Intervista a Roger-Pol Droit per “Alice nel paese delle idee” (Longanesi, 2026, trad. Alba Bariffi), di Silvia Lanzi

Cosa succederebbe se Lewis Carroll e Jostein Gaarder si incontrassero? Di che tenore sarebbe la loro conversazione?

Un’idea in tal senso potrebbe darcela Alice nel paese delle idee, l’ultimo libro del francese Roger-Pol Droit, che sembra coniugare perfettamente i due mondi che coinvolge, oltre alla ragazzina eponima, anche creature alquanto bizzarre – al lettore scoprirle.

Ne risulta una storia agevole e ben scritta, in cui la protagonista intraprende un viaggio per dare una risposta alla domanda, fondamentale – come dobbiamo vivere?

Leggendolo, non ci si trova davanti al “consueto” Bildungsroman che esplora il percorso di crescita, maturazione e formazione psicologica della protagonista – Alice.

Il libro si nutre di altre suggestioni che lo accostano al pirandelliano “Sei personaggi in cerca d’autore”, a “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino e ad un altro libro che mi è molto caro: “Storia della filosofia” di Luciano De Crescenzo.

Finito il libro ho sentito la necessità di saperne di più e ne ho contattato l’autore, persona poliedrica – filosofo, giornalista, scrittore ed insegnante – estremamente gentile e disponibile.

Ecco cosa ci siamo detti.

Come è nata l’idea di Alice e delle sue avventure?

Per caso, o almeno così pare, come quasi tutto il resto nella vita. Sono sempre stato un ammiratore di Lewis Carroll, dei suoi testi che, sotto la loro patina fantastica, sono al tempo stesso insoliti, sconcertanti e profondamente filosofici. Inoltre, volevo trovare un nuovo modo per introdurre la filosofia, un modo che ne rivelasse i principi ma che permettesse anche ai lettori di sperimentare il tumulto interiore provocato dal cambiamento di atteggiamento mentale che caratterizza la riflessione. Così ho avuto l’idea di prendere in prestito gli elementi fantastici dal mondo di Alice, adattandoli ai nostri tempi e all’introduzione di nuove idee. La mia Alice non è più una bambina del XIX secolo. È una giovane donna dei giorni nostri, che sogna di farsi tatuare una frase che le faccia da bussola nella vita, perché ha paura del mondo che verrà, della distruzione del pianeta, della fine della biodiversità; teme per il suo stesso futuro. E cade nel “mondo delle idee”, dove vivono tutti i saggi, i filosofi e gli studiosi di ogni epoca e cultura. E così parte alla ricerca di Socrate, Epicuro, Confucio, Montaigne o Freud, per trovare la sua frase.

A chi si rivolge il libro? Qual è il target di lettura?

Tutti! In modi diversi, ovviamente. Volevo che il libro fosse accessibile sia agli adolescenti che agli adulti. Non è richiesta alcuna conoscenza pregressa; il vocabolario è semplice. Ciò che conta è il viaggio, la diversità di prospettive e, soprattutto, la scoperta dell’importanza delle idee per guidare le nostre vite e per l’azione collettiva. Ecco perché la forma del romanzo era essenziale: Alice cambia durante il suo viaggio; si evolve in base alle sue scoperte. Impara semplicemente a pensare! E questo può essere condiviso a qualsiasi età. Ciò che mi commuove di più nei tanti messaggi che ricevo da tutto il mondo, man mano che vengono pubblicate nuove traduzioni, è vedere lettori così diversi dire come questo libro li abbia toccati, ma anche aiutati. Giovani, anziani, persone di ogni estrazione sociale, con ogni livello di istruzione…

Il suo messaggio in Alice è, sostanzialmente positivo. Non è una prospettiva un po’ ingenua, visti anche i recenti accadimenti a livello mondiale?

Sì e no… L’aspetto positivo è l’idea che nulla sia predeterminato, che il futuro dipenda da noi, dalla nostra responsabilità e dalle nostre riflessioni. Ma il mio non è un libro ingenuamente ottimista. Alice scopre anche, nel corso delle sue avventure, la crudeltà umana, gli orrori della barbarie e le stragi contemporanee. Non immagina che tutto sia roseo, che la vita sia sempre bella e che basti vedere il lato positivo del mondo per essere felici. Ciò che riscopre, tuttavia, è la fiducia nell’azione e nella riflessione. In altre parole, il futuro non è garantito, ma è inutile credere che sia perduto prima ancora di iniziare…

Thomas Mann ha detto che “tutto è politica”. Ma la politica non si può ricondurre alla πρᾶξις (praxis), che è filosofia?

L’argomento centrale di questo libro, in ogni caso, è che la filosofia è più necessaria che mai se vogliamo che un futuro per l’umanità rimanga possibile. I nostri comportamenti e le nostre scelte dipendono dalle nostre idee. Se non esaminiamo le nostre idee, se le diamo per scontate, se accettiamo acriticamente tutto ciò che si è accumulato nelle nostre menti in base alla nostra educazione, alla nostra epoca e al nostro contesto sociale, allora rischiamo di sbattere contro un muro. Ciò che mi colpisce è che proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di riflettere per superare le difficoltà attuali, stiamo trascurando la ricchezza di idee, analisi e saggezza tramandate dalle culture del mondo. Il mio obiettivo principale, quindi, era quello di condividere questa conoscenza. Se vogliamo un futuro, guardiamo al passato per trovare tutto ciò che può esserci utile e aiutarci. Esistono vasti depositi di strumenti intellettuali e atteggiamenti mentali che possono esserci d’aiuto. Praticare la filosofia non significa principalmente studiare autori e dottrine da una prospettiva scolastica o accademica. Significa esaminare le nostre idee e cercare di comprendere il nostro tempo. E il passato può aiutarci in questo. Gli antichi Greci e Romani, gli Indiani e i Cinesi dei secoli passati, gli studiosi dell’età classica o dell’Illuminismo non conoscevano la crioconservazione degli embrioni, la transizione ecologica o l’intelligenza artificiale, ma avevano idee che possiamo adattare al nostro presente.

Ha collaborato a lungo con l’UNESCO, lavorando come consulente. Quale rapporto c’è tra bellezza e filosofia?

All’UNESCO, dal 1993 al 1999, sono stato Consigliere Speciale del Direttore per la Filosofia, quindi non mi occupavo di patrimonio artistico, ma mi sembra che l’approccio sia simile. Perché le idee, come la bellezza, sono per tutti e possono essere condivise da tutti gli esseri parlanti e pensanti. Le filosofie esistono praticamente in ogni cultura. Contrariamente a quanto a volte si è creduto, non si tratta di un fenomeno esclusivamente europeo o occidentale!

Allora, parafrasando il principe Myškin, la filosofia salverà il mondo?

No, perché non ne ha né il potere né l’intenzione. Sono le religioni, o credenze simili, a sognare di salvare il mondo. Potrebbe darsi che il mondo non debba essere salvato, ma semplicemente abitato, vissuto in tutta la sua diversità, i suoi splendori e le sue ombre. In questo caso, sì, la filosofia può essere d’aiuto. A patto che tutti ne facciano esperienza. Nessuno può pensare al posto tuo! Questo, in definitiva, è ciò che Alice comprende…

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E, con questa suggestione, termina la nostra chiacchierata con il professor Droit che ringraziamo per la disponibilità e la cortesia.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

La scomparsa di Dan Simmons, di Silvia Lanzi

Dan Simmons, pur essendo un gigante della fantascienza, sicuramente non è noto al grande pubblico – o, perlomeno, non era noto a me, anche se sono una lettrice bulimica. 

Premetto che, fino a qualche tempo fa, fantascienza per me era sinonimo di lettura di evasione, piena di improbabili concetti scientifici e avventure intergalattiche. E questo era quanto. 

Leggendo però Simmons, grazie ai consigli di mia moglie, mi sono accorta di essere davanti ad un’opera che va ben al di là dei cliché del genere letterario. Sì, perché queste storie strane ed inverosimili, con il loro approccio a razze aliene, il conseguente cambiamento di prospettiva, il diverso che ci si para improvvisamente davanti, parlano direttamente a noi, alla nostra parte più speculativa, ponendoci fondamentali quesiti esistenziali – come da sempre fa la filosofia. 

Tutte queste cose, insieme a molte altre, le ho trovate ne “I Canti di Hyperion” di Dan Simmons, una quadrilogia ormai quasi quarantenne, e già sviscerata da critici letterari, intellettuali e studiosi.

E allora perché questo articoletto, che si perderà nel mare magnum degli scritti su questo autore? Perché, purtroppo, Dan Simmons, figlio del Midwest americano, classe 1948, ci ha lasciati il 21 febbraio e la notizia mi ha colpito molto. Le considerazioni che seguono, che si riferiscono alla sola quadrilogia di Hyperion, non sono altro che i pensieri sparsi di una lettrice in lutto per la perdita di un grande autore. 

Ciò che mi ha colpito, oltre alle vicende piene di colpi di scena, è l’erudizione che l’autore inserisce nella trama, quasi un fil rouge che attraversa tutta l’opera. Definirla fantascienza mi sembra quasi riduttivo. Si potrebbe parlare di epopea, di un lungo poema in prosa che utilizza i più diversi registri (mi vengono in mente, in ordine sparso, I Racconti di Canterbury, l’Iliade e l’Odissea, Beowulf, Faust e Swift per citarne solo alcuni).

Come Ulisse, i protagonisti incontrano diversi popoli, sono esposti ai pericoli di un viaggio che li porta alla periferia dell’universo; come Beowulf, devono combattere un pericoloso ed ambiguo avversario, lo Shrike; come in Faust è presente un patto diabolico e, come in Swift è presente il dilemma dell’immortalità. 

I Canti sono tutto questo e ancora di più: sono un trattato etnologico, un’occhiata nel futuro (Hyperion è del 1989 e si parla già di AI), un compendio di storia dell’arte e della letteratura, quasi un opera antica, dove ogni storia era una specie di summa dello scibile umano. 

Da cui si stagliano, difficilmente dimenticabili, gli incredibili protagonisti e le loro incredibili avventure. Che iniziano quando un gruppo di personaggi variamente assortiti inizia un viaggio, ognuno con il suo carico di dolore e di speranza e richiama, a ben guardare, la questione del Graal: ognuno cerca il suo personale Re pescatore che possa dare loro sollievo ed esaudire il desiderio che portano nel cuore. Ma questa ricerca, piena di ostacoli enormi e spaventose incognite, ha come scopo anche la salvezza del genere umano, minacciato dal TecnoNucleo e dalla Rete, invenzioni umane che sono diventate entità indipendenti e vedono i loro creatori come un inciampo alla loro piena realizzazione.

Ed ecco che si apre la parte più propriamente filosofica della quadrilogia: cos’è la vita? Ci si può innamorare di una IA ospitata in un corpo di carne e sangue? Che senso ha il tempo quando i viaggi interstellari sono una realtà ed esistono portali che ci proiettano in altri luoghi, nel passato e nel futuro, con la stessa facilità con cui si entra in una stanza? È lecita una guerra che sacrifica milioni di essere umani per salvarne miliardi? Quale può essere lo scopo ultimo dell’esistenza? L’immortalità? E che tipo di immortalità? Forse di silicio? 

Dan Simmons esplora tutti questi quesiti, partendo da solide basi logico-filosofiche – fa riferimento, tra gli altri a Schrodinger e a Teilhard de Chardin e sviluppando teorie che da loro prendono spunto.

In un’epoca come la nostra, dove la laicità e il pensiero libero sono un valore, Simmons ci mette in guardia contro la totale pervasività della religione, dipingendo una Chiesa avida e corrotta che ricorda molto da vicino quella dell’Inquisizione, dove ogni idea minimamente eccentrica rispetto a quelle dominanti ha come conseguenza la morte sociale – e non solo quella.

Ma tra le cupe atmosfere dei Canti, ci sono però pagine di tensione e di bellezza, come quando si parla del senso della vita o durante le iperboliche descrizioni del TecnoNucleo, visionarie e spiazzanti. O come quando Simmons ci porta per mano nella Roma di Keats, nelle stanze vaticane e ad abitare in una delle creazioni di Frank Lloyd Wright…

Queste sono solo alcune delle tante considerazioni che mi vengono in mente pensando ai Canti di Simmons. Spero siano sufficienti a invogliare qualcuno a leggere le opere di questo gigante che purtroppo ci ha lasciato.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Intervista a Nicola Lucchi per “Il giardino dei fiori infelici” (Neo, 2026), di Silvia Lanzi

L’incipit è fulmineo e dà il tenore di tutto il libro – mi ricorda, mutatis mutandis, quello de “La signora Dalloway” di Virginia Woolf.
Parlo dell’inizio de “Il giardino dei fiori infelici” di Nicola Lucchi, vincitore del Premio Neo 2025.
Si tratta di storia che sfida la comprensione del lettore e che mi ha suscitato molte e fortissime emozioni, decantate piano piano, distillando un giudizio che non può che essere assolutamente positivo.
La vicenda narrata è quella di Lucas, un bimbo che nasce senza piangere e che, crescendo, sembra vivere nel mondo come un alieno: adattandosi, ma solo in superficie, al contatto sociale, ma senza comprenderlo intimamente e indossando una specie di maschera per sembrare “normale”.
La storia è a dir poco incredibile, per i temi trattati e per la modalità di scrittura così asciutta, essenziale, densa e pregnante.
Si tratta di una sorta di pellegrinaggio, una via crucis, ogni passo un grano, come i misteri dolorosi del rosario, dove il protagonista è accompagnato, oltre che da gendarmi, da don Raffaele, un sacerdote nato nel villaggio che si dimostrerà ben più di un testimone/confessore. Con lui Lucas intavolerà un dialogo quasi socratico sull’essenza del bene e del male: è lecito, in alcuni frangenti, uccidere? E le omissioni, il silenzio colpevole non grida vendetta al cospetto di Dio? Qual è il modo giusto per riparare un’ingiustizia? 
Sì, perché Lucas, ha ucciso bambini innocenti: spariti nel corso degli anni, questo strano ragazzo ne mostra – ad una ad una – le sepolture.
La vera voce narrante di questa vicenda è la madre del protagonista, Olga, considerata la “scema” del villaggio, perché sente le voci dei morti: ed è questo espediente narrativo che dà a questa storia surreale la struttura di una matrioska: la madre narra la storia del figlio che narra quella delle sue vittime in un contrappunto di voci, descrittiva e di ampio respiro quella di Olga, precisa e freddamente chirurgica quella di Lucas.
Il cammino è impervio, il luogo è montuoso: si suda ad ogni passo e la fatica fisica diventa metafora di quella che porta alla comprensione di gesti così assurdi e crudeli.
L’autore semina sapientemente solo pochi indizi spazio-temporali: la storia sembra così sospesa in un’atmosfera rarefatta assumendo un valore universale – perché la morte esiste da sempre ed esisterà sempre.
Lucas è un disadatto? Un pluriomicida sociopatico? Perché ha spento delle vite innocenti – i cui fantasmi, che “sente” anche senza vederli, lo portano alla loro tomba.
E l’assassino racconta, passo dopo passo, la storia di ognuno, e il motivo per cui li ha uccisi verrà svelato proprio nelle ultime pagine, quando gli indizi, seminati lungo il percorso come briciole di pane, si comporranno per dar vita ad un quadro spaventoso, assurdo e dolorosissimo, nel quale anche don Raffaele troverà, finalmente, la sua collocazione.
Libro inquietante, scabro e potente questo di Nicola Lucchi, pieno di contraddizioni semantiche ed emotive che formano una storia a dir poco affascinante. Talmente affascinante che, leggendola, ho cercato un contatto per conoscerne l’autore

Prima di tutto chi è Nicola?

Sono una persona che ama scrivere. Ho iniziato a farlo alle scuole medie e non ho mai smesso, inseguendo il sogno di poterlo far diventare un lavoro. Posso dire di esserci riuscito, ma confesso di declinare la scrittura sotto varie forme. Sono uno sceneggiatore, mi occupo di scrittura per lo schermo, ma oltre al cinema la mia grande passione è la narrativa. È nei libri che credo, per ovvie ragioni, di poter dare il meglio di me e di poter essere più “sincero”.

Ad un certo punto della tua vita sei andato in America. Perché l’hai fatto e cosa ti ha lasciato umanamente ed artisticamente?

A Los Angeles ci sono andato per lavoro. Prima di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura mi occupavo di videoproduzioni. Devo confessare di averci lasciato il cuore. Ci torno appena posso. Non è una città a misura d’uomo, è molto caotica, ci si può perdere facilmente, e lo dico in senso figurato, ovviamente. È una città postmoderna, carica di energie. Nonostante gli anni d’oro di Hollywood siano finiti da un pezzo, è una città nella quale ancora si può respirare qualcosa di quei tempi andati. Chi viene qui, nella maggior parte dei casi non lo fa per restarci, ma per trovarci un po’ di fortuna. Sono molto pochi quelli che la trovano. Los Angeles è una città cannibale che si nutre dei sogni delle persone, forse anche per questo la amo così tanto. Perché è una città spietata.

Raccontami un po’ de “Il giardino dei fiori infelici”…

“Il giardino dei fiori infelici” nasce da una sperimentazione. Dal desiderio di raccontare un uomo che compie gesti imperdonabili, ma con l’obiettivo di fare affezionare a lui il lettore, nonostante le sue azioni. Procedendo in questo gioco mi sono però gradualmente accorto che il vero protagonista della storia non è Lucas, ma sua madre. È lei che ci racconta della loro miseria e di ciò che la miseria ha partorito. È un romanzo cupo e crudele, che parla di povertà ed emarginazione, e che prova a indagare il concetto di colpa.

La tua produzione letteraria spazia da romanzo ai fumetti. Perché questa molteplicità di mezzi espressivi?

Semplicemente, mi piace raccontare storie, pertanto provo a sfruttare ogni mezzo che mi permette di farlo. 

Com’è nato il tuo amore per il cinema e la tua collaborazione con le riviste?

L’amore per il cinema è nato quando ero adolescente. Mi piace credere di essermi innamorato di un film: “La bellezza del diavolo” (1950) di René Clair. Lo vidi da ragazzino, per pure caso, rientrando da scuola. Non credo sia stata davvero quella la scintilla che mi ha fatto appassionare al cinema, credo sia una cosa maturata col tempo, ma ricordo con piacere quella scoperta. Per quanto riguarda le riviste, invece, non mi interessa particolarmente l’universo della critica o delle recensioni, sono appassionato di storia del cinema. In particolare della storia di Hollywood. Tendo, quando possibile, a scrivere di questo, ma non è la mia prima attività.

Secondo te, che peso ha la letteratura per le nuove generazioni e come si potrebbe avvicinarle ad essa?

Per avvicinare i giovani ai libri credo sia prima indispensabile conoscere cosa li interessa. È importante aprire degli spiragli. Non credo sia possibile conquistare chiunque, ma sono certo si possa fare molto di più. Non è facile, ma iniziare partendo dagli interessi dei giovani o dalle loro emozioni ed esperienze di vita credo sia l’unica soluzione. Imporre a tutti di leggere sempre i soliti titoli non è il miglior modo per avvicinarli alla lettura. Serve fantasia anche in questo…

Dopo la tua ultima fatica, “Il giardino dei fiori infelici”, hai intenzione di prenderti una pausa o stai già lavorando a nuovi progetti?

Non riesco a prendermi una pausa dalla scrittura, non tanto perché si tratta del mio lavoro, ma perché è la mia più grande passione. La risposta, quindi, è che c’è già in programma altro, anche se nei prossimi mesi mi concentrerò quasi esclusivamente sulla promozione de “Il giardino dei fiori infelici”.

Lascio Nicola, felice di aver conosciuto una persona così entusiasta, gentile e disponibile, ricordando che “Il giardino dei fiori infelici” è disponibile sulle principali piattaforme online – anche se vi consiglierei di andare direttamente in libreria: scoprireste, insieme al suo libro, un intero mondo di storie che non aspettano altro che di essere lette!

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Agustina Bazterrica: “Le indegne” (Eris, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Con la sua nuova prova letteraria Augustina Bazterrica si conferma una grande scrittrice. Con il suo nuovo romanzo, l’argentina continua ad esplorare l’animo umano con una profondità ed una finezza incredibili.
“Le indegne”, che ci porta in un mondo post-apocalittico, segue la storia di una giovane donna senza nome affiliata alla Casa della Sacra Sorellanza, una sorta di oasi rispetto al mondo esterno, distrutto da molteplici catastrofi e inquinato da miasmi pestilenziali.
Ma questo rifugio si rivela essere una prigione dove una Madre Superiora comanda con piglio dittatoriale creando paura e sospetto tra le sue sottoposte – una paura strisciante, che si autoalimenta di invidie in un’atmosfera allucinante e allucinata che, a tratti, ricorda la Atwood, Dickens, e il Miller di “Un canto per Leibowitz”, oltre a Golding.
Le sorelle sono messe una contro l’altra in ossequio al detto “divide et impera”: comportamenti gretti, malelingue, piccole vendette e meschinerie sono all’ordine del giorno e aiutano la Superiora e un misterioso Lui, che officia strani rituali al cospetto del suo piccolo gregge, nella chiesa, ormai casa di un altro dio (molto diverso dal “Dio ignobile, il Figlio mendace e la Madre negativa” una volta adorati nell’edificio) a mantenere una disciplina solo in apparenza imperturbabile.
Ed è proprio questo che ci racconta la protagonista: ne lascia nota, infatti, in un diario segreto che spesso si porta addosso come una seconda pelle o nasconde in pertugi segreti: sa bene a quali dolorosissimi castighi si dovrebbe sottomettere se fosse scoperta. Per scrivere fabbrica l’inchiostro, proibitissimo, prezioso e quasi introvabile, con ogni ingrediente possibile: noci di galla, carbone e addirittura sangue – forse per i posteri, forse per nessuno.
E questo suo scritto oscilla tra presente e passato (che pian piano e dolosamente, inizia ad emergere) – tra il santuario e il mondo di fuori. Ed è proprio la scrittura che autorizza la protagonista a riscoprire le sue radici dimenticate e soffocate. 
E sarà poi l’incontro con una ragazza “di fuori” che lei salva da una morte quasi certa e e che sarà cooptata nella sorellanza, a far scoprire alla narratrice l’amore e la passione, l’abnegazione e l’altruismo, fino a rischiare la propria vita per salvare la novizia.
Questa in buona sostanza la trama del romanzo che si pone come un viaggio allucinato, ma allo stesso tempo di un’estrema lucidità, nell’intimo dell’animo umano, con le sue grandezze che a volte sembrano solo tali e piccoli gesti che valgono un’intera vita. 
Raccontare il finale sarebbe inutile e dannoso: meglio godersi pagina dopo pagina questo racconto assolutamente unico, ispirato e scritto con una maestria a cui la Bazterrica aveva attinto anche per “Cadavere squisito” la sua formidabile opera prima.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Uketsu: “Strani disegni” (Einaudi, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Pezzi di un puzzle apparentemente impossibilitati a formare un tutto unico; storie a tutta prima slegate tra loro, quasi si svolgessero su piani paralleli, destinate a non incrociarsi mai; indizi sparsi che, anziché contribuire a risolvere il mistero, non fanno altro che infittirlo e un lettore dapprima frastornato dalle varie vicende e poi intrigato, man mano che tutto sembra acquistare significato – ma quanti significati ci sono? Quanti modi per diradare la nebbia che avvolge il racconto (i racconti) ma che, inesorabile, si infittisce fino all’agnizione finale?
Questo e molto altro è “Strani disegni” – un best seller dell’anno appena trascorso: un fenomeno editoriale che, solamente nel Giappone, ha venduto più di un milione e mezzo di copie.
Anche l’autore è un mistero: uno youtuber con una maschera bianca perennemente calata sul viso (che ricorda il Kaonashi di Hayao Miyazaki), un distorsore di voce per non farsi riconoscere e un nome che in italiano suona come “buco” e “pioggia”, parole che evocano una mancanza profonda e una malinconia, direi, esistenziale.


Per quanto riguarda il romanzo, si tratta di un libro formato da un breve prologo e quattro capitoli, ciascuno incentrato sulle vicende di  protagonisti differenti, talmente intricate e apparentemente slegate tra loro che ci si chiede che senso abbiano. A collegare il tutto sono, appunto, diversi disegni che raccontano, ma nello stesso tempo, occultano vicende anomale, inquietanti e drammatiche, intorno a cui il protagonista indaga fino alla scoperta finale, e di cui ci fa seguire tutte scoperte, le battute d’arresto, i vicoli ciechi in cui si arenano le sue ricerche e i suoi progressi.
Ad attorniarlo e a vivere queste segmentate e iperboliche vicende, altri personaggi dall’interiorità complessa e talvolta ferita in modo quasi irreparabile, splendidi comprimari che l’anonimo autore ha disegnato, è proprio il caso di dirlo, in maniera superba.
Una lettura incredibile, coinvolgente e frustrante, magistralmente condotta. Una delle storie più enigmatiche e angoscianti che abbia mai avuto tra le mani – e credetemi, vi parlo da book addicted.
Incredibile.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).