John Steinbeck: “Furore” (Bompiani, 2024, trad. Sergio Claudio Perroni), di Lavinia Capogna

“Furore” di John Steinbeck o lo sradicamento  

“Beh, magari è come diceva Casy, che uno non ha un’anima tutta sua ma solo un pezzo di un’anima grande… e così…” “E così che, Tom?”

“E così non importa. Perché io ci sarò sempre, nascosto e dappertutto. Sarò in tutti i posti… dappertutto dove ti giri a guardare. Dove c’è qualcuno che lotta per dare da mangiare a chi ha fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì. Se Casy aveva ragione, beh, allora sarò negli urli di quelli che si ribellano… “

America primi anni Trenta: i trattori delle banche e dei latifondisti passano incuranti sulle terre rosse dell’Oklahoma nel Midwest. 

Incuranti della madre terra e dei contadini che vengono fatti bruscamente sloggiare dopo che, faticosamente, erano riusciti a costruirsi una casa e ad avere un terreno da coltivare a mezzadria.

La mezzadria era un contratto agrario in cui il proprietario e il contadino dividevano a metà i prodotti della terra.

Quando Tom Joad, determinato, intelligente figlio di due contadini fa ritorno a casa dopo quattro anni passati in carcere scopre, desolatamente, che i suoi sono partiti.

Incomincia così “Furore” (The Grapes of Wrath) best seller del 1939, vincitore del National Book Award e del Premio Pulitzer scritto da John Steinbeck, autore trentasettenne e futuro Premio Nobel 1962. 

Il libro è scritto in un interessante americano, a volte nell’idioma dell’Oklahoma per renderlo più verosimile.

Si legge in un articolo dell’epoca: “Steinbeck è un ragazzone, con spalle larghe, occhi azzurri dallo sguardo sincero e capelli scuri che si arricciano sulla fronte” (The San Jose Mercury News, 8 gennaio 1938).

Tom Joad è stato in carcere perché, ubriaco, aveva ucciso per legittima difesa un coetaneo che lo aveva aggredito con un coltello ad un ballo di paese.

È stato rilasciato in anticipo ma “sulla parola”: non può lasciare l’Oklahoma, ordine a cui disubbidisce e, del resto, non avrebbe altra scelta.

Riunita, la famiglia Joad si mette in marcia sulla Route 66 con una scassata macchina trasformata in camion piena di suppellettili verso la California, la terra promessa.

Un accattivante volantino garantisce 800 posti di lavoro nella terra del sole e delle arance ma loro vengono avvisati da alcuni sconosciuti che non tutto laggiù è come viene pubblicizzato.

La madre sogna una casetta bianca e una piccola vigna da coltivare.

Sua figlia, la graziosa Rose of Sharon, 18 anni, incinta e sposata con il 19enne Connie, vorrebbe invece vivere in città, avere una ghiacciaia e andare al cinema così come il fratello Al, appassionato solo di ragazze e di motori, vorrebbe aprire un negozietto di elettronica. Sono la terza delle quattro generazioni degli Joad.

Vorrebbero, in breve, fare il salto da proletari a borghesi.

I due bambini decenni di Ma e il marito che si chiama anche lui Tom crescono semiabbandonati tra adulti troppo indaffarati e preoccupati. Anche loro raccoglieranno cotone in California come i figli dei neri che, separati dai bianchi all’epoca, non appaiono nel romanzo.

La scuola è un luogo inaccessibile per loro (anche se Ma desidererebbe mandarceli) dove altri ragazzini li bullizzerebbero perché poveri e di un altro stato.

Il tema del viaggio è uno dei grandi miti americani che compare in vari libri (Mark Twain, Kerouac, “Zen and the Art of Motorcycle Maintenance” di Robert M. Pirsig e altri) e in tante canzoni e film.

Qui il viaggio ha però il volto dello sradicamento e dell’ignoto che si fa sempre più inquietante.

Tom è il più concreto, pragmatico della famiglia, gli altri uomini sono tormentati da sensi di colpa come lo zio John che non aveva creduto alla moglie incinta morente e cerca di compensarlo portando chewing-gum e liquirizia ai bambini o Tom padre che aveva maldestramente assistito Mam in un parto casalingo e che teme di aver creato danni cerebrali allo slavato, etereo Noah, fratello di Tom, quasi magneticamente attratto dall’acqua e dal fiume.

Steinbeck descrive una società contadina che sarà immortalata da alcuni grandi fotografi come W. Eugene Smith, Margaret Bourke-White, Dorothea Lange e altri: quella della grande Depressione dopo il crollo di Wall Street nel 1929 che sconvolse l’America e che riuscì poi a riprendersi, negli anni Trenta, grazie al New Deal del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt di cui John Steinbeck fu un sostenitore: immagini di desolante povertà e sconforto, di volti rassegnati arsi dal sole, di bimbi con lacere tute jeans nella patria del capitalismo.

È una società in cui comandano esclusivamente gli uomini eppure non ne sembrano felici: loro decidono per tutti riunendosi la sera in consiglio.

Le donne e i bambini li osservano.

È un mondo dove vale la legge del più forte, tutti hanno abiti sbrindellati ma un fucile in casa.

Boys don’t cry. Sono uomini abituati a non rivelare i loro sentimenti e a non esprimere le loro emozioni.

Quando Tom dirà qualcosa di suo all’ex predicatore Casy, che ha casualmente incontrato in Oklahoma, gli sembrerà di aver detto troppo.

È l’unico momento del romanzo in cui Tom appare vulnerabile.

“Furore” è un libro profondamente maschile: l’azione è al centro del romanzo. La lotta estenuante per sopravvivere, a qualunque costo anche nelle condizioni più estreme, nello sfruttamento più estenuante, nel vento, nella pioggia torrenziale, nella siccità che in quegli anni colpì il Midwest, nella fame nera.

Le donne del libro sono madri (Grandma, Ma, Rose of Sharon, la graziosa, infelice sorella di Tom) o, di sfuggita, più mature, scaltre, cameriere dei Cafe sulla Route 66.

L’amore è spesso malvissuto: dalla ipersessualità del nonno alle prostitute (altre vittime del capitalismo) dello zio John, dalla incessante ricerca di ragazze per effimeri flirt del superficiale Al fino al codardo Connie che, sopraffatto dalle responsabilità, abbandonerà Rose of Sharon incinta.

Solitario è invece l’eroe/controeroe del romanzo Tom. In un certo senso ci si aspetta che Tom incontri una ragazza ma ciò non avviene: egli è il fuggiasco, perseguitato da una sfortuna ricorrente, sempre con gli sbirri alle calcagne e che trasformerà la sua rabbia in lotta politica.

I detrattori reazionari accusarono “Furore” di essere “propaganda comunista” e il libro è certamente di sinistra (“Sto imparando una cosa importante,” disse. “La sto imparando ogni momento, tutti i giorni. Quando stai male o magari hai bisogno o sei nei guai… va’ dalla povera gente. Soltanto loro ti danno una mano… soltanto loro”).

Non mancano momenti di solidarietà o il confronto tra le baraccopoli dei latifondisti e quella, più umana, governativa o incontri sulla strada come quelli con i dignitosi Wilson o i solidali Wainwright.

La madre è il personaggio che acquista sempre più importanza via via che si snoda la trama. Non sappiamo il suo nome. Lei è semplicemente Ma (Mamma).

Diventa il punto di riferimento e di sostegno di tutti.

Non si perde d’animo, osserva acutamente gli altri, intuisce le cose che gli uomini della sua famiglia non dicono. È l’unica ad avere un rapporto profondo con Tom. 

Mam avrà anche il sopravvento sul debole marito, imporrà decisioni (“Partiamo domattina,” disse. Pa’ sbuffò. “Mi sa che i tempi sono cambiati,” disse in tono sarcastico. “I tempi di quando era l’uomo a dire che c’era da fare. Ora mi sa che sono le donne a dirlo. Magari tocca prendere il bastone”) per picchiare la moglie e lei gli risponde per le rime.

Le donne sottomesse, silenziose, picchiate di quella società arcaica diventano con lei la bussola a cui rivolgersi quando il mondo va in frantumi.

Casy è uno dei personaggi più interessanti di Steinbeck. Nel bellissimo film in bianco e nero di John Ford del 1940 tratto dal romanzo, anche se modificato nel finale per ragioni di censura, era interpretato dall’ispirato David Carradine.

Tom era il bel Henry Fonda.

Casy è un ex predicatore di una delle varie chiese statunitensi che ha smesso perché circuiva ragazze e non sa più se credere in Dio oppure no.

È una sorta di filosofo che si interroga sul senso della vita e che infine trova in un’anima collettiva e nella giustizia sociale il Regno dei Cieli.

Qualcuno vi ha letto influenze del filosofo scrittore ecologista ottocentesco Ralph Waldo Emerson.

Questo romanzo che parla di terra, di campi di cotone, di raccolta di pesche, di uva è anche profondamente spirituale, con accenti biblici (come altri romanzi di John Steinbeck) e al tempo stesso nemico dei fanatici, così diffusi nel paese, come la donna farneticante, foriera di cattivi presagi per la candida Rose of Sharon.

È un romanzo dove tutto viene descritto e sentito con grande abilità narrativa, genialmente inframmezzato da capitoli generali come lo splendido 17 o quello poetico sulla musica: l’armonica a bocca, la chitarra country, il violino che sono gli unici svaghi nelle sere malinconiche 

Steinbeck descrive le sensazioni con una precisione che ricorda Émile Zola: la polvere che sale sui volti rendendoli grigi, la freschezza ristoratrice dell’acqua, il sapore del maiale croccante e salato, il profumo del caffè. 

I Joad, esuli in California, da mezzadri si trasformano in emigranti, vittime di razzismo, prevaricazioni, sfruttati e sottopagati e anche per questo “Furore” è un romanzo attualissimo.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

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