Nicoletta Verna: “I giorni di vetro” (Einaudi), di Cristiana Buccarelli

Un romanzo sulla resistenza spirituale in ogni tempo 

Ormai da qualche settimana ho concluso la lettura del romanzo storico di Nicoletta Verna I giorni di vetro (Einaudi 2024), con il quale è stata sbalorditivamente esclusa dalla dozzina del Premio Strega e con cui ha in seguito vinto l’European Union Prize for Literature per gli autori di narrativa emergenti provenienti dall’UE. Questo romanzo mi ha lasciato addosso un’impronta fortissima e sto tutt’ora elaborando quest’esperienza non comune di immersione letteraria.

Innanzitutto c’è l’incisività della lingua della Verna: una lingua poetica e cruda al tempo stesso, intrisa di parole dialettali romagnole come invornita, svettole, scapuzzando, sfulminò, sgumbiati, fare la grassa, matteria, la purina…; una lingua ibrida, variopinta e fantasiosa che racconta un mondo antico di cento anni fa e un modo di sentire la vita. 

Oltre a ciò i personaggi principali di quest’opera sono magnifici e capaci di restare addosso come se fossero persone che abbiamo realmente conosciuto, sono in grado di farci compagnia per lunghissimo tempo e di stratificarsi nella nostra coscienza.

In primo luogo Redenta, protagonista assoluta del romanzo, è indimenticabile nel suo essere una figura così liminare che si muove su una linea di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti. 

Il medico stregone Zambutèn, erudito di piante e radici e intrugli, a cui i frati avevano insegnato gli enigmi degli speziali, predice alla madre di Redenta prima che la bambina nasca: ‘’vi nascerà una figlia che avrà addosso la scarogna, ma camperà (…) Non avrà fortuna però avrà pietà. La pietà le farà vedere più cose di quelle che vediamo noialtri. E potrà campare.’’     

Una bimba nata lo stesso giorno del delitto Matteotti a Castrocaro e affetta da polio con una gamba matta e poi una giovane donna, una creatura ostinata e silenziosa, straordinariamente avveduta con il suo sguardo unico e pietoso sul mondo che la circonda e che le permette di resistere con la sua forza spirituale a qualsiasi forma di ferocia umana. 

Una Redenta che vede i fratellini morti prima della sua nascita ogni volta in cui la sua stessa vita è a rischio:

‘’Perché vi vedo?’’ domandai.

  (….)

‘’Quanti perché’’

‘’State a chiedere il perché di ogni cosa, voialtri di là’’

‘’ Perché sei mezza morta e noi siamo stati mezzi vivi’’

‘’Perché ti dobbiamo aspettare’’

‘’Perché è solo una questione di tempo’’

‘’Di là, per voi, è sempre solo una questione di tempo’’

‘’Perché ci vedrai tutte le volte che starai per morire. Verremo ad aiutarti’’  

Una Redenta che s’infila decisamente nell’immaginario di chi legge e lascia un’impronta indelebile, soprattutto per il suo particolare impulso alla compassione, un impulso naturale che è connaturato nell’animo umano, ma che pochi sviluppano in una forma così preziosa. La purina, come viene chiamata in paese e dagli stessi familiari, possiede un mondo interiore semplice e ricco di intima bontà, pregno di pietas e di resilienza, che le permetterà da adulta di resistere a Vetro, il gerarca fascista a cui viene data in sposa e che rappresenta la sua vera e propria antitesi. Amedeo Neri, detto Vetro, è un bellissimo uomo a cui è rimasto un occhio di vetro dopo la campagna in Africa, per la quale ha ricevuto anche una medaglia al valore; dietro la sua maschera di fascino egli è un essere abietto, che ricerca il male assoluto, è un sadico e rappresenta l’incarnazione del fascismo, il quale a sua volta rappresenta nel romanzo la metafora di un mondo inaccettabile, diviene l’elemento simbolico che racconta cosa sia la violenza in ogni tempo. E in tal senso l’autrice non risparmia nulla, si sporca le mani e narra di quali orrori e mostruosità possa essere capace l’essere umano. E tuttavia Redenta, seviziata e bistrattata in ogni modo da Vetro, avrà una forma di pietà anche per quest’ultimo e camperà oltre il male assoluto, inoltre eserciterà la sua forza salvifica su altri due personaggi fondamentali e molto potenti di questa narrazione: Bruno-Diaz e Iris. 

Bruno è un bambino apparentemente orfano (solo verso la fine del romanzo si scoprirà la verità) che viene ospitato insieme ad altri orfani o bastardi dalla Fafina, la nonna infermiera di Redenta e le sue sorelle, con cui Redenta passerà tutto un periodo della sua infanzia.  In quegli anni tra Bruno e Redenta si creerà un legame particolare.

 ‘Ricordava un animale dei boschi o un giovane uccello rapace, sempre all’erta per qualcosa, inquieto. Quando passava il tempo con me, in silenzio, mi dava sollievo, ché di parlare non avevo mai sentito il bisogno. E stavo bene’’

Bruno sin da piccolo è assetato di giustizia e agisce anche per difendere Redenta considerata demente dagli altri bambini, ma in realtà molto avveduta, poi da adulto diventerà partigiano con il nome di Diaz, il suo battaglione sarà fortissimo quasi invincibile e rappresenterà l’avversario assoluto di Vetro. 

Tra Redenta e Bruno ci sarà un amore assoluto sin dall’infanzia, ma quest’ultimo scoprirà che il loro è un amore impossibile perché sono fratellastri.

‘’Pensai in un lampo che mi ricordava il viso di mio padre.

-A cosa ti serve ‘sta matteria Bruno?

Gli sfulminò negli occhi il solito baleno di rabbia.

-A fare giustizia. Cos’ho da rimetterci? Al massimo la vita.

-La vita vale più di un’idea.

-Dipende da quale vita. E da quale idea.’’

E sarà lei a salvarlo dallo scempio dei fascisti, quando Bruno, moribondo, rimarrà l’unico sopravvissuto fra i partigiani, ma con le gambe le gambe squarciate che gli impediscono di fuggire, allora Redenta con un atto estremo di amore e compassione, prima che arrivino i fascisti, lo farà fuori con una pistola, mentre lui la guarderà con l’ombra confortante della riconoscenza, e lei comprenderà quanta crudeltà serva per essere misericordiosi. 

Iris è l’altro personaggio femminile protagonista del romanzo, ed è speculare a Redenta: si tratta di una donna molto bella e volitiva che ha studiato da maestra e s’interroga su tutto. Iris è coraggio e fede nella Resistenza, sarà la compagna di Bruno e sarà disposta a tutto per tener fede ai suoi ideali. 

Ci sarà anche nei suoi confronti un atto di Redenta, un gesto molto forte e salvifico per il quale entrambe saranno redente e con cui l’autrice ci dà il senso della possibilità che si possa sopravvivere alla brutalità, alla violenza e all’orrore. 

Redenta rappresenta questa luce e questa grazia, che permetterà a Iris, sprofondata e poi salvata dall’inferno, di poter sopravvivere e di poter continuare a credere nella sua vita.

Sei Iris?’

Sono io.

Sono viva.

Questo bellissimo romanzo è stato avvicinato per la sua forza narratologica e per i temi affrontati a La Storia di Elsa Morante, a Una questione privata di Beppe Fenoglio e ad altri capolavori di grandi autori che hanno vissuto il Novecento, la guerra e la Resistenza, tuttavia, a mio parere, il lavoro di Nicoletta Verna, nonostante la sua potente vis drammatica non è del tutto accostabile ai romanzi sulla Resistenza scritti nel secolo scorso, ma gode di una sua originalità e particolarità. È stato infatti scritto da una scrittrice di un’altra generazione, nata negli anni 70’, che ha vissuto in un’altra epoca e ciò le ha permesso una visione nuova, molto più moderna e dinamica: la sua narrazione è anche la parabola di una forma di ‘resistenza spirituale’ al dolore e alle avversità che possono subirsi in ogni tempo, e forse soprattutto in questo nostro tempo presente. I giorni di vetro ha la capacità di catapultare il lettore nel momento del fascismo (ricordiamo che il romanzo richiama una vicenda storica di rilievo avvenuta a Castrocaro, dove il 25 settembre 1943 al Grand Hotel Terme ci fu la riunione dei gerarchi fascisti da cui prese le mosse la Repubblica di Salò) e poi della Liberazione e nello stesso tempo è un romanzo molto moderno che racconta una  dicotomia umana tra luce e oscurità, e che nonostante l’atrocità di ciò che avviene lascia la speranza finale che prevalga la luce.    

Come la stessa Verna ha dichiarato in alcune video interviste, ella è originaria dal lato paterno di Castrocaro, un paese in cui andava durante l’infanzia e dunque, attraverso l’ambientazione geografica e la costruzione dei suoi personaggi grandissimi ma immaginari (solo la Fafina è stata ispirata a una donna realmente vissuta, la sua bisnonna che era un’infermiera), vuole anche rievocare una dimensione sommersa di memorie a lei molto cara, che riesce a far tornare in vita in maniera urgente e viva.

In conclusione I giorni di vetro lascia una traccia nella ‘memoria letteraria’ di chi lo legge ed è senza alcun dubbio uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni. 

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Bianca Pitzorno: “La sonnambula” (Bompiani, 2026), di Cristiana Buccarelli

 Un romanzo storico dal sapore fiabesco.

Considero Bianca Piztorno una delle più grandi scrittrici italiane viventi e il suo ultimo lavoro narrativo, La sonnambula (Bompiani 2026), è un romanzo storico originalissimo e delicato che unisce i fatti documentati alla narrazione immaginaria con un’impostazione fatalista, ironica e romantica che si discosta volutamente da un totale realismo: come nella sua migliore tradizione l’autrice dona alla sua opera  un’essenza fiabesca.

”Da sempre il mio metodo di scrittura è questo – dice Bianca Pitzorno – : scegliere un personaggio con determinate caratteristiche e porlo in una situazione anomala, chiedendomi e chiedendogli come ne potrà uscire. Nel caso della sonnambula, non mi è stato difficile individuare quali potessero essere le difficoltà e le insidie poste lungo il cammino di una giovane donna armata solo della sua fierezza e intraprendenza in un mondo maschilista e regolato da rigide divisioni sociali com’era la provincia italiana di fine Ottocento. La città da cui parte la storia è in realtà Sassari, che però come faccio spesso nei miei romanzi, chiamo col nome di Donora. Questo romanzo mescola dunque fatti storici realmente accaduti – che in parte ho pescato tra le memorie della mia famiglia o da altri ritagli di giornale, e in parte derivano dallo straordinario lavoro d’archivio dello storico sassarese Enrico Costa (1841-1909), a cui La sonnambula è dedicato. Lo stile che ho scelto è quello dei grandi romanzi popolari dell’Ottocento di cui sono appassionata lettrice, ma interpretato con un filo di allusioni ironiche alle mode letterarie di quegli anni”.

Come è noto alla fine dell’Ottocento la parola sonnambula non indicava una donna che agiva durante il sonno, ma una sensitiva o una medium, cioè una persona che venendo interrogata da qualcuno, cadeva in trance e attraverso le parole pronunciate o attraverso la scrittura prediceva il futuro. 

Ofelia Rossi, è la sonnambula protagonista di questa narrazione, che dopo aver vissuto una serie di traversie coniugali e non, connesse anche ai suoi presunti poteri da sensitiva (sulle quali ora non mi soffermo), si sposta sotto falso nome dalla sua città di origine Vibrona, a Donora; è dunque un personaggio in fuga, che si reinventa una vita e che utilizza la sua intelligenza per crearsi un mestiere ed essere realmente indipendente da tutto e da tutti. L’autrice, come lei stessa ci riporta in nota, trae spunto per il suo personaggio da un ritaglio di giornale conservato da sua nonna a Sassari a fine Ottocento, infatti in un numero de L’Isola del maggio 1894 appare un annuncio della “Rinomata Sonnambula” che esercita la sua attività a Sassari con il nome di Elisa Morello e dà consulti di presenza e per corrispondenze per tutti gli argomenti possibili…’’

Anche se spesso finge per sbarcare il lunario, a volte Ofelia è realmente presa da vertigini e visioni misteriose, ma non crede in alcuna forma di superstizione, e riesce con forza dignità e coraggio ad affrontare la vita in un mondo in cui una donna sola, la cui origine e collocazione sociale non sono chiare, non ha un’esistenza facile, soprattutto in una provincia come Sassari-Donora alla fine dell’Ottocento. 

In buona sostanza Ofelia è una donna che guarda, che ascolta, che vede oltre e che soprattutto sperimenta la vitaPer molto tempo accoglie nel suo appartamento in via del Fiore Rosso n. 7 per cinque liremoltissime donne e qualche uomo che richiedono il suo intervento profetico in relazione a speranze, dolori ed eventi futuri, ma la sua è in realtà una forma di profonda empatia nei confronti degli esseri umani.

Tra le storie degli svariati postulanti mi ha colpito particolarmente quella di Carolina Prandi, figlia di un ricco commerciante, alla quale viene impedito dal padre di studiare la matematica in quanto donna e che invece, incitata dalla sonnambula, riuscirà a studiare per conto suo e in seguito a mantenersi come insegnante, mentre l’azienda del padre fallirà miseramente per non avere quest’ultimo ascoltato i calcoli della figlia relativi a un suo investimento sbagliato e avendo designato come unico erede della sua attività il figlio maschio.    

Attraverso la storia di Ofelia Rossi, l’autrice esalta il potere della mente e dell’empatia umana e ci ricorda che chi ha forza d’animo, volontà e ricchezza interiore può costruire liberamente il proprio destino. 

È una narrazione delicata, dove i sentimenti stessi della protagonista sono volutamente accennati con delle pennellate leggere e al tempo stesso capaci di far emergere una ricca dimensione interiore e dei sentimenti potenti con il tocco di una vera narratrice quale è Bianca Piztorno. 

Si tratta di una vicenda umana a lieto fine, sulla quale non mi soffermo per non togliere a chi la leggerà il gusto di scoprirla in prima persona, ma voglio dire che tale narrazione è capace di spalancarci davanti agli occhi un mondo e di farci comprendere quanta strada abbiano dovuto percorrere le donne riguardo alla loro indipendenza in poco più di un secolo.

C’è poi l’elemento surreale e originalissimo che la Piztorno inserisce nel romanzo attraverso lo spirito guida con cui manifesta sé stessa nelle sembianze di una ragazzina che appare molto spesso in sogno a Ofelia ma anche a volte alla sua cliente più affezionata, Angelica Soro, cugina dell’ingegnere Corrado Laudati, di cui si innamorerà poi la sonnambula. L’autrice stessa sottolinea con arguzia, come tale spirito guida rappresenti sé stessa e la forza della letteratura: “in questo romanzo, inoltre, mi diverto a rompere la parete invisibile che separa l’autore dalla sua storia e da chi la legge, ed entro in scena io stessa, nei panni onirici di una ragazzina che tiene al guinzaglio un gallo dalle piume colorate… Quelle piume simboleggiano la scrittura, le sue infinite sfumature e possibilità. Sono convinta che la letteratura sia lo strumento più potente per dimostrare che nessuna vita è insignificante o banale: ciascuna esistenza, se letta con occhi curiosi ed empatici, rivela pieghe straordinarie. Non tutte le vicende della sonnambula, delle sue clienti e di tutti i suoi compagni d’avventure sono esistenze a prima vista straordinarie, ma proprio per questo credo che i lettori potranno riconoscervisi e, attraverso di esse, dare un significato speciale al proprio stesso destino ”.

Infine la nostra Bianca Pitzorno nella nota finale si rivolge per ringraziarle anche alle sue quattro bisnonne, personaggi che inserisce in questo romanzo e che lei non ha mai conosciuto.

‘’Ringrazio le mie quattro bisnonne Marietta Paolin, Ignazia Delitala, Maria Giuseppa Toreno e Raffaellina Oggiano, qui ritratte nelle quattro signore che ricevono dalla sonnambula un unico responso per loro incomprensibile. È anche grazie a loro che io sono qui e ho potuto scrivere questa e molte altre storie’’

Tutte queste signore, di cui la Piztorno ci racconta brevemente la vita, riceveranno dalla sonnambula un responso per loro incomprensibile e per il quale Ofelia Rossi cadrà in una reale forma di trance e, condotta dallo spirito guida (cioè la stessa Bianca che entra così come personaggio nel suo romanzo), scriverà a ognuna su un foglio diverso: ‘’ho scritto con quattro penne di gallo di colori diversi’’, parole  per loro incomprensibili, ma che in realtà indicano il fatto che si erano incontrate, conosciute e  riunite attorno a un tavolino da tè le quattro bisnonne dell’autrice.

Un altro personaggio de La sonnambula che voglio ricordare in particolare è quello di Corrado, il quale, a differenza di altri, rappresenta la bella figura maschile di un uomo maturo emotivamente, che non esiterà ad abbandonare tutto un mondo provinciale di cui è un’esponente alto borghese per scegliere una nuova forma di vita comunitaria e paritaria (chi legge saprà quale) ed essere così vicino a Ofelia, la donna che ama.

‘’Tornare a Donora era poi necessario? Gli sarebbe costato tanto rinunciare a quella vita piena di pregiudizi e di ipocrisie? (……) Perché non doveva sforzarsi di cambiare lui? Cosa avrebbe perduto? Il suo prestigio di miglior ingegnere cittadino? Ma valeva la sua infelicità, la sua solitudine?(….)

’Ho deciso di rimanere con te…Naturalmente se mi vorrai. Ma ti supplico di volermi’’. 

Bianca Piztorno, a mio avviso, stimola a interrogarsi sul fatto che possa esistere un filo che lega insieme tutto quello che accade, qualcosa che verosimilmente unisca in un unico disegno passato presente e futuro, ciò che viviamo, ciò che immaginiamo e ciò che spesso si ammanta intorno alla nostra dimensione onirica.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Mary Beth Keane: “Un amore qualunque e necessario” (Mondadori, trad. M. C. Dallavalle), di Cristiana Buccarelli

‘’Un amore qualunque e necessario” di Mary Beth Keane, pubblicato in Italia da Mondadori nel giugno del 2020, è un romanzo di particolare forza narrativa ed emotiva, il quale mi è stranamente sfuggito in pieno Covid, in quelle lunghe giornate in cui dedicavo molte ore del giorno alla scoperta e alla lettura di romanzi memorabili. Prima ancora di essere un romanzo di formazione e una saga familiare è, a mio avviso, uno strumento di indagine letteraria dell’autrice sui temi esistenziali del bene e del male, che possono rappresentarsi come faccende molto complesse in cui gli esseri umani e anche molto spesso i nuclei familiari sono invischiati in maniera particolarmente intricata. 

Il tema della famiglia subito emerge in una rappresentazione corale: infatti la narrazione riguarda nello specifico due famiglie che vivono accanto e che sono l’una l’antitesi dell’altra; i Gleeson, con Francis il padre, Lena la madre e le tre figlie sembrano solidi e felici, mentre gli Stanhope sono tormentati dall’instabilità mentale di Anne, madre di Peter e moglie di Brian, quando ad un certo punto la serenità degli uni e l’infelicità degli altri si mescoleranno, e tutti resteranno invischiati in un rapporto di interdipendenza tra le cose che accadono, in cui gli elementi del bene e del male si intrecciano. M. B. Keane demolisce volutamente dall’interno l’idea di una felicità edulcorata della famiglia con la propria vita tranquilla ed ha il coraggio di raccontarci che le famiglie a volte possono anche essere degli inferni o delle mine vaganti.

‘’il silenzio della casa, quando sua madre si ritirava nella sua stanza non era il quieto silenzio di una biblioteca o di un qualsiasi luogo altrettanto tranquillo. Secondo Peter era più simile al breve intervallo da fiato sospeso tra il momento in cui si preme un bottone e quello in cui la bomba esplode o si disinnesca. Riusciva sempre a sentire il battito del suo cuore in quei momenti. Riusciva a tracciare il sinuoso percorso del sangue nelle sue vene.’’  

In particolare la Keane, attraverso il personaggio di Anne, la madre di Peter, affronta il tema della malattia mentale e delle sue radici più profonde. Anne è stata segnata da giovanissima da un abuso sessuale da parte di un amico di famiglia, per questo motivo fugge dall’Irlanda e opera una rimozione di ciò che le è accaduto, parte per l’America dove riesce a lavorare come infermiera, poi incontra Brian e decide di farsi una famiglia; in realtà è una giovane donna  fragile e instabile, e quando perderà un figlio prima di darlo alla luce, in lei si romperà un equilibrio e ciò la porterà a un’escalation di comportamenti irrazionali, fino a un estremo atto di violenza nei confronti del poliziotto Francis Gleeson, suo vicino di casa e padre di Kate. Ma Anne è un personaggio a cui l’autrice credo sia particolarmente affezionata, e le farà compiere, attraverso il romanzo, un lungo e interessante percorso di evoluzione personale. Infatti grazie all’intervento di uno psichiatra molto capace, Anne riuscirà a capire le cause dei suoi disturbi mentali e a riacquistare lucidità, tenterà in qualche maniera di essere perdonata delle persone a cui ha fatto del male e a riconquistare l’affetto del figlio Peter, con il quale in realtà non hanno mai smesso di volersi bene, dunque avrà un nuovo modo di porsi verso il mondo e la sua stessa famiglia.  

A tutta questa narrazione fa da perno all’interno del romanzo un amore puro, solido, profondo, quasi necessario nel compensare il dolore che nasce da un evento terribile; questo amore comincia a farsi sentire già dalla prima adolescenza tra i due personaggi protagonisti di tutta la storia: Peter e Kate, cresciuti insieme porta a porta. E se l’amore da solo non può guarire certi traumi e certe ferite, fra loro ci sarà un tale sentimento di cura reciproca, di compassione di accoglienza, che diventerà una forma di salvezza. 

’E poi c’erano le cose che la sorprendevano per l’emozione che provava al solo vederle: lo yogurt di Peter vicino al suo succo d’arancia nel minifrigo; i boxer sul pavimento vicino al suo reggiseno. Una volta fece per infilarsi i jeans di Peter pensando che fossero i suoi, e quando si accorse dell’errore, si domandò se fosse mai stata tanto felice in vita sua’’  

Ma anche quei personaggi che non si amano, anzi che sono stati in qualche maniera nemici e si sono distrutti la vita, ad un tratto nella storia per caso si incrociano dopo moltissimo tempo e riescono a darsi qualcosa, trovano un punto di incontro, un sentire comune e in tal senso l’autrice compie una considerevole esplorazione dell’animo umano. Ci sarà infatti un momento in cui Anne e Francis si ritroveranno a parlare della loro infanzia in Irlanda.

‘’Dapprima rimasero seduti un po’ rigidamente, Francis sulla poltrona, Anne a un’estremità del divano, ma poi si rilassarono lasciandosi andare ai ricordi. Entrambi si erano travestiti da wren-boys, i cacciatori di scriccioli dell’antica tradizione irlandese. Entrambi avevano l’abitudine di andare e tornare dalla chiesa in calesse. Entrambi ricordavano che i cibi avevano un sapore diverso laggiù, specialmente il burro, il latte, le uova. Entrambi provavano una punta di malinconia pensando all’Irlanda, o forse il rimpianto per la loro infanzia…(…..) Francis riconosceva in Anne il suo stesso dolore senza nome…’’  

La Keane compie un’indagine psicologica approfondita soprattutto in alcuni dei suoi personaggi, mentre altri li fa restare volutamente sullo sfondo. A parte Anne con la sua mente particolare, anche Francis dopo l’incidente gravissimo che ha subito cambierà e cercherà di reiventarsi una vita che gli permetta di unire il suo passato con il presente. Ma l’autrice ci farà conoscere approfonditamente anche Kate con la sua personalità forte e solida sin dall’adolescenza, con la sua determinazione nel ritrovare Peter da adulta e costruire con lui una vita nonostante le difficoltà. Allo stesso modo e forse ancora di più ci fa conoscere il personaggio di Peter e seguire la lunga evoluzione attraverso il tempo; quella di un ragazzo solido e brillante negli studi e nello sport, che riesce a farsi forza da solo fin dall’infanzia, nonostante la situazione familiare difficilissima, e che poi all’improvviso da adulto precipita nell’alcolismo, in quanto dentro di lui sopravvive ancora lo spettro di quel  vuoto familiare accumulato in origine, ma che riuscirà a salvarsi attraverso il sostegno e l’amore di Kate. Infine c’è George, fratello minore di Brian che, nonostante la sua vita un po’ scombinata, si offre con generosità di occuparsi di Peter adolescente, quando non ha più altri riferimenti. I personaggi principali sono talmente cesellati nella loro complessità umana, nei loro aspetti caratteriali da dare realmente a chi legge la sensazione di conoscerli fino in fondo, di camminargli affianco; hanno la particolarità di rimanere impressi in tutta la loro umanità. È dunque uno scavo in profondità nell’animo umano quello che compie M.B. Keane e Un amore qualunque e necessario è soprattutto un romanzo sull’espiazione, la redenzione e il perdono, un perdono attraverso il quale si stempera un male originario e si può arrivare a una forma di pace collettiva.

‘’E poi vide quello che non aveva mai visto prima, e cioè che Peter stava bene. E Kate stava bene. Lena stava bene. E lui, Francis Gleeson, stava bene. E capì che tutte le cose che erano accadute nelle loro vite non li avevano feriti in maniera sostanziale, nonostante quello che potevano aver creduto a volte.’’

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Due domande a Wanda Marasco per “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza, 2025), di Cristiana Buccarelli

La scrittrice napoletana Wanda Marasco con il romanzo Di spalle a questo mondo (Neri Pozza 2025) si è aggiudicata il Premio Campiello 2025.

Conosco Wanda Marasco da molti anni e immagino che vivendo in passato vicino alla Torre del Palasciano si sia sentita ad un certo punto attratta o forse anche trascinata, dalla vicenda umana del medico filantropo Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga Pavlova Vavilova, che lì abitarono; ritengo sia stato questo uno dei principali motori che l’ha spinta a richiamarli in vita attraverso la sua scrittura. 

Wanda Marasco anche in questo romanzo, così come in precedenza ne La compagnia delle anime finte e ne Il genio dell’abbandono (anch’essi pubblicati da Neri Pozza, rispettivamente nel 2015 e nel 2017), scava in profondità sul senso del dolore, interrogandosi sul bene e sul male da cui è pervasa l’umanità. Infatti anche Ferdinando Palasciano e Olga Pavlova Vavilova sono portatori della lacerante sofferenza o male del mondo, che vivono in maniera differente: lei attraverso una psico somatizzazione della sua zoppia, lui assorbendo come medico tutto il dolore degli altri e infine impazzendo. L’autrice in questo romanzo affronta con grande capacità il tema della follia, non considerandola mai qualcosa di lontano, ma una sorta di mistero della psiche umana.  

Ho voluto porre a Wanda due domande specifiche relative alla sua opera.

Cara Wanda, un elemento che mi interessa molto è il significato altissimo, visto da una prospettiva morale e medica della cura degli esseri umani, quello che spinge Ferdinando Palasciano a curare anche il nemico, pur essendo medico borbonico durante i rivolgimenti di Messina del ’47-’48 e la riconquista borbonica. In ciò mi è parso di trovare uno degli aspetti più grandi della missione di Palasciano, quando egli dice ‘’l’atto di curare non può fare differenza tra gli uomini’’. La medicina può essere dunque una missione sacra? Qualcosa che sfiora l’eternità?

La cura è l’ideale di Ferdinando Palasciano, è ciò che lo spinge a curare anche il nemico, perché a Messina, durante i moti del 48, comprende che l’atto di curare non può fare differenza fra gli uomini. Mentre era alfiere medico dell’esercito borbonico, sceglie di essere più medico che soldato. E la medicina è certamente una missione sacra. Palasciano può essere considerato un antesignano, un Gino Strada dei suoi tempi. Quanti medici e infermieri abbiamo visto anche morire, per esempio, nel periodo della nostra pandemia! Sì, è una missione sacra e credo che sia qualcosa che sfiora l’eternità, perché non c’è niente che debba permanere più dell’atto benefico verso la creatura umana. 

Leggendo i tuoi romanzi si ha la netta sensazione di una lingua nuova e antica, originalissima, di una lingua precisa ma al tempo stesso ricca e trasfigurata, attraverso la quale tu compi un lavoro abissale di scavo all’interno della psiche e dell’emotività dei personaggi. Qual è il tuo rapporto con la tua stessa lingua? 

La mia lingua è una lingua nuova e antica, nel senso che tiene conto della tradizione, ma, come sempre deve avvenire, la tradisce. E’ una lingua in cui si sono congiunte la istintualità poetica, la meditazione e la necessità di narrare. La lingua è forse il primo personaggio, per così dire, dei miei romanzi, che sono sempre caratterizzati da una alternanza di registri, dal comico al tragico. E qui, in Di spalle a questo mondo, con una prevalenza della prosa lirica, che mi consentiva il cosiddetto lavoro abissale e più profondo all’interno della psiche e della intensità dei vari personaggi. Il mio rapporto con la lingua è un rapporto di corpo a corpo, di mente a mente. Io stessa forse scrivo perché voglio essere scrittura, voglio diventare scrittura. Scrivo per questa indomabile necessità.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Daniela Marra: “Le spine del Rosa. Una storia di passione e d’arte nella Napoli del Seicento” (Colonnese, 2025), di Cristiana Buccarelli

Il Salvator Rosa di Daniela Marra.

Cara Daniela,

il ‘tuo’ Salvator Rosa o Salvatoriello è così urgente, potente e vivo che mi è sembrato di poterlo toccare. 

Quando chi scrive sceglie oppure è scelto da un essere umano realmente esistito perché freme per essere rimesso al mondo attraverso la scrittura, quando ti immergi nel suo vissuto e ti ispira tenerezza, rimpianto e una sorta di nostalgia indefinibile, quando attraversi la sua unicità umana, questa personalità sono convinta che venga davvero a trovarti. Ti si presenta come una visione sia notte che di giorno mentre sei immersa nella tua quotidianità, può capitare che arrivi verso sera o nelle prime ore del mattino, in certi momenti di vuoto o di silenzio e che ti mormori qualcosa di sé, ti sussurri delle parole in un linguaggio da decifrare, ti consegni senza requie il suo mistero personale da districare, e che arrivi ad urlarti imperiosamente:<< restituiscimi una vita con la tua scrittura!>>.

Come tu stessa scrivi nella nota finale della tua opera: ‘’Il romanzo non vuole essere una biografia perciò in alcuni tratti è la verosimiglianza che fa da traccia narrativa’’, una scelta che condivido e che considero uno dei motivi, ma non l’unico, per il quale il tuo romanzo è prezioso, in quanto in una narrazione storica l’invenzione si mescola sempre alla storia, c’è una licenza romanzesca a cui non si può rinunciare perché fa parte della libertà di poter afferire alla sfera dell’immaginifico, quella forma di libertà e quell’approccio che distingue sempre una romanziera da una saggista (lo dico al femminile volutamente), la quale invece si attiene in maniera esclusiva alle fonti e ai dati documentati. E in questa mescolanza tra il vero, il verosimile e l’immaginifico sei riuscita a catapultarmi, come lettrice, totalmente nel Seicento; ne ho sentito gli odori, i suoni, la bellezza, la ferocia, i fanatismi, l’ingiustizia della giustizia e gli angoli più oscuri, e voglio dirti che trovo tutto questo spaventosamente attuale e per questo motivo mi permetto di definire la tua opera come un romanzo assolutamente moderno di un’autrice che non ha paura, scrivendo, di sporcarsi le mani, di penetrare negli anfratti più tortuosi dell’animo umano. 

Non a caso scrivi ancora nella nota finale: ‘’ È emerso prepotente lo smarrimento come sentimento che agitava lo spirito di Salvator Rosa, un sentire non così lontano da quello contemporaneo’’, ed io mi spingo oltre nell’immaginare che in questo senso di spaesamento si possa rinvenire anche un tuo personale interrogarti come scrittrice e come intellettuale sull’aridità, lo svuotamento e il momento tragico del nostro tempo presente.  

Le spine del Rosa è quindi un’immersione non solamente nel personaggio di Salvatoriello, ma una reale possibilità di riportare la sua esistenza nella dimensione della Storia, di capire la reciproca influenza fra la mentalità le condizioni di vita e la partecipazione degli esseri umani agli avvenimenti che li sovrastano, come ad esempio quando racconti dell’eruzione del Vesuvio iniziata all’alba del 16 dicembre del 1631 e della barbarie continua della dominazione spagnola.

‘’Fu anche il giorno in cui Napoli uscì dall’Apocalisse dell’eruzione per ripiombare nell’inferno spagnolo.’’

Allo stesso tempo nel romanzo emerge il tuo Salvatore già da bambino e da ragazzino con le sue visioni preromantiche e oniriche che in seguito diventeranno immagini pittoriche di paesaggi, come la visione della prima scena, alla marina, dove il ragazzino è giunto di corsa trafelato dall’Arenella con l’amico Tonino e il fratello Giuseppe.

 ‘’Il bambino accoglie il bacio del sole già alto, strizzando gli occhi, intanto che i riflessi tra le nuvole punteggiano il cielo di morbide sfumature e contrasti che, disciolti sul paesaggio, ne esaltano le forme. Squarci luminosi infrangono sul mare. Lo stupore blocca il respiro e la contemplazione cancella ogni pensiero nella mente del piccolo Salvator Rosa.’’

Alla stessa maniera avviene la visione quando il tuo Salvatore, già ragazzino al collegio degli Scolopi, prima della cerimonia del noviziato, alla quale lui e Tonino sono in ritardo, intravede scendere da una carrozza una fanciulla di rara bellezza: ‘’Sembra un rosa baciata all’alba’’. E dopo poco dirà a Tonino e al fratello Giuseppe pittore, che lui immagina di dipingerla come una veduta, con parole in cui si rinviene anche la vocazione per la poesia di Salvatoriello.    

  ‘’Una baluginante marina al crepuscolo sotto un cielo di nuvole, gonfie come sbuffi di raso, a incorniciare un roseto toccato da brezza leggera. Con la luce tiranna e regina che attende l’abisso della notte sfiorando le foglie pellegrine…’’

Inoltre procedi nella scrittura dell’opera in maniera al tempo stesso moderna e personale con svariati passaggi cronologici che vanno in avanti e indietro nella vita di Salvator Rosa, e che trascinano chi legge in una dimensione sospesa e vitale che richiama al tempo stesso l’affresco pittorico e il movimento teatrale. Così per esempio quando racconti della notte a Napoli del giovane pittore nella locanda dei Tre Re, quando si ritrova con gli amici Tonino, Marzio e Micco Spadaro (altro importante pittore del Seicento napoletano), e a un certo punto si scatenerà una rissa: allora sarà proprio Salvatoriello a subire una provocazione e ad accendere la miccia, ma il tutto verrà prontamente placato dall’intervento di Aniello Falcone, il grande maestro di pittura, che egli considera come un padre.

‘’Mentre tutto si calma, la furia della colluttazione scema, una lama bastarda si fa strada in direzione della spada di Salvatore. Prontamente viene deviata dalle lame della compagnia di Falcone, all’unisono.’’   

C’è poi in questi tuoi passaggi temporali il riferimento romanzato alle lettere che Augusto Rosa, figlio di Salvatore, scrisse all’amico del padre, il commediografo Giovan Battista Ricciardi, durante la sua agonia. Qui si avverte una visione del tuo Salvator Rosa da un altro punto di vista, quello di un figlio che sente la grandezza del padre e la sua difficoltà ad accettare la fine della sua stessa esistenza. Si tratta di una vicenda molto umana che accomuna tutti coloro che in ogni tempo hanno vissuto l’agonia, il lento morire di un proprio genitore o di entrambi.

‘’ Io invece sono consapevole, forse più di tutti, che sta per scomparire. Lo vedo rimpicciolire sempre di più nel suo sudario di lino bianco. A stento ne riconosco la voce, come se provenisse da un altro luogo. (…) È così lui, piccolo di fronte alla potenza della morte, come se provenisse da un altro luogo.’’

Infine c’è la tua lingua, morbida e sensuale, di una qualità sontuosa: c’è un lirismo descrittivo che è in piena armonia con l’elemento emotivo di Salvator Rosa e degli altri personaggi; questa voce d’autrice di grande visività e luminosità è nata silenziosamente negli anni, nello studio accurato e sorretto dalla passione, e questo rende ancora più prezioso questo tuo lavoro narrativo a cui, sono certa, ne seguiranno molti altri. 

Grazie di aver condiviso con me i momenti cruciali in cui ti occupavi della stesura del romanzo e di avermi citata per le mie coccole letterarie.

Con stima e affetto

Cristiana

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.