanno lanciate nel computer: devono conservare la loro unicità. Viviamo in un bombardamento linguistico, e dobbiamo preoccuparci del loro significato profondo.” Da qui il suo invito a vigilare sulle manipolazioni del linguaggio, responsabilità che, ha detto, “spetta a tutti: insegnanti, giornalisti, scrittori, tassisti, a chiunque abbia a cuore la cultura”.

De Giovanni ha poi definito Grossman “il grande narratore della compassione”, ricordando come la sua scrittura traduca l’empatia in una forma di resistenza morale.

Alla domanda su quale fosse la storia per lui più cara, Grossman ha confessato di non saper scegliere: “Quando scrivo parto da una situazione in cui tutto può accadere. Invento una realtà, poi la sento insufficiente, e cerco qualcosa di nuovo, perché la letteratura non riproduce: crea. Quando riesco a dare vita a una voce autentica, lì nasce la letteratura.”

L’autore ha poi riflettuto sul conflitto israelo-palestinese, ribadendo la necessità di cambiare narrazione: “Da più di un secolo ripetiamo sempre la stessa storia. Servono nuove parole, un nuovo modo di raccontare per far nascere qualcosa di diverso.” E ha aggiunto, con un esempio provocatorio: “Se l’8 ottobre Netanyahu avesse incontrato i leader palestinesi per dire: ‘Dopo ciò che abbiamo visto, potremmo scegliere un’altra direzione’, forse si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo racconto.

Nelle battute finali dell’incontro, De Giovanni ha chiesto a Grossman come riesca a conciliare il suo forte legame con la propria comunità con il dissenso verso chi la governa. Lo scrittore ha risposto sorridendo: “In realtà amano i miei libri, ma odiano la mia politica.

Amedeo Borzillo 

Eventi Randagi: Mario Capanna a Napoli con Luigi de Magistris, Omar Suleiman e Amedeo Borzillo, foto di Ciro Orlandini e servizio del tg3 Campania

La “soluzione imprescindibile” per la pace nel libro Palestina-Israele

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