Linguaggi del potere, dei media e degli stereotipi di genere – intervista a Graziella Priulla, di Rita Mele

‘Prendere parola è ancora la cosa più sovversiva che le donne possano fare’, scriveva Michela Murgia, nel suo saggio postumo del 2024, Dare la vita. Graziella Priulla — sociologa, saggista e voce storica della formazione universitaria — questa sovversione la pratica da decenni attraverso la ricerca, l’insegnamento e una saggistica fondamentale per chiunque voglia decifrare i linguaggi del potere e smantellare gli stereotipi che condizionano la nostra quotidianità. Tra i suoi saggi ricordiamo: Violate. Sessismo e cultura dello stupro (Villaggio Maori Edizioni, 2020); Viaggio nel paese degli stereotipi. Lettera a una venusiana sul sessismo (Villaggio Maori Edizioni, 2018); La libertà difficile delle donne. Ragionando di corpi e di poteri (Settenove, 2016); C’è differenza. Identità di genere e linguaggi: storie, corpi, immagini e parole (Franco Angeli, 2015); Parole tossiche. Cronache di ordinario sessismo (Settenove, 2014); L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del paese (Franco Angeli, 2012); e la Voce “Media” all’interno del Dizionario di genere (a cura di A. Di Giorgio, Il Mulino, 2023), il volume collettivo citato nell’intervista, che mappa attraverso 2417 lemmi le disparità e le resistenze del nostro vocabolario.

Ci siamo incontrate a Taranto in occasione della giornata di studio ‘Comprendere la violenza maschile contro le donne’. Da quel rapido scambio di idee, che non potevano certo esaurirsi nello spazio di un saluto, è nata questa intervista per Il Randagio.

Ne scaturisce un dialogo vero e intenso. Priulla guarda al passato con l’orgoglio delle conquiste ottenute e al futuro con la lucidità di chi sa che nulla è garantito, specie in un presente tecnologicamente avanzato ma orfano di educazione relazionale ed emotiva, dove le donne restano il bersaglio privilegiato della violenza, anche verbale. Le sue risposte arrivano come una boccata d’aria fresca: un invito a disarmare il pensiero rigido per pretendere legami autentici e sostenibili. Per riuscire a costruire una nuova civiltà delle relazioni, Graziella ci regala una formula preziosa: ‘Non confido in un libro, ma in una pioggia di libri’. Per noi Randagi, non potrebbe esserci mantra migliore.

Guardando indietro alla tua ampia produzione saggistica, c’è un libro che oggi avresti l’urgenza di aggiornare o riscrivere completamente alla luce dei rapidissimi mutamenti sociali e linguistici di questi ultimi anni? Se sì, perché?

Probabilmente “Parole tossiche”: non per riscriverlo (i punti di partenza e gli assunti mi paiono tuttora condivisibili) ma per aggiungere considerazioni che prendano in esame l’esasperazione della tossicità (verbale e non) nel mondo contemporaneo. 

C’è una cartina di tornasole, il cui grado di negatività viene costantemente monitorato. I social, come tutte le reti, hanno un grande potenziale di relazionalità e di allargamento, ma vengono usati soprattutto in maniera individualistica e hanno aumentato a dismisura la quota di aggressività e di cattiveria nei discorsi che circolano. Le donne ne sono il bersaglio preferito. Le nuove generazioni vi sono completamente immerse, e trovano “naturale” questo clima malato perché non ne hanno conosciuto un altro. Le premesse però c’erano già tutte, e ne rintracciavo le responsabilità anche in quel mio libro di dodici anni fa.

A quasi un anno dall’uscita del Dizionario di genere, per cui hai curato il lemma Media, la cronaca continua a registrare violenze sistemiche contro le soggettività marginalizzate. Se il volume andasse in ristampa domani, quale parola aggiungeresti o modificheresti con più urgenza per descrivere il nostro presente?

Forse ‘discriminazione’, che ne contiene tante altre come ‘stereotipi’, ‘pregiudizi’, ‘disuguaglianza’, ‘deumanizzazione’, ‘violenza’ … La stessa (a mio avviso fuorviante) idea di ‘inclusione’, seppure con intenti positivi obbedisce a un ordine gerarchico di definizioni che contiene in sé la logica della subordinazione. 

Non modificherei questa voce ma vorrei render chiaro il percorso che ha visto e vede il privilegio di genere come matrice originaria di tutti gli altri, impronta originaria di suprematismo su cui si è ricalcato ogni altro modello, da quelli hard a quelli soft. Vorrei parlarne così nelle scuole, vorrei comparare le storie di ieri e di oggi, i miti di ieri e di oggi per ricavarne il senso comune. 

Tra i 2417 lemmi del Dizionario che mappano le nostre disparità, quale suggeriresti di ‘adottare’ a chi legge Il Randagio? Quale parola dovremmo far nostra per usarla come strumento di consapevolezza e resistenza quotidiana?

Non sono originale se dico ‘femminismi’. 

Intanto al plurale, perché si tratta di un insieme molto vasto e variegato di teorie e di pratiche di analisi, di critica, di denuncia, di azione – nel personale e nel politico. Intanto per tutto il ventaglio di storie e di considerazioni, dall’emancipazione alla liberazione, che offre e che pretende ma che in blocco vengono ignorate.

È stato un termine che il potere ha spesso dileggiato, demonizzato, ridicolizzato; sempre è stato incompreso dal senso comune. Quando insegnavo ragazzi e ragazze dichiaravano apertamente il loro stupore che io così tranquilla, gentile, educata, “normale” insomma, fossi femminista. I loro manuali riportavano ogni genere di -ismo, ma questo no.

In ogni sede possibile, in ogni incontro di persone sarebbe necessario ribaltare l’immagine, dimostrare che se i progetti femministi diventassero realtà tutti e tutte se ne avvantaggerebbero, donne e uomini.

Dopo decenni dedicati alla ricerca sociologica, alla scrittura e all’insegnamento, ti chiedo di guardare al nostro futuro: qual è oggi la ‘libertà più difficile’ che noi donne in Italia dobbiamo ancora riuscire a conquistare?

Prima di tutto io penso che dovremmo essere orgogliose delle libertà che già abbiamo conquistato, dal voto allo studio, dal lavoro alla famiglia; dobbiamo ricordarne la storia recente e tenercele strette, perché rischiano ad ogni svolta di essere messe a rischio. Niente è per sempre, se non lo si difende.

Oggi viene messa in crisi soprattutto la nostra libertà e possibilità di espressione, conquista coraggiosa del ‘900. Ricordo Michela Murgia: “Di tutte le cose che le donne possono fare, prendere parola è ancora la più sovversiva”.

Poche nei media e con poco potere; oggetti di odio e di ostracismo nei social; minoritarie nei convegni e nei panel (si è coniata l’espressione manel!); presenti in pubblicità solo come corpi mercificati; tacitate dal potere politico, che ora ci vuole silenziare anche nelle scuole … eppure siamo la maggioranza del Paese!

Spesso le libertà più difficili da conquistare sono quelle che non riusciamo nemmeno a concepire, semplicemente perché ci mancano i modelli o le parole per nominarle. In che modo l’atto di leggere – esplorando altre vite e altre prospettive – può colmare questo vuoto? Come può un libro aiutarci non solo a decifrare il presente, ma ad allargare l’immaginazione per costruire, nel nostro quotidiano, una libertà nuova?

Non confido in un libro, ma in una pioggia di libri. Non in un canale, ma in una molteplicità di canali. Non in una sede, ma in tutte le sedi possibili. Non in un discorso, ma in migliaia di discorsi diffusi. Non in un modello rigido, ma nella costruzione di modelli duttili. 

È possibile uscire dalla rigidità del pensiero dicotomico.

Le nuove generazioni cercano come l’aria alimentazione per l’immaginazione, per i progetti di vita e prima ancora per la coscienza di sé: hanno bisogno di senso. Oggi la costruzione delle identità è più complessa e più ricca rispetto al passato ma in molti punti è ancora influenzata dalle antiche modalità di costruzione dei generi. Viviamo in una società tecnologicamente avanzata ma troppi sono ancora analfabeti sul piano comunicativo, emozionale, relazionale. 

Questo è il terreno in cui si gioca – nell’infinita varietà dei percorsi individuali – la qualità della vita degli uomini e delle donne: l’affermarsi di una nuova civiltà delle relazioni nella vita quotidiana, lontana per ambedue tanto dalla logica antica del patriarcato quanto da quella recente del mercato; una società con pari opportunità e pari diritti, modalità sentimentali sostenibili, nuovi modelli genitoriali.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

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