Elena Rui: “Vedove di Camus” (L’orma, 2025), di Rosanna Pontoriero e Gigi Agnano

Le Vedove di Camus: il romanzo dell’amore oltre la morte

Dovessi scrivere io un trattato di morale, avrebbe cento pagine, novantanove delle quali assolutamente bianche. Sull’ultima, poi, scriverei: «Conosco un solo dovere, ed è quello di amare». A tutto il resto dico no. Dico no con tutte le mie forze.
Albert Camus, Taccuini I, 1937

«Conosco un solo dovere, ed è quello di amare». La frase può suonare come un invito, un ticchettio, un richiamo, un mantra. Nulla nell’etica può sostituirsi all’amore, non i dogmi, non le convenzioni, tanto meno le ideologie. Ma amare, nella vita vera e in particolare in quella di Albert, basta ad evitare il dolore a chi ti è accanto? Un uomo libero come Camus che vive più amori riesce con l’amore a riparare le fratture che si determinano nella vita degli altri?

Vedove di Camus, il romanzo di Elena Rui pubblicato da L’Orma, ruota intorno a queste domande e lo fa attraverso le quattro donne da lui amate e che l’hanno amato. Anche per chi non ha grande familiarità con la sua opera, il libro offre un accesso alla figura dello scrittore attraverso le relazioni e le contraddizioni della sua vita.

Il punto di partenza è l’incidente automobilistico del 4 gennaio 1960 a Villeblevin in cui Camus muore a 46 anni. Da quella tragedia prendono forma le storie di Francine Faure, Catherine Sellers, Mette Ivers e Maria Casarès. Moglie e amanti condividono la perdita, ma non il medesimo posto nella vita di Albert. Nel lutto ogni donna torna al passato e racconta da un’angolazione diversa l’uomo scomparso. Quattro personalità differenti che restituiscono al lettore una narrazione con un filo conduttore: cosa resta di un amore quando chi ne era il centro non c’è più.

Intorno alle protagoniste un’ambientazione di grande fascino, una Francia intellettuale fatta di teatri, case, carteggi, libri e conversazioni.

Francine Faure

Francine Faure è la vedova riconosciuta, la donna della quotidianità familiare. Il romanzo la presenta nella difficoltà di trovare uno spazio al di fuori dei ruoli di moglie e madre, nonostante i brillanti studi di matematica e un talento da pianista. Ma questa posizione non coincide con una sicurezza affettiva. È a conoscenza dei tradimenti del marito e deve sopportare le ingerenze della famiglia che non capisce come possa sopportare le sue infedeltà. La vediamo al corteo funebre del 6 gennaio: «Ha l’aria esausta ma compita e decorosa accanto al cognato Lucien, mentre qualche personalità locale e i calciatori della squadra di Lourmarin portano la bara di Camus dalla villa al cimitero». In quella villa, Albert aveva impegnato le giornate a scrivere e Francine aveva sperato che, lontano da Parigi, sarebbe stata la sola moglie. Ma Camus spesso si stancava della monotonia familiare e andava via, mentre, al contrario, Francine restava, rendendo elegante persino la gelosia. È, probabilmente, solo nei quattro anni di pausa dalla relazione con la Casarès, 1944-48, che Francine sperimenta un senso di sicurezza affettiva. Solo allora “Albert aveva preso a cuore il ruolo di padre ed era, a suo modo, presente. […] Si era investito con slancio nella vita familiare anche per dimenticare Maria Casarès, ma non ci era riuscito“. A Francine tocca il compito delicato di occuparsi dell’opera del marito e il suo lavoro porta alla pubblicazione del primo e del secondo Taccuino. Muore, come ricostruisce la Rui, mentre Maria Casarès sta terminando l’autobiografia in cui rende pubblica la relazione con Camus.

Catherine Sellers e Mette Ivers

Con la scomparsa dello scrittore, in Catherine Sellers il desiderio di sapere quale posto abbia occupato nella sua vita diventa un’esigenza soffocante. Non le basta averlo amato ed essere stata amata, per Catherine conta anche che la loro relazione venga riconosciuta. La morte riporta infatti alla luce la consapevolezza di aver costantemente condiviso l’uomo amato “… ma esiste sempre uno sconfinamento che giustifica la gelosia e legittima la rivendicazione della proprietà“. La Sellers avrebbe voluto essere la donna della sua vita, ma avverte che Maria Casarès occupa un posto diverso, più importante, riconoscibile persino agli occhi della moglie. La fiducia che Francine riserva a Catherine, invece di rassicurarla, sembra privarla di qualcosa: essere percepita come una minaccia avrebbe forse confermato l’importanza del suo amore.

Mette Ivers è, invece, l’amante degli istanti felici: quella che non si fa mille domande, capace di amare Albert per quello che le dà. Per Mette, pittrice dal portamento fresco,  Albert è stato l’amore dei vent’anni: “Intravedere – si erano conosciuti così – un gruppetto di uomini al Flore, scorgervi lo scrittore Albert Camus, essere invitata proprio da lui al loro tavolo e passare la serata a ballare nei locali notturni del Quartiere latino“. Vi è una ingenuità gradevole nella sua narrazione, quella di una donna che ha vissuto gli istanti, senza interrogare la vita.

Maria Casarès

Nelle pagine dedicate a Maria Casarès, l’amore assume il ruolo di sentimento sacro, potente, indistruttibile. Il rapporto con Camus conosce interruzioni e riprese, ma conserva una forza che lo rende un riferimento decisivo nelle vite di entrambi.
“Tutta la prima parte della loro relazione, da giugno a ottobre del 1944, era stata di una intensità divorante, resa possibile anche dalla lontananza di Francine. […] Nessuno, in quel periodo, osava proiettarsi nel “dopo”: si viveva in un presente sospeso“.
Alla prima notte d’amore, il 6 giugno 1944, fa seguito, nello stesso giorno di quattro anni dopo, l’inizio di una nuova stagione del loro rapporto. La coincidenza delle date dà alla vicenda quasi un ritmo romanzesco: un ritorno che sembra confermare la persistenza del sentimento. Ma neppure questa passione cancella la pluralità dei legami di Albert. La sua intensità non garantisce l’esclusività.

Rosanna Pontoriero e Gigi Agnano

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Toto Strega 2026: fuga per la finale – una mappa per costruire la tua cinquina, di Gigi Agnano

Molti lettori trovano attraente lo Strega come un pranzo della domenica dalla suocera: si mangia benino, ma la noia è insopportabile. Lo snobbano convinti, non del tutto a torto, che sia un campionato truccato, dove giudici pigri non fanno manco lo sforzo di leggere, anche perché vincerà non il miglior libro o l’autore più bravo, ma l’editore più forte nell’imbastire relazioni. Ai troppo snob va però ricordato che non siamo nel regno della sperimentazione e che il premio pare proprio voglia tendere a raggiungere lettori medi e consumatori occasionali con testi leggibili e di approccio poco complicato. È comunque innegabile e sono tutti d’accordo che il nostro concorso letterario più importante, essendo forse l’unico ad incidere significativamente sulle vendite, offra degli spunti interessanti sulle tendenze dell’editoria italiana.

Diamo quindi un’occhiata alla dozzina 2026, procedendo per casa editrice, visto che è più una competizione del mondo editoriale che tra libri e scrittori.

Sia chiaro, niente di serio, solo una mappa (una piccola mappa, una “mappina”…) per scommettere al Toto Strega e costruire la tua cinquina.

Einaudi pigliatutto piazza tre colpi

Michele Mari, I convitati di pietra

Ex compagni di classe si ritrovano un anno dopo la maturità e siglano un patto con conseguenze imprevedibili: versano quote annue per costituire un capitale che verrà attribuito agli ultimi tre sopravvissuti. Un po’ Settimo sigillo, un po’ Dieci piccoli indiani, se la trama ha un che di geniale, non convince del tutto per lingua e per stile. Ma Mari, che ha scritto di meglio, fa gara a sé, è dato per favorito e forse ha già vinto. 

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Eccitante come una cartella clinica, consigliatissimo per lettori un po’ masochisti maniaci della tivù del dolore. Non meraviglierebbe vincesse: la malattia, particolarmente quella psichica, narrata in prima persona (“Mi chiamo Alcide Pierantozzi”), si vende che è un piacere. Poco conta se in farmacia o in libreria, basta che venda. Va detto che sembra piaciuto a tantissimi.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

Dei due libri precedenti pubblicati da 66thand2nd abbiamo parlato qui sul Randagio. Per dire che il tema de “L’unica persona nera nella stanza” (titolo già di per sé esplicito) c’interessa e non poco. Con l’etichetta Einaudi la scrittrice brianzola di origini singalesi fa il salto di qualità e arriva in dozzina, ma per tutti gli osservatori il suo percorso nello Strega finiscee qui. A noi del Randagio però piacerebbe molto vederla alla serata finale, forse proprio perché sappiamo che non accadrà. 

Due titoli per La nave di Teseo:

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Prima di comprarlo e di leggerlo avremmo dovuto dare ascolto a Lorenzo Marchese (Snaporaz): “quest’ultimo romanzo si incaglia in una storia da cui neanche un cosiddetto lettore forte riuscirebbe a trarre un sugo”. Non possiamo però escludere che a qualcuno piaccia in bianco.

Christian Raimo, L’invenzione del colore

E’ l’unico romanzo al mondo dove ancora trovi “felicità proletaria” e “lotta di classe” e si fa l’amore “come un rito operaio”. Memoir tra il narcisistico e l’autoreferenziale, un frullato di impegno sociale, citazioni cinematografiche, il traffico di Roma, la militanza, il riscaldamento globale, i migranti, gli amati studenti. Poetica dell’impegno di cui forse si avverte il bisogno, più Amaro Montenegro che Strega, con l’aggiunta di una romanità che allo Strega può far comodo.

Poi un libro a testa per le più importanti case editrici nostrane, a dimostrazione che i giurati hanno studiato letteratura anche sul manuale Cencelli:

Bompiani:

Bianca Pitzorno, La sonnambula

Prosa elegante, magia, preveggenza, temi femministi, la protagonista in fuga dal marito violento, tutta ciccia che, nonostante (o grazie a) i tanti stereotipi, dovrebbe assicurarle un posto in cinquina. Anche l’età dell’autrice e la lunga rispettabilissima carriera potrebbero incidere favorevolmente. Rischia di essere esclusa solo per il suo pregio più riconoscibile: vende già benissimo anche senza lo Strega. Investimento a rischio zero.

Sellerio: 

Maria Attanasio, La Rosa Inversa

Agli inizi del ‘900 in Sicilia un professore eredita un palazzo e vi scopre una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento, ricca di libri di Voltaire, Diderot ed altri illuministi proibiti. Trova anche il manoscritto di un suo avo massone e libertino ecc… Classe 1943, se passasse in cinquina insieme alla Pitzorno di un anno più grandicella, costituirebbe un duo insulare inedito, siciliana una sarda l’altra, di “letteratura da premio” (vedi Gianluigi Simonetti “Caccia allo Strega”)

Mondadori:

Teresa Ciabatti, Donnaregina

Parte con l’intervista a un superboss della camorra, ma il romanzo prende forma assumendo una dimensione introspettiva. Pagine che non risparmiano nulla al lettore: l’intervista al boss Giuseppe Misso, le velleità letterarie del camorrista che ama i piccioni e crede negli ufo, Napoli, la prostituta, la critica sociale, il rapporto padri – figli, il figlio gay e ovviamente i femminielli, la giornalista mamma che osserva la figlia “irascibile”, il marito professionista, un fratello gemello… Materia per almeno due romanzi al prezzo di uno. E’ rimasto agli atti il commento di Cazzullo del 2021, quando “Sembrava bellezza” fu escluso dalla finale perché “sta sulle scatole” ai salotti letterari romani. Proposto da Roberto Saviano, un altro che ha da riconciliarsi con lo Strega per antiche polemiche (Ferrante). Relazioni pericolose.

Feltrinelli:

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

Galimberti, autore Feltrinelli, ci assicura, in uno spot Feltrinelli, che il libro di Nucci, pubblicato da Feltrinelli, “non si fa nessuna fatica a leggerlo”. Con tutta la stima per Galimberti, ci piacerebbe sapere quante persone non hanno avuto voglia di leggere 400 pagine che ripercorrono in forma narrativa una parte della vita del filosofo ateniese anche a causa di questa brillante pubblicità. 

Guanda:

Marco Vichi, Occhi di bambina

Ci sono quelli che se iniziano vanno avanti fino alla fine; quelli che, dopo Pennac, si sentono autorizzati a mollare; quelli che spilluzzicano aprendo il libro a caso; e quelli che leggono l’incipit e come un chirurgo aprono e richiudono: “«Arianna… Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» È la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni. Lei si era piegata sulle ginocchia e mi stava davanti. Mi guardava. Sorrideva. Avevo la sensazione che fosse triste, e mi sembrava che avesse gli occhi lucidi. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi risposi. «Io la mamma non la lascio da sola» dissi.”

Ce l’hanno fatta pure due indie gloriose. Sarebbe bello vederle entrambe alla serata finale, ma, a meno di ripescaggi destinati a case editrici minori, è probabile come uno scudetto al Palermo:

L’orma:

Elena Rui, Vedove di Camus

Il 4 gennaio del 1950 muore in un incidente automobilistico Albert Camus. La Rui immagina le conseguenze sulla vita delle donne dello scrittore, mogli ed amanti. A proposito di amanti apprendiamo che “gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca”. Ecco chiarito perché quasi tutti i bancari, ma non solo loro, hanno velleità letterarie. La narrazione saggistica negli ultimi anni ha avuto molta fortuna allo Strega (Scurati, Petrignani, Janaczek, Trevi): ce la farà la Rui ad arrivare alla serata finale?

Quodlibet:

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia: sarebbe da portare in finale già per il solo fatto che si parla di Celati (La banda dei sospiri, Narratori delle pianure). O perché è di Cavazzoni. Ancora di più perché si parla dell’amicizia trentennale tra Celati e Cavazzoni. L’ennesimo memoir, ma “alato e volatile”, soprattutto onesto. Talmente onesto che verrebbe da chiedere con Dylan “che ci fa un cuore gentile come il tuo in un postaccio come questo?”

Ciò detto, scommetto non più di due lire su questa cinquina:

Mari, Pierantozzi, Ciabatti, Pitzorno, Covacich (più, speriamo, un ripescato Cavazzoni)

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.