Daniel Mendelsohn: “Un’Odissea” (Einaudi), di Lucio Turchetta

Il libro di cui parlo è scritto con uno stile fluido e scorrevole, come se l’autore fosse appagato dalla “storia” in sé e ne riconoscesse l’oggettiva originalità, uno stile che potrebbe – oso il paragone sfidando le compagini degli ammiratori di Salinger – paragonarsi al realismo magico dello scrittore americano, meno avvertibile in Holden ma più esplicito in alcuni suoi racconti. 

Il paragone con Salinger finisce qui: pur svolgendosi negli Usa entrambi, e più specificamente in un contesto scolastico, i settantacinque anni trascorsi tra i due romanzi non sono soltanto un’era geologica ma li pongono a paradigmi diversi. Si pensi all’ossessione omofoba dell’adolescente Holden e al fatto che Mendelsohn, autore ma anche protagonista del romanzo è “out”(cioè un omosessuale dichiarato) che insegna in un campus ‘Letteratura classica’ cioè qualcosa che riguarda una cultura e un immaginario difficilmente comprendibile ai giovani americani, il mondo dell’Odissea e la Grecia del VII secolo aev [scilicet: ante era volgare], in un solo semestre poi!

L’autore-professore sa che rischi corre: far comprendere un mondo arcaico, con i suoi miti e i suoi eroi, la guerra e il ritorno, insomma tutto ciò che per noi è scontato (o meglio era scontato) e che invece deve riuscire a coinvolgere gli studenti avendo a disposizione due ore a settimana. Ma, come si sa, per rendere interessante una storia è necessario individuare un protagonista in cui identificarsi mentre nell’Odissea, almeno per i primi Libri, il protagonista non è Odisseo ma Telemaco, che peraltro scompare alla fine del Libro quarto. Solo dopo arriva il protagonista, che per sette Libri parla del proprio passato per poi iniziare a lottare, in un racconto che occupa gli ultimi dodici Libri del poema, per riconquistare il proprio regno, aiutato da Telemaco e alla fine da Penelope; come si vede una struttura narrativa sbilanciata, residuo probabilmente di profonde modifiche del testo originale, se mai esso è esistito in forma ‘definitiva’.

Ma in qualche modo molto sottile questa struttura così asimmetrica e apparentemente ondivaga, divagante, corrisponde alla vita di tutti noi e in particolare quella dell’autore, sì perché Mendelsohn permette a suo padre Jay – un insegnante di matematica in pensione – con cui ha un rapporto di cauta, reciproca stima, di assistere alle lezioni e addirittura, l’estate successiva, di viaggiare con lui nei luoghi descritti nel poema omerico. Mendelsohn-Telemaco intraprende il viaggio di ritorno, non alla propria isola ma a un passato che giace nel suo cuore, insieme a Jay-Ulisse, il quale padre però l’eroe omerico non lo sopporta, anzi lo disprezza perché è un bugiardo, un traditore, un truffatore e non si perita di gridarlo in classe ogni volta che mette in atto uno dei suoi trucchi o si abbandona alla seduzione di una donna. Il padre di Mendelsohn, di cui credo che lo scrittore abbia tracciato un ritratto fedele, difende la famiglia, l’onestà, la fedeltà e incarna – in un contesto confuso e caciarone quale dev’essere un gruppo di giovani lontani da casa – un mondo che va scomparendo, pur rivelandosi alla fine del libro tutt’altro che un ingenuo sprovveduto.

Un’Odissea parla del rapporto tra un padre e un figlio, le cui dinamiche si riverberano attraverso i millenni nelle nostre esistenze, ma è un rapporto che non esclude la madre, ma una madre che non vive l’impotenza angosciosa di Penelope, la quale – e non posso essere il primo ad averlo notato – tessendo e sciogliendo la sua tela accompagna e riflette l’intricata vicenda dei viaggi dell’eroe, le cui rotte sembrano avvicinarlo alla meta per poi cambiare e risospingerlo lontano. Oggi chiamiamo le cose con altri nomi magari, e gli dèi sono pallidi ricordi scolastici, ma tutto quello che freme nel petto dei protagonisti: il destino, l’amore e la passione, l’astuzia, la fedeltà, l’audacia e la disperazione, la speranza e l’orgoglio ruotano ancora intorno a noi indomabili, come se l’otre di Eolo si aprisse per scatenare nuove e imprevedibili tempeste.   

                                                                                                          Lucio Turchetta*

*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.

Teatro: “Nessuno. Le avventure di Ulisse” di Emanuele Aldrovandi con Stefano Accorsi, di Brunella Caputo

“Nessuno. Le avventure di Ulisse”, per la regia di Daniele Finzi Pasca e con protagonista Stefano Accorsi, racconta il mito di Ulisse in chiave moderna. 

Ulisse è un personaggio che è un’affascinante fonte di ispirazione per attori, registi e scrittori di ogni epoca. Le sue avventure oltrepassano il tempo e vivono la contemporaneità come ad essa stessa appartenenti. Si può senza dubbio affermare che l’Odissea è un viaggio avventuroso e fantastico senza tempo. 

E come l’Odissea, anche questo spettacolo si offre allo spettatore come un viaggio, il cui protagonista – uno straordinario Stefano Accorsi in Ulisse – è sia narratore che attore. 

È un viaggio denso di una carica emotiva pazzesca attraverso tutti gli episodi più significativi dell’epopea greca; un viaggio che l’eroe Ulisse compie con tratti determinanti di umanità e malinconia, senza tralasciare l’uso dell’intelligenza e della scaltrezza; un viaggio alla ricerca dell’ignoto e di sé stesso. 

Stefano Accorsi è un meraviglioso Ulisse, diverso da ciò cui siamo abituati; con la sua incredibile forma fisica rende fisica la parola; con la sua sorprendente e intensa recitazione rende giustizia alla storia.

Accorsi si muove in scena con perfezione e, allo stesso tempo, dona al suo protagonista tratti di fragilità e umanità non comuni.

Il racconto avanza impetuoso, come un flusso di coscienza, tra nostalgia e avventura. Un racconto regalato a Penelope – una  Francesca Del Duca in stato di grazia – che non resta semplicemente ad ascoltare, ma canta e incanta, suona e regola il silenzio con una voce ammaliante fatta di ritmo, melodia e anche parola. 

E così, la musica, il ritmo, la melodia e la parola, si susseguono e inseguono, si rincorrono e raggiungono in un finale mozzafiato in cui i due attori toccano l’apoteosi del loro essere in scena.

Due attori sorprendenti, dotati di forza e delicatezza – come si evince dalle note di regia – capaci di rendere il corpo elastico e potente.

La scenografia di Luigi Ferrigno completa la perfezione di questo spettacolo: una struttura meccanica (mossa a mano da attori/figure vestite di nero, nonché dagli stessi protagonisti) surreale e reale al tempo stesso, che funge da casa, mare, isola, cavallo, tempesta, approdo, confondendosi con l’identità dell’uomo, della donna e del passare del tempo. 

L’impatto visivo di tutto ciò è notevole. 

Nella narrazione non manca l’ironia a rendere le vicende del protagonista molto vicine ad un comune uomo dei nostri tempi. 

Stefano accorsi mette a nudo l’anima di Ulisse. 

Con una drammaturgia originale – il testo è di Emanuele Aldrovandi – “Nessuno” incanta e commuove, emoziona e travolge fino alla scoperta finale: sentirsi umani, come l’umano Ulisse. 

Applausi!

Brunella Caputo*

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.

Pier Lorenzo Pisano: “La somma delle cose” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Non dovrebbero esistere i grandi amori

E nemmeno gli amori grandi

Ma quanto ci costa innamorarci? Quanto costa un amore? Voglio dire, non un amore qualsiasi, un’infatuazione di passaggio, poco più di un passatempo. No, no, intendo quegli amori da film, da romanzo. Pier Lorenzo Pisano nel suo romanzo sembra riportarci proprio al centro della questione, al suo cuore. E il cuore, quante ferite ha, dopo? Sono risarcibili? 

Una volta una mia amica evidentemente provata dalla forza abbrutente della fine di una storia, mi ha detto, “Non dovrebbero esistere i grandi amori, e nemmeno gli amori grandi. Sarebbe meglio se ci fossero tutte storielle, almeno quelle non lasciano il segno”. 

Un grande amore, o un amore grande, è una sottrazione. È una lista che viene meno. Sono caselle spuntate, come i prodotti da comprare al supermercato, quelli che alla fine non comprerai mai. 

Ci sono cose che nessuno di noi vorrebbe ricordare, alla fine di un grande amore. Eppure sono le stesse a cui la mente torna, ossessivamente. L’inizio, il durante, la fine. Ma cosa è andato storto? Cerchiamo segnali, indizi che non abbiamo colto, e intanto capiamo che quella canzone non la ascolteremo più, che quel film non lo guarderemo più, che quel romanzo con tanto di dedica – dell’autore, dell’innamorato? – non lo toccheremo più. Che quel mobile ci ricorda il giorno in cui facevano trentamila gradi e per sfuggire dal caldo ci siamo rinchiusi all’Ikea, tanto dovevamo acquistare quel comodino! Ma certo, che grande idea stare tre ore a girare per un centro commerciale con meno venti. E poi l’influenza, il raffreddore, le cure che ci siamo scambiati. No, tu non eri poi così ammalato. Quel mobile su cui hai appoggiato i tuoi libri, i tuoi occhiali, la tua abat-jour, nemmeno quella la riesco più a vedere. Il pigiama sotto al cuscino, i vestiti sparsi per la camera, in bagno, il tuo spazzolino. La fine di un grande amore è come ricostruire la scena del crimine. E, in effetti, è un po’ come morire. 

La conseguenza di tutto ciò è fare i conti, letteralmente, con quella lista. Tirare una linea. Capire che, al di là di essa, non esiste più niente. Non c’è un “noi”, non c’è quel bar in cui ci si è conosciuti la prima volta davanti a un caffè, non c’è soprattutto l’ultimo caffè. Il cerchio non si chiude, la storia è difettosa, è scritta male. Nulla di più oltraggioso per uno scrittore. E questo è lo scontro con la realtà. Fuori dalle parole scritte, da quelle appuntate, fuori dalle liste c’è esattamente quel “noi”, quella polaroid sbiadita, la stessa che forse butterai, o magari conserverai in un cassetto per i momenti nostalgici. È un anfratto, un’intercapedine fra una parete e l’altra, fra il tuo ricordo e quello dell’altro. 

Pisano ne La somma delle cose non solo racconta quell’anfratto buio che, eppure, vorremmo ancora vedere illuminato – un po’ come dice Gazzelle, E non è colpa mia se tutta questa luce non ti illumina più dentro casa mia, no? –, ma, soprattutto, mette in scena la parete, e quindi la separazione, ne descrive l’atto, le fasi. E allora non leggiamo più solo la versione di lui, ma anche quella di lei. La descrizione diventa un dialogo, proprio come l’inizio di un amore, di un grande amore, che coincide con la sua fine. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Johann Wolfgang Goethe: “I dolori del giovane Werther”, di Claudio Aorta

Un classico che brucia ancora: leggere oggi “I dolori del giovane Werther”

Ci sono libri che non invecchiano perché restano uguali, altri che non invecchiano perché siamo noi a cambiare. “I dolori del giovane Werther” appartiene alla seconda specie: lo si può trovare ovunque, è un classico pienamente reperibile, ma soprattutto funziona anche oggi. Non perché racconti “solo” un amore infelice, quello lo sappiamo da sempre, ma perché mostra con lucidità il momento in cui una persona va in crisi di fronte al mondo, rivelando come la sensibilità individuale diventa sia verità che abbaglio, e la società svela i suoi limiti soffocanti.

Pubblicato nel 1774, Werther segna subito una svolta: non è un capriccio letterario, ma il racconto di un cambiamento profondo nel modo di sentire. Alla fiducia nella ragione, tipica dell’illuminismo dominante dell’epoca, si contrappone una forza nuova e inquieta: la vita interiore, il desiderio, il bisogno di essere autentici. Un conflitto che non riguarda solo i libri, ma le persone e la società del tempo.

La vicenda, in superficie, è lineare. Nella Renania settecentesca, Werther è un giovane spontaneo, istintivo, lontano dagli schemi; un ragazzo che sente troppo e che non riesce a stare dentro le regole del mondo in cui vive. Nel villaggio di Wahlheim incontra Lotte, bellissima, colta, perspicace; ma Lotte è promessa a un altro uomo, Albert. Eppure Werther se ne innamora perdutamente, fino a perdere la stabilità. 

Albert non è un “cattivo”. È, piuttosto, l’altra metà del problema: razionale, pacato, affidabile, perfino un po’ noioso. Non è il rivale di un melodramma: è la personificazione del mondo che funziona, dell’uomo che gode di approvazione sociale. Mentre Werther è l’eccezione, Albert è la regola. Il disagio del lettore nasce dal fatto che, pur simpatizzando per il fuoco di Werther, sa che la società sopravvive grazie alla solidità (forse tediosa, ma necessaria) degli uomini come Albert.

E Lotte, che non è una semplice figura angelica, vive e ascolta il confronto tra “l’uomo razionale-posato” e l’“artista-sognatore”. La protagonista del romanzo viene spesso letta come vittima o musa passiva; in realtà porta con sé una responsabilità emotiva precisa: continua ad alimentare il fuoco di Werther pur sapendo di non poter ricambiare il suo desiderio. 

In questo triangolo non c’è solo un amore che non può compiersi, ma la storia di tre modi diversi di stare al mondo: chi sente senza misura, chi vive di regole e stabilità, e chi deve scegliere tra ciò che prova e ciò che la realtà le permette.

Werther è un individuo che non si riconosce più nelle regole sociali. Sente che i modi normali di vivere — lavorare, parlare, comportarsi, progettare il futuro — non gli bastano, non lo fanno sentire a casa. È l’“esiliato” nella propria comunità che non riesce a respirare. Questa condizione di estraneità non è un vezzo romantico: è una ferita moderna, attualissima, che molti lettori riconoscono senza bisogno di vivere nel Settecento.

Qui sta il punto più delicato del romanzo: Werther non “ha ragione” contro il mondo, né vuole insegnare qualcosa. La sua forza è mostrare quanto possa far male sentire troppo. La tristezza cresce piano, prende spazio, consuma le energie, fino a spegnere anche la sua creatività. Il romanzo non celebra il tormento: racconta come il dolore, lentamente, diventi una condizione stabile.

Qui l’amore non è moderato né rassicurante: travolge. È ciò che dà senso alla vita del protagonista, ma anche ciò che finisce per chiuderlo in sé stesso. Ma per il cristianesimo il vero amore non era apertura, anziché chiusura? La distorsione avviene perché Werther trasforma Lotte in un idolo pagano, agendo con l’idolatria che lo isola da Dio e dagli uomini. Di fatto il romanzo non offre soluzioni: mostra cosa succede quando un sentimento diventa tutto, e il mondo comincia a far male.

Goethe lascia intravedere un atteggiamento critico verso la società del suo tempo, mettendo in evidenza i pregiudizi, le inconsistenze nelle relazioni sociali e quella rete di convenzioni che spesso si chiama “buon senso” e che, qualche volta, è semplicemente paura di ciò che non si controlla. In altre parole, la società a volte è un giudice. E Werther, che non sa adeguarsi, diventa un problema non perché sia malvagio, ma perché è troppo sensibile per le regole e i limiti accettati dal mondo.

La leggenda intorno a Werther è parte della sua storia: il romanzo fu percepito come un libro “pericoloso”, proibito da molti per il timore che inducesse i giovani al suicidio — il cosiddetto “effetto Werther”. Questo dato, al di là della cronaca, dice qualcosa di importante: un’opera letteraria può diventare un qualcosa su cui identificarsi, può entrare nella vita delle persone non come intrattenimento, ma come specchio. È un rischio e, insieme, una prova del suo valore: la letteratura conta quando non è più innocua.

C’è poi un aspetto spesso trascurato: il modo in cui il libro è scritto. Werther è un romanzo epistolare, e questo cambia tutto. Scrivere lettere significa parlare senza difese, dire una cosa e subito dopo il suo contrario, affidare a qualcuno ciò che non si riesce a tenere dentro. Werther scrive perché ne ha bisogno, per non crollare, per dare una forma a ciò che sente. Werther scrive a Wilhelm, ma in fondo scrive per auto-analizzarsi. Le sue lettere sono i suoi “post”, il suo tentativo di dare una narrazione coerente al suo caos interiore.

È lo stesso bisogno che lo porta ad aggrapparsi alla natura e all’arte, che nel romanzo non sono semplici comprimari. Per Werther sono il tramite più immediato per entrare in contatto con il mondo: un paesaggio, un colore, una musica lo colpiscono nel profondo, a volte più delle persone. Ma proprio perché la sua percezione passa attraverso questi filtri sensibili, la natura cambia insieme a lui: all’inizio è un giardino dell’Eden, alla fine diventa un mostro che inghiotte tutto. È il segno più evidente della sua discesa nella depressione, quando la realtà smette di essere oggettiva e si trasforma in una proiezione del suo animo distrutto.

Storicamente, I dolori del giovane Werther è stato un testo “spartiacque”: ha dato un taglio netto all’Illuminismo e ha innescato, con i suoi temi cupi e irrazionali e il suo esito tragico, un nuovo modo di intendere la letteratura che esploderà nel Romanticismo. È, in sostanza, l’affermazione che l’uomo non è riducibile a ciò che è utile, ordinato, spiegabile; che esiste una zona dell’esperienza — l’anima romantica dello Sturm und Drang — che richiede attenzione, anche quando fa paura.

Ma questa dignità non è un inno all’eccesso: è una domanda aperta. Goethe non risolve il conflitto; lo mette in scena fino alle conseguenze estreme. Leggere Werther oggi significa riconoscere una forma di alienazione che è tipica dell’uomo del ventunesimo secolo. Werther è un uomo che non riesce a sentirsi al suo posto nel mondo: non perché lo rifiuti, ma perché non riesce ad abitarlo fino in fondo. Ama, lavora, osserva, ma resta sempre come un passo indietro, o un passo troppo avanti. È una distanza sottile, dolorosa, che molti conoscono ancora oggi.

È per questo che I dolori del giovane Werther continua a essere un libro necessario: non perché offre risposte, ma perché dà voce a una domanda che, ancora oggi, non smette di far male

Claudio Aorta*

*Claudio Aorta (Napoli, 1972) vive a Roma dal 2001. Laureato in Economia e Commercio, affianca al lavoro una lunga passione per la scrittura. Nel 2025 ha pubblicato Il tempo del girasole (Balzano Editore), romanzo che intreccia viaggio nel tempo, introspezione e storia della Napoli del 1799. Collabora con la rivista Pagina Tre, per cui cura articoli e recensioni letterarie, musicali e cinematografiche, e ha scritto per diverse testate tra cui Eroica Fenice, Storie di Napoli, Glicine e Booksworld. Nei suoi lavori esplora il rapporto tra storia, fede e tempo, considerando la scrittura come uno strumento di ascolto e ricerca, oltre che di narrazione.

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026)

L’opera di Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax) è un vero e proprio manifesto utile per capire e affrontare la crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Come sottolinea Tomaso Montanari nell’introduzione, il libro ruota attorno alla riscoperta della densità semantica della parola “cura”, intesa non solo come rimedio terapeutico, ma come assistenza premurosa, protezione sollecita e custodia attiva della nostra casa comune.
Montanari evidenzia inoltre come l’umanità abbia dimenticato questa dimensione, abbandonando la fraternità sia tra gli uomini che nei confronti della natura, finendo per considerare il “progresso” ciò che in realtà conduce verso la morte del pianeta e della giustizia.

In questo scenario, il libro di De Marzo aiuta a tornare a vedere le cose per quello che sono, indicando la strada di una fraternità universale in nome della liberazione della Terra.
Il testo denuncia con forza il fallimento del modello economico tecnocapitalista fondato sull’idea della crescita economica infinita, definendolo una minaccia diretta alla nostra esistenza perché ignora i limiti del pianeta. De Marzo argomenta che non vi sono due crisi distinte, una sociale e una ambientale, ma un’unica crisi originata da una visione sbagliata che promuove modelli coloniali, patriarcali e specisti.
L’autore invita a un cambiamento culturale per trasformare la crisi in un’occasione di sovvertimento della realtà odierna, partendo dalla consapevolezza che non siamo il centro del tutto, ma una parte di una rete di vite interconnesse in cui ogni entità vivente ha il diritto di esistere e rappresenta un fine in sé.

seconda parte

Uno dei punti cardine del libro è la critica all’attuale governance politica, accusata di ignavia e di aver tradito gli impegni presi per contrastare il collasso climatico. De Marzo mette in luce come il potere di pochissimi super-ricchi sia diventato illimitato, mentre quello dei cittadini viene costretto entro margini sempre più angusti, alimentando disuguaglianze e ingiustizie ambientali che sono oggi la prima causa di povertà ed esclusione sociale. L’autore denuncia inoltre la tendenza a normalizzare il fascismo e a utilizzare la guerra come strumento politico, investendo somme enormi nel riarmo, a scapito delle politiche sociali e della riconversione ecologica.
Nonostante il quadro drammatico, il libro apre a una soluzione attraverso quella che definisce la “geografia della speranza”. Questa si manifesta nelle lotte dei movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica, che dai territori propongono alternative concrete basate sull’equità, sulla solidarietà e sul riconoscimento dei limiti planetari. L’Internazionale della Terra è dunque l’unione di questi mondi che si battono per cambiare i sistemi di governo, riconvertire le attività produttive e ricondurre l’essere umano all’interno della comunità della vita.
Con L’internazionale della terra De Marzo ci ricorda che la salvezza non verrà dall’alto o dalla semplice tecnica, ma dalla nostra capacità di ricostruire relazioni inseparabili, adattandoci alla logica della Terra per diventare, finalmente, parte della cura e non più del problema.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.