Daniel Mendelsohn: “Un’Odissea” (Einaudi), di Lucio Turchetta

Il libro di cui parlo è scritto con uno stile fluido e scorrevole, come se l’autore fosse appagato dalla “storia” in sé e ne riconoscesse l’oggettiva originalità, uno stile che potrebbe – oso il paragone sfidando le compagini degli ammiratori di Salinger – paragonarsi al realismo magico dello scrittore americano, meno avvertibile in Holden ma più esplicito negli altri suoi due libri. 

Il paragone con Salinger finisce qui: pur svolgendosi negli Usa entrambi, e più specificamente in un contesto scolastico, i settantacinque anni trascorsi tra i due romanzi non sono soltanto un’era geologica ma li pongono a paradigmi diversi. Si pensi all’ossessione omofoba dell’adolescente Holden e al fatto che Mendelsohn, autore ma anche protagonista del romanzo è “out”(cioè un omosessuale dichiarato) che insegna in un campus ‘Letteratura classica’ cioè qualcosa che riguarda una cultura e un immaginario difficilmente comprendibile ai giovani americani, il mondo dell’Odissea e la Grecia del VII secolo aev [scilicet: ante era volgare], in un solo semestre poi!

L’autore-professore sa che rischi corre: far comprendere un mondo arcaico, con i suoi miti e i suoi eroi, la guerra e il ritorno, insomma tutto ciò che per noi è scontato (o meglio era scontato) e che invece deve riuscire a coinvolgere gli studenti avendo a disposizione due ore a settimana. Ma, come si sa, per rendere interessante una storia è necessario individuare un protagonista in cui identificarsi mentre nell’Odissea, almeno per i primi Libri, il protagonista non è Odisseo ma Telemaco, che peraltro scompare alla fine del Libro quarto. Solo dopo arriva il protagonista, che per sette Libri parla del proprio passato per poi iniziare a lottare, in un racconto che occupa gli ultimi dodici Libri del poema, per riconquistare il proprio regno, aiutato da Telemaco e alla fine da Penelope; come si vede una struttura narrativa sbilanciata, residuo probabilmente di profonde modifiche del testo originale, se mai esso è esistito in forma ‘definitiva’.

Ma in qualche modo molto sottile questa struttura così asimmetrica e apparentemente sbilanciata, divagante, corrisponde alla vita di tutti noi e in particolare quella dell’autore, sì perché Mendelsohn permette a suo padre Jay – un insegnante di matematica in pensione – con cui ha un rapporto di cauta, reciproca stima, di assistere alle lezioni e addirittura, l’estate successiva, di viaggiare con lui nei luoghi descritti nel poema omerico. Mendelsohn-Telemaco intraprende il viaggio di ritorno, non alla propria isola ma a un passato che giace nel suo cuore, insieme a Jay-Ulisse, il quale padre però l’eroe omerico non lo sopporta, anzi lo disprezza perché è un bugiardo, un traditore, un truffatore e non si perita di gridarlo in classe ogni volta che mette in atto uno dei suoi trucchi o si abbandona alla seduzione di una donna. Il padre di Mendelsohn, di cui credo che lo scrittore abbia tracciato un ritratto fedele, difende la famiglia, l’onestà, la fedeltà e incarna – in un contesto confuso e caciarone quale dev’essere un gruppo di giovani lontani da casa – un mondo che va scomparendo, pur rivelandosi alla fine del libro tutt’altro che un ingenuo sprovveduto.

Un’Odissea parla del rapporto tra un padre e un figlio, le cui dinamiche si riverberano attraverso i millenni nelle nostre esistenze, ma è un rapporto che non esclude la madre, ma una madre che non vive l’impotenza angosciosa di Penelope, la quale – e non posso essere il primo ad averlo notato – tessendo e sciogliendo la sua tela accompagna e riflette l’intricata vicenda dei viaggi dell’eroe, le cui rotte sembrano avvicinarlo alla meta per poi cambiare e risospingerlo lontano. Oggi chiamiamo le cose con altri nomi magari, e gli dèi sono pallidi ricordi scolastici, ma tutto quello che freme nel petto dei protagonisti: il destino, l’amore e la passione, l’astuzia, la fedeltà, l’audacia e la disperazione, la speranza e l’orgoglio ruotano ancora intorno a noi indomabili, come se l’otre di Eolo si aprisse per scatenare nuove e imprevedibili tempeste.   

                                                                                                          Lucio Turchetta*

*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.

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