Toto Strega 2026: fuga per la finale – una mappa per costruire la tua cinquina, di Gigi Agnano

Molti lettori trovano attraente lo Strega come un pranzo della domenica dalla suocera: si mangia benino, ma la noia è insopportabile. Lo snobbano convinti, non del tutto a torto, che sia un campionato truccato, dove giudici pigri non fanno manco lo sforzo di leggere, anche perché vincerà non il miglior libro o l’autore più bravo, ma l’editore più forte nell’imbastire relazioni. Ai troppo snob va però ricordato che non siamo nel regno della sperimentazione e che il premio pare proprio voglia tendere a raggiungere lettori medi e consumatori occasionali con testi leggibili e di approccio poco complicato. È comunque innegabile e sono tutti d’accordo che il nostro concorso letterario più importante, essendo forse l’unico ad incidere significativamente sulle vendite, offra degli spunti interessanti sulle tendenze dell’editoria italiana.

Diamo quindi un’occhiata alla dozzina 2026, procedendo per casa editrice, visto che è più una competizione del mondo editoriale che tra libri e scrittori.

Sia chiaro, niente di serio, solo una mappa (una piccola mappa, una “mappina”…) per scommettere al Toto Strega e costruire la tua cinquina.

Einaudi pigliatutto piazza tre colpi

Michele Mari, I convitati di pietra

Ex compagni di classe si ritrovano un anno dopo la maturità e siglano un patto con conseguenze imprevedibili: versano quote annue per costituire un capitale che verrà attribuito agli ultimi tre sopravvissuti. Un po’ Settimo sigillo, un po’ Dieci piccoli indiani, se la trama ha un che di geniale, non convince del tutto per lingua e per stile. Ma Mari, che ha scritto di meglio, fa gara a sé, è dato per favorito e forse ha già vinto. 

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Eccitante come una cartella clinica, consigliatissimo per lettori un po’ masochisti maniaci della tivù del dolore. Non meraviglierebbe vincesse: la malattia, particolarmente quella psichica, narrata in prima persona (“Mi chiamo Alcide Pierantozzi”), si vende che è un piacere. Poco conta se in farmacia o in libreria, basta che venda. Va detto che sembra piaciuto a tantissimi.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

Dei due libri precedenti pubblicati da 66thand2nd abbiamo parlato qui sul Randagio. Per dire che il tema de “L’unica persona nera nella stanza” (titolo già di per sé esplicito) c’interessa e non poco. Con l’etichetta Einaudi la scrittrice brianzola di origini singalesi fa il salto di qualità e arriva in dozzina, ma per tutti gli osservatori il suo percorso nello Strega finiscee qui. A noi del Randagio però piacerebbe molto vederla alla serata finale, forse proprio perché sappiamo che non accadrà. 

Due titoli per La nave di Teseo:

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Prima di comprarlo e di leggerlo avremmo dovuto dare ascolto a Lorenzo Marchese (Snaporaz): “quest’ultimo romanzo si incaglia in una storia da cui neanche un cosiddetto lettore forte riuscirebbe a trarre un sugo”. Non possiamo però escludere che a qualcuno piaccia in bianco.

Christian Raimo, L’invenzione del colore

E’ l’unico romanzo al mondo dove ancora trovi “felicità proletaria” e “lotta di classe” e si fa l’amore “come un rito operaio”. Memoir tra il narcisistico e l’autoreferenziale, un frullato di impegno sociale, citazioni cinematografiche, il traffico di Roma, la militanza, il riscaldamento globale, i migranti, gli amati studenti. Poetica dell’impegno di cui forse si avverte il bisogno, più Amaro Montenegro che Strega, con l’aggiunta di una romanità che allo Strega può far comodo.

Poi un libro a testa per le più importanti case editrici nostrane, a dimostrazione che i giurati hanno studiato letteratura anche sul manuale Cencelli:

Bompiani:

Bianca Pitzorno, La sonnambula

Prosa elegante, magia, preveggenza, temi femministi, la protagonista in fuga dal marito violento, tutta ciccia che, nonostante (o grazie a) i tanti stereotipi, dovrebbe assicurarle un posto in cinquina. Anche l’età dell’autrice e la lunga rispettabilissima carriera potrebbero incidere favorevolmente. Rischia di essere esclusa solo per il suo pregio più riconoscibile: vende già benissimo anche senza lo Strega. Investimento a rischio zero.

Sellerio

Maria Attanasio, La Rosa Inversa

Agli inizi del ‘900 in Sicilia un professore eredita un palazzo e vi scopre una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento, ricca di libri di Voltaire, Diderot ed altri illuministi proibiti. Trova anche il manoscritto di un suo avo massone e libertino ecc… Classe 1943, se passasse in cinquina insieme alla Pitzorno di un anno più grandicella, costituirebbe un duo insulare inedito, siciliana una sarda l’altra, di “letteratura da premio” (vedi Gianluigi Simonetti “Caccia allo Strega”)

Mondadori:

Teresa Ciabatti, Donnaregina

Parte con l’intervista a un superboss della camorra, ma il romanzo prende forma assumendo una dimensione introspettiva. Pagine che non risparmiano nulla al lettore: l’intervista al boss Giuseppe Misso, le velleità letterarie del camorrista che ama i piccioni e crede negli ufo, Napoli, la prostituta, la critica sociale, il rapporto padri – figli, il figlio gay e ovviamente i femminielli, la giornalista mamma che osserva la figlia “irascibile”, il marito professionista, un fratello gemello… Materia per almeno due romanzi al prezzo di uno. E’ rimasto agli atti il commento di Cazzullo del 2021, quando “Sembrava bellezza” fu escluso dalla finale perché “sta sulle scatole” ai salotti letterari romani. Proposto da Roberto Saviano, un altro che ha da riconciliarsi con lo Strega per antiche polemiche (Ferrante). Relazioni pericolose.

Feltrinelli:

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

Galimberti, autore Feltrinelli, ci assicura, in uno spot Feltrinelli, che il libro di Nucci, pubblicato da Feltrinelli, “non si fa nessuna fatica a leggerlo”. Con tutta la stima per Galimberti, ci piacerebbe sapere quante persone non hanno avuto voglia di leggere 400 pagine che ripercorrono in forma narrativa una parte della vita del filosofo ateniese anche a causa di questa brillante pubblicità. 

Guanda:

Marco Vichi, Occhi di bambina

Ci sono quelli che se iniziano vanno avanti fino alla fine; quelli che, dopo Pennac, si sentono autorizzati a mollare; quelli che spilluzzicano aprendo il libro a caso; e quelli che leggono l’incipit e come un chirurgo aprono e richiudono: “«Arianna… Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» È la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni. Lei si era piegata sulle ginocchia e mi stava davanti. Mi guardava. Sorrideva. Avevo la sensazione che fosse triste, e mi sembrava che avesse gli occhi lucidi. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi risposi. «Io la mamma non la lascio da sola» dissi.”

Ce l’hanno fatta pure due indie gloriose. Sarebbe bello vederle entrambe alla serata finale, ma, a meno di ripescaggi destinati a case editrici minori, è probabile come uno scudetto al Palermo:

L’orma:

Elena Rui, Vedove di Camus

Il 4 gennaio del 1950 muore in un incidente automobilistico Albert Camus. La Rui immagina le conseguenze sulla vita delle donne dello scrittore, mogli ed amanti. A proposito di amanti apprendiamo che “gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca”. Ecco chiarito perché quasi tutti i bancari, ma non solo loro, hanno velleità letterarie. La narrazione saggistica negli ultimi anni ha avuto molta fortuna allo Strega (Scurati, Petrignani, Janaczek, Trevi): ce la farà la Rui ad arrivare alla serata finale?

Quodlibet:

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia: sarebbe da portare in finale già per il solo fatto che si parla di Celati (La banda dei sospiri, Narratori delle pianure). O perché è di Cavazzoni. Ancora di più perché si parla dell’amicizia trentennale tra Celati e Cavazzoni. L’ennesimo memoir, ma “alato e volatile”, soprattutto onesto. Talmente onesto che verrebbe da chiedere con Dylan “che ci fa un cuore gentile come il tuo in un postaccio come questo?”

Ciò detto, scommetto non più di due lire su questa cinquina:

Mari, Pierantozzi, Ciabatti, Pitzorno, Covacich (più, speriamo, un ripescato Cavazzoni)

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Bianca Pitzorno: “La sonnambula” (Bompiani, 2026), di Cristiana Buccarelli

 Un romanzo storico dal sapore fiabesco.

Considero Bianca Piztorno una delle più grandi scrittrici italiane viventi e il suo ultimo lavoro narrativo, La sonnambula (Bompiani 2026), è un romanzo storico originalissimo e delicato che unisce i fatti documentati alla narrazione immaginaria con un’impostazione fatalista, ironica e romantica che si discosta volutamente da un totale realismo: come nella sua migliore tradizione l’autrice dona alla sua opera  un’essenza fiabesca.

”Da sempre il mio metodo di scrittura è questo – dice Bianca Pitzorno – : scegliere un personaggio con determinate caratteristiche e porlo in una situazione anomala, chiedendomi e chiedendogli come ne potrà uscire. Nel caso della sonnambula, non mi è stato difficile individuare quali potessero essere le difficoltà e le insidie poste lungo il cammino di una giovane donna armata solo della sua fierezza e intraprendenza in un mondo maschilista e regolato da rigide divisioni sociali com’era la provincia italiana di fine Ottocento. La città da cui parte la storia è in realtà Sassari, che però come faccio spesso nei miei romanzi, chiamo col nome di Donora. Questo romanzo mescola dunque fatti storici realmente accaduti – che in parte ho pescato tra le memorie della mia famiglia o da altri ritagli di giornale, e in parte derivano dallo straordinario lavoro d’archivio dello storico sassarese Enrico Costa (1841-1909), a cui La sonnambula è dedicato. Lo stile che ho scelto è quello dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento di cui sono appassionata lettrice, ma interpretato con un filo di allusioni ironiche alle mode letterarie di quegli anni”.

Come è noto alla fine dell’Ottocento la parola sonnambula non indicava una donna che agiva durante il sonno, ma una sensitiva o una medium, cioè una persona che venendo interrogata da qualcuno, cadeva in trance e attraverso le parole pronunciate o attraverso la scrittura prediceva il futuro. 

Ofelia Rossi, è la sonnambula protagonista di questa narrazione, che dopo aver vissuto una serie di traversie coniugali e non, connesse anche ai suoi presunti poteri da sensitiva (sulle quali ora non mi soffermo), si sposta sotto falso nome dalla sua città di origine Vibrona, a Donora; è dunque un personaggio in fuga, che si reinventa una vita e che utilizza la sua intelligenza per crearsi un mestiere ed essere realmente indipendente da tutto e da tutti. L’autrice, come lei stessa ci riporta in nota, trae spunto per il suo personaggio da un ritaglio di giornale conservato da sua nonna a Sassari a fine Ottocento, infatti in un numero de L’Isola del maggio 1894 appare un annuncio della “Rinomata Sonnambula” che esercita la sua attività a Sassari con il nome di Elisa Morello e dà consulti di presenza e per corrispondenze per tutti gli argomenti possibili…’’

Anche se spesso finge per sbarcare il lunario, a volte Ofelia è realmente presa da vertigini e visioni misteriose, ma non crede in alcuna forma di superstizione, e riesce con forza dignità e coraggio ad affrontare la vita in un mondo in cui una donna sola, la cui origine e collocazione sociale non sono chiare, non ha un’esistenza facile, soprattutto in una provincia come Sassari-Donora alla fine dell’Ottocento. 

In buona sostanza Ofelia è una donna che guarda, che ascolta, che vede oltre e che soprattutto sperimenta la vitaPer molto tempo accoglie nel suo appartamento in via del Fiore Rosso n. 7 per cinque liremoltissime donne e qualche uomo che richiedono il suo intervento profetico in relazione a speranze, dolori ed eventi futuri, ma la sua è in realtà una forma di profonda empatia nei confronti degli esseri umani.

Tra le storie degli svariati postulanti mi ha colpito particolarmente quella di Carolina Prandi, figlia di un ricco commerciante, alla quale viene impedito dal padre di studiare la matematica in quanto donna e che invece, incitata dalla sonnambula, riuscirà a studiare per conto suo e in seguito a mantenersi come insegnante, mentre l’azienda del padre fallirà miseramente per non avere quest’ultimo ascoltato i calcoli della figlia relativi a un suo investimento sbagliato e avendo designato come unico erede della sua attività il figlio maschio.    

Attraverso la storia di Ofelia Rossi, l’autrice esalta il potere della mente e dell’empatia umana e ci ricorda che chi ha forza d’animo, volontà e ricchezza interiore può costruire liberamente il proprio destino. 

È una narrazione delicata, dove i sentimenti stessi della protagonista sono volutamente accennati con delle pennellate leggere e al tempo stesso capaci di far emergere una ricca dimensione interiore e dei sentimenti potenti con il tocco di una vera narratrice quale è Bianca Piztorno. 

Si tratta di una vicenda umana a lieto fine, sulla quale non mi soffermo per non togliere a chi la leggerà il gusto di scoprirla in prima persona, ma voglio dire che tale narrazione è capace di spalancarci davanti agli occhi un mondo e di farci comprendere quanta strada abbiano dovuto percorrere le donne riguardo alla loro indipendenza in poco più di un secolo.

C’è poi l’elemento surreale e originalissimo che la Piztorno inserisce nel romanzo attraverso lo spirito guida con cui manifesta sé stessa nelle sembianze di una ragazzina che appare molto spesso in sogno a Ofelia ma anche a volte alla sua cliente più affezionata, Angelica Soro, cugina dell’ingegnere Corrado Laudati, di cui si innamorerà poi la sonnambula. L’autrice stessa sottolinea con arguzia, come tale spirito guida rappresenti sé stessa e la forza della letteratura: “in questo romanzo, inoltre, mi diverto a rompere la parete invisibile che separa l’autore dalla sua storia e da chi la legge, ed entro in scena io stessa, nei panni onirici di una ragazzina che tiene al guinzaglio un gallo dalle piume colorate… Quelle piume simboleggiano la scrittura, le sue infinite sfumature e possibilità. Sono convinta che la letteratura sia lo strumento più potente per dimostrare che nessuna vita è insignificante o banale: ciascuna esistenza, se letta con occhi curiosi ed empatici, rivela pieghe straordinarie. Non tutte le vicende della sonnambula, delle sue clienti e di tutti i suoi compagni d’avventure sono esistenze a prima vista straordinarie, ma proprio per questo credo che i lettori potranno riconoscervisi e, attraverso di esse, dare un significato speciale al proprio stesso destino ”.

Infine la nostra Bianca Pitzorno nella nota finale si rivolge per ringraziarle anche alle sue quattro bisnonne, personaggi che inserisce in questo romanzo e che lei non ha mai conosciuto.

‘’Ringrazio le mie quattro bisnonne Marietta Paolin, Ignazia Delitala, Maria Giuseppa Toreno e Raffaellina Oggiano, qui ritratte nelle quattro signore che ricevono dalla sonnambula un unico responso per loro incomprensibile. È anche grazie a loro che io sono qui e ho potuto scrivere questa e molte altre storie’’

Tutte queste signore, di cui la Piztorno ci racconta brevemente la vita, riceveranno dalla sonnambula un responso per loro incomprensibile e per il quale Ofelia Rossi cadrà in una reale forma di trance e, condotta dallo spirito guida (cioè la stessa Bianca che entra così come personaggio nel suo romanzo), scriverà a ognuna su un foglio diverso: ‘’ho scritto con quattro penne di gallo di colori diversi’’, parole  per loro incomprensibili, ma che in realtà indicano il fatto che si erano incontrate, conosciute e  riunite attorno a un tavolino da tè le quattro bisnonne dell’autrice.

Un altro personaggio de La sonnambula che voglio ricordare in particolare è quello di Corrado, il quale, a differenza di altri, rappresenta la bella figura maschile di un uomo maturo emotivamente, che non esiterà ad abbandonare tutto un mondo provinciale di cui è un’esponente alto borghese per scegliere una nuova forma di vita comunitaria e paritaria (chi legge saprà quale) ed essere così vicino a Ofelia, la donna che ama.

‘’Tornare a Donora era poi necessario? Gli sarebbe costato tanto rinunciare a quella vita piena di pregiudizi e di ipocrisie? (……) Perché non doveva sforzarsi di cambiare lui? Cosa avrebbe perduto? Il suo prestigio di miglior ingegnere cittadino? Ma valeva la sua infelicità, la sua solitudine?(….)

’Ho deciso di rimanere con te…Naturalmente se mi vorrai. Ma ti supplico di volermi’’. 

Bianca Piztorno, a mio avviso, stimola a interrogarsi sul fatto che possa esistere un filo che lega insieme tutto quello che accade, qualcosa che verosimilmente unisca in un unico disegno passato presente e futuro, ciò che viviamo, ciò che immaginiamo e ciò che spesso si ammanta intorno alla nostra dimensione onirica.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

“La strega” di Bianca Pitzorno, un racconto d’incantamento, di Cristiana Buccarelli

All’interno della raccolta dei tre racconti del libro Sortilegi (Bompiani 2021) con cui Bianca Piztorno ha vinto il Premio Chiara nel 2022, c’è un racconto lungo intitolato La strega, che mi ha suscitato una tale fascinazione da spingermi a leggerlo più volte. Si tratta della storia immaginaria di Caterina Farcigli, una giovane e innocente creatura vissuta in Toscana nel Seicento, figlia di contadini proprietari di un podere isolato in fondo a una valle a una certa distanza dal paese di Albieri denominato Ca’ del noce, la quale nel 1631, quando è ancora molto piccola perde i genitori e i fratelli durante la peste ‘manzoniana’.

Nella sua visione infantile, vedendo scomparire tutti i membri della sua famiglia (portati via dai monatti toscani del Granduca quando lei non è presente), Caterina crede che i suoi e tutto il resto del mondo siano spariti per sempre e che lei sia l’ultimo essere umano rimasto sulla faccia della terra. 
Questa narrazione, nella migliore tradizione della Piztorno, ci restituisce un senso incantato di tempo e di spazio ed ha un sapore in parte fiabesco. C’è un incantesimo potente, quello del silenzio e del suo rapporto con la mente di Caterina, che cresce in una cascina immersa nella natura in totale solitudine e che diventa una giovane donna in compagnia di qualche animale domestico e di un merlo indiano, il quale le parla con la voce del padre, l’unica cosa che le resta dei suoni e dei rumori familiari di ‘quel mondo di prima’.
‘’Le pareva di vivere prigioniera di un incantesimo, un sortilegio, come quelli che aveva sentito narrare a veglia, quando tutti d’inverno si radunavano nella stalla e i vecchi raccontavano’’
Caterina cresce da sola, bellissima, innocente e selvatica, nutrita dalla terra e protetta dai suoi animali domestici e l’autrice riesce a darci il senso di una creatura incontaminata, che ha avuto il destino di essere al di fuori di qualsiasi contesto umano.
’Molte altre cose si chiedeva, ma non aveva risposta. Viveva, preoccupandosi solo dell’indomani, come i gigli nel campo, come gli uccelli nel cielo. Se adesso che ormai era alta come suo padre, e che da qualche stagione le era venuto ogni mese il sangue, la Santa Vergine non l’aveva chiamata, c’era sicuramente una ragione, pensava. S’era rimasta solo lei viva sulla terra, ciò significava che il Signore Iddio esercitava sul suo capo una speciale protezione e che mai, mai – se continuava a stare attenta e a scansare i pericoli del fuoco e dell’acqua – le sarebbe potuto accadere alcun male.’’
 Tuttavia a differenza della fiaba, o meglio delle edulcorate fiabe moderne, questo racconto ha in sé un seguito e un significato assai amaro: la bellissima fanciulla bionda, una volta scoperta dai compaesani molti anni dopo, mentre si bagna nel fiume del Rio Freddo, sarà denominata la strega di Vallebuja e verrà ritenuta responsabile di un periodo molto difficile, caratterizzato da carestie e lutti, per cui nella narrazione viene rappresentato quel meccanismo terribile in cui una comunità sceglie qualcuno come responsabile e capro espiatorio delle proprie disgrazie. Non è un caso che si tratti di una giovane donna bellissima, oltre che di una creatura selvatica, cioè di un personaggio che non può adeguarsi alle regole della comunità e del suo tempo.

 
Al personaggio di Caterina l’autrice ne contrappone un altro di genere maschile, Lorenzo Salvadoreschi, a cui dedica alcuni capitoli relativi alla sua vicenda di vita e al suo destino. Questo personaggio rappresenta, come dice la stessa Piztorno: <<una controparte maschile, non sopraffattrice ma compassionevole, per aver vissuto da bambino una simile esperienza di dolore e di abbandono…Volevo raccontare di un’infanzia deprivata e indifesa come quella di Caterina anche se non vissuta in solitudine>>. Lorenzo, -scrivano del signor Lomi (uomo di cultura che insieme a pochi altri non crederà mai alla stregoneria di Caterina)-  si ricorda di aver conosciuto Caterina da bambino, essendo stato pressappoco suo coetaneo, e sarà affascinato dalla sua bellezza da adulto, ma a differenza di molti altri proverà per lei solo una grande compassione: la visiterà nella prigione in cui si trova rinchiusa durante il processo per stregoneria, le lascerà il suo mantello per coprirla  e ordinerà per lei del vino caldo e della minestra.    
Un elemento che mi ha colpito particolarmente nella lettura di questa splendida e amara novella è la scelta e la capacità di variare il linguaggio ad opera della Piztorno. Nei capitoli in cui si racconta di Lorenzo Salvadoreschi sin da bambino, del suo rapporto da giovane con un maestro eremita che gli insegna a leggere e scrivere, e poi nei successivi in cui si muovono e agiscono i vari personaggi del paese di Albieri, c’è la scelta di una lingua che può definirsi secentesca nell’uso di alcuni termini, invece nei  capitoli dedicati interamente a Caterina, a quell’incantesimo di essere rimasta all’improvviso sola al mondo e di crescere nel silenzio, l’autrice utilizza una lingua diversa, totalmente moderna, e specifica il motivo di questa scelta: << Caterina in solitudine non parlava la lingua del suo tempo… non aveva interlocutori umani, solo il ricordo di qualche canzone popolare, e le frasi ripetute e inconsapevoli di un povero merlo indiano…Pensai che dovevo prestarle la mia di lingua, quella di oggi, una lingua che conosce gli studi di psicologia infantile, sulle fantasie dei bambini, sulle nevrosi da isolamento. Una lingua che sa di Freud e di Piaget, e degli studi antropologici sull’origine delle fiabe popolari’’.             
L’autrice regala a Caterina una personalità di grande fermezza, che non la farà piegare, nella forza invincibile della sua innocenza, a nessuna forma di tortura e vessazione: la ragazza durante il processo ammetterà solo il vero e con grande ostinazione dirà di essere ciò che è, solamente sé stessa. 
Inoltre Bianca Pitztorno scrive nelle note di essere rimasta affascinata, durante le ricerche e gli studi che le sono stati essenziali durante la stesura di questa narrazione, dalla scoperta e la lettura delle Lettere al padre, della figlia Virginia,  primogenita di Galileo Galilei, riscoperte negli anni Ottanta e pubblicate inizialmente dall’editore La Rosa di Torino, sia per la rivelazione della personalità di Virginia Galilei, sia perché la stessa racconta molti dettagli della vita del suo tempo in un italiano ‘antico, musicale, straordinariamente espressivo’. Non a caso la vicenda di Caterina, ci fa notare l’autrice alla fine della storia, è contemporanea al momento in cui avviene il processo storico di Galileo Galilei, il quale com’è noto si è concluso con l’abiura, e anche la fine, assai diversa, della giovane donna viene a coincidere con l’anno della morte del grande scienziato. Con il breve riferimento finale a Galilei nel racconto si vuole richiamare il contraltare della ragione e della razionalità, in totale contrasto con le tremende superstizioni e credenze popolari in grado di creare delle streghe e di condannarle. 

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.