Andrea Sceresini per “Di guerra e di altre schifezze” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Andrea Sceresini, “Di guerra e di altre schifezze – Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina” (Minimum Fax, 2026).

prima parte

​«La guerra è una grande opportunità, nessuno vuole dirlo perché rovinerebbe l’immagine del reporter senza macchia e senza paura. Invece bisogna immaginare che un conflitto è come una vena d’oro e i reporter saltano su carri e cavalli correndo a cercare la pepita più grossa.»

​Il libro di Andrea Sceresini, Di guerra e di altre schifezze. Avventure e disavventure di un reporter in Ucraina (Minimum Fax), fa a pezzi l’immagine idealizzata dell’inviato in prima linea attraverso una cronaca che pone al centro sia i protagonisti, sia il sistema informativo che li nutre. L’autore descrive il giornalismo nelle zone di conflitto non come una missione umanitaria, ma come una ricerca di profitto e visibilità, facendo emergere l’egoismo che muove parte del mondo dell’informazione, dove il dolore altrui diventa il «mascara della tragedia» utile a rendere lo sguardo del cronista più magnetico per il pubblico dei talk show.

​In questo contesto, l’Ucraina non appare come la democrazia specchiata descritta dalla propaganda occidentale, ma come un sistema politico ed economico molto simile a quello russo, dove gli undici partiti di opposizione sono fuorilegge e l’informazione è concentrata in un unico canale governativo.

seconda parte

​Al centro del racconto c’è il meccanismo con cui la politica e la geopolitica soffocano l’informazione attraverso la censura preventiva e l’uso punitivo degli accrediti militari. Ed ecco servito il paradosso: un sistema che, per difendere i propri valori, adotta metodi repressivi che rendono invisibili i dissidenti, i renitenti o chiunque non si allinei alla narrazione del popolo eroico in armi.

​Proprio l’estetica del combattente — con il suo bagaglio di valori, che imbraccia il kalashnikov in virtù di un’ideologia di libertà e difesa della patria contro il nemico — viene messa totalmente in discussione. Sceresini narra diverse avventure (o disavventure) di guerra nella Repubblica Ucraina, fra aggressioni, interrogatori, blocchi alla frontiera e piogge di bombe; è proprio durante una di queste incursioni che si accorge di quanto la guerra, quella iniziale di posizione e di trincea con i suoi racconti dalla prima linea, sia cambiata.

​L’incontro con un’unità di dronisti ucraini — che «più che a dei normali soldati, in effetti, assomigliavano a una brigata di nerd, e senza troppe difficoltà ci confessarono che la loro grande passione comune consisteva nell’organizzare lunghi tornei di Call of Duty alla playstation» — illustra l’assurdità di un conflitto combattuto con i joystick da chi è distante chilometri dal fuoco. Per il resto della popolazione, invece, la guerra rimane una trappola fisica da subire: c’è chi non si arrende e resta a presidiare un territorio martoriato solo per una questione di mera appartenenza, e chi cerca di fuggire a ogni costo.

​Il libro documenta, da un lato, la guerra degli ultimi: anziani che scrivono su biglietti improvvisati messaggi per i propri cari, sapendo che con molta probabilità non li rivedranno più, affidandoli ai giornalisti perché li recapitino via WhatsApp; volontari in ricoveri d’urgenza senza medici, dove i pazienti vengono accolti fra le macerie con poche garze e disinfettante. Dall’altro lato, emerge l’imponente fenomeno della resistenza alla leva, riportando che «circa ottocentomila giovani ucraini si erano dati alla macchia per evitare di finire sotto le armi».

Il fenomeno della diserzione si unisce a doppio filo con quello della corruzione: «o ti nascondevi a tempo indeterminato sperando di non farti beccare, oppure pagavi una mazzetta all’ufficiale di turno per farti esentare». Ne deriva una frattura sociale netta, dove chi ha i mezzi corrompe gli ufficiali o scappa all’estero, mentre chi non li ha finisce al macello in quello che un fuggiasco definisce uno «scannamento tra pezzenti e morti di fame».

​In questo scenario claustrofobico, dopo dieci anni di racconti da tutti i fronti — russo, ucraino e separatista — ad Andrea Sceresini, come ad altri giornalisti e fotografi italiani e internazionali, è stato negato il pass stampa. Non possono più fare ritorno formalmente in Ucraina e, informalmente, nemmeno in Russia. Resta l’interrogativo sul perché, domanda alla quale nessun governo, servizio segreto o ambasciata — men che meno quelli 

italiani — ha voluto rispondere.

​Così come ai tempi della Seconda guerra mondiale, pur con i dovuti correttivi della modernità tra email, Telegram, selfie stick e reel sui social, l’informazione rimane un’arma vera e propria. È manipolata dal potere per raccontare una verità che copre anziché svelare, infiltrandosi fra le case bombardate senza guardare davvero: un mondo fatto della solita propaganda da «lavaggio del cervello» in base alla quale ci si schiera per i «buoni» o per i «cattivi». Un conflitto dove molti guadagnano e dove gli interessi economici, come al solito, forniscono l’alibi perfetto per giustificare la profonda sofferenza di chi la guerra la prova sulla propria pelle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

“La guerra preventiva e la dissoluzione del diritto – Iran 2026 e la crisi morale dell’Occidente”, di Vincenzo Franciosi

Ci sono momenti nella storia in cui una violazione del diritto smette di essere un incidente e diventa un sistema. In quei momenti le norme continuano a esistere nei trattati, nei protocolli e nei discorsi ufficiali, ma cessano progressivamente di vincolare il potere. Restano come formule solenni, prive della loro efficacia.

La guerra scatenata contro l’Iran da Israele con il sostegno diretto degli Stati Uniti rappresenta uno di questi momenti. Non perché sia la prima violazione del divieto di guerra tra Stati, ma perché avviene mentre lo stesso Occidente continua a proclamare il diritto internazionale come fondamento dell’ordine globale.

L’ordine giuridico costruito dopo la Seconda guerra mondiale si basa su un principio elementare: l’uso della forza nelle relazioni tra Stati è proibito, salvo in caso di legittima difesa immediata o su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo principio non è un dettaglio tecnico, ma la pietra angolare dell’intero sistema internazionale.

La guerra preventiva contro l’Iran si colloca esattamente al di fuori di questo quadro.

Non si tratta di una risposta a un’aggressione in atto, ma di un attacco giustificato sulla base di una minaccia futura. È la logica della guerra preventiva: colpire prima che l’avversario diventi pericoloso. Ma se la semplice possibilità di una minaccia può legittimare l’uso della forza, allora il principio stesso che proibisce la guerra tra Stati perde ogni significato. La norma sopravvive formalmente, ma la sua effettività scompare.

Tra i primi effetti della guerra vi sono stati bombardamenti che hanno colpito strutture civili — scuole, ospedali, infrastrutture non militari — con conseguenze tragiche per la popolazione. Uno degli episodi più drammatici, un bombardamento contro una scuola elementare femminile nelle ore di lezione del mattino, ha provocato la morte di oltre centocinquanta bambine e il ferimento e la mutilazione di molte altre.

Quando la guerra colpisce bambini, malati e civili indifesi, il diritto internazionale umanitario non lascia spazio ad ambiguità. Le Convenzioni di Ginevra stabiliscono l’obbligo di distinguere tra combattenti e popolazione civile e di proteggere in modo particolare strutture come scuole e ospedali.

Eppure la reazione dei governi europei è apparsa, ancora una volta, sorprendentemente prudente, per non dire inesistente.

Non si è assistito alla stessa indignazione che spesso accompagna altri conflitti. Non vi sono state condanne nette per questi attacchi contro civili. Le parole più severe sono state invece rivolte alle legittime reazioni militari iraniane successive agli attacchi iniziali.

Questa inversione del punto di osservazione — la severità verso la risposta e la cautela verso l’atto originario — alimenta inevitabilmente la percezione di un doppio standard morale.

La guerra contro l’Iran non può essere interpretata soltanto come un episodio della rivalità strategica nel Medio Oriente. Accanto alla dimensione militare emerge infatti un elemento che una parte significativa dell’analisi occidentale tende a rimuovere: la componente teologico-politica del nazionalismo israeliano. In questa prospettiva il conflitto territoriale non è soltanto una questione geopolitica, ma una missione storica radicata nella tradizione biblica. L’idea della terra promessa, dell’elezione del popolo e della restaurazione di confini ritenuti originari non appartiene soltanto alla sfera simbolica della religione: diventa programma politico.

Quando la sovranità territoriale viene interpretata come realizzazione di una promessa divina, il conflitto cambia natura. Non è più una disputa tra comunità politiche, ma una lotta per l’attuazione di un destino.

In questa prospettiva l’avversario smette di essere un interlocutore e diventa un ostacolo da rimuovere.

È qui che teologia e geopolitica si sovrappongono. La guerra assume il carattere di una missione storica e la distruzione diventa parte di una narrazione di restaurazione.

Accanto alle giustificazioni ufficiali — sicurezza regionale, deterrenza nucleare, stabilità geopolitica — esiste poi una dimensione più materiale che raramente viene discussa con la stessa chiarezza: quella delle risorse energetiche.

L’Iran possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio e gas del pianeta. Il Venezuela, che negli ultimi anni è stato a sua volta oggetto di pressioni politiche e militari da parte di Washington, fino al recente sequestro del suo presidente, detiene le più vaste riserve petrolifere accertate al mondo.

Il controllo delle risorse energetiche e delle rotte di approvvigionamento rappresenta uno dei fattori strutturali della geopolitica contemporanea. Le crisi che coinvolgono Iran e Venezuela non possono essere comprese soltanto come conflitti ideologici o rivalità strategiche: si collocano anche all’interno di una competizione globale per il controllo delle materie prime che alimentano l’economia mondiale.

Quando le giustificazioni ufficiali — sicurezza, stabilità regionale, difesa o esportazione della democrazia — si intrecciano con interessi economici di tale portata, la pretesa morale della guerra perde inevitabilmente credibilità. Se la guerra contro l’Iran rappresenta una frattura del diritto internazionale, la reazione dell’Occidente ne rivela la crisi morale.

Gli stessi governi che invocano con forza la legalità internazionale quando condannano le aggressioni altrui si mostrano improvvisamente cauti quando la violazione proviene da alleati strategici. Il diritto diventa così una norma selettiva: inflessibile contro i nemici, sorprendentemente elastica con gli amici. 

Un diritto che pretende di essere universale ma viene applicato in modo selettivo smette inevitabilmente di essere percepito come tale. Diventa uno strumento politico.

In questo contesto la posizione dell’Europa appare particolarmente desolante. Di fronte alla violazione della norma che proibisce la guerra preventiva e di fronte agli attacchi che hanno colpito civili, soprattutto bambini, la voce delle istituzioni europee non si leva con la stessa chiarezza con cui si leva in altri casi. Si limita a esprimere preoccupazione e a condannare le reazioni di chi è stato aggredito.

È il punto più basso della retorica politica contemporanea.

La condanna dei belati dell’agnello mentre il lupo lo sta sbranando.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.