Mattia Insolia: “La vita giovane” (Mondadori, 2026), di Martina Ruggiero

Quello che resta dei sogni 

Cosa resta in noi di quella tenera versione giovane e acerba quando diventiamo adulti? Che fine fa? Quanto di quella versione di noi resta intrappolata invece nei ricordi degli altri? 

Questo libro cerca di rispondere a queste e ad altre domande. Lo fa ponendone al centro una in particolare: Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? 

Perché sì, quando si è molto giovani, c’è un momento nella vita in cui potenzialmente possiamo essere tutto. Siamo tutto in potenza e la sensazione di poter scrivere la nostra vita ci dà un senso di invincibilità che è legato allo stesso tempo intrinsecamente a un’incoscienza ingenua. Vulnerabili e invincibili, è questo paradosso a creare quel fascino pericoloso degli anni dell’adolescenza. Perché gli adolescenti, i giovani, sono in una condizione simile ai folli. Come chi, per fare un occhiolino a Pirandello, ha un’anima che potrebbe scegliere di rapprendersi in una qualche forma, per poi quindi adultizzarsi, ma sceglie di non farlo, di restare magma, un magma di infinite possibilità. 

Diventare adulti vuol dire in effetti fare una scelta, scegliere una forma, cominciare quantomeno a segnare un tracciato, a costruire un’identità. Ma cosa succede quando l’identità che a fatica stiamo tentando di costruire viene segnata da un trauma collettivo e, soprattutto, da una notte in particolare che cambia tutto per sempre? 

Una notte che non è solo un evento, ma una frattura: il punto esatto in cui la giovinezza si incrina e nulla, da lì in poi, resta integro allo stesso modo. 

Incontriamo Teo (Matteo Gallo, 28 anni), il protagonista del romanzo, con una scena simbolica: è al volante, da solo. La strada che percorre smette quasi subito di essere un luogo: diventa vita. All’incrocio che dovrebbe condurlo alla sua città natale (Foro), ripete un gesto rituale della sua giovinezza: chiude gli occhi per dieci secondi e pigia sull’acceleratore. Un gesto sconsiderato, ripetuto migliaia di volte con i suoi amici quando il futuro era ancora una distesa senza confini. Sono più di dieci anni che non lo fa. Ora quel gesto non è più gioco, è un’eco sbiadita, un distacco: dai propri sogni, da quella versione di sé che sembra rimasta ferma altrove, come se lo aspettasse nel buio. 

Ed è così che attraverso la voce di Teo entriamo nel mondo di questo gruppo di amici. Sofia, Giorgio, Matilde, Tommaso e Marta e lo stesso Teo prendono corpo. Chi erano? Chi sono davvero diventati? 

Seguiamo la loro evoluzione tramite un intreccio di linee temporali: il passato e il presente. Teo non vede i suoi vecchi amici dalla fine del liceo, da quando ha deciso di trasferirsi a Milano, ricominciare. Andare via dal suo paesino del Sud. Riscrivere la storia. Un Sud che resta spesso spoglio dei propri giovani, periferico e desertico, più emotivo che geografico, e da cui si fugge anche per sopravvivere a ciò che si è stati. 

È un invito al matrimonio dei suoi più cari amici del liceo che lo riporta al luogo delle sue origini. Giorgio e Matilde si sposano, costringendo così gli amici dispersi nelle diverse città d’Italia a fare un doloroso tuffo nel passato. Un tuffo che Teo in particolare rimanda da dieci anni. È una sberla in pieno viso, destinata a riaprire un amaro processo di guarigione. E nell’incontrare dopo così tanto tempo i propri amici, Teo cerca di ricordarne le “fisionomie” giovanili, di ridisegnarne i confini, sovrapponendo i ricordi alle loro nuove versioni adulte. E guarda anche sé stesso, si guarda crescere. 

Ricostruire i pezzi diventa necessario, mettere insieme i cocci per ricomporre qualcosa di più saldo è diventato urgente. Farlo è però anche pericoloso: perché quei pezzi non sono neutri, sono vivi, feriti, deformati dal tempo e da quella notte. Ognuno di loro è sopravvissuto come ha potuto. C’è chi si è spento lentamente, chi ha cercato rifugio in relazioni malsane o nelle droghe e nell’alcol, chi ha anestetizzato tutto, chi ha trasformato il dolore in rabbia (come Teo), chi è rimasto in silenzio. Nessuno è rimasto intatto. 

Ed è così che si diventa grandi delle volte, quasi senza accorgersene, attraversando il dolore. Il dolore ha consumato tutti loro in modo diverso, ma costante: ha scavato nelle relazioni, nelle scelte, nei corpi stessi. Eppure, li tiene ancora, in qualche modo, nello stesso perimetro emotivo. 

Nel romanzo di Insolia perfino i luoghi non sono mai soltanto fisici: sono soprattutto emotivi. I paesaggi diventano correlativi oggettivi degli stati interiori del protagonista. La descrizione degli ambienti non si limita a descrivere, ma rivela ciò che i personaggi non sanno o non riescono a dire. 

Accanto a questa dimensione evocativa, i dialoghi restano concreti, solidi, credibili: come se la realtà continuasse a parlare anche quando tutto il resto si sfalda. E proprio nel contrasto tra ciò che si percepisce e ciò che si dice si apre la frattura più profonda. 

Interessante è come i personaggi emergano per disvelamento graduale: piccoli gesti, dettagli minimi, atteggiamenti quasi casuali che nascondono ferite enormi. Nulla è mai solo ciò che appare. 

Ed è così che quei ragazzi si incontrano di nuovo, e sono ora adulti, con amori andati a male, i non detti, le scosse della vita, una giovinezza che ha cambiato sapore, diventando più consapevole, meno temeraria, più abitudinaria. Ognuno continua a portare dentro il segno di quella notte, anche quando finge di averla superata. 

Il dolore ha inevitabilmente trasformato i sogni ma non li ha cancellati. I sogni hanno cambiato forma ma non sostanza. Crescere, allora, non significa smettere di sognare, ma imparare a riconoscere i sogni anche quando non assomigliano più a quelli di un tempo. Forse i sogni non spariscono davvero: restano immobili dentro di noi per anni, aspettando soltanto il momento giusto per cambiare nome. 

Teo alla fine riesce ad aggrapparsi al suo ultimo sogno, a non lasciarlo scappare, barlume di luce in una buia caverna. 

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Io direi che restano dentro e prima o poi trovano il modo per liberarsi, per diventare realtà. 

Martina Ruggiero

Martina Ruggiero: classe 2001, cresciuta a Vico Equense, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, un percorso che ho scelto perché credo profondamente nella forza delle storie, delle immagini e delle emozioni.

Sono una persona curiosa e creativa, con una forte passione per la letteratura, i viaggi e la scoperta di nuove culture. Amo nutrire costantemente la mia immaginazione e, nel tempo libero, mi dedico al disegno, trovando ispirazione nelle piccole cose.

Attualmente sto svolgendo un tirocinio presso l’ufficio stampa Bompiani a Roma che ho intrapreso grazie al master SEMA, spinta dal mio amore per le parole e per quello che riescono a trasmettere. 

Monica Acito: “La carità carnale” (Bompiani, 2026), di Martina Ruggiero

Come attraverso uno specchio 

Leggere questo libro è stato per me come guardarmi allo specchio, come riflettersi sulla superficie limpida di un lago, come scorgersi da lontano: un’esperienza esplorativa e intensa. 

La voce di Monica Acito è il canto di una sirena, dolce e spietato, attraverso cui ogni dettaglio, anche quotidiano, diventa motivo di fascino per il modo in cui è descritto. 

Una lingua viva, ricca, intrisa di poesia. 

Una lingua che sembra voler straripare come un fiume in piena dalle pagine, ma che poi resta, assurdamente composta sulla pagina, fiera, nella sua natura antica, campana. 

Un po’ come Marianeve, la protagonista dai capelli bianchi di questo romanzo, che il fuoco ce l’ha dentro, e dall’esterno nessuno lo direbbe mai, nessuno potrebbe saperlo: non si vede ma se ne percepisce l’energia. Una ragazza timida, riservata, priva di malizia, che però nutre dentro di sé un universo di risorse. 

Marianeve ha un dono speciale, custodito in un luogo intimo, quasi indicibile. La sua è la storia di una ragazza che, sin da bambina, deve imparare a convivere con un segreto, quello della “carità carnale” (la stessa che aveva a fine Cinquecento Giulia Di Marco, una religiosa prima definita santa da alcuni e poi accusata di eresia), proteggerlo, poi rivelarlo e poi scoprire la bontà del mondo ma anche la sua indifferenza. 

È la storia di una tenerezza. La tenerezza di un padre, Sarchiapone, nei confronti della figlia. Una tenerezza incommensurabile ed eterna. Cosa penserebbe di questo suo immenso e controverso dono? 

Marianeve può guarire le persone. Può farlo con una parte del corpo che spesso è collegata al sesso e alla vergogna, ma che richiama anche la vita, il grembo materno. Come il grembo di Napoli (nella quale la protagonista si ritroverà a studiare all’università), che accolse anche Giulia Di Marco, di cui conserva i respiri nel mare, di cui reca le tracce, che Marianeve seguirà; perché se è esistita una come Giulia allora anche lei ha il diritto di esistere. 

Ed è proprio lì, in quel grembo, che dovrà imparare a riconoscersi davvero. Non per ciò che crede di essere, ma per ciò che è. 

Marianeve vorrebbe soltanto far felici i suoi, superare gli esami universitari come una ragazza comune, essere “un’artista”, come le diceva sempre il suo papà.  

Scoprirà di esserlo davvero, ma in un modo inatteso, non convenzionale. 

Il punto è proprio questo: accettarsi, accettarsi per la straordinarietà di ciò che si è. E la storia di Marianeve, una storia eccezionale, miracolosa, diventa così la storia di tutti noi, la metafora di ciò che ciascuno di noi vive: lasciarsi conoscere ed amare per la nostra essenza, abbracciarla, rivelarla anche quando è scomoda, perché forse le nostre stranezze, le nostre fragilità, sono quelle parti di noi che possono fare “miracoli” e arricchire il mondo.  

E chi ci ama ci ama così come siamo, come Sarchiapone, che della figlia aveva sempre intuito la natura particolare. Marianeve lo imparerà a sue spese: l’amore vero non si approfitta di nulla, non è sfuggente, non oscura, non ci vuole tenere per sé. L’amore per gli altri potrebbe essere una salvezza, perché l’amore circola, e qualche volta ritorna a noi in modi inaspettati.  

L’amore che diamo rivela molto di noi, molto di più di quel che crediamo. E Marianeve cresce, e quando ritorna in Cilento, il luogo delle sue origini, è ormai una ragazza che è diventata donna e che ora riesce a guardarsi davvero allo specchio. 

Il canto di Monica è fatto della stessa forza che ha la sua protagonista, si tratta di complementarità: Marianeve parla col corpo, agisce senza spiegarsi troppo, la penna di Monica, invece, va veloce come una saetta e colpisce i punti più vulnerabili. 

E forse è proprio questo che incanta: parlare a chi sa di essere, allo stesso tempo, forte e fragile. A chi sa di essere un paradosso vivente. 

In fondo, chi di noi non lo è?

Martina Ruggiero

Martina Ruggiero: classe 2001, cresciuta a Vico Equense, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, un percorso che ho scelto perché credo profondamente nella forza delle storie, delle immagini e delle emozioni.

Sono una persona curiosa e creativa, con una forte passione per la letteratura, i viaggi e la scoperta di nuove culture. Amo nutrire costantemente la mia immaginazione e, nel tempo libero, mi dedico al disegno, trovando ispirazione nelle piccole cose.

Attualmente sto svolgendo un tirocinio presso l’ufficio stampa Bompiani a Roma che ho intrapreso grazie al master SEMA, spinta dal mio amore per le parole e per quello che riescono a trasmettere.