Philip Roth: “Operazione Shylock” (Adelphi 2026, trad. di Ottavio Fatica), di Claudio Musso

«Ammaliato da questi personaggi suggestivamente spumeggianti nel profluvio di discorsi pericolosi, vorticanti in un turbinio di vedute contraddittorie — e senza alcun minimo controllo su questo ping-pong narrativo dove ho tutta l’aria di essere la pallina bianca — ero semplicemente soggetto, come mai in precedenza, al rinnovato e intensificarsi dell’eccitazione.»

Quando si aprono le corpose pagine di Operazione Shylock si ha l’impressione di trovarsi davanti ad un uomo che ha smarrito non tanto la ragione quanto il proprio centro di gravità. Philip Roth arriva a Gerusalemme reduce da una crisi farmacologica, intorpidito, vulnerabile, come se la realtà avesse smesso di aderire perfettamente a sé stessa. Ma invece di raccontare una guarigione o una discesa nella paranoia, costruisce qualcosa di più conturbante, da controesodo: il resoconto di uno scrittore che si affaccia sull’orlo della propria immaginazione e scopre che laggiù non lo attende il suo riflesso ma una moltitudine e forse la messa in scena di una confessione che non è mai del tutto affidabile.

Immaginiamo Roth sul bordo di una cavità piena d’acqua. Una superficie scura, percorsa da correnti invisibili. Si sporge per cercare un sé stesso insieme familiare e estraneo e ciò che vede dapprima gli restituisce un volto riconoscibile. Poi l’immagine si anima. Comincia a parlare. Pipik, il falso Philip Roth, il sosia che gli sottrae nome e biografia per predicare il diasporismo, l’utopia malinconica di un ritorno degli ebrei aschenaziti europei nelle terre da cui la Storia li ha espulsi, un argomento, questo, impronunciabile nel dibattito ebraico e israeliano degli anni ‘90. Ma una volta incrinata la superficie, il fenomeno diventa irreversibile. Dal fondo emergono, una dopo l’altra, figure: l’amico palestinese, l’ambiguo Smilesburger, i sopravvissuti, gli agenti segreti, gli ideologi, i testimoni del processo alla maschera storica di Demjanjuk, oratori tirannici che occupano pagine intere con i loro monologhi e ai quali l’autore concede parola senza più mediazione apparente. E non consideriamoli personaggi nel senso tradizionale del termine, sono piuttosto voci convesse che reclamano il diritto di esistere. E ancora: il falso Roth non è solo il personaggio pubblico che, partecipando in prima persona ai dibattiti e facendosi promotore di iniziative, da scrittore non è mai voluto essere ma è anche ciò che ritorna a tormentare il vero Roth americano assimilato: la possibilità che la storia ebraica non possa mai davvero chiudersi dentro una vita normale e borghese tra «l’annegamento nella bagnarola di te stesso».

Roth non si affretta a ridurre queste apparizioni a una sintesi, non imbastisce un processo per arrivare a una sentenza ma costruisce un teatro dell’assurdo controllato in cui ogni voce sale sul palco per pronunciare la propria determinazione. E a tutte cede i riflettori. C’è qualcosa di shakespeariano in questa generosità. Come lo Shylock de Il mercante di Venezia, che diventa tragico proprio quando gli si concede la parola, anche i personaggi di Roth non sono mai ridotti a funzioni narrative. Ognuno porta con sé una visione del mondo, un’apologia, una ferita, una teoria della storia. Lo scrittore li lascia parlare, spostando geografie e geometrie, fino a quando la loro voce comincia a incrinare la sua. Ma sempre convinto che, se certe domande sono necessarie, quando diventano assolute possono trasformarsi in delirio e che la letteratura non deve convertirsi in una missione.

È qui che Operazione Shylock, oggi in una nuova edizione Adelphi – preceduta da un’introduzione di Emmanuel Carrère che si può anche decidere di attraversare in fretta: il romanzo inizia, in realtà, molto prima – tradotto con estro da Ottavio Fatica, si separa da quasi tutta la narrativa sul doppio. Pipik non è un semplice sosia malvagio: è una figura che sa del suo originale più di quanto l’originale sappia di sé stesso. Non gli ruba soltanto il nome ma il monopolio dell’interpretazione. Come il Goljadkin di Dostoevskij possiede quella vertiginosa facoltà di rendere plausibile ciò che dovrebbe restare impensabile, nel senso più insidioso: fare apparire pensabile ciò che l’identità vorrebbe tenere fuori dal pensiero. Roth è tentato a trattarlo come un impostore ma più lo ascolta più scopre che le sue idee contaminano il proprio linguaggio e il resoconto di sé. A un certo punto il problema non è più smascherare l’usurpatore, è capire se esista ancora qualcosa come un Philip Roth autentico o se l’autenticità sia già stata assorbita, furtiva, nella finzione.

Da qui il testo si sposta: meno riflessione sull’identità e più sulla scrittura. Il vero doppio non è Pipik ma il rapporto dello scrittore con la propria capacità di raccontare. Per tutta la vita Roth (che all’uscita nel 1993 di Operation Shylock: A Confession ha sedici libri dietro e altri sedici davanti) ha creato alter ego, maschere, narratori ambigui, facendo parlare di sé attraverso deviazioni e scarti. Qui quelle creature sembrano essersi emancipate. Aaron, l’amico scrittore ebreo venuto a Gerusalemme per intervistarlo in ‘chiacchiere di bottega’, definisce il doppio che Roth incontra «un vuoto che fagocita il tuo dono per l’inganno»: formula che coglie il nucleo dell’“operazione”, dove l’arte di inventare identità si rovescia contro chi la esercita. Non è più Roth a produrre finzioni. Sono le finzioni a produrre Roth.

E tuttavia è qui che il libro si apre alla sua zona più instabile, non è mai del tutto chiaro se questa sia una confessione o la sua studiata simulazione. Roth si espone, si moltiplica, si contraddice ma proprio questa sovrabbondanza di esposizione suggerisce il sospetto opposto: che la confessione sia essa stessa una costruzione narrativa, una strategia ulteriore del doppio. L’autobiografia diventa così una forma sofisticata di mascheramento?

Per questo Gerusalemme appare sempre meno come luogo geografico e sempre più come camera d’eco della coscienza. Tutti parlano di Israele ma il romanzo insinua il sospetto che il viaggio decisivo non avvenga durante la prima Intifada, quanto all’interno dell’opera rothiana. Il diasporista, il sionista, il palestinese, il sopravvissuto, Smilesburger e altri: ciascuno sembra la materializzazione di un interrogativo che attraversa da decenni la sua scrittura. L’identità ebraica, l’assimilazione, la diaspora, la memoria della Shoah, il rapporto tra appartenenza e libertà. Gerusalemme diventa dunque il nome del luogo in cui queste questioni assumono un volto febbrile, instabile, quasi cianotico e in cui ogni uomo è responsabile non soltanto delle proprie azioni ma delle parole che mette in circolazione

Non sorprende che Roth non si presenti come il razionalista che smaschera gli inganni. Al contrario confessa continuamente la propria attrazione per essi. Si dichiara «eccitato, quasi eroticamente» dalle storie degli altri, ammaliato da personaggi che lo trascinano in un vortice di interpretazioni contraddittorie o in pagine da vangeli apocrifi. In una delle immagini più efficaci del romanzo paragona sé stesso non all’arbitro ma alla pallina di un interminabile ping-pong speculativo: le voci si colpiscono a vicenda e lui viene scagliato da una parte all’altra, anche dove non vorrebbe o forse dove ha sempre voluto essere. È una confessione decisiva per chi legge il libro come memoriale. Il protagonista di Operazione Shylock non è l’impostore ma la credibilità dello scrittore mentre riempie le ‘sue’ pagine.

Da qui deriva anche l’inquieta risonanza del libro, non priva di una evidente eco editoriale nel presente. Molti leggeranno queste pagine come un romanzo su Israele. E certamente lo sono. Ma, a ben guardare, il loro oggetto ultimo non è la politica, è la tentazione della certezza. Tutti i personaggi credono di possedere una formula definitiva: il sionista, il diasporista, il nazionalista, il profeta, il moralista, il fanatico. Roth no. La sua vera patria non è Israele né l’America né l’Europa, ma la da lui dichiarata «Casa dell’Ambiguità».

Per questo il titolo è decisivo. Shylock non è soltanto l’ebreo più noto della letteratura occidentale, è una figura che resiste a ogni definizione univoca, insieme vittima e accusatore, perseguitato e vendicatore, tragico e grottesco. Come lui, anche i personaggi di Roth sfuggono al giudizio definitivo. Operazione Shylock diventa allora il nome di una missione impossibile ma irresistibile: assegnare una volta per tutte un’identità stabile a qualcuno. A Shylock, a Roth, agli ebrei. Forse perfino alla realtà intrisa di benzodiazepina.

Alla fine le voci si ritirano e l’acqua torna calma. Ma nulla è stato risolto. L’ultimo capitolo manca. Il fondo resta invisibile. Roth continua a fissare l’abisso mentre il lettore gli sta alle spalle. Nessuno vede davvero ciò che c’è laggiù. Nemmeno lui. È questo che rende il libro così vertiginoso: non la presenza del doppio ma l’impossibilità di ricondurre il molteplice all’unità. Pipik sopravvive perché coincide con una scoperta da cui non esiste ritorno: il riflesso che cerchiamo nello specchio non è mai uno perché ogni identità contiene già le voci che la contraddicono e la letteratura, quando arriva al suo punto più alto, non le risolve, le trattiene tutte in tensione, impedendo che una sola abbia l’ultima parola…

Claudio Musso

Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.

Global Sumud Flotilla: chiamare le cose con il loro nome, di Vincenzo Franciosi

Partiamo dai fatti più recenti, perché è sempre lì che il linguaggio viene messo alla prova: nella contemporaneità, non nelle astrazioni, non nei grandi sistemi teorici, ma nel punto esatto in cui ciò che accade e ciò che viene detto che accade entrano in collisione.

Partiamo da qui, non per scelta retorica ma per necessità: dall’abbordaggio della Global Sumud Flotilla. Un’azione civile, dichiarata, pubblica, che tenta di raggiungere Gaza via mare e che viene intercettata in acque internazionali dalla marina militare israeliana. Non siamo davanti a un incidente, né a un’operazione opaca: siamo davanti a un atto deliberato di interdizione che si colloca fuori da qualsiasi quadro ordinario di diritto internazionale, e che proprio per questo viene immediatamente ricondotto, nel linguaggio ufficiale, a una formula legittimante — sicurezza, prevenzione, autodifesa.

È qui che il problema si pone con la massima evidenza. Non nel fatto in sé, che è visibile, documentato, ripetuto. Ma nel modo in cui viene nominato. O meglio: nel modo in cui il linguaggio interviene per assorbire l’evento, neutralizzarlo, renderlo accettabile.

La vicenda della Global Sumud Flotilla non è un episodio marginale. È uno di quei momenti in cui la distanza tra realtà e narrazione diventa insostenibile, in cui il dispositivo si mostra senza più bisogno di essere smascherato, perché è già esposto.

Da questo punto in poi, il problema non è più vedere ciò che accade. È accettare che le parole vengano svuotate fino a significare il contrario di ciò che dicono.

Chiamo le cose con il loro nome: genocidio. Non come parola d’ordine, ma come necessità del linguaggio. Se un’azione sistematica colpisce una popolazione civile in quanto tale, se ne distrugge le condizioni materiali di esistenza — acqua, cibo, spazio, mobilità — e se questa distruzione viene giustificata come inevitabile, allora il problema non è più trovare un termine prudente, ma evitare l’eufemismo. In questo senso, la parola non è un eccesso: è ciò che resta quando tutte le attenuazioni hanno già fatto il loro lavoro. E insieme a questa parola, chiamo per nome il sistema che la rende possibile: apartheid, quando il diritto separa e gerarchizza le vite; colonialismo, quando la terra viene sottratta e amministrata come spazio disponibile; disumanizzazione, quando un popolo viene ridotto a minaccia biologica, demografica, militare; impunità, quando tutto questo può ripetersi senza conseguenze.

Questo slittamento del linguaggio non riguarda solo gli eventi, ma anche le identità. La sovrapposizione tra Stato di Israele e popolo ebraico è uno dei meccanismi più efficaci e più perversi di questo processo. Israele si definisce Stato ebraico; ampi settori della diaspora assumono questa definizione come naturale, come dato identitario, come continuità storica. Ma nel momento in cui un goy, un gentile, un non ebreo prende sul serio quella stessa identificazione, la assume come premessa e ne trae conseguenze critiche, viene accusato di antisemitismo.

È qui che il dispositivo si chiude. Quando serve a proteggere Israele, l’identificazione è sacra, indiscutibile, necessaria. Quando serve a criticarlo, diventa improvvisamente intollerabile, trasformata in odio razziale. Non è una contraddizione: è una tecnica. Una forma di immunizzazione morale che impedisce qualsiasi presa di posizione esterna. Se separi, neghi; se colleghi, odi. Non esiste una via che non sia già prevista dal sistema, perché ogni posizione si trasforma in colpa prima ancora di essere ascoltata.

Non è un caso isolato. I fatti continuano a imporsi con una ostinazione che nessun linguaggio riesce davvero a cancellare.

Resta la torta di compleanno di Itamar Ben-Gvir, pubblicata e mostrata in video, con un cappio come decorazione. E qui non si tratta di fermarsi all’aneddoto, alla curiosità morbosa o al cattivo gusto. Il punto è il simbolo. Il cappio non è un dettaglio ornamentale. È un segno storico della morte pubblica, della punizione esemplare, del corpo esposto come avvertimento. Se quel segno viene associato ai palestinesi e trasformato in immagine celebrativa, non siamo più davanti al cattivo gusto: siamo davanti alla normalizzazione simbolica dell’eliminazione.

Restano Thiago Ávila e Saif Abukeshek, fermati dopo l’abbordaggio della Global Sumud Flotilla, accusati pretestuosamente con formule che pretendono di trasformare un’azione civile in terrorismo, e sottoposti a ciò che, al di là di ogni cautela lessicale, deve essere chiamato con il suo nome: tortura. Non esiste un linguaggio neutro per descrivere un corpo piegato, isolato, costretto, sottoposto a violenza sistematica. Ogni eufemismo è già una forma di complicità.

Resta Eithan Bondì, arrestato dopo aver sparato contro manifestanti dell’ANPI il 25 aprile. Anche qui, la tentazione è quella di archiviare il fatto come episodio isolato, deviazione individuale, anomalia. Ma il problema non è più il gesto singolo: è il contesto che lo rende possibile, pensabile, quasi inevitabile. Singoli, ormai, sono quelli che si oppongono.

E tuttavia, tutto questo non è comprensibile se lo si riduce solo al piano politico o militare. C’è una radice più profonda, che attraversa i secoli e riemerge oggi sotto forma di linguaggio. È la radice teologica dell’elezione, dell’appartenenza, della separazione.

L’idea di “popolo eletto” non è una semplice categoria religiosa. È una struttura mentale, una forma di organizzazione del mondo. Implica un “noi” e un “loro”, una promessa esclusiva, una legittimazione dello spazio e, inevitabilmente, la costruzione del nemico. All’interno di questa struttura si colloca anche il concetto di kherem, la consacrazione allo sterminio, la distruzione totale del nemico come atto non solo permesso, ma sacralizzato.

I testi lo dicono con una chiarezza che oggi imbarazza: nel Deuteronomio si ordina di non lasciare in vita nulla che respiri; nel libro di Giosuè la conquista si compie nello sterminio integrale; nel Primo libro di Samuele l’ordine contro Amalek include uomini, donne, bambini, lattanti e animali. Non sono margini, non sono eccezioni: sono parte di una grammatica.

Quando Benyamin Netanyahu richiama Amalek, non sta facendo una citazione erudita. Sta attivando questa grammatica. Sta trasportando nel presente un immaginario di annientamento che, una volta riattivato, non resta simbolico.

È qui che la formula delle “radici giudaico-cristiane” rivela la sua funzione ideologica. Le radici cristiane non proseguono quelle giudaiche: le mettono in crisi. Il Nuovo Testamento spezza la linearità di questa logica: la salvezza non coincide più con l’appartenenza, e l’universalizzazione rompe il legame tra identità e redenzione. “Amate i vostri nemici” non è una variazione: è una frattura. Ridurre tutto a continuità serve a costruire un’identità politica, non a descrivere una realtà storica. E mentre si parla di radici, la realtà continua a prodursi.

Il colonialismo israeliano non è solo militare. È linguistico, teologico, mediatico. È un sistema che non si limita a esercitare la forza, ma pretende di stabilire anche i limiti del linguaggio — e del diritto — con cui quella forza può essere nominata. Bombarda e poi disciplina le parole. Distrugge e poi definisce cosa è lecito dire della distruzione.

A questo punto, il problema non è più complesso. È semplicemente evidente.

Nessuno Stato è sacro. Nessuno Stato è intoccabile. Nessuna memoria, nemmeno la Shoah, può diventare licenza per uccidere, opprimere, affamare, sequestrare, torturare, umiliare, distruggere.

Chi chiama tutto questo autodifesa non è neutrale. Chi invoca prudenza davanti al genocidio non è prudente. Chi tace non è fuori dal crimine. Gli sta facendo spazio.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Napoli, due giorni con David Grossman: pace e letteratura, di Amedeo Borzillo

“David, noi stasera ti consegniamo un riconoscimento che si chiama Pellegrini di Pace, e mi sembra un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada, è cammino, è pellegrinaggio.”

Con questa immagine intensa, il vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha accolto Grossman, protagonista di un programma dedicato alla parola come strumento di dialogo e riconciliazione.

Il primo appuntamento ha visto lo scrittore ricevere il premio Pellegrini di Pace “per il suo instancabile impegno pubblico e culturale a favore del dialogo, della non violenza e della giustizia”.

Ringraziando il pubblico, Grossman ha affrontato con voce ferma i temi del dolore e della responsabilità collettiva: “È difficile confrontarsi con la sofferenza dell’altro, soprattutto quando in parte ne siamo responsabili. Eravamo molto vicini alla pace, ma dopo ciò che è accaduto ci vorranno anni per ricostruire un equilibrio tra i due popoli.

Il giorno successivo, l’autore di “A un cerbiatto somiglia il mio amore“, nato a Gerusalemme nel 1954, è salito sul palco del Teatro Sannazzaro per un incontro promosso da Maurizio de Giovanni, presidente del Premio Napoli.

Lo scrittore napoletano ha definito Grossman “un autore capace di rendere straordinario ogni frammento di scrittura, dal primo romanzo all’ultimo articolo, per la sua capacità di declinare il coraggio e l’umano oltre ogni confine”.

Citando Carlo Levi – “le parole sono pietre” – De Giovanni gli ha chiesto quale valore attribuisse oggi al linguaggio. Grossman ha risposto con la consueta lucidità: “Quando scrivo sento il peso di ogni parola, e la sfida più grande è restarne fedele. Le parole non vanno lanciate nel computer: devono conservare la loro unicità. Viviamo in un bombardamento linguistico, e dobbiamo preoccuparci del loro significato profondo.” Da qui il suo invito a vigilare sulle manipolazioni del linguaggio, responsabilità che, ha detto, “spetta a tutti: insegnanti, giornalisti, scrittori, tassisti, a chiunque abbia a cuore la cultura”.

De Giovanni ha poi definito Grossman “il grande narratore della compassione”, ricordando come la sua scrittura traduca l’empatia in una forma di resistenza morale.

Alla domanda su quale fosse la storia per lui più cara, Grossman ha confessato di non saper scegliere: “Quando scrivo parto da una situazione in cui tutto può accadere. Invento una realtà, poi la sento insufficiente, e cerco qualcosa di nuovo, perché la letteratura non riproduce: crea. Quando riesco a dare vita a una voce autentica, lì nasce la letteratura.”

L’autore ha poi riflettuto sul conflitto israelo-palestinese, ribadendo la necessità di cambiare narrazione: “Da più di un secolo ripetiamo sempre la stessa storia. Servono nuove parole, un nuovo modo di raccontare per far nascere qualcosa di diverso.” E ha aggiunto, con un esempio provocatorio: “Se l’8 ottobre Netanyahu avesse incontrato i leader palestinesi per dire: ‘Dopo ciò che abbiamo visto, potremmo scegliere un’altra direzione’, forse si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo racconto.

Nelle battute finali dell’incontro, De Giovanni ha chiesto a Grossman come riesca a conciliare il suo forte legame con la propria comunità con il dissenso verso chi la governa. Lo scrittore ha risposto sorridendo: “In realtà amano i miei libri, ma odiano la mia politica.

Amedeo Borzillo 

Eventi Randagi: Mario Capanna a Napoli con Luigi de Magistris, Omar Suleiman e Amedeo Borzillo, foto di Ciro Orlandini e servizio del tg3 Campania

La “soluzione imprescindibile” per la pace nel libro Palestina-Israele

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