Intervista a Anna Mallamo per “Col buio me la vedo io” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 11 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 11 Anna Mallamo, “Col buio me la vedo io” (Einaudi)

​Lo pseudonimo social di Anna Mallamo, Manginobrioches, da tempo cattura l’attenzione per la sua arguzia, spesso corredata da un sano sarcasmo rispetto a ciò che accade intorno a noi. 

Con il suo ultimo romanzo, Col buio me la vedo io” (Einaudi, vincitore del Premio SuperMondello 2025 e finalista al premio europeo Chambery), l’autrice rivela la sua levatura letteraria.

​Ambientato in una Reggio Calabria dei primi anni Ottanta, oppressa da una ’ndrangheta che ne delinea i confini fisici e comportamentali, il romanzo colpisce innanzitutto per il suo stile: una melodia incalzante fatta di contrasti estremi.

Il primo contrasto evidente è il linguaggio: il dialetto calabrese è il codice degli adulti usato per tacere o distorcere la realtà, i ragazzi utilizzano invece un registro colto, alternato a dei passaggi in lingua locale che volontariamente devono squassare, intimidire, ferire o utilizzati solo per disobbedire.

Lucia, la protagonista, studentessa di lettere classiche, cerca proprio nella parola la chiave per sollevare il velo di segreti che avvolge la sua adolescenza, mescolando la ricerca della verità con la vendetta personale. Uno stato d’animo incerto, che si muove sul filo della suspence e contemporaneamente sulla trasformazione dei personaggi da ragazzine anonime a “fimmine” attraverso sguardi, carezze, piccoli momenti.

​Il libro è costruito tutto sull’architettura dell’ossimoro: “sopra” e “sotto”, i luoghi in cui si estende proprio quell’incertezza di Lucia; la dicotomia tra Luce (il nome, Lucia) e Buio (il cognome, Carbone). Ne deriva un affascinante ribaltamento prospettico: l’oscurità si fa rivelatrice di verità e legami familiari indissolubili, mentre il bagliore solare agisce come una facciata che nasconde l’omertà e le bugie in una specie di coltre che si taglia con una lama.

​Il ritmo è quello serrato di un thriller psicologico: il lettore viene risucchiato dalla necessità di scoprire fin dove si spingerà l’oscurità di Lucia e se, in questa lotta, la figura di Caino saprà infine cedere il passo a quella di Abele.

​Anna Mallamo affronta nel suo romanzo due tematiche complementari: da un lato, l’incapacità delle famiglie di offrire ai giovani un modello autentico di felicità, lasciando i figli in uno stato di fragilità, amati solo per il fatto di esistere e non per ciò che sono realmente; dall’altro, emerge la complessa “questione femminile”: Lucia è figlia di una stirpe di donne forti, di una forza però distruttiva e letale, una tempra che la corazza, rendendola pronta ad affrontare dolore, solitudine e umiliazione, ma che è radicata in valori arcaici e spesso feroci, che lei rifiuta e combatte con una enorme spinta  verso la libertà sessuale e l’urgenza di affermarsi a proprio modo, affrancandosi in parte dalle sue radici.

“Col buio me la vedo io” è un romanzo che diventa a tratti un’indagine antropologica e a tratti poesia. Anna Mallamo ci trasmette una storia dove la lingua è sostanza reale e dove il riscatto non passa mai per facili consolazioni, ma attraverso l’accettazione coraggiosa delle proprie tenebre. Un racconto dove se sei a metà non vedi l’ora di tornare per sapere come va a finire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Antonella Lattanzi per “Chiara” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 10 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 10 Antonella Lattanzi, “Chiara” (Einaudi)

Chi ha paura di diventare il lupo cattivo?

Chiara (Einaudi) di Antonella Lattanzi è un’autentica storia d’amore, ma non ha affatto i lineamenti del romanticismo classico: è un’immersione nel territorio di confine dell’adolescenza, dove i sentimenti non sono carezze, ma ferite che restano aperte e aspettano di infettarsi solo quando si è adulti; un romanzo di formazione che sa di asfalto, di sigarette fumate sui muretti di una Bari negli anni ’80 e ’90, e di quella sessualità scoperta per sentirsi vivi.

La voce narrante è quella di Marianna, detta Mary. Da adulta, quarantenne tormentata da attacchi di panico e rimorsi, ci conduce a ritroso nel tempo. La sua è la storia di una fragilità nata da un paradosso: il sentirsi non amata pur essendo immersa in un amore infinito e zoppicante.

Attorno a lei, sole che si oscura, si muovono vari pianeti che sembrano rotti: il padre, Luca, un uomo che soffre del disturbo borderline della personalità e autolesionismo, con “eccessi” e esplosioni che lasciano segni fatti di sangue vero e che trasformano la casa e l’esistenza di chi la vive in un campo minato; la madre, figura drammatica che doma la propria voglia di fuggire sacrificando se stessa per preservare un equilibrio domestico precario; Leonardo, il ragazzo che la circonda di attenzioni, ma di fronte alla verità familiare fa finta di nulla per evitare di soffrire e far soffrire.

E, infine, c’è Chiara, unico grande amore della protagonista, che come una calamita la attrae e la respinge dolcemente, condividendo con lei il “Terrore” della sua vita, ma negandosi fortemente quando è il momento di mostrarsi: esce da una casa dove la violenza è pane quotidiano, ma sceglie la pazienza, il silenzio e la sottomissione come mantello dell’invisibilità.

Il tema centrale della Lattanzi è lo sguardo. C’è lo sguardo che cambia degli adulti, quando l’aria diventa elettrica e sta per accadere un episodio di ordinaria violenza, quello dei compagni che restano ciechi anche di fronte all’evidenza; quello aperto al mondo e alle esperienze della protagonista Marianna, che vive nell’urgenza di essere vista ma soffre per quella che le sembra indifferenza generale, la stessa indifferenza che Chiara anela sotto uno strato di lividi ben nascosti.

Si apre il grande interrogativo nelle vite di tutti i coinvolti, sia di chi guarda, sia di chi fa finta di non vedere: perché nelle famiglie che oggi definiremmo genericamente disfunzionali si ha paura di diventare ciò che si respinge, di trasformarsi a propria volta nel lupo cattivo? L’identificazione con l’aggressore, fortunatamente, non è un meccanismo comune, ma genera nelle vittime di violenza il timore di sovrapporsi al mostro.

La sensazione di inadeguatezza che Mary si porta addosso anche a quarant’anni è il segno di una guarigione mai avvenuta, di una richiesta d’aiuto rimasta inascoltata tra gli sballi e le fughe da casa. Forse è questo che chiedono i ragazzi: di non essere guardati senza essere visti. Chiedono che il problema si affronti, che la loro condizione di adolescenti sia rispettata e non solo sopportata.

Antonella Lattanzi scrive una storia che colpisce l’adulto in modo diretto, costringendolo a ricordare la propria pubertà non come un’età dorata, ma come un campo di battaglia. “Chiara” parla della fame di essere amati con tutto il cuore e del vuoto che resta quando quell’amore è sporcato dalla malattia e dal silenzio.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Teresa Ciabatti per “Donnaregina” (Mondadori, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 9 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.9 Teresa Ciabatti, “Donnaregina” (Mondadori)

Che quei soldi avrebbero preso un’altra strada non ci voleva un professore a capirlo: depositi della camorra per stipare pacchi alimentari… cibo che dai politici viene assegnato ai boss in cambio di voti. Un giro d’affari enorme. Un periodo felice per la criminalità, dalla quale lui prende le distanze. Nei bunker si brinda al terremoto dell’Irpinia. L’unico tra i superboss a non aver mai lucrato sulla tragedia è lui.” 

​Da irpina, il mio ricordo del terremoto del 1980 è feroce. La me bambina di cinque anni che dormiva in auto, il terrore di vedere la casa annientata e l’ansia di tornare nel proprio letto sono immagini indelebili. Solo da adulta, attraverso saggi e romanzi, ho scoperto cosa si celasse dietro quella tragedia, consumata in barba a un popolo in ginocchio. In quel mondo, i fatti di cronaca si sono sempre mescolati ai racconti sussurrati per strada, esattamente come accade in “Donnaregina” (Mondadori) di Teresa Ciabatti. 

​In quest’opera stratificata, la camorra e il boss Giuseppe Misso fanno da cornice a una trama di autofiction ben più disturbante. Al centro troviamo una giornalista ambiziosa che, per l’esigenza di brillare ancora una volta, si immerge nel sottomondo criminale napoletano. Ne emerge una Napoli legata a doppio filo ai suoi “rappresentanti” oscuri, una città che solo i suoi figli possono permettersi di denigrare. La protagonista si rifugia in un racconto che tenta di far emergere il “lato umano” del boss, ignorando deliberatamente la verità dei documenti processuali pur di assecondare l’immagine magnanima che Misso vuole imporre. 

​Tra i due si instaura un legame narcisistico e parassitario: un gioco di specchi dove ciò che resta nell’ombra è, per entrambi, la parte più ingombrante della vita. 

​Mentre la donna rincorre la gloria letteraria attraverso le confessioni di un criminale, tra le mura domestiche si consuma il dramma silenzioso di una figlia tredicenne, sprofondata nella depressione e autolesionismo. Qui il romanzo cambia pelle: non è più solo la cronaca di un clan, ma un’indagine spietata sull’indulgenza che gli adulti si cuciono addosso per sopravvivere alla genitorialità. 

​Il confronto tra i due genitori è impietoso: da un lato
Giuseppe Misso, il boss efferato che rompe i codici della camorra riconoscendo l’omosessualità del figlio, ma solo per dipingere se stesso come un padre compassionevole; dall’altro la giornalista che cerca una diagnosi medica per la figlia non per curarla, ma per catalogare il dolore e schermarsi dal senso di colpa. 

​La domanda che percorre la narrazione è brutale: è possibile nascondere la sofferenza dei figli in un angolo remoto solo per sentirsi al sicuro? Possiamo usare il loro dolore come sollievo per le nostre mancanze? 

​Lo stile della Ciabatti è ermetico e ossessivo. La sintassi procede per frasi brevi che ignorano l’ordine cronologico per seguire quello del trauma. I salti temporali riflettono lo stato d’animo di una voce narrante inaffidabile, sospesa tra complessi di inferiorità e deliri di onnipotenza. Napoli, infine, appare avviluppata nelle sue trame, una metropoli che la protagonista osserva con cinico distacco mentre cammina verso Chiaia, consapevole di un tempo che fugge mentre, sul fondo, “scintilla il mare”. 

​”Donnaregina” non cerca la simpatia del lettore. È un libro che mette a nudo l’egoismo degli adulti e la fragilità dei figli, usando la cronaca nera come pretesto per svelare l’ambiguità della memoria.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Roberta Lepri per “La gentile” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 8 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.8 Roberta Lepri, “La gentile” (Voland).

In un’epoca dove i diritti delle donne alla libertà di scelta, all’indipendenza e all’autonomia, in primis di pensiero, vengono urlati nelle piazze e nelle istituzioni affinché vengano ascoltati e rispettati, mi sono imbattuta nel romanzo La gentile, ultimo lavoro di Roberta Lepri, già vincitrice dal Premio Chianti 2024 con DNA Chef

L’opera, che si presenta come un romanzo storico, sottolinea la necessità delle donne che abitavano un tempo non troppo lontano da quello attuale di affermare, attraverso il garbo, la propria identità femminile e lottare per l’autodeterminazione. 

Da una raccolta epistolare e una ricerca documentale sulla figura di spicco di Alice Hallgarten Franchetti, l’autrice disegna una parabola universale sulla colpa e sulla redenzione. 
​Non si tratta di una semplice cronaca storica, ma di una narrazione di scavo che utilizza la parola per illuminare gli angoli bui dell’interiorità delle protagoniste. Roberta Lepri dimostra una scrittura elegante e puntuale, capace di declinarsi in registri differenti per restituire la distanza tra i due mondi rappresentati. 


Da un lato abbiamo Alice, figura storica realmente esistita, che vive la filantropia come un disperato tentativo di colmare un vuoto affettivo; il suo registro è alto, riflessivo, intriso di una malinconia colta e corredato da un femminismo sottile appena accennato, ma preponderante. Dall’altro c’è Ester, figlia di contadini, per la quale l’autrice adotta un registro più asciutto, crudo e pragmatico, specchio di una realtà dove la sopravvivenza non ammette fronzoli linguistici. 

​Il rapporto tra le due donne è una spirale di DNA: vicine ma mai sovrapponibili, unite da un senso di responsabilità che diventa maledizione. Questa complessa dinamica è narrata con un forte distacco analitico: l’autrice osserva e descrive le differenti derive dell’animo umano senza giudizio, lasciando che i fatti risuonino nei comportamenti delle due protagoniste. Se Alice si rifugia nel rimpianto e nell’autoindulgenza della propria solitudine dorata, Ester incarna una cenerentola moderna che non aspetta il principe, ma impara a mettere da parte la gioia “come il grano in estate”, consapevole della sua estrema rarità e cogliendo il buono anche nella sventura con un coraggio senza pari.

Metafora del racconto è l’uroboro, simbolo di un’energia che si consuma e si rigenera, proprio come il legame indissolubile tra la baronessa Alice Hallgarten Franchetti e la giovane Ester, così come la forza di quest’ultima che riesce a rialzarsi con dignità anche in situazioni di estrema avversità. 


​Nonostante lo sfondo sia ricco di eventi cruciali (dalla Prima guerra mondiale all’ascesa del fascismo, fino alle ferite del secondo dopoguerra) la storia non schiaccia, ma funge da reagente chimico che svela la vera natura dei personaggi e ne caratterizza i dettagli. 

“La vita cambia di colpo e tu credi che non riuscirai a sopportarlo. Invece ti abitui e vai avanti. Poi, dopo un po’, quello che all’inizio pareva assurdo diventa normale. Continuare senza impazzire ha comunque un prezzo.” Questa citazione riassume la filosofia dell’opera: l’adattamento come forma di sopravvivenza, ma anche come mutilazione dell’anima. 

​Centrale è il tema della famiglia, come in altre opere dell’autrice, intesa non come luogo di accudimento ma come fonte di ferita e tradimento. Il romanzo ci ricorda che la cicatrice inflitta da chi dovrebbe amarti è l’unica da cui non si può fuggire, nemmeno attraverso la filantropia o la ricchezza. 

La riflessione disincantata del finale è tanto sconcertante quanto vera: la vita è assurda e necessitiamo tutti della qualità dell’arrendevolezza di fronte agli eventi, una “gentilezza consapevole”, ascetica, filosofica, quasi buddista, che permette di cogliere piccole sfumature di colore in un’esistenza segnata dal buio di sofferenze e sogni infranti. 

La gentile è un romanzo che racconta la vita vera e che interroga il lettore sul costo della benevolenza e sulla crudeltà dell’esistenza. Roberta Lepri ci consegna una storia dove non ci sono vincitori, ma solo esseri umani che cercano di non soccombere sotto il peso del proprio destino. 
È un passaggio perfetto per chiunque voglia capire come il passato continui a vibrare nel presente, proprio come un filo intrecciato in un telaio antico.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Nadia Terranova per “Quello che so di te” (Guanda, 2025) – Capitolo Zero: Ep.7 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.7 Nadia Terranova, “Quello che so di te” (Guanda, 2025).

 Quello che so di te, di Nadia Terranova, edito da Guanda, è uno dei più bei libri che ho letto nel 2025. Ho avuto l’immenso piacere di conoscere la scrittrice, già pluripremiata con diversi riconoscimenti per i suoi lavori e di ritrovarla come docente per un corso di scrittura. Questo rapporto sottile, creatosi sulla base delle parole, ci ha portate qui, a questa chiacchierata, ultima intervista di Capitolo Zero de Il Randagio Rivista Letteraria, per quest’anno che si chiude.

Finalista allo Strega, il libro affronta la tematica femminile da tanti punti di vista: storico, fattuale, critico.
È il racconto della donna imperfetta, stanca, avvinta da una società che non le dà spazio per esprimere quello che vuole e circondata da una realtà che a volte le è da sostegno e talaltre la giudica e cerca di nascondere le sue imperfezioni e debolezze, in virtù della salvaguardia di un’idea di donna resiliente ad ogni evento, che non ha la facoltà di arrendersi, una super-donna che non si lamenta mai, capace di resistere a qualunque cosa la investa durante un’intera esistenza.

È l’emblema dei ciò che il patriarcato ha reso le donne, ieri e oggi.

Il romanzo, autobiografico e di ricostruzione storica della vita e in particolare della “pazzia” della bisnonna dell’autrice, nasce con un’esigenza ben precisa: la necessità per chi diventa madre di comprendere quel nuovo stato di cose, inaspettato, caotico, dolorante, terrorizzante e dolcemente avvolgente. 
Uno stato di cose che porta il peso enorme della responsabilità personale, del non potersi ammalare, del non poter impazzire per il bene dei figli, e il peso sociale delle continue etichette affibbiate alle madri, alle donne, che fanno loro da recinto, un recinto a volte talmente tanto alto da chiuderle in uno spazio soffocante. 

Finiamo schiacciate da domande create apposta per paralizzarci, vicoli ciechi che ci portano dritte al collasso performativo. Lasciateci libere di non farcela, né come madri né come artiste. Lasciateci sperimentare il fallimento, lasciate che ci concentriamo sull’unica cosa che importa: non cadere, o cadere senza uccidere chi amiamo. Lasciateci ovunque fallire in pace.”

La trama si divide e si intreccia in due filoni distinti e complementari: la narratrice, appena divenuta madre, conoscendo per sentito dire la storia  della sua bisnonna, internata per un periodo in manicomio all’inizio del novecento, avverte da un lato il timore di trasmettere geneticamente la follia a sua figlia e dall’altro la paura di impazzire, venendo meno alla sua presenza e al suo ruolo genitoriale.  Spinta da un ricordo, un sogno ricorrente che le fa da propulsore, decide di approfondire quella pazzia e si addentra in un complicato lavoro di ricerca fra registri, documenti, voci che confermano, sconfessano, raccontano e nascondono.

Le caratteristiche dello stile della Terranova si ripetono amabilmente: la magia, i sogni premonitori, il dialogo aperto con l’aldilà, sono un filo conduttore del romanzo, poiché fondanti di un rapporto con la vita passata che si propaga inesorabile nell’esistenza attuale dell’autrice. Come pure lo sfondo siciliano, il racconto delle tipicità delle persone che nascono, crescono e vivono nella terra d’origine della Terranova: “I siciliani non litigano, si offendono”. Non litigano per mantenere il silenzio intorno a ciò che accade. Un silenzio che copre tutto un mondo, come una nube grigia. Un silenzio che si ritrova anche nel personaggio della Mitologia Familiare: un personaggio corale fatto di voci che dicono senza dire, parlano senza parlare, di eventi celati, rimescolati, rivisitati e corretti per proteggere, per riattaccare ancora una volta le etichette sulla realtà delle donne. Una realtà che non lascia spazio alla libertà totale, considerata da sempre, nel femminile, un segno evidente di stranezza, di eccesso, di follia.

Quello che so di te è uno di quei romanzi da tenere nel cassetto e ogni tanto rileggere con cura, con una prospettiva nuova, cogliendo i suoi dettagli e le sue straordinarie finezze, con attenzione, come fosse un manuale per non impazzire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.