L’inquietudine giovanile in De Carlo, Tondelli, Busi e Brizzi, di Sonia Di Furia

Un motivo che ricorre frequentemente nella letteratura degli ultimi decenni è il conflitto del giovane con la società degli adulti, che dà origine a insofferenza, rabbia, rivolta. Si riflette nella letteratura un dato storico oggettivo: l’inquietudine giovanile che si è manifestata in modo esplosivo a partire dalla “contestazione” del Sessantotto e che si è prolungata in varie forme nelle generazioni a seguire. 

Un precursore di queste tematiche è il Salinger del “Giovane Holden”, che non a caso resterà un libro di culto per le giovani generazioni anche nei decenni successivi. In Holden Caulfield si può ravvisare una curiosa contraddizione: da un lato c’è in lui un disperato bisogno di essere considerato “grande”, dall’altro si manifesta il rifiuto totale del mondo adulto, dei suoi falsi valori e dei suoi riti vuoti.  Però egli resta un adolescente, con tutta la sua disarmata fragilità: la sua rivolta non consiste che in una breve fuga, che si concluderà puntualmente con un rientro in seno alla famiglia. Salinger coglie con acutezza le ragioni e le manifestazioni del disagio, ma contempla anche con superiore ironia il velleitarismo di una rivolta impossibile, più immaginata che reale, destinata perciò a un inevitabile fallimento. 

In Italia negli anni Ottanta, dopo una crisi della narrativa innescata negli anni Sessanta-Settanta dalla neo- avanguardia, che aveva smantellato le forme espressive tradizionali, si assiste all’affermarsi di una narrativa di giovani, che dà voce alle tendenze e ai problemi presenti nelle nuove generazioni. 

Con “Due di due”, (1989), libro del quale si è letta e si prende in considerazione l’edizione del 2019, La nave di Teseo, Andrea De Carlo tenta l’opera ambiziosa, il romanzo di formazione, il ritratto generazionale, il quadro della società e delle ideologie dell’Italia fra il ’68 e la fine del secolo scorso. Se il libro può costituire una testimonianza preziosa, d’altro lato però vanno in esso perdute le interessanti novità di impostazione e di tecnica narrativa dei primi romanzi: l’impianto infatti torna ad essere molto tradizionale e si viene a configurare un’opera facilmente leggibile e consumabile. L’autore si concentra sulla condizione giovanile, ma in termini molto diversi dagli sfoghi tumultuosi e magmatici e dai drammi esistenziali offerti negli stessi anni da Tondelli o Busi: egli sceglie la fredda oggettività dello sguardo, che registra minuziosamente le superfici della realtà, elencando oggetti e percezioni, rigorosamente dall’esterno. Il senso di spaesamento, di estraneità al mondo sociale, di rifiuto, che accomuna i protagonisti di De Carlo ad altri personaggi giovanili della narrativa di questi anni, non si esprime in modo diretto e aperto, ma indirettamente, attraverso la registrazione impassibile, che riesce egualmente a comunicare l’estraneità e il tormento segreto, magari inconsapevole (come ebbe modo di osservare Italo Calvino, che patrocinò le prime prove dello scrittore).

Come si è accennato, il romanzo “Due di due” è un ritratto generazionale collocato sullo sfondo della storia italiana dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Ottanta. È la vicenda di due amici, conosciutisi sui banchi di un liceo milanese, accomunati dall’insofferenza per il clima chiuso e opprimente di una società conformista e immobile. Il rifiuto della scuola, in cui si proietta il peggio di quella società, li spinge a partecipare alla rivolta studentesca del ’68, da cui però si ritraggono delusi per l’involuzione dogmatica, autoritaria e intollerante dei gruppuscoli. Passano allora attraverso le esperienze tipiche dei giovani di quegli anni, vita irregolare e bohémienne, viaggi, droga. Dei due amici, la personalità più spiccata è quella di Guido Lareni, intelligentissimo, estroso, ribelle, ma anche dominato da una carica autodistruttiva, nella sua incapacità di sopportare il mondo com’è; più incolore invece è la personalità del narratore, che subisce il fascino prepotente di Guido e lo prende a modello. I percorsi dei due amici, comuni sino a un certo punto, si dividono poi nettamente: il narratore si salva dallo sbocco autodistruttivo di una vita sregolata, che lo conduce quasi in fin di vita, si ritira a vivere in una fattoria in Umbria, dedicandosi all’agricoltura e alla confezione di prodotti ecologici, e approda così a una vita sempre fuori dagli schemi borghesi, ma regolata ed equilibrata, anche affettivamente. Guido, invece, sempre eroso dalla sua inquietudine ribelle, ottiene un grande successo con un romanzo in cui ha scaricato la sua rabbia, ma finisce per compiere fino in fondo la sua parabola autodistruttiva. 

Le pagine iniziali restituiscono l’immagine di una scuola vecchia e asfittica, basata sulla ripetizione acritica di programmi superati, incapace di modificarsi, di cogliere le trasformazioni in atto nella società e nella cultura e di rispondervi adeguatamente. Anche se con una certa esasperazione caricaturale e schematica (ma non si dimentichi che il racconto è filtrato attraverso la prospettiva di un ginnasiale quindicenne, attraverso le sue inquietudini e le sue insofferenze), emerge poi la fisionomia delle insegnanti, che non sono in grado di motivare l’apprendimento, di stabilire una comunicazione con gli studenti, e si trincerano dietro il loro rigido autoritarismo. Anche la società è sentita dal ragazzo come immobile e oppressiva: il suo disgusto si rovescia contro la città brutta, caotica, inquinata e invivibile, i mass-media invadenti, il conformismo di massa, la classe politica mummificata. Il giovane avverte una forma di esclusione dalla vera vita, che sembra pulsare altrove, e un senso di esilio. 

Entrano come casualmente in scena le prime avvisaglie della contestazione, che intervengono improvvisamente a rompere quell’atmosfera con le manifestazioni in strada e le assemblee a scuola. L’assemblea è determinante per i due amici: rappresenta un’esperienza inedita ed eccitante, la trasgressione che riesce a mettere in questione un sistema che sembrava intangibile, rappresentato dall’ordine e dai rituali della scuola, e prospetta nuove possibilità vitali, nuovi rapporti tra le persone. L’esperienza dei due studenti registra poi l’involuzione del movimento, la formazione dei gruppuscoli e il loro chiudersi nel settarismo dogmatico e nell’autoritarismo intollerante. Il narratore e Guido, nella loro inquieta ansia di liberazione, sono respinti da questi atteggiamenti e vengono attratti piuttosto dall’anarchismo. Nella sua fertile e generosa vivacità intellettuale, ma anche nella sua ingenuità ancora infantile, Guido si abbandona a vagheggiare forme utopistiche di società, dove viene negata la civiltà industriale moderna, con il suo sistema consumistico, e viene proposta una regressione verso la civiltà agricola pre-moderna, organizzata in piccoli villaggi e sognata come idillicamente felice (effettivamente il movimento hippy americano cercò di realizzare comunità del genere). 

Nell’ultimo romanzo di De Carlo, “Di noi tre” (1997), vengono riprese le ambizioni di “Due di due”, l’intento di tracciare un quadro generazionale e sociale, dal 1978 al 1995 circa, attraverso la storia di due giovani, innamorati della stessa ragazza, Misia, volubile e inafferrabile. Di nuovo l’operazione offre un interessante documento delle aspirazioni e dei fallimenti di una generazione: Livio è un pittore che rifiuta il mercato ma si imborghesisce nel matrimonio, perdendo la forza dell’ispirazione, Marco è un regista d’avanguardia costretto a piegarsi a girare film di cassetta, Misia ha un eccezionale talento di attrice, che spreca con la sua continua instabilità e inquietudine. Se dei protagonisti di “Due di due” l’uno si salvava e l’altro si autodistruggeva, qui tutti e tre trovano una forma di salvezza, recuperando gli slanci giovanili dopo compromessi, cedimenti, nevrosi, degradazioni. 

Se De Carlo analizza i fenomeni con la freddezza distaccata del referto storico e sociologico, Pier Vittorio Tondelli, in “Altri libertini”, rovescia invece sulla pagina tutta la visceralità immediata del vissuto. La condizione rappresentata è quella di un’altra delusione, il contraccolpo psicologico seguito all’ultima ventata di rivolta giovanile, verificatasi nel 1977. In chi, come il soggetto monologante, un giovane intellettuale “alternativo”, deve avervi partecipato (lo si può intuire dal testo, anche se non viene detto esplicitamente), si genera un senso di soffocamento, di depressione mista a insofferenza rabbiosa. Il rifiuto si manifesta in un moto di fuga verso un “altrove” mitico e utopico, in cerca di libertà, autenticità, pienezza vitale, e si esprime in un monologo senza freni, che fluisce magmatico riproducendo tutte le caratteristiche del “parlato” giovanile. Il racconto ha la forma di un monologo, in cui il narratore parla di sé a ruota libera. Il linguaggio presenta perciò le caratteristiche del parlato, riprodotto nella sua immediatezza: un parlato molto estroso e colorito, che mescola espressioni gergali, anche crude, e riferimenti arditamente colti (chi parla è evidentemente un giovane intellettuale, proiezione dell’autore). L’inizio descrive uno stato di depressione e angoscia. I motivi che vengono addotti sembrano riferirsi a una condizione puramente esistenziale, ma se si colloca il racconto nel suo contesto si possono ricondurre agevolmente al clima della fine degli anni Settanta, gli anni del cosiddetto “riflusso”, in cui si esaurisce lo slancio che aveva caratterizzato le rivolte giovanili del decennio precedente e, in chi vi aveva partecipato, si genera un senso di soffocamento, di insofferenza rabbiosa. Sono anche gli anni del consumismo sfrenato, del carrierismo, della ricerca della ricchezza e del successo a ogni prezzo. Il giovane narratore, che rifiuta quel clima sentendone in modo intollerabile l’oppressione, cerca rifugio nella trasgressione (alcol, droga), che cela un fondo autodistruttivo. 

Una fuga è anche quella rappresentata dal giovane protagonista del “Seminario sulla gioventù” di Aldo Busi, che negli anni Sessanta-Settanta vagabonda per l’Europa conducendo una vita irregolare e precaria. Il rifiuto del mondo adulto qui si manifesta soprattutto attraverso la trasgressione sessuale. L’omosessualità è un modo per far emergere tutta l’ipocrisia che si nasconde dietro la pretesa solidità del mondo borghese, tutta la bestialità celata dietro le apparenze del perbenismo. A sua volta il protagonista rifiuta di farsi fissare in un’immagine, in un ruolo, vuole mantenersi infinitamente disponibile nella propria mutevolezza, che è garanzia di libertà. La figura del protagonista-narratore offre, qui, l’immagine di una gioventù inquieta, che rifiuta gli schemi di vita e i valori ritenuti comunemente “normali”, un’immagine legata al clima dei ribelli anni Sessanta-Settanta, in cui si svolgono i fatti narrati.

Dall’analisi-confessione del giovane emerge un bisogno assoluto di libertà, che si manifesta come odio e rancore, come volontà di sfida e di vendetta verso una società borghese irrigidita nella sua ricerca di solidità e sicurezza, peraltro ipocrita. ll ragazzo accetta di prostituirsi, ma così facendo smaschera la falsità di quelle persone “normali”, le denuda di fronte a se stesse e alla società e fa loro toccare il fondo della loro bestialità accuratamente rimossa. A differenza di esse il protagonista è infinitamente mutevole, rifiuta di farsi fissare in un ruolo, in una parte (ad esempio si sente estraneo all’interpretazione che gli studenti delle Belle Arti vogliono imporre di lui). Si definisce “specchio mobile” in cui si riflette la molteplice fisionomia della società. Verso la normalità borghese prova un sentimento ambivalente, fatto di odio ma anche in un certo modo di amore: essa lo attira perché vi trova molto da distruggere.

Comunque, in tutti questi eroi giovanili, dietro a così diverse manifestazioni di rifiuto, dietro agli impulsi aggressivi rivolti contro il mondo esterno, si rivela una forte componente autodistruttiva. Il protagonista di De Carlo, Guido Lareni, si schianta con la sua auto contro un palo, una fine in un certo modo voluta e cercata; quello di Tondelli, oltre a esprimere la sua ricerca di libertà con la corsa folle nella notte, si distrugge con droghe e alcol; quello di Busi, che si analizza con elegante lucidità, definisce la sua vita errabonda come un “disperatamente frivolo cupio dissolvi“. In questi eroi si può quindi riconoscere una carica tragica, che manca invece totalmente al ginnasiale di Enrico Brizzi. Sono passati due decenni quindi la società rappresentata in “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è ben diversa. Se vi è ancora confitto tra il giovane e la famiglia, la scuola, la società, esso si risolve in forme ludiche, giocose e lievi. Il ragazzo protagonista è ben lontano dal mettere in questione la propria esistenza abituale con il rifiuto. La sua è piuttosto un’estraneità irridente, un chiudersi compiaciuto nel bozzolo protettivo dell’adolescenza, con i suoi feticci (dischi, libri, capi di abbigliamento) e con i suoi riti (le corse in bicicletta, il casto amore per la coetanea). Del tutto superato è anche il sesso come strumento di contestazione dei tabù sociali e di libera autorealizzazione, che era stato uno dei motivi centrali della rivolta giovanile. Se l’atteggiamento dell’eroe non è veramente critico verso la realtà in cui è immerso, anche lo sguardo con cui l’autore contempla il suo personaggio non è critico, ma più che altro impostato su una benevola ironia che tradisce una sostanziale complicità. In definitiva, se negli altri eroi giovanili si manifesta una tensione apocalittica, un rifiuto totale che rientrava ancora nelle coordinate del “moderno”, in Jack Frusciante trionfa ormai il clima del “post-moderno”. 

Si può concludere con un’osservazione generale. Tutti questi eroi giovanili sono in certo modo degli intellettuali, per lo meno in embrione: al disagio che nasce dal fatto che i giovani col loro bisogno di libertà e di immediata autenticità vitale si sentono estranei alla società consumistica e omologante, ipocrita e sclerotizzata, si unisce un disagio addizionale che deriva dalla loro condizione di intellettuali.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

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