Danilo Chirico per “La figlia del clan” (Piemme, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Danilo Chirico, “La figlia del clan: un cognome da nascondere un destino da riscrivere” (Piemme, 2026)

“Dormi dormi tu che puoi,

Io cerco una risposta a questi errori miei.

Timida la luce che mi fa compagnia

è stanca anche lei in questa vita mia

vuota, triste e amara,

se non fosse per il tuo sorriso che di giorno la rischiara.

Dormi dormi tu che puoi,

non voglio che conosci i pensieri miei.”

La scrittura di Danilo Chirico in La figlia del clan (Piemme Edizioni) si muove con un rigore documentale che non cede mai alle lusinghe della narrativa di genere, preferendo farsi testimonianza civile. Al centro dell’opera troviamo il racconto del crimine, ma soprattutto quello di un destino imposto: quello di Giuseppina Pesce, nata a Rosarno in una delle famiglie più potenti della ’ndrangheta mondiale.

L’autore sceglie una strada complessa, rinunciando alla struttura classica del romanzo per affidarsi alla nuda cronaca dei fatti e alla precisione degli atti processuali. Ne emerge la dimensione claustrofobica di una realtà in cui il controllo del territorio avviene attraverso un “metodo quasi democratico”, basato sul consenso sociale prima ancora che sulla violenza manifesta.

Il libro esplora con crudezza il paradosso di un’educazione costruita su codici arcaici e distorsioni valoriali, dipingendo un ritratto familiare intricato, dove il boss Salvatore Pesce non ricalca il cliché cinematografico del padre padrone, ma si rivela un uomo capace di delegare il comando domestico alle donne, di coltivare la fede religiosa attraverso una Bibbia rilegata in oro e di gestire il potere mafioso tra processioni, partite di calcio e l’amore per la radio.

Chirico, descrivendo questa quotidianità, ci mostra come la ’ndrangheta non sia un’entità esterna, bensì una realtà che si mimetizza nella normalità. In questo contesto, la ribellione di Giuseppina diventa un atto di rottura quasi inconcepibile, dove il tradimento del legame matrimoniale è considerato persino più grave della collaborazione con la giustizia.

seconda parte

“Io ho denunciato, ho cambiato vita, ma io sono una Pesce e quindi devo buttare sangue fino a quando muoio.”

Il mondo fatto di violenze subite, matrimoni forzati e segregazione si intreccia indissolubilmente con la cronaca giudiziaria guidata dalla magistrata Alessandra Cerreti. Tuttavia, la storia di Giuseppina Pesce non è lineare, ma colma di contraddizioni: è la storia di una donna che, pur avendo cambiato vita, sente ancora il peso di un cognome che definisce come una “tara nel DNA”.

Il legame con la famiglia appare indissolubile nonostante le minacce, le menzogne, l’indifferenza e l’inasprimento e i maltrattamenti subiti anche dai suoi figli, per via della collaborazione con i magistrati. E risulta paradossale che Giuseppina arrivi a considerare che la sua forza nel testimoniare contro la sua famiglia derivi proprio dai valori trasmessi da suo padre, un uomo su cui pesa una condanna per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, che non ha mai mostrato segni di pentimento e che si è sempre rifiutato di collaborare con la giustizia. 

La vera riflessione che il libro ci offre è quella sulla libertà. Giuseppina non sceglie la magistratura solo per il bene dei figli o per un avvenire che, dopo quindici anni di fughe e sotterfugi, appare ancora minato. Denuncia perché le è stata tolta la cosa più preziosa: la possibilità di scegliere.

Il suo percorso non è immediato: inizialmente non regge al peso dell’arresto, decide di collaborare, poi torna indietro, ritratta e rinnega le sue confessioni, mettendo in crisi un sistema costruito in settimane di interrogatori. Solo quando realizza che il prezzo da pagare sarebbe la perdita del rapporto con i figli e il loro giudizio morale, decide di ricominciare. 

“Mamma, io voglio stare con te, io non voglio vivere con gli altri. Tu sei la mia mamma e senza di te non sono niente, qualsiasi scelta farai ti seguirò.”

In questa altalena emotiva, è il sostegno della figlia Chiara a fare la differenza: di fronte alla prospettiva di una costrizione ancora più feroce di quella vissuta da fuggiasche, Giuseppina trova finalmente la forza per non tornare più sui suoi passi.

La figlia del clan è un’analisi sulla capacità di trasformare il “buio” in luce. Attraverso l’uso delle fonti e del dialogo diretto, Chirico documenta come la vera sfida al potere mafioso non passi solo dalle aule di tribunale, ma dalla volontà di una madre di spezzare la catena di un destino già scritto.

Si evidenzia il grande potere femminile, lo stesso che come buio tramanda valori distorti e non mostra alcuna solidarietà con le altre donne, ma impone una stretta gerarchia basata sull’accettazione e sul silenzio, ma che si fa luce proprio quando “come nella primavera araba” le donne come Giuseppina Pesce diventano motori di una rivoluzione.

La figlia del clan è un libro che non cerca di intrattenere, ma di svelare la verità, elevando la cronaca a strumento nobile per comprendere la realtà ancora oscura del nostro Paese, puntando l’occhio di bue su questo incredibile potere, che trasforma la coscienza civile, o parte di essa, in quei territori che sembrano dormienti, arrendevoli e destinati a finire nel dimenticatoio.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Andrea Sceresini per “Di guerra e di altre schifezze” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Andrea Sceresini, “Di guerra e di altre schifezze – Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina” (Minimum Fax, 2026).

prima parte

​«La guerra è una grande opportunità, nessuno vuole dirlo perché rovinerebbe l’immagine del reporter senza macchia e senza paura. Invece bisogna immaginare che un conflitto è come una vena d’oro e i reporter saltano su carri e cavalli correndo a cercare la pepita più grossa.»

​Il libro di Andrea Sceresini, Di guerra e di altre schifezze. Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina (Minimum Fax), fa a pezzi l’immagine idealizzata dell’inviato in prima linea attraverso una cronaca che pone al centro sia i protagonisti, sia il sistema informativo che li nutre. L’autore descrive il giornalismo nelle zone di conflitto non come una missione umanitaria, ma come una ricerca di profitto e visibilità, facendo emergere l’egoismo che muove parte del mondo dell’informazione, dove il dolore altrui diventa il «mascara della tragedia» utile a rendere lo sguardo del cronista più magnetico per il pubblico dei talk show.

​In questo contesto, l’Ucraina non appare come la democrazia specchiata descritta dalla propaganda occidentale, ma come un sistema politico ed economico molto simile a quello russo, dove gli undici partiti di opposizione sono fuorilegge e l’informazione è concentrata in un unico canale governativo.

seconda parte

​Al centro del racconto c’è il meccanismo con cui la politica e la geopolitica soffocano l’informazione attraverso la censura preventiva e l’uso punitivo degli accrediti militari. Ed ecco servito il paradosso: un sistema che, per difendere i propri valori, adotta metodi repressivi che rendono invisibili i dissidenti, i renitenti o chiunque non si allinei alla narrazione del popolo eroico in armi.

​Proprio l’estetica del combattente — con il suo bagaglio di valori, che imbraccia il kalashnikov in virtù di un’ideologia di libertà e difesa della patria contro il nemico — viene messa totalmente in discussione. Sceresini narra diverse avventure (o disavventure) di guerra nella Repubblica Ucraina, fra aggressioni, interrogatori, blocchi alla frontiera e piogge di bombe; è proprio durante una di queste incursioni che si accorge di quanto la guerra, quella iniziale di posizione e di trincea con i suoi racconti dalla prima linea, sia cambiata.

​L’incontro con un’unità di dronisti ucraini — che «più che a dei normali soldati, in effetti, assomigliavano a una brigata di nerd, e senza troppe difficoltà ci confessarono che la loro grande passione comune consisteva nell’organizzare lunghi tornei di Call of Duty alla playstation» — illustra l’assurdità di un conflitto combattuto con i joystick da chi è distante chilometri dal fuoco. Per il resto della popolazione, invece, la guerra rimane una trappola fisica da subire: c’è chi non si arrende e resta a presidiare un territorio martoriato solo per una questione di mera appartenenza, e chi cerca di fuggire a ogni costo.

​Il libro documenta, da un lato, la guerra degli ultimi: anziani che scrivono su biglietti improvvisati messaggi per i propri cari, sapendo che con molta probabilità non li rivedranno più, affidandoli ai giornalisti perché li recapitino via WhatsApp; volontari in ricoveri d’urgenza senza medici, dove i pazienti vengono accolti fra le macerie con poche garze e disinfettante. Dall’altro lato, emerge l’imponente fenomeno della resistenza alla leva, riportando che «circa ottocentomila giovani ucraini si erano dati alla macchia per evitare di finire sotto le armi».

Il fenomeno della diserzione si unisce a doppio filo con quello della corruzione: «o ti nascondevi a tempo indeterminato sperando di non farti beccare, oppure pagavi una mazzetta all’ufficiale di turno per farti esentare». Ne deriva una frattura sociale netta, dove chi ha i mezzi corrompe gli ufficiali o scappa all’estero, mentre chi non li ha finisce al macello in quello che un fuggiasco definisce uno «scannamento tra pezzenti e morti di fame».

​In questo scenario claustrofobico, dopo dieci anni di racconti da tutti i fronti — russo, ucraino e separatista — ad Andrea Sceresini, come ad altri giornalisti e fotografi italiani e internazionali, è stato negato il pass stampa. Non possono più fare ritorno formalmente in Ucraina e, informalmente, nemmeno in Russia. Resta l’interrogativo sul perché, domanda alla quale nessun governo, servizio segreto o ambasciata — men che meno quelli 

italiani — ha voluto rispondere.

​Così come ai tempi della Seconda guerra mondiale, pur con i dovuti correttivi della modernità tra email, Telegram, selfie stick e reel sui social, l’informazione rimane un’arma vera e propria. È manipolata dal potere per raccontare una verità che copre anziché svelare, infiltrandosi fra le case bombardate senza guardare davvero: un mondo fatto della solita propaganda da «lavaggio del cervello» in base alla quale ci si schiera per i «buoni» o per i «cattivi». Un conflitto dove molti guadagnano e dove gli interessi economici, come al solito, forniscono l’alibi perfetto per giustificare la profonda sofferenza di chi la guerra la prova sulla propria pelle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Claudia Zanella per “Awake” (Rizzoli, 2025) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Claudia Zanella, “Awake” (Rizzoli, 2025).

Nel 2022 il dottor Christian Brogna, neurochirurgo, opera un paziente asportandogli un tumore celebrale da sveglio, in un intervento di nove ore in cui dalla sala operatoria esce la musica di un sassofono. La novità della tecnica, già utilizzata in alcuni ospedali italiani dal 2019, consiste proprio nell’eseguire dei test psicocognitivi durante l’operazione, facendo leva sulle capacità specifiche del paziente, per evitare che perda le facoltà in cui più si identifica. 

La notizia fa il giro del mondo e dall’altra parte dei giornali, Claudia Zanella, scrittrice, attrice, naturopata, sente l’urgenza di raccontare come quel ragazzo specializzando in chirurgia conosciuto anni prima per caso, abbia realizzato il suo sogno: l’awake surgery in perfetta empatia con chi si sottopone all’intervento.

Awake (Rizzoli), scritto a quattro mani da Claudia Zanella e Christian Brogna, è un’indagine profonda sulla geografia dell’identità. Attraverso la figura del protagonista (il neurochirurgo, che racconta come ha costruito la propria conoscenza girando per il mondo per salire “sulle spalle dei giganti”) il romanzo eleva la tecnica della Awake Surgery a modello di umanità applicata: la cura intesa come presenza assoluta e “restanza”, anche nelle condizioni più estreme.

​La narrazione sposta il focus dalla figura dello staff di sala operatoria come puro esecutore tecnico a quella di un esploratore che non fugge, ma cerca di abitare lo stesso spazio del paziente

L’innovazione del dottor Brogna risiede proprio nel patto pre-operatorio: una mappatura che non segue protocolli freddi, ma si modella sulle priorità soggettive. Chiedere “Cosa non vuoi perdere?” prima di incidere, sposta il baricentro dalla mera sopravvivenza biologica alla salvaguardia del sé. 

In questa dimensione, il cervello si rivela un organo plastico straordinario, capace di creare vie alternative per compensare il vuoto; un labirinto di Escher dove il chirurgo deve cambiare angolo di visione mentre opera, per svelare frammenti di realtà altrimenti invisibili.

seconda parte

Zanella tratteggia con nitidezza un elemento essenziale per chi si sottopone ad un intervento salvavita: la fragilità del tempo. 

Di fronte a una diagnosi grave, il tempo smette di essere durata per farsi unità di misura dell’angoscia: giorni, mesi, anni. Le parole del medico diventano suoni pesanti, mentre la mente del paziente si focalizza su tutto ciò che ha sempre rimandato. 

Ma la vera svolta del romanzo è il ribaltamento di ruolo: Christian da osservatore si fa oggetto, precipitando in una meningite che lo riduce a paziente. Il coma diventa così il collegamento fra vita e morte, l’aspettativa conseguente alla sopravvivenza, il dolore della perdita della speranza: un’amplificazione cognitiva dove il sintomo non è più un segno da eliminare, ma un segnale da interpretare. In questo stato di sospensione, la vulnerabilità diventa potenza cerebrale, una visione dall’alto che ridefinisce il concetto stesso di malattia.

​Il libro ci pone di fronte a una verità filosofica e scientifica: noi siamo ciò che il nostro cervello sceglie di trattenere. La memoria non è un archivio statico o una fotografia precisa di eventi passati, ma un muscolo adattivo necessario per interpretare un ambiente in evoluzione e prendere decisioni. 

Solo così riusciamo a delineare la nostra personalità e in base a ciò che il cervello decide di custodire si forma il nostro io quotidiano, fatto di piccole abitudini e grandi capacità.

Giorgio suona il sassofono durante il lunghissimo intervento perché non vuole perdere la musica. E Christian, durante l’asportazione delle cellule luminescenti rosa (quelle tumorali) tenta in tutti i modi di preservarla.

In questa connessione continua tra il rigore della sala operatoria e il suono delle note di Giorgio una domanda si propone al lettore: dove si annida l’idea dell’inferno personale? In ciò che ricordiamo o in ciò che decidiamo di dimenticare?

​Proprio la risposta a questo quesito diventa uno dei nodi centrali del romanzo. Claudia Zanella ci ricorda che il paziente non è la sua patologia, ma l’insieme dei suoi sogni, della sua spiritualità e del suo modo unico di procedere nella vita, anche quando non ricorda nulla di ciò che è stato, perché tutto può divenire un mondo nuovo. La memoria può essere un contenitore dove attingere vecchi ricordi o da riempire con delle nuove forme di sé.

In definitiva, niente è davvero per sempre, non la vita, non la memoria, non i sogni, perché tutto, come il cervello, è in trasformazione. 

Anche la speranza.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.