Antonia Pozzi, l’amore infranto, di Lavinia Capogna

“J’avais vingt ans. Je ne laisserai personne dire que c’est le plus bel âge de la vie”.

(Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che è l’età più bella della vita)

Paul Nizan, incipit del romanzo “Aden Arabie” (1932).

“Vorrei che la mia anima ti fosse

leggera

come le estreme foglie

dei pioppi, che s’accendono di sole

in cima ai tronchi fasciati

di nebbia (…)”

Antonia Pozzi 

Dalle foto scolorite in bianco e nero ci giunge l’immagine di Antonia Pozzi come quella di una ragazza delicata, dal sorriso gentile, in alcune foto molto intensa, possiamo quasi immaginarci la sua voce (flebile? sonora?) con un leggero accento milanese.

Poi apriamo il suo libro, postumamente intitolato “Parole” e leggiamo:

12 maggio 1933

“Ciascuno la propria tristezza se la compra dove vuole

anche in una bottega nera austera 

tra libri impolverati 

che si liquidano a prezzi dimezzati 

libri inutili 

tutti i TRAGICI GRECI 

ma se il greco non lo sai più 

mi sai dire perché li hai comprati? 

libri inutili 

POESIE PER I BAMBINI 

coi fantoccini colorati 

ma se non hai bambini 

tu mi sai dire perché li hai comprati? 

se non avrai dei bimbi mai più 

mi sai dire per chi li hai sciupati i tuoi soldi.

Ciascuno la propria tristezza 

se la compra dove vuole,

come vuole 

anche qui.”

Antonia Pozzi aveva solo 21 anni quando compose questa splendida poesia così matura e perfetta nello stile e nel significato.

Scriveva poesie a mano in quei quaderni con le copertine nere e la carta un po’ ruvida del tempo in una chiara calligrafia. E così scopriamo che quella signorina spersa per le vie di Milano – una Milano con vecchi negozi, botteghe, vetrate appannate, lampioni, una folla che camminava, quasi nessuna macchina, un’intensa vita laboriosa, con la sua luce grigia e la nebbia sui Navigli ancora non interrati dal fascismo – era una grande poeta.

Chi avrebbe potuto sospettarlo? 

Le prime liriche conosciute risalgono al 1929 quando aveva soli 17 anni ma già si ritrova una forza poetica, un pathos e una malinconia che li percorre, una descrizione mai scontata della natura. 

Anche io avevo notato ciò che la poeta Antonella Anedda ha saputo esprimere acutamente: “Raramente Pozzi dice genericamente “alberi”, scrive invece: pioppi, olmi, pini, tigli, larici, faggi”.

In numerose poesie vi sono descrizioni della natura con una percezione sottile, non le solite liriche campestri intrise di retorica ma quelle di ampi spazi quasi selvaggi, imprevedibili, che nella luce della sera diventano quasi inquietanti come la brughiera di Emily Brontë. 

Antonia fu anche appassionata di alpinismo e raccontò di una scalata notturna in cui aveva visto l’alba da una vetta.

La sua è una poesia in antitesi con quella in voga all’epoca. Persino il suo professore universitario, lo stimato Antonio Banfi (con cui si era laureata con il massimo dei voti con una tesi su Flaubert) al quale aveva sottoposto alcune liriche le sconsigliò di dedicarsi alla poesia e altrettanto fece il filosofo Enzo Paci.

Nonostante la grande delusione e le lacrime Antonia non si lasciò depistare. Pensò, negli ultimi anni della sua vita, di dedicarsi anche alla prosa componendo abbozzi di un romanzo storico, ambientato nella seconda metà del 1800 nella campagna lombarda ispirato all’amata nonna.

Per quanto Antonia provenisse da una famiglia benestante, il che le diede la possibilità di studiare, di avere un palco alla Scala e l’educazione di una ragazza di “buona famiglia”: lo studio del pianoforte (amava molto la musica), il francese, l’equitazione non era una famiglia veramente felice: il padre, ex reduce, avvocato, podestà fascista nella cittadina di Pasturo, vicino Lecco, dove avevano una villa fu un genitore autoritario ed ebbe un grosso peso sulla sua vita (come vedremo), la madre era un’aristocratica proveniente da una famiglia di proprietari terrieri, di cui rimane un’immagine un po’ vaga.

Non era facile essere ventenni negli anni Trenta in quell’Italia grigia, nella violenza quotidiana del fascismo al massimo del suo consenso e pronto ad un colonialismo brutale. La popolazione, tutta sotto controllo, doveva solo ubbidire e tacere.

Il fascismo fu anche il trionfo del maschilismo. Le donne non contavano nulla, era mal visto che una borghese lavorasse eccetto che non fosse maestra. Gran parte delle professioni erano inaccessibili alle ragazze. Vi erano regole sociali ben precise. Era raccomandata la modestia, il bon ton, l’obbedienza al padre, la castità, sposarsi era la massima aspirazione, quasi un dovere.

Le donne erano viste come emotive, infantili, incapaci di badare a sé stesse, bisognose della guida di un “uomo forte”.

Nel famigerato Codice Rocco approvato nel 1930 divennero legge il matrimonio riparatore e il delitto d’onore.

L’analfabetismo era altissimo sia tra donne che uomini, il paese era prevalentamente agricolo, andavano in città balie, sartine, ricamatrici, pettinatrici, cameriere. 

Milano e Torino erano le due città più industrializzate: c’erano le ditte Caproni e Breda, specializzate in materiale ferroviario, l’Isotta Fraschini e l’Alfa Romeo per le macchine che facevano concorrenza alla Fiat ed infine la Pirelli. Vi era dunque un alto numero di operai e storici quartieri “rossi” seppure obbligati, per il momento, al silenzio, come Porta Romana e Lambrate.

Venne modificata la città, costruita la Stazione Centrale e alcuni palazzi, buttati giù storici vicoli.

“ll vero amore è dei poveri” scriveva Vasco Pratolini. Le ragazze del popolo potevano infatti sposare un ragazzo di cui erano innamorate, il che purtroppo era meno frequente nella media o alta borghesia dove si combinavano matrimoni basati prevalentemente sul censo e sulla classe sociale.

Persino una donna emancipata come Maria Montessori, medica e grande pedagogista, trent’anni prima (ma in questo la società non era cambiata) aveva dovuto celare di essere una madre nubile.

Nel 1927, a 15 anni, Antonia si iscrisse al liceo Manzoni. In una lettera descriveva alla nonna, nel suo stile colto ed immediato, vivace e affettuoso, inframmezzato da qualche parola in dialetto, il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Un docente di Sassari di 34 anni che insegnava a Milano. Una piccola foto lo ritrae con un’aria seria e distinta, era un entusiasta che sapeva conquistare l’attenzione degli allievi, prestava o regalava loro libri, stimolava la riflessione.

In questo primo accenno lei lo definiva “un topo di biblioteca” ma traspare ammirazione e simpatia.

Nel 1928 egli sarà trasferito a Roma dove insegnerà in altri licei. Per Antonia il suo trasferimento fu una notizia devastante. Lui aveva alimentato la passione di Antonia per la letteratura. Più tardi lei si occuperà anche di un autore ribelle come Aldous Huxley.

Lei e Cervi rimasero in cortese contatto epistolare, dandosi del lei, lui diceva che lei avrebbe sempre potuto contare sul suo fraterno aiuto ma nel 1929 si innamorarono.

Si vedevano raramente ma Antonia, 17 anni, scriveva: “Tu sei veramente l’angelo della mia vita. Piccolo, io non avevo mai baciato nessun uomo prima di te”.

Naturalmente il loro amore non poteva andare oltre qualche bacio, un vagheggiato più che reale fidanzamento (che allora voleva dire un impegno matrimoniale), il desiderio di un figlio.

Il tema del figlio tornerà in modo struggente in varie sue poesie e molte liriche sono dedicate al suo ex professore.

Era abbastanza frequente che una adolescente si invaghisse di un docente e, non a caso, nel 1941 verrà realizzato un film di gran successo, interpretato da Alida Valli, su una situazione analoga, “Ore 9, lezione di chimica”.

Ma quando nel 1931 il padre di Antonia scoprì questa “relazione” si infuriò: Cervi non solo era molto più grande di sua figlia ma soprattutto era povero e meridionale (andava in giro con un cappotto leggero con le tasche rotte sotto la neve – raccontava Antonia in una lettera).

Per separarli convinse Antonia a fare un lungo viaggio a Londra e dintorni per studiare l’inglese.

Tuttavia lui la raggiunse brevemente a Londra.

Nel 1933 lei scrisse a Cervi: “(…) di nuovo mio padre minacciava di venirti a cercare a Roma, di sfidarti a duello e tante mai altre cose spaventose – ed io vi credetti, povera, stupida bambina, vi credetti come l’altra volta – e fu per paura, per paura soltanto che pensai di cedere… Parole, parole, parole – tante parole grandi e belle – per coprire tante meschinità ignobili (…) la rinuncia, sì – la rinuncia (…)”.

Cervi ne fu risentito, l’accusava di non essere stata sincera, trovava un divario tra lui, cattolico fervente, e lei che non pensava a questioni religiose.

Per Antonia la separazione definitiva fu un grande dolore, aveva amici, faceva vita mondana, nuotava, giocava a tennis, viaggiava all’estero (cosa insolita allora), frequentava Grand Hotel, località di gran moda come Viareggio, studiava molto ma nelle poesie ricorreva il tema della morte come quiete, oblio, pace.

La futura scrittrice Maria Corti che l’aveva conosciuta all’università la descrisse poi come sensibile e con una intelligenza filosofica.

Ho il dubbio che sensibile stia per ipersensibile.

Aveva trovato lavoro come insegnante di materie letterarie in una scuola e faceva volontariato per aiutare le persone indigenti.

Nell’autunno del 1938 vennero promulgate le leggi contro gli ebrei. Antonia ne restò scioccata ed era assai preoccupata per Paolo Treves, un suo buon amico, figlio di un ex deputato socialista e di madre ebrea.

Dal 1937 aveva fatto amicizia con un ragazzo completamente diverso da Cervi, di nome Dino Formaggio, che in seguito avrebbe partecipato alla Resistenza e sarebbe diventato un noto critico d’arte

Di famiglia contadina, adolescente era andato a lavorare in fabbrica, aveva dato in un anno l’esame di cinque anni di liceo!

Si conobbero all’università. Come si legge in una delle ultime lettere lei si sentiva trattata alla pari da lui. 

Andavano in bicicletta, facevano lunghe passeggiate, si scrivevano.

Antonia fotografava, con talento, contadini, povera gente, paesaggi e gli donò numerose foto.

Dino rappresentava l’avvenire, il futuro, il mondo nuovo.

Antonia si innamorò di lui.

La sera prima del suo suicidio, ad un concerto, avvenne tra di loro una discussione, probabilmente lei gli rivelò il suo sentimento ma lui le fece capire che non era reciproco.

Il giorno dopo, il 2 dicembre 1938, si recò alla scuola per tener lezione. Ad alcuni allievi parve turbata. Poi chiese di uscire prima dell’orario perché non si sentiva bene 

Raggiunse l’abbazia di Chiaravalle dove era stata un giorno con Dino.

Si distese sul campo pieno di neve e ingerì un’alta dose di barbiturici.

Dopo un po’ un contadino la vide, venne portata in ospedale ma le sue condizioni erano disperate. Il 3 dicembre morì a casa sua. Aveva solo 26 anni.

Il suo fu un atto forse impulsivo ma anche premeditato perché lasciò tre biglietti:

“Dino caro, sono venuta a morire in un luogo che mi ricorda la nostra gioia di un’ora: giugno, mezzogiorno, abbazia di Chiaravalle e papaveri in fiore. 

Chiudo gli occhi con quell’immagine stretta al cuore – Anche tu ricordami solo col volto di allora. Addio.”

Ufficialmente venne detto che fosse deceduta per una polmonite. Furono pubblicati trafiletti che menzionavano “una straziante malattia”.

Durante il ventennio era proibito pubblicare articoli sui suicidi. 

Venne sepolta a Pasturo. La villa di famiglia è oggi un museo.

Nel 1939 il padre fece pubblicare un’edizione fuori commercio, intitolata “Parole”, con 91 poesie delle circa 300 scritte dalla figlia.

Alcuni versi vennero tagliati o modificati da lui così come lettere e diari.

Nel 1943 venne edita una nuova edizione Mondadori con 157 liriche, nel 1948 una terza con una Prefazione di Eugenio Montale.

Tuttavia si dovette attendere l’edizione Garzanti del 1989 per averne una fedele ai testi originali.

Dagli anni ’80 Antonia Pozzi è stata riscoperta, numerose le opere su di lei tra le quali la biografia di Graziella Bernabò, i testi di Alessandra Cenni, Paolo Cognetti, le parole accorate di Eugenio Borgna. Sono stati realizzati anche un film e un paio di documentari sulla sua vita.

Antonia Pozzi fa parte del numero non piccolo di poete che si sono suicidate tra le quali Alfonsina Storni, Marina Cvetaeva, Karin Boye, Sylvia Plath, Alejandra Pizarnik, Anne Sexton, Amelia Rosselli (che, detto per inciso, ho conosciuto) – solo per citare le più famose.

Ciò che conquista è la sua incredibile modernità e il suo talento. Ciò che addolora è la sua morte e i suoi sentimenti mandati in frantumi dai tre uomini della sua vita: il padre che temeva l’opinione pubblica e che le impedì di essere libera, il professore che non ebbe il coraggio di proporle una scandalosa ma liberatoria fuga, l’amico che non vide in lei una compagna.

…….

Nota:

Ringrazio Mara Mattavelli, poeta lombarda, per la sua collaborazione nel ricercare informazioni sulla Milano dell’epoca.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Samuel Beckett: “Aspettando Godot” – Maestro Missile traduce Ted-Ed (video)

Un uomo cencioso di nome Estragone siede vicino a un albero all’imbrunire e lotta per togliersi uno stivale. Presto si unisce a lui il suo amico Vladimiro, che ricorda al suo amico ansioso che devono rimanere lì ad aspettare qualcuno di nome Godot. Inizia così un circolo tormentoso in cui i due discutono su quando arriverà Godot, perché stanno aspettando e persino se sono all’albero giusto. Da qui Aspettando Godot diventa sempre più strano, ma è considerato il lavoro teatrale che ha cambiato il dramma moderno.

Scritto da Samuel Beckett tra il 1949 e il 1955, pone una domanda semplice ma stimolante: cosa dovrebbero fare i personaggi?

Non facciamo niente, è più sicuro.

Aspettiamo e vediamo cosa dice.

Chi?

Godot!

Buona idea.

Questo dialogo criptico e il ragionamento circolare sono le caratteristiche chiave del Teatro dell’Assurdo, un movimento che emerse alla fine della Seconda guerra mondiale e raccolse gli artisti che lottavano per trovare un senso alla devastazione.

I suoi esponenti destrutturavano trama, personaggi e linguaggio per mettere in dubbio il loro significato e condividere la loro profonda incertezza sul palco. Anche se può sembrare lugubre, l’assurdo mischia l’impotenza con l’umorismo. Questo si riflette nell’approccio unico che Beckett ha con il genere in Aspettando Godot, lavoro che lui chiama una tragicommedia in due atti.

I personaggi sono tragicamente chiusi in uno stallo esistenziale, stanno aspettando invano una figura sconosciuta che dia loro uno scopo, ma il loro solo scopo deriva dall’atto di aspettare. E mentre aspettano, affondano nella noia, esprimono un timore religioso e contemplano il suicidio.

Ma c’è anche un umorismo tagliente nella loro situazione difficile, che si percepisce nel loro linguaggio, nei loro movimenti, le loro interazioni sono piene di bizzarri giochi di parole, ripetizioni, doppi sensi, azioni fisicamente buffe, canti, balli e un frenetico scambio di cappelli. Spesso non è chiaro se il pubblico debba ridere o piangere, o se Beckett vedesse una differenza tra le due cose.

Nato a Dublino, Beckett studiò inglese, francese e italiano, prima di trasferirsi a Parigi, dove passò gran parte della sua vita scrivendo per il teatro, poesia e prosa. Anche se l’amore di Beckett per il linguaggio durò tutta la vita, lasciò spazio anche al silenzio, incorporando intervalli, pause, momenti di vuoto nel suo lavoro. Questa era una caratteristica distintiva del suo ritmo irregolare, del suo umorismo nero, che divennero famosi in tutto il teatro dell’assurdo. Mantenne sempre un atteggiamento riservato, si rifiutò di confermare o negare qualsiasi speculazione sul significato del suo lavoro. Per questo il pubblico ha continuato a fare ipotesi, accrescendo il fascino delle sue parole. surreali e dei personaggi enigmatici.

La mancanza di un significato chiaro rende Godot infinitamente aperto alle interpretazioni. I critici hanno proposto innumerevoli letture dell’opera, creando una serie di ambiguità e speculazioni che rispecchiano la trama dell’opera stessa. È stata letta come allegoria della guerra fredda o della resistenza francese, della colonizzazione dell’Irlanda da parte del Regno Unito. Anche la dinamica dei due protagonisti ha alimentato un intenso dibattito, sono stati visti come sopravvissuti all’Apocalisse, una coppia anziana, due amici impotenti anche come la personificazione dell’Ego e dell’Es di Freud.

Notoriamente Becket disse che la sola cosa di cui era certo era che Vladimiro ed Estragone indossavano delle bombette. Come la speculazione critica e la trama folle, il loro linguaggio spesso gira in tondo, mentre i due bisticciano e fanno battute, perdono il filo dei pensieri e ricominciano da dove avevano smesso.

Forse potremmo iniziare da capo.

Dovrebbe essere facile.

E’ iniziare che è difficile.

Si può iniziare da qualsiasi cosa.

Sì, ma si deve decidere.

Beckett ci ricorda che, proprio come nelle nostre vite quotidiane, il mondo sul palco non sempre ha un senso, può esplorare sia la realtà che l’illusione, il familiare e l’estraneo. E, sebbene una narrativa chiara abbia ancora fascino, il teatro migliore continua a farci pensare e aspettare.

Buona visione!


Massimo Villani, in arte Maestro Missile, opera da svariati anni nel campo dei Videosaggi sul Cinema e sull’Arte.

TedEd è una piattaforma che consente ai docenti di creare lezioni interattive a partire da un video; fa parte della “famiglia” più ampia di risorse dell’omonima organizzazione no profit, che ha come scopo quello di diffondere idee e cultura in ogni ambito attraverso discussioni e conferenze.

Maria La Tela: “Nel nome tuo” (Ventanas, 2026), di Rita Mele

 L’esordio che porta la ferita transgenerazionale nella lingua

Cosa abbiamo in comune noi de Il Randagio con l’autrice Maria La Tela? La passione per i libri e la letteratura? Sì, e poi cos’altro? L’amore per Napoli, ma certo. Può bastare? No, perché il forte anello di congiunzione è Italo Calvino. Se il 15 ottobre 2023, a cento anni dalla nascita dello “scrittore invisibile”, nasceva la nostra rivista letteraria, pochi mesi dopo, a giugno del 2024, il romanzo inedito Nel nome tuo di Maria La Tela viene scelto come finalista della XXXVII edizione del Premio Calvino.  

Oggi, dopo aver letto in un crescendo di trasporto emotivo le 324 pagine scandite da Maria La Tela nella sua lingua matura, incandescente e lavica, cerchiamo le parole che siano capaci di portare ai nostri lettori randagi la ricchezza narrativa del romanzo appena pubblicato nella collana Parole, da Ventanas, l’editrice indipendente, con il debole per gli argomenti forti e originali di prove letterarie moderne e di classici dimenticati. 

Il romanzo si apre al lettore con un esergo di Amelia Rosselli, ‘Poeta della ricerca’ che ha inventato la lingua nuova del dolore. Per noi ha funzionato come una dichiarazione della poetica intima che percorre l’intero romanzo: Lo scritto che in me è folle risponde a tutto questo dolore con parole sempre spero sempre vere. Suona come un avvertimento: la lingua di Maria La Tela che incontreremo nella concatenazione di storie sarà una lingua ferita, una lingua che tenta di dire ciò che non si può dire, una lingua che non consola ma rivela. Come Rosselli, La Tela sembra scrivere dal margine della coscienza, dove il trauma esistenziale non è un tema ma una forma, un abito, della vita stessa.

E come Tolstoj, che in apertura di Anna Karenina scriveva che tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, La Tela ci porta dentro un’infelicità familiare che non è mai generica, mai astratta: è un dolore incarnato, genealogico, irripetibile, che si trasmette come un’eredità emotiva.

In questa spaziatura trova posto naturale il titolo, Nel nome tuo, che ha l’impronta e la forza di una formula liturgica rovesciata. Non invoca il divino – i lettori se ne accorgeranno – ma la genealogia ferita da cui Teresa, la protagonista, proviene. È un titolo che suona come un atto d’accusa e insieme come una preghiera: tutto ciò che Teresa vive, lo vive nel nome di chi l’ha preceduta. È un titolo che, come il romanzo tutto, parla di colpa, di eredità, di un perdono impossibile. E che restituisce alla storia narrata, la sua natura più profonda: un rito di passaggio in cui la protagonista tenta — lasciamo a voi scoprire se ci riuscirà — di sciogliere il nodo che la lega alla sua linea femminile di discendenza: la madre, la nonna, la balia, e tutte le donne che l’hanno generata, affiancata e ferita.

Il romanzo che ci ha avvinti alle pagine è costruito come un rito a cui non è facile sottrarsi. Nell’architettura tripartita dell’indice, i titoli non sono semplici etichette, ma categorie di una liturgia morale che i lettori seguiranno e ritroveranno espanse nel testo — dell’odio, della purezza, del suo stesso sangue. 
Essenziale e spoglio, suggerisce che il romanzo non è una sequenza di capitoli, ma un unico movimento emotivo in tre tempi: come una tragedia antica o una partitura teatrale.

La Tela costruisce un mondo narrativo che procede per accumulo di tensioni, come se la casa gialla, scenario campano isolato in un Sud arcaico dove la storia si dipana tra gli anni Venti e il Secondo Dopoguerra, trattenesse il fiato insieme ai suoi personaggi. La struttura è compatta, coerente, necessaria: ogni scena è un tassello di un destino che si va compiendo.

La costellazione dei personaggi gravita in ambientazioni meridionali riconoscibili, ma nominate con fantasia come a tracciare una mappa di non luoghi, eppure autenticamente connotati da povertà, religiosità, rigidità.

La casa gialla è un microcosmo chiuso, quasi fuori dal tempo, dove il mondo esterno entra solo come eco o minaccia.

Tra i personaggi e i protagonisti del romanzo prevale la componente femminile, come se la genealogia del trauma transgenerazionale che percorre la storia, potesse trasmettersi solo attraverso i corpi delle donne:

Maria, la madre morta di Teresa e Amalia, origine della ferita; Teresa, la protagonista; Amalia, la sorella minore; Erminia, la nonna materna; Luciè, la balia e altre numerose donne tutte egualmente cruciali nei diversi snodi temporali e narrativi del romanzo.

Accanto a loro, non mancano le figure maschili, ridimensionate per lo più in profili marginali o prepotenti: Salvatore, il padre, un uomo che sopravvive più che vivere; l’uomo calvo, presenza simbolica, più sintomo che personaggio, Rafele, Michele, David, Domenico, Gaetano.

La Tela costruisce con metodo un universo in cui la trasmissione del dolore è un fatto materno, mentre gli uomini restano ai margini, incapaci di interrompere o comprendere il ciclo di colpa e ripetizione.

La Tela costruisce un romanzo che sembra ispirarsi direttamente al lessico psicoanalitico, pur senza mai dichiararlo o indugiare in esso. La casa gialla la racconta appunto come il luogo della scena primaria, dove il trauma originario — la morte della madre — si imprime nel corpo di Teresa prima ancora che nella sua memoria.
L’odio verso la sorellina Amalia, più piccola di lei di cinque anni, si può leggere come una forma di spostamento, un modo per colpire ciò che resta quando l’oggetto d’amore è perduto.
Luciè, la balia incarna il meccanismo della ripetizione del trauma: ciò che non è stato elaborato ritorna, si reincarna, si trasmette.

La lingua di Maria La Tela, spezzata, giustapposta, non subordinata, è la lingua di chi cresce in un Sud dove non si parla, dove il dolore non si elabora, dove le donne tramandano ferite più che parole.
È la lingua di Teresa, che non ha accesso alla complessità dell’ipotassi; la lingua delle donne della casa gialla, che parlano per sopravvivere più che per comprendere; la lingua del trauma, che procede per lampi e non per spiegazioni. E Teresa, che vive in un mondo dove nessuno nomina davvero ciò che accade, sviluppa un bisogno muto ma potentissimo: il bisogno di perdono. Un perdono che non sa chiedere, che non sa nominare, ma che attraversa tutto il romanzo come una corrente sotterranea.

La vita di Teresa è puntellata da una presenza ricorrente nella storia che è come un’ombra isolata e invisibile al resto del mondo: l’uomo calvo. Appare più volte, in momenti diversi della crescita di Teresa, come un sintomo che ritorna, come un segnale che la realtà sta cedendo sotto il peso del trauma, come una serie di epifanie che preparano il lettore al culmine della rivelazione finale. La figura dell’uomo calvo, ci fa tornare in mente altri personaggi e temi letterari incontrati in Kafka, Morante, la stessa Rosselli e nella scrittura teatrale di Emma Dante: il giudice muto, il trauma che prende corpo, la follia come linguaggio, il sacro inquietante. Lasciamo scoprire ai lettori randagi quali altri significati si concentrano in quella presenza muta e immobile dell’uomo calvo che non assolve e non condanna: esiste.

Il romanzo di Maria La Tela, nella sua inequivocabile ambientazione storico-geografica, dialoga non solo con la tradizione italiana, ma anche con alcune grandi autrici straniere che hanno esplorato il trauma familiare e la trasmissione intergenerazionale del dolore. Pensiamo a Toni Morrison che in Beloved fa prendere corpo al trauma nello spazio domestico; Alice Munro che riduce il dramma ai dettagli minimi e ai gesti quotidiani e domestici; Annie Ernaux la cui lingua è insieme personale e politica. Nel nome tuo è il contenitore parlante di un microcosmo sociale dove il trauma individuale è anche collettivo. E la lingua con cui Maria La Tela rende il suo esordio sorprendente è una lingua che incide e scolpisce le scene sino a farcele sentire respirare. La sua prosa è scarna ma non povera, densa ma non barocca, ritmica ma mai compiaciuta. È una lingua che sembra nascere dal corpo prima che dalla mente: una lingua che trema, che trattiene il fiato, che si spezza nei punti in cui il dolore non può essere detto. La Tela lavora per sottrazione, eliminando l’ornamento, asciugando il dialogo, lasciando che siano i gesti a parlare. In ogni passaggio costruisce scene come quadri teatrali affidando alla sintassi la tensione emotiva. La paratassi è il tatuaggio delle sue pagine: frasi brevi, giustapposte, subordinazione ridotta al minimo, costruiscono un ritmo che è insieme corporeo e psichico. È una lingua che non spiega, ma espone; che non interpreta, ma mostra; che non consola, ma incide.
La sua paratassi non semplifica: intensifica. Ogni frase è plastica come un gesto. Ogni gesto è un taglio sulla pagina, come nelle tele di Lucio Fontana che aprono varchi nello spazio infinito. Ogni taglio è una rivelazione. Quella paratassi nasce anche dall’ambientazione scelta dall’autrice, un Sud dove la parola è scarna, dove il dolore è muto, dove le donne parlano per necessità e non per stile.

Azzardare una previsione sul futuro di un’autrice è sempre rischioso, ma nel caso di Maria La Tela il rischio è minimo. Nel nome tuo non è un esordio promettente, è un esordio compiuto. La sua è una voce che resterà perché ha già tutto ciò che serve per durare: è riconoscibile, è ispirata da un immaginario coerente, è capace di tenere insieme corpo, lingua, dolore e verità, usa una struttura narrativa solida, si alimenta con radici culturali forti ma non folkloristiche, fa risuonare con sensibilità le ferite transgenerazionali.

Se La Tela continuerà a lavorare su questa linea del corpo, della memoria, della casa come teatro del trauma, è molto probabile che diventi una delle voci più interessanti della narrativa italiana dei prossimi anni. Non perché piacerà genericamente, ma perché ha qualcosa da dire. E lo dice con una lingua che non assomiglia a nessun’altra.

Nel nome tuo è un romanzo che non si limita a raccontare. Lo abbiamo letto ascoltando la ferita da cui nasce. Lo fa con una voce nuova, necessaria, capace di trasformare il dolore in forma e spazi riflessivi. È un libro che si sente. In un panorama narrativo spesso dominato dall’urgenza del presente, La Tela sceglie la profondità del passato, la genealogia, la memoria, il corpo. E ci ricorda che la letteratura serve a vedere e a sentire e che queste esperienze sono già una forma di salvezza, per l’autore e per il lettore.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Mattia Insolia: “La vita giovane” (Mondadori, 2026), di Martina Ruggiero

Quello che resta dei sogni 

Cosa resta in noi di quella tenera versione giovane e acerba quando diventiamo adulti? Che fine fa? Quanto di quella versione di noi resta intrappolata invece nei ricordi degli altri? 

Questo libro cerca di rispondere a queste e ad altre domande. Lo fa ponendone al centro una in particolare: Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? 

Perché sì, quando si è molto giovani, c’è un momento nella vita in cui potenzialmente possiamo essere tutto. Siamo tutto in potenza e la sensazione di poter scrivere la nostra vita ci dà un senso di invincibilità che è legato allo stesso tempo intrinsecamente a un’incoscienza ingenua. Vulnerabili e invincibili, è questo paradosso a creare quel fascino pericoloso degli anni dell’adolescenza. Perché gli adolescenti, i giovani, sono in una condizione simile ai folli. Come chi, per fare un occhiolino a Pirandello, ha un’anima che potrebbe scegliere di rapprendersi in una qualche forma, per poi quindi adultizzarsi, ma sceglie di non farlo, di restare magma, un magma di infinite possibilità. 

Diventare adulti vuol dire in effetti fare una scelta, scegliere una forma, cominciare quantomeno a segnare un tracciato, a costruire un’identità. Ma cosa succede quando l’identità che a fatica stiamo tentando di costruire viene segnata da un trauma collettivo e, soprattutto, da una notte in particolare che cambia tutto per sempre? 

Una notte che non è solo un evento, ma una frattura: il punto esatto in cui la giovinezza si incrina e nulla, da lì in poi, resta integro allo stesso modo. 

Incontriamo Teo (Matteo Gallo, 28 anni), il protagonista del romanzo, con una scena simbolica: è al volante, da solo. La strada che percorre smette quasi subito di essere un luogo: diventa vita. All’incrocio che dovrebbe condurlo alla sua città natale (Foro), ripete un gesto rituale della sua giovinezza: chiude gli occhi per dieci secondi e pigia sull’acceleratore. Un gesto sconsiderato, ripetuto migliaia di volte con i suoi amici quando il futuro era ancora una distesa senza confini. Sono più di dieci anni che non lo fa. Ora quel gesto non è più gioco, è un’eco sbiadita, un distacco: dai propri sogni, da quella versione di sé che sembra rimasta ferma altrove, come se lo aspettasse nel buio. 

Ed è così che attraverso la voce di Teo entriamo nel mondo di questo gruppo di amici. Sofia, Giorgio, Matilde, Tommaso e Marta e lo stesso Teo prendono corpo. Chi erano? Chi sono davvero diventati? 

Seguiamo la loro evoluzione tramite un intreccio di linee temporali: il passato e il presente. Teo non vede i suoi vecchi amici dalla fine del liceo, da quando ha deciso di trasferirsi a Milano, ricominciare. Andare via dal suo paesino del Sud. Riscrivere la storia. Un Sud che resta spesso spoglio dei propri giovani, periferico e desertico, più emotivo che geografico, e da cui si fugge anche per sopravvivere a ciò che si è stati. 

È un invito al matrimonio dei suoi più cari amici del liceo che lo riporta al luogo delle sue origini. Giorgio e Matilde si sposano, costringendo così gli amici dispersi nelle diverse città d’Italia a fare un doloroso tuffo nel passato. Un tuffo che Teo in particolare rimanda da dieci anni. È una sberla in pieno viso, destinata a riaprire un amaro processo di guarigione. E nell’incontrare dopo così tanto tempo i propri amici, Teo cerca di ricordarne le “fisionomie” giovanili, di ridisegnarne i confini, sovrapponendo i ricordi alle loro nuove versioni adulte. E guarda anche sé stesso, si guarda crescere. 

Ricostruire i pezzi diventa necessario, mettere insieme i cocci per ricomporre qualcosa di più saldo è diventato urgente. Farlo è però anche pericoloso: perché quei pezzi non sono neutri, sono vivi, feriti, deformati dal tempo e da quella notte. Ognuno di loro è sopravvissuto come ha potuto. C’è chi si è spento lentamente, chi ha cercato rifugio in relazioni malsane o nelle droghe e nell’alcol, chi ha anestetizzato tutto, chi ha trasformato il dolore in rabbia (come Teo), chi è rimasto in silenzio. Nessuno è rimasto intatto. 

Ed è così che si diventa grandi delle volte, quasi senza accorgersene, attraversando il dolore. Il dolore ha consumato tutti loro in modo diverso, ma costante: ha scavato nelle relazioni, nelle scelte, nei corpi stessi. Eppure, li tiene ancora, in qualche modo, nello stesso perimetro emotivo. 

Nel romanzo di Insolia perfino i luoghi non sono mai soltanto fisici: sono soprattutto emotivi. I paesaggi diventano correlativi oggettivi degli stati interiori del protagonista. La descrizione degli ambienti non si limita a descrivere, ma rivela ciò che i personaggi non sanno o non riescono a dire. 

Accanto a questa dimensione evocativa, i dialoghi restano concreti, solidi, credibili: come se la realtà continuasse a parlare anche quando tutto il resto si sfalda. E proprio nel contrasto tra ciò che si percepisce e ciò che si dice si apre la frattura più profonda. 

Interessante è come i personaggi emergano per disvelamento graduale: piccoli gesti, dettagli minimi, atteggiamenti quasi casuali che nascondono ferite enormi. Nulla è mai solo ciò che appare. 

Ed è così che quei ragazzi si incontrano di nuovo, e sono ora adulti, con amori andati a male, i non detti, le scosse della vita, una giovinezza che ha cambiato sapore, diventando più consapevole, meno temeraria, più abitudinaria. Ognuno continua a portare dentro il segno di quella notte, anche quando finge di averla superata. 

Il dolore ha inevitabilmente trasformato i sogni ma non li ha cancellati. I sogni hanno cambiato forma ma non sostanza. Crescere, allora, non significa smettere di sognare, ma imparare a riconoscere i sogni anche quando non assomigliano più a quelli di un tempo. Forse i sogni non spariscono davvero: restano immobili dentro di noi per anni, aspettando soltanto il momento giusto per cambiare nome. 

Teo alla fine riesce ad aggrapparsi al suo ultimo sogno, a non lasciarlo scappare, barlume di luce in una buia caverna. 

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Io direi che restano dentro e prima o poi trovano il modo per liberarsi, per diventare realtà. 

Martina Ruggiero

Martina Ruggiero: classe 2001, cresciuta a Vico Equense, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, un percorso che ho scelto perché credo profondamente nella forza delle storie, delle immagini e delle emozioni.

Sono una persona curiosa e creativa, con una forte passione per la letteratura, i viaggi e la scoperta di nuove culture. Amo nutrire costantemente la mia immaginazione e, nel tempo libero, mi dedico al disegno, trovando ispirazione nelle piccole cose.

Attualmente sto svolgendo un tirocinio presso l’ufficio stampa Bompiani a Roma che ho intrapreso grazie al master SEMA, spinta dal mio amore per le parole e per quello che riescono a trasmettere. 

Toto Strega 2026: fuga per la finale – una mappa per costruire la tua cinquina, di Gigi Agnano

Molti lettori trovano attraente lo Strega come un pranzo della domenica dalla suocera: si mangia benino, ma la noia è insopportabile. Lo snobbano convinti, non del tutto a torto, che sia un campionato truccato, dove giudici pigri non fanno manco lo sforzo di leggere, anche perché vincerà non il miglior libro o l’autore più bravo, ma l’editore più forte nell’imbastire relazioni. Ai troppo snob va però ricordato che non siamo nel regno della sperimentazione e che il premio pare proprio voglia tendere a raggiungere lettori medi e consumatori occasionali con testi leggibili e di approccio poco complicato. È comunque innegabile e sono tutti d’accordo che il nostro concorso letterario più importante, essendo forse l’unico ad incidere significativamente sulle vendite, offra degli spunti interessanti sulle tendenze dell’editoria italiana.

Diamo quindi un’occhiata alla dozzina 2026, procedendo per casa editrice, visto che è più una competizione del mondo editoriale che tra libri e scrittori.

Sia chiaro, niente di serio, solo una mappa (una piccola mappa, una “mappina”…) per scommettere al Toto Strega e costruire la tua cinquina.

Einaudi pigliatutto piazza tre colpi

Michele Mari, I convitati di pietra

Ex compagni di classe si ritrovano un anno dopo la maturità e siglano un patto con conseguenze imprevedibili: versano quote annue per costituire un capitale che verrà attribuito agli ultimi tre sopravvissuti. Un po’ Settimo sigillo, un po’ Dieci piccoli indiani, se la trama ha un che di geniale, non convince del tutto per lingua e per stile. Ma Mari, che ha scritto di meglio, fa gara a sé, è dato per favorito e forse ha già vinto. 

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Eccitante come una cartella clinica, consigliatissimo per lettori un po’ masochisti maniaci della tivù del dolore. Non meraviglierebbe vincesse: la malattia, particolarmente quella psichica, narrata in prima persona (“Mi chiamo Alcide Pierantozzi”), si vende che è un piacere. Poco conta se in farmacia o in libreria, basta che venda. Va detto che sembra piaciuto a tantissimi.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

Dei due libri precedenti pubblicati da 66thand2nd abbiamo parlato qui sul Randagio. Per dire che il tema de “L’unica persona nera nella stanza” (titolo già di per sé esplicito) c’interessa e non poco. Con l’etichetta Einaudi la scrittrice brianzola di origini singalesi fa il salto di qualità e arriva in dozzina, ma per tutti gli osservatori il suo percorso nello Strega finiscee qui. A noi del Randagio però piacerebbe molto vederla alla serata finale, forse proprio perché sappiamo che non accadrà. 

Due titoli per La nave di Teseo:

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Prima di comprarlo e di leggerlo avremmo dovuto dare ascolto a Lorenzo Marchese (Snaporaz): “quest’ultimo romanzo si incaglia in una storia da cui neanche un cosiddetto lettore forte riuscirebbe a trarre un sugo”. Non possiamo però escludere che a qualcuno piaccia in bianco.

Christian Raimo, L’invenzione del colore

E’ l’unico romanzo al mondo dove ancora trovi “felicità proletaria” e “lotta di classe” e si fa l’amore “come un rito operaio”. Memoir tra il narcisistico e l’autoreferenziale, un frullato di impegno sociale, citazioni cinematografiche, il traffico di Roma, la militanza, il riscaldamento globale, i migranti, gli amati studenti. Poetica dell’impegno di cui forse si avverte il bisogno, più Amaro Montenegro che Strega, con l’aggiunta di una romanità che allo Strega può far comodo.

Poi un libro a testa per le più importanti case editrici nostrane, a dimostrazione che i giurati hanno studiato letteratura anche sul manuale Cencelli:

Bompiani:

Bianca Pitzorno, La sonnambula

Prosa elegante, magia, preveggenza, temi femministi, la protagonista in fuga dal marito violento, tutta ciccia che, nonostante (o grazie a) i tanti stereotipi, dovrebbe assicurarle un posto in cinquina. Anche l’età dell’autrice e la lunga rispettabilissima carriera potrebbero incidere favorevolmente. Rischia di essere esclusa solo per il suo pregio più riconoscibile: vende già benissimo anche senza lo Strega. Investimento a rischio zero.

Sellerio

Maria Attanasio, La Rosa Inversa

Agli inizi del ‘900 in Sicilia un professore eredita un palazzo e vi scopre una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento, ricca di libri di Voltaire, Diderot ed altri illuministi proibiti. Trova anche il manoscritto di un suo avo massone e libertino ecc… Classe 1943, se passasse in cinquina insieme alla Pitzorno di un anno più grandicella, costituirebbe un duo insulare inedito, siciliana una sarda l’altra, di “letteratura da premio” (vedi Gianluigi Simonetti “Caccia allo Strega”)

Mondadori:

Teresa Ciabatti, Donnaregina

Parte con l’intervista a un superboss della camorra, ma il romanzo prende forma assumendo una dimensione introspettiva. Pagine che non risparmiano nulla al lettore: l’intervista al boss Giuseppe Misso, le velleità letterarie del camorrista che ama i piccioni e crede negli ufo, Napoli, la prostituta, la critica sociale, il rapporto padri – figli, il figlio gay e ovviamente i femminielli, la giornalista mamma che osserva la figlia “irascibile”, il marito professionista, un fratello gemello… Materia per almeno due romanzi al prezzo di uno. E’ rimasto agli atti il commento di Cazzullo del 2021, quando “Sembrava bellezza” fu escluso dalla finale perché “sta sulle scatole” ai salotti letterari romani. Proposto da Roberto Saviano, un altro che ha da riconciliarsi con lo Strega per antiche polemiche (Ferrante). Relazioni pericolose.

Feltrinelli:

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

Galimberti, autore Feltrinelli, ci assicura, in uno spot Feltrinelli, che il libro di Nucci, pubblicato da Feltrinelli, “non si fa nessuna fatica a leggerlo”. Con tutta la stima per Galimberti, ci piacerebbe sapere quante persone non hanno avuto voglia di leggere 400 pagine che ripercorrono in forma narrativa una parte della vita del filosofo ateniese anche a causa di questa brillante pubblicità. 

Guanda:

Marco Vichi, Occhi di bambina

Ci sono quelli che se iniziano vanno avanti fino alla fine; quelli che, dopo Pennac, si sentono autorizzati a mollare; quelli che spilluzzicano aprendo il libro a caso; e quelli che leggono l’incipit e come un chirurgo aprono e richiudono: “«Arianna… Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» È la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni. Lei si era piegata sulle ginocchia e mi stava davanti. Mi guardava. Sorrideva. Avevo la sensazione che fosse triste, e mi sembrava che avesse gli occhi lucidi. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi risposi. «Io la mamma non la lascio da sola» dissi.”

Ce l’hanno fatta pure due indie gloriose. Sarebbe bello vederle entrambe alla serata finale, ma, a meno di ripescaggi destinati a case editrici minori, è probabile come uno scudetto al Palermo:

L’orma:

Elena Rui, Vedove di Camus

Il 4 gennaio del 1950 muore in un incidente automobilistico Albert Camus. La Rui immagina le conseguenze sulla vita delle donne dello scrittore, mogli ed amanti. A proposito di amanti apprendiamo che “gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca”. Ecco chiarito perché quasi tutti i bancari, ma non solo loro, hanno velleità letterarie. La narrazione saggistica negli ultimi anni ha avuto molta fortuna allo Strega (Scurati, Petrignani, Janaczek, Trevi): ce la farà la Rui ad arrivare alla serata finale?

Quodlibet:

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia: sarebbe da portare in finale già per il solo fatto che si parla di Celati (La banda dei sospiri, Narratori delle pianure). O perché è di Cavazzoni. Ancora di più perché si parla dell’amicizia trentennale tra Celati e Cavazzoni. L’ennesimo memoir, ma “alato e volatile”, soprattutto onesto. Talmente onesto che verrebbe da chiedere con Dylan “che ci fa un cuore gentile come il tuo in un postaccio come questo?”

Ciò detto, scommetto non più di due lire su questa cinquina:

Mari, Pierantozzi, Ciabatti, Pitzorno, Covacich (più, speriamo, un ripescato Cavazzoni)

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.