Intervista a Suzana Glavaš per “Amorose cose” (Editoriale Scientifica, 2026), di Rita Felerico

Da poco nelle librerie, Amorose cose, quarta silloge poetica in lingua italiana, la prima pubblicata a Napoli, di Suzana Glavaš, è già nel titolo un invito ad immergersi nella Poesia, nella sua Poesia. Incuriosisce quell’amoroso aggettivo dato alle cose, ovvero le piccole e grandi sensazioni, le memorie profonde e lievi, le immagini colorate o patinate dal tempo, i dolori profondi incisi nell’anima e le gioie custodite come regali nel cuore, quelle cose che creano il percorso del nostro più intimo sentire, del nostro io spesso dimenticate.

Frammentati
i nostri mondi
violati
grate sulle nuvole
sui prati
difficile
librarsi oltre
liberati

Cose come il pane, nei suoi svariati sapori e fatture tondo tondo / integrale /dà baci e bacetti / nutre la pancia / riscalda il cuore / in / sacri momenti (Per il pane ai cinque cereali) o la luce, che si rifrange nei paesaggi della mente e dei ricordi come nelle visioni di spettrale questa casa o con Te in cielo /voli d’uccelli-spartito / riflessi / in una chiazza di luce / respirante…o dii profumi, come tracce di antiche sensazioni… fioriva il giardino / di rose profumate… o come nuove sensibili orme di cammini Profumano anche / quei petali rosa / in foto.  Sono elementi che ricorrono, come l’evaporare del corpo, della materia vestita di bruma /sullo scoglio col monastero / ti vedo … del sé dinanzi alla bellezza Fissità / inchiodo le stelle al cielo…. che è anche pauroso confronto con la durezza della realtà e della storia.

Leviatani dappertutto
fuoriescono dalle nostre mani
dai dannati schermi quotidiani
con storie di rapimento
non al bello
ma agli orrori e meschinità
umani

Le sillabe, le parole, appaiono a volte quasi evanescenti, sembrano dileguarsi nelle atmosfere create dalle immagini; ma non è così, restano come le note, si imprimono come i suoni, come musica dell’anima nell’anima. E non è un caso che Suzana si richiami spesso alla musica, ai pentagrammi, agli spartiti Mi accovaccio sulle note / e mi vesto di suoni … Fa male / è lama affilata / nella fossa del cuore / quel soffio di bellezza / trasfuso nell’oboe…  Come pure non è un caso che la prefazione sia stata curata da un raffinato musicista e scrittore come Luca Signorini il quale afferma: “...ma ogni artificio retorico o disseminazione del testo è manipolato dalla Glavaš con estrema discrezione: la costante è nella sobrietà e fruibilità immediata dei versi…”, come accade nello scorrere delle note sullo spartito.

Amorose cose si percepisce così come un taccuino, come appunti di un viaggio che non ha inizi o fini temporali essendo espressione del tempo interiore che non ha tempo, non desiderano essere segni marcati di pensiero, di azione. 29 pagine poetiche di linguaggio pacato ricco di intenso senso e di significati che non hanno bisogno di essere spiegati, ma letti, ascoltati, cantati.

Suzana come sono nati i versi contenuti in Amorose Cose? Erano lì nel tuo cuore, nel tuo cassetto e qualcosa ti ha spinto a riunirli o sono nati sulla scia di altro desiderio di comunicazione?

Erano nel mio Cuore e sono nati con il desiderio di comunicare l’Amore per le Cose che mi venivano donate in quel periodo della vita, e dietro le quali vi è sempre anche il grande Affetto per le persone speciali che sanno donare qualcosa di preciso e di speciale alla mia esistenza, ed anche perché è nelle piccole “cose” che esistono per me “i grandi mondi” e che volevo comunicare come Poetica personale e il Messaggio portante ai lettori.

Rispetto alle altre tue pubblicazioni qual è la caratteristica che li distingue? Come inserisci Amorose Cose nel tuo percorso poetico e di formazione?

La caratteristica è appunto il soffermarmi sull’aspetto poetico del Dono di una Cosa o di una visione come segno di Riconoscenza al Dono e al Valore della Vita che porto in me, come Bellezza o come momento di Tristezza o di Dolore.

Puoi definire meglio il tuo richiamo al pane, alla luce, ai profumi, alla musica?

Tutti questi quattro elementi materiali e/o sensoriali sono fondamentali per il mio sentire il Senso profondo della Vita cui bisogna essere riconoscenti come ospiti passeggeri in questa dimensione terrena. La Musica per me è l’Arte che non ha paragoni e che io, non essendo musicista purtroppo, sublimo nella Parola poetica che, dico di nuovo purtroppo, cerca sempre solo di avvicinarsi alle sfere universalmente sublimate in creazione e in trasmissione dei messaggi della Musica.

Ti percepisco, nel tuo linguaggio poetico e come persona, inserita nella storia del nostro Mediterraneo, in questo spazio sgretolante, variegato, trafitto, ma identitario che appartiene a molte voci poetiche del passato e del presente. Sbaglio?

No, carissima Rita, non ti sbagli affatto; anzi, hai perfettamente ragione a percepirmi così. Sono nata sul continente, ma ho il Mare e i mari nelle vene e nelle gambe. Per me sono l’utero e la placenta, e soprattutto anche il mio fondale, cui ancorarmi anche quando mi portano via e al largo le bufere della vita. Mi ritrovo molto nelle poetesse dell’antica Grecia, come Saffo e Alcmane. Anche in Quasimodo che le ha riproposte con la sua traduzione de I lirici greci nel pieno della Seconda guerra mondiale. Riportare in vita l’Amore per il Bello e il Sacro, per la Bucolica e l’Agape e l’Eros, perché no?, nel pieno di questo patire nostro contemporaneo mediterraneo e mondiale, nel senso più ampio, questo per me è il compito oggi, il più urgente, del Dono e del Messaggio della Poesia.

La tua esperienza di traduttrice – tradurre è una immersione non solo nell’autore ma una sfida creativa; quanto è presente nella tua poesia? E se sì come?

In effetti come traduttrice esordisco come traduttrice della Poesia, sia dei poeti italiani in croato che dei poeti croati in italiano. Il mio primo più grande amore per un poeta italiano è stato quello per Verrà la morte e avrà i tuoi occhi di Cesare Pavese, alla cui poesia tutta ho voluto dedicare poi la mia tesi di laurea e di cui ho tradotto in seguito, per la prima volta in assoluto in lingua croata, l’intera Lavorare stanca. Ma, l’amore più grande per un poeta italiano è subentrato poco dopo, con l’interesse per la poesia di Umberto Bellintani, scultore-pittore-poeta, dopo aver avuto letteralmente una folgorazione per la sua poesia Dove mai correranno le cerve / che nel sogno vedemmo a più limpide acque fermarsi? / Dove mai correranno le cerve? // […] di cui ebbi subito la visione di una pittura parietale degli esordi figurativi dell’umanità, un affresco del neolitico trasfuso in sogno o meglio ancora un sogno del futuro che rievoca i primordi. E alla sua poesia poi ho dedicato la tesi del mio primo dottorato di ricerca. E con lui siamo stati amici fino alla sua morte per tanto tempo. Lo sento sempre e ovunque, il suo Spirito, è stato e rimane per me il più grande poeta cosmico del Secondo dopoguerra italiano. Dei poeti croati ho amato molto e tradotto Vesna Krmpotić, Josip Pupačić, Slavko Mihalić, Drago Štambuk e tanti altri. La Krmpotić della quale ho curato la prima e ad oggi l’unica scelta antologica Una goccia di quel mare e del Pupačić al quale ho dedicato un contributo per la rivista Poesia, molti anni fa, ispirato alle sue posie sul mare, come ad esempio questa: E vedo il mare / dove a me si erige / e sento il mare / Buongiorno mi dice./ […]

Quanti ricordi…

Italia – Croazia.  Raccontaci come vivi questo rapporto.

Nel 2027 saranno 40 anni che lavoro e vivo in Italia, a Bari prima e poi a Napoli. Adoro le campagne e i paesaggi della Puglia e della Campania, la vita nei loro capoluoghi molto di meno. Zagabria è la mia città di nascita sebbene i primi cinque anni di vita li avevo trascorsi tra la Bosnia e la capitale croata. Ho sofferto molto in Italia quando nella ex Jugoslavia c’è stata la guerra. Non mi sentivo accolta dagli italiani e non mi sentivo compresa. Forse tuttora è così. Sono anche cittadina italiana da molto tempo, ma l’Italia e gli italiani in genere, salvo poche eccezioni, non li sento miei dentro; così pure nemmeno la Croazia e i croati. Mi sento un Essere senza Patria, o meglio dire con una sola patria: la mia Anima, che è la mia Terra Interiore, anche se so che qui un caro amico di un altro paese avrà da obbiettare, avendomi riconosciuto in una sola altra Patria, cui dovrei appartenere in pieno.

Cosa cambieresti nella relazionalità con la città in cui vivi, Napoli?

Vedo troppo poca collaborazione e conoscenza pure dell’Italia in generale e di Napoli dove vivo con la Croazia, che è il primo vicino di casa dell’Italia. La Croazia è un paese bellissimo con una cultura ricca e millenaria. Nell’Umanesimo e nel Rinascimento c’era in Dalmazia il trilinguismo (latino-italiano-croato) e i nostri grandi autori si formavano nelle vostre Venezia, Padova, Urbino, Roma. C’è poca conoscenza di tutto ciò e ci vorrebbero più collaborazioni culturali tra Napoli e la Croazia, dal campo della Musica ad altri campi delle scienze naturali e umanistiche. Ci vorrebbero progetti nuovi in questo senso e per tutti questi campi d’interesse, per il bene comune e per una migliore conoscenza della storia e delle microstorie che davvero abbondano di grande importanza e di profondi significati. Solo così si costruiscono i ponti veri e di ravvicinamenti umani.

Quali i tuoi prossimi impegni di scrittura? C’è un desiderio che vorresti realizzare?

Ho ancora molte cose che vorrei portare a termine come impegni di scrittura personale: poesie e racconti brevi che scrivo e pubblico in entrambe le lingue in entrambi i paesi. Poi il desiderio di completare opere di traduzione di tre grandi opere di tre grandi autori nativi sul suolo delle attuali Croazia e Serbia. E in ultimo, come obbligo e cosa da farmi perdonare dall’Universo, la raccolta in volume dei miei saggi sparsi su Umberto Bellintani, usciti negli atti dei convegni o su riviste accademiche in diversi paesi, come pure quelli su Luciano Morpurgo Spalatino, un gigante per le opere realizzate a Roma di cui ancora si conosce tanto poco.

     Rita Felerico *

SUZANA GLAVAŠ nasce a Zagreb (Croazia) il 22 marzo 1959 e vi si laurea in lingua e letteratura italiana e in letterature comparate con tesi sulla poesia di Cesare Pavese,  conseguendo successivamente il dottorato di ricerca con tesi sulla poesia di Umberto Bellintani e in ultimo il PhD in filologia romanza con tesi sulla vita e opera di Luciano Morpurgo, pubblicate entrambe in prestigiose edizioni accademiche croate. Dopo aver insegnato lingua croata all’Università di Lingue e Letterature Straniere a Bari, poi lingua italiana all’Università di Zagabraia, si è stabilita a Napoli dove insegna lingua croata presso l’Università “L’Orientale”. La sua ricerca trova il suo focus nei rapporti letterari italo-croati, da Dante ai giorni nostri, e nello studio della letteratura ebraica tra le due sponde dell’Adriatico. Scrive e pubblica indistintamente in croato e in italiano. Traduce opere di prosa e di poesia dall’italiano in croato e viceversa. È vincitrice di prestigiosi premi tra cui il Premio Internazionale Umberto Bellintani (Mantova, 1° edizione 2002) , il Premio Internazionale Davidias (Zagreb-Split 2010) . Ha pubblicato varie sillogi in croato e in italiano. Amorose cose è la sua 4° silloge in lingua italiana, la prima che si pubblica a Napoli, dove risiede.

*Rita Felerico: laureata in Filosofia, giornalista pubblicista, counselor filosofico,  promotrice di manifestazioni e iniziative culturali, vincitrice di vari concorsi di poesia, è vice presidente dell’Associazione Peripli – Culture e Società Euromediterranee. Ha pubblicato sillogi poetiche, con Bibliopolis  DeSiderio con disegni dell’artista Lello Esposito, Invenzioni a due voci, editore Graus, con disegni del Maestro Riccardo Dalisi. Nudarsi, editore Turisa con disegni dell’arch. Aldo Capasso, Nudarsi – incroci di poesia -dialogo tra versi liberi e parole recluse, editore La valle del Tempo, Di impavida poesia, editore La Valle del Tempo e Del Tempo Trovare le Parole, editore La  Valle del Tempo, corredata da opere di artiste/i di vari Paesi. Presente in raccolte e collettanei, con saggi  (alcuni pubblicati da Homo Scrivens e da La Valle del Tempo) racconti, recensioni è docente presso le scuole estive dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici. Organizza dal 2009 gli incontri del Cafè Philo a Napoli e scrive di teatro su varie testate online.

Intervista a Sandra Petrignani per “Carissimo dottor Jung” (NeriPozza, 2025), di Edoardo Pisani

Sandra Petrignani fra le ombre di Jung

A ottobre Neri Pozza ha pubblicato l’ultimo romanzo di Sandra PetrignaniCarissimo dottor Jung, che ruota intorno alla figura del fondatore della psicologia analitica. Come accade spesso nelle opere di Petrignani, nel libro la realtà si mischia alla finzione formando una simbiosi narrativa particolarmente efficace. In Carissimo dottor Jung ci si raffronta anche al tempo perduto o – per dirlo con più leggerezza – al tempo che “passa”, cioè alla vecchiaia e alla morte, come scoprirà il lettore del romanzo. Ho pensato di porre a Sandra Petrignani qualche domanda. 

EP: Comincerei osservando la peculiarità della struttura del libro, con i capitoli della scrittrice Egle Corsani, che sta per l’appunto scrivendo un romanzo su Jung, alternati ai capitoli che narrano della visita di Christiana Morgan a Jung, che infatti è proprio Egle a scrivere. Nel corso degli anni, direi a partire da La scrittrice abita qui, uscito nel 2002 sempre per Neri Pozza, hai creato una nuova forma di narrazione biografica che è a un tempo romanzo e documento. Molti tuoi libri sono sia affabulazione narrativa che concreta ricerca dei fatti, cioè delle vite di cui ti occupi. È stato un processo studiato? Hai sempre saputo dove ti avrebbero portata le esistenze che affrontavi? Quanta intelligenza c’è nelle tue strutture narrative? Qual è invece la loro componente istintiva? 

SP: Comincio dalla fine. Direi che la componente istintiva è predominante. È l’istinto a dirmi: di Duras occorre che tu ne sappia di più, oppure: Jung può aiutarti parecchio in questo momento difficile della tua vita. Io seguo l’istinto non solo quando scrivo, ma anche nei rapporti con le persone, nelle scelte che mi trovo a fare… E poi naturalmente studio, approfondisco, osservo a lungo le immagini, le fotografie, i gesti dei personaggi di cui mi occupo, dentro i video se ce ne sono. Dicono moltissimo la voce, la gestualità, la forma delle mani, i tic, lo sguardo. Anche quando, da giornalista, intervistavo grandi protagonisti, li lasciavo parlare dentro il registratore e intanto osservavo con molta più attenzione il loro muoversi nello spazio, il modo in cui si rivolgevano a me.

EP: A un certo punto Egle osserva che alla sua amica, Lorenza, non interessa tanto la trama del libro che sta leggendo quanto la mano del grande scrittore che c’è dietro, cioè lo stile. Suppongo che sia così anche per te; non per niente uno dei tuoi autori prediletti è Thomas Bernhard, un grande stilista. D’altra parte in Carissimo dottor Jung sembri quasi riappacificarti con alcune tecniche dei romanzi più prettamente narrativi; penso in particolare ai dialoghi. Il tuo è anche un libro sulla vecchiaia e sulla perdita. La forma tradizionale del romanzo – dialoghi compresi – è necessaria per raccontare il morire del tempo intorno a noi? Mi interessa il tuo parere sia di scrittrice che di lettrice. 

SP: In realtà non ho simpatia per i dialoghi, né come scrittrice né come lettrice. Preferisco il discorso indiretto. Ma in questo mio Jung ho dovuto arrendermi a parti molto dialogate, perché volevo immaginare il modo di essere del grande analista svizzero nella vita quotidiana, nell’umiltà con cui intratteneva rapporti con i suoi cani, col giardiniere, con l’amica-badante Ruth, e perché dovevo farlo interloquire non solo con Christiana Morgan, venuta a Küsnacht dagli Usa proprio per dialogare di nuovo con lui dopo tanti anni, ma anche con pazienti e colleghi, donne soprattutto. Del resto la terapia analitica si basa sul dialogo, no?

EP: Infatti è forse il tuo romanzo con più dialoghi. A un certo punto Egle dice di essere stata a trovare Italo Calvino e Antonio Tabucchi nei loro appartamenti parigini. Sei davvero stata a trovarli? A proposito di Tabucchi – e tornando alla domanda che ti facevo prima – mi viene in mente un suo titolo postumo che è in realtà un verso di Carlos Drummond De Andrade: Di tutto resta un poco. Ti chiedo: cosa resta di tutto quanto, cioè delle vite che viviamo o che abbiamo vissuto? I capitoli finali del libro, mi sembra, rispondono in parte a questa domanda…

SP: Ho conosciuto Tabucchi quando per un periodo ha abitato a Roma. Provò anche a farmi pubblicare il mio primo romanzo, Navigazioni di Circe, da Adelphi, ma senza successo. A Parigi però non sono mai andata a trovarlo, anche se eravamo rimasti in contatto e ho sempre molto amato i suoi libri. Di Calvino ho visto ben tre case: quella di Roma per un’intervista e quelle di Parigi e di Roccamare dopo la sua morte, perché ero diventata amica della moglie Chichita. Avevano molto amato entrambi quell’intervista, fatta due mesi prima che morisse, e lei mi chiese di darle la registrazione. Così feci e mi prese in grande simpatia… Non so cosa pensassero Calvino e Tabucchi del “dopo”, io mi sono convinta, attraverso il buddismo, certi studi sulla reincarnazione, e con Jung, che non finisca tutto con la morte, ma che la vita sia un’esperienza fra un prima e un dopo di cui dovremmo approfittare al meglio per accorciare il ciclo delle rinascite.

EP: Restando in qualche modo nel tema delle rinascite, in Egle non è difficile individuare un tuo doppio romanzesco, come già nella Nina di Addio a Roma e nella Elettra di Autobiografia dei miei cani. Nel capitolo L’osservatore è l’osservato – titolo che proviene da una frase di Krishnamurti – scrivi: “Forse il romanzo su Jung è venuto a chiudere un cerchio nella sua vita. O magari ad aprirlo?” Credi che Carissimo dottor Jung sia la “biografia romanzesca” (ma la definizione è inesatta) in cui racconti più di te? Pensi davvero che possa chiudere un cerchio? O magari – come lascia intuire il saluto dell’uomo alla fine del romanzo – ne stai aprendo un altro? Il tuo Jung è un arrivederci o un addio? 

SP: Al momento non ho nessuna spinta interiore per mettermi a scrivere qualcos’altro. E io non so scrivere romanzi tanto per scrivere. È stato un’esperienza molto forte questo mio Jung effettivamente e del resto non ho niente di impubblicato, se non un mucchio di racconti, dentro i cassetti, su cui mettermi a lavorare. Ma i racconti sembra non li voglia leggere nessuno… Chissà poi perché…

EP: Io li leggerei volentieri. Ho amato molto i racconti di Poche storie (Theoria, 1993), che andrebbero ripubblicati, e prima o poi mi procurerò anche i racconti di Vecchi (Theoria, 1994; Baldini&Castoldi, 1999). Ma torniamo a Carissimo dottor Jung. Lo definirei un grande libro di sogni. Ti capita mai di sognare gli scrittori che hai conosciuto? E quelli che hai letto o di cui hai scritto? I morti ti dicono qualcosa, come in quella poesia di Wisława Szymborska, Intrighi con i morti? Le ombre ti spaventano?

SP: No, non mi spaventano per niente. Vivo fra molte ombre, del resto. Ma sogno poco, e ancor meno ricordo. Scrittori non mi pare di averne mai sognati. Comunque Szymborska è una poetessa del mio cuore…

EP: Nel libro Jung sostiene di avere le prove dell’esistenza di un aldilà. D’altronde molte tue opere parlano di fantasmi. Non penso soltanto alle biografie, ma anche, per esempio, a Care presenze, o persino a Catalogo dei giocattoli, come scrive Manganelli nella prefazione (“Scrivere un libro sui giocattoli. Non è un’idea brillante? Semplice? Inquietante? Ma è, forse, un’idea terribile. È come scrivere un libro sui fantasmi, sulle apparizioni…”). Per te leggere significa convivere con gli spettri? E scrivere? 

SP: In parte sì, è proprio così. Soprattutto scrivere. È portare a galla l’inconscio, che di fantasmi è fatto – prima di tutti quello dell’infanzia – e se ne intende. Leggere uno scrittore con cui sono in sintonia è conoscerlo profondamente. Se è morto, sì, un po’ è riportarlo in vita.

EP: Hai un rapporto molto particolare con la morte e con i morti. Ti capita mai di visitare i cimiteri? La possibile esistenza di un aldilà ti spaventa o ti rassicura? 

SP: I cimiteri non mi piacciono. I miei morti cerco di tenermeli vicini, “sentirli”. Mi spaventa il buio. La fine totale di tutto, che tutto ciò che si è faticosamente capito nella vita vada perduto. Mi sembra uno spreco insensato.

EP: Per allontanarci dal macabro direi di porti una domanda che è anche un divertente corto circuito fra realtà e finzione. A un certo punto del libro, nel capitolo La turbolenta corrente del tempo, Egle legge a Lorenza il romanzo Emma, di Jane Austen. Ora, nel 2012 hai tradotto proprio Emma, per Einaudi. Egle legge l’edizione Einaudi? Il tuo alter ego ha fra le mani la traduzione di Sandra Petrignani? O magari hai immaginato un mondo alternativo in cui Egle Corsani – e non Sandra Petrignani – ha tradotto Jane Austen. Ma cosa ti ha spinto a tradurre proprio Emma

SP: Emma è davvero il romanzo che amo di più di Austen. Per questo l’ho tradotto. Ma tradurre è un mestiere molto difficile, più di scrivere, perché devi scrivere assumendo un’altra identità! Per questo l’ho fatto raramente.

EP: Carl Jung è il primo uomo a cui dedichi un romanzo. È stata un’esperienza diversa rispetto ai libri su Marguerite Duras e su Natalia Ginzburg? In questi anni di scrittura ti sei sentita anche “attratta” da lui, come talora capita alla tua Egle? Jung era un tipo burbero, scrivi, però capace di infinita dolcezza. Era il tuo genere di uomo? 

SP: No, proprio no. Troppo Maschio Alfa, troppo consapevole. A me sono sempre piaciuti gli “incrinati” come diceva Grazia Deledda. Però, un momento, parlo di me giovane. Ora magari mi potrei innamorare di uno come lui che ha risposte per tutto, chissà… Non a caso ho scelto di raccontarlo da vecchio, nell’ultimo anno di vita, quando più che risposte, torna a farsi tante domande…

Io, scrivendo, amo spostarmi sempre. Ho scritto dei luoghi delle scrittrici e in tante si sono messe a farlo. Ho scritto di scrittrici famose… idem. Entrare in una psiche maschile è più difficile se sei una donna? Mah, devo dire che mi è piaciuto molto. Forse anche perché Jung era un uomo che capiva profondamente le donne, e le stimava, e le amava.

EP: Sebbene tu non sia un’autrice per così dire “politica”, si sente che hai scritto Carissimo dottor Jung in un tempo di guerre crudeli e insensate. Le guerre le fanno soprattutto gli uomini. Penso all’Ucraina, penso a Gaza… Il Jung bambino e il Jung anziano sono tormentati dalla stessa domanda: “Se Dio è buono, perché il male?” Lasciando da parte Dio, ti chiederei la stessa cosa, cara Sandra: perché esiste il male? L’uomo si salverà dalla sua stessa ferocia? 

SP: Non ne era sicuro nemmeno Jung, figurati io! Certo il periodo che stiamo attraversando sembra essere tornato a una barbarie che la tecnologia avanzata rende più devastante e forse più crudele. E non solo per le guerre che si sono scatenate fino a sfiorarci, ma anche per la psiche dei singoli che si scatena in comportamenti efferati. E spesso ancora più ignobili perché stupidi. C’è in giro una pericolosa incapacità di ragionare, di capire se stessi e l’altro da sé.

EP: Amo molto alcuni tuoi romanzi ormai fuori edizione. Penso in particolare a Come fratello e sorella, pubblicato da Baldini&Castoldi nel 1998, dove c’è una definizione del suicidio molto forte ma a mio parere decisiva: “Il suicidio, sosteneva lui, non è una richiesta di affetto, non è un gesto amichevole. È mandare a fare in culo tutti quanti, definitivamente, e tutti insieme.” Prima o poi il libro si ristamperà? Che rapporto hai con i tuoi libri più vecchi? Dopotutto hai pubblicato Navigazioni di Circe nel 1987, ben prima del Circe di Madeline Miller… 

SP: Non mi rileggo mai, se non per caso. Non sono molto attaccata a quel che ho scritto, anche se sono contenta di averlo fatto. Per cui non mi do per niente da fare perché i miei libri tornino in libreria. Non tormento gli agenti letterari, non ricatto gli editori. Se ci pensano loro, bene (e devo dire che qualche volta lo fanno), se no, pazienza. Vivo molto nel presente. E poi il mondo è pieno di libri fondamentali che la gente non ha ancora letto…

EP: Rileggendo le parole sul suicidio e gli elenchi di Come fratello e sorella mi è tornato in mente un brano molto bello di Carissimo dottor Jung, ossia quando Egle pensa che la vita è “un gioco di costruzioni che si sfalda”. L’affermazione potrebbe riguardare anche Catalogo dei giocattoli, in effetti, ma non solo. Una delle particolarità delle tue opere, credo, è di osservare con lucidità non tanto la morte quanto il morire del tempo. O meglio, il passare del tempo, come dice l’insegna del bar in cui si incontrano Egle e Lorenza alla fine del libro, raffrontando il tempo che “passa” al tempo “perduto” di Proust. In fin dei conti il tempo che passa o che muore è anche la storia di Addio a Roma, no? E torniamo al verso di Carlos Drummond De Andrade che ti ho citato in precedenza: Se di tutto resta un poco. Il tempo che passa ma che riaffiora nelle opere può essere – per il lettore, per lo scrittore – un tempo presente, vale a dire vivo? La letteratura e l’arte sono un ripiego dalla vita che fugge o anche una possibile àncora di salvezza? 

SP: Che belle cose mi dici e che belle domande. Ma io non ho una mente filosofica e quindi tutto quel che posso dire è molto personale. Per me scrivere (e leggere inevitabilmente) è stata un’àncora di salvezza fin da piccola. Credo che i veri artisti con la loro arte hanno cercato e cercano soprattutto di guarirsi, e di essere amati, anche, forse. Quanto all’immortalità dell’opera immagino che, in punto di morte, sia una ben magra consolazione….

EP: Un’ultima domanda. A un certo punto il tuo Jung dice a Christiana: “Il compito consiste nell’adempimento della propria vocazione e singolarità. È questo che dà un senso alla vita, ma è un compito che non esclude la possibilità della sconfitta.” Quali sentimenti e emozioni smuovono in te queste parole? Sandra Petrignani, a differenza di Christiana Morgan, sa accettare la “sconfitta”? 

SP: Ne ho dovute accettare parecchie sinceramente. E sono una che ama arrendersi, piuttosto che combattere con le unghie e coi denti. Quella frase di Jung, come altre, è un grande insegnamento. Conoscersi, cercare di essere all’altezza della propria vocazione (che può essere anche semplicemente quella di non averne nessuna) e accettare la possibile sconfitta senza tragedie e senza farlo pagare a chi abbiamo vicino. Io mi aiuto anche un po’ con qualche farmaco, quando serve. Che male c’è?

EP: Grazie. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Davide Morganti: “Non è qui” (Editoriale Scientifica, 2025), di Edoardo Pisani

E un bambino li condurrà – su Non è qui, di Davide Morganti 

Hans Christian Andersen insegna che è sempre un bambino a gridare che il re è nudo. Analogamente, forse soltanto un bambino può credere davvero nelle meraviglie e nei miracoli che la religione e gli scritti sacri promettono essere autentici. Infatti, nonostante molte tiritere teologiche, di rado gli adulti si abbandonano alla fede con la disarmata ingenuità che essa richiede. L’adulto è scettico dinanzi all’impossibile, il bambino no. Così in Non è qui – pubblicato questo mese da Editoriale Scientifica – Davide Morganti si approccia ai temi di Dio e della Resurrezione con uno sguardo infantile, il proprio, rimembrando le sue perplessità al riguardo ma anche i suoi incanti per qualcosa che può anche essere possibile e dunque vero. 

Non è qui è un memoir sulla fede che si legge come un romanzo o forse, meglio, è una lunga divagazione intorno ai temi di Dio e della memoria che si svolge però in forma prettamente narrativa. Il titolo proviene dal Vangelo di Luca: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato.” O dal Vangelo di Matteo, citato nell’epigrafe: “Ma l’angelo disse alle donne: ‘Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove è deposto.’” Dunque il titolo si riferisce al cadavere di Cristo, che il bambino protagonista, Davide, animato da un “desiderio crudele di Dio”, sa essere veramente risuscitato e quindi altrove, non nella tomba in cui gli adulti lo cercano, loro che stentano a credere nell’impossibile. Ma quindi la morte cos’è? E la vita? Dove finirà ognuno di noi dopo la morte? “Dove ci metteremo tutti?” si chiede il bambino. “Saremo come meduse nel mare?” E ancora: cos’è l’aldilà? È forse una “discarica celeste”? 

Davide Morganti è un irregolare delle lettere italiane. In un suo libro precedente, l’ultimo volume del mastodontico Atlante della fine del mondo (Marotta&Cafiero, 2022), faceva scrivere a Emanuela Cocco – ma era probabilmente lui stesso a scrivere – che “Morganti si faceva volere bene ma era anche un presuntuoso […], la buona volontà non gli è mai mancata ma quel carattere difficile gli ha bruciato mille occasioni e la sua scrittura ne risente di questo fallimento”, come a dire che nei suoi libri c’è sempre qualcosa che si ribella non tanto allo scrivere quanto al saper scrivere, ossia che cerca non l’esattezza dello stile bensì la velocità dell’istinto che si fa parola e quindi narrazione, racconto.

Così negli anni Morganti si è andato forgiando uno stile a tratti anche orale che risente di un Céline forse mal digerito ma che raggiunge pure notevoli momenti di pathos e di esaltazione. Ha saputo giocare con la forma del romanzo, come in Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato (Wojtek, 2019), che potrebbe essere definito l’impossibile romanzo di un critico impazzito, o nel già citato Atlante della fine del mondo, che visita ogni Paese al mondo in compagnia dell’impacciato picaro moderno Casimiro Boboski, oppure in un romanzo che ha non poche cose in comune con Non è qui e che fu molto amato da un giovanissimo Roberto Saviano, il quale scrisse che aveva “il sapore di un classico”, cioè Moremò (Avagliano, 2006), un libro colorito e spericolato in cui il protagonista è a sua volta preda di ossessioni religiose, come il Davide di Non è qui

Non è qui è un romanzo che vive di alti e bassi, come sempre nella scrittura di Morganti. Ci si diverte spesso, talora ci si commuove, a tratti si imparano cose nuove. La lettura offre sempre un punto di vista inedito e originale sulla fede e di conseguenza su Dio, su cos’è Dio per noi mortali, per noi che siamo ossessionati dalla morte e che non possiamo credere che essa riguardi anche Dio, o Cristo, o persino noi stessi, noi che dunque abbiamo inventato i miracoli dell’aldilà e della vita eterna per nascondere la certezza paradossale di dover abitare il mondo anche da morti. Però i bambini lo sanno. E lo scrittore, se è tale, sa di dover tornare bambino per raccontarlo, per raffrontarsi a se stesso e a Dio, specchio dell’impossibile, un impossibile che soltanto un bambino, il bambino che è stato Davide Morganti e che anche noi siamo stati, può rendere credibile e infine reale.   

Di conseguenza il ricordo (parola che contiene la sillaba cor ed è quindi un ritorno alle intermittenze del cuore) diventa non soltanto racconto ma anche memoria e a tratti autobiografia, ed è qui che abbiamo le pagine più felici del libro, quando Morganti scrive, per esempio, di Ciro il Pellicano, fortissimo a pallone ma destinato a morire di overdose, o di altri suoi amici mai dimenticati, o della morte di mastro-don Gesualdo nel romanzo di Verga, o della signora Anna, una barbona miope con gli occhiali doppi attaccati con lo scotch, “sempre con molte buste della spesa rigonfie non so di cosa, la bocca incavata per i pochi denti rimasti, si diceva fosse stata una prostituta durante la guerra e che andasse in giro con i marinai americani, a me pareva strano immaginarla visto come era brutta, vecchia, malandata, di lei ricordo la puzza e la buona educazione, parlava a bassa voce, mia mamma per lei aveva piatto, bicchiere e posate a parte, le dava da mangiare e anche da dormire certe volte, la notte io sentivo la sua puzza ma nessuno di noi si lamentava, era normale fare queste cose, la signora Anna era come se non ti guardasse mai e parlava un italiano dolce, la voce affabile, ogni tanto spiccava qualche parola inglese, che mia mamma…” 

Il periodo della signora Anna va avanti per una pagina intera ed è esemplificativo di ciò che Morganti ha fatto con il proprio stile e con la lingua, spalancando ogni proposizione alla successiva, come in una matrioska russa, evitando però strutture composite o arzigogolate e rifacendosi all’oralità piuttosto che alla complessità. I grandi novecentisti ci insegnano che uno stile proprio si paga caro, che può essere a un tempo un limite e una forza, e così è per Davide Morganti, il quale in Non è qui affabula come solo un bambino sa fare, precipitandosi lungo le frasi con passione e meraviglia, nell’indomabilità stilistica e emozionale del ricordo, che da sempre – in letteratura e nella vita – ci insegna che siamo anche ciò che siamo stati: il bambino che ci osserva, il bambino che ci guida. 

“E un bambino li condurrà” dice il profeta Isaia, nella Bibbia ebraica. In questi tempi neri forse dovremmo davvero ritornare alle nostre infanzie e ai testi sacri, alla meraviglia di poter immaginare Dio. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Fabrizio Coscia: “Suicidi imperfetti” (Editoriale Scientifica), di Rita Mele

Ammettere l’imperfezione già nel titolo della propria opera fa pensare immediatamente di star incontrando un autore capace di stare in equilibrio tra la perfezione e l’imperfezione, che, come Sally di Vasco Rossi, sa bene che ‘la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia’. Nella sua raccolta di racconti di suicidi famosi, prima che imperfetti, Fabrizio Coscia, napoletano, scrittore e critico letterario e teatrale, accoglie e porge al lettore, con ammirazione e rispetto, le vite interrotte di diciannove artisti amati per motivi diversi, come ci anticipa nell’introduzione. Per non rompere l’incantesimo – che sta tutto nell’idea e nell’architettura del libro – con la rivelazione dei loro nomi, più o meno noti al grande pubblico dei lettori, vi anticipiamo solo che l’imperfezione cui allude l’autore sta tutt’una con il dubbio che sarebbe bastato un nonnulla a evitarli, con l’incertezza che si incunea tra la scelta di morire e la casualità, tra la determinazione e la distrazione di chi si è suicidato.

A dire di più, l’imperfezione messa in copertina è stata per noi de Il Randagio il pungolo a leggere questo nuovo libro di Coscia, e il sospetto che si trattasse di uno dei suoi lavori più vicini alla sua fenomenologia dell’esistenza ha trovato conferma in ognuno degli affreschi di vita e di morte di Suicidi imperfetti. Ma anche in quegli altri di cui avrebbe voluto scrivere, come si capisce dalla dedica amichevole a dodici nomi, attraverso i quali, in filigrana, ci sembra di scorgere, i cognomi e le vite interrotte di Vitaliano Trevisan, Sergej Esenin, Luigi Tenco, Sylvia Plath, Lucio Magri, Walter Benjamin, Kurt Cobain, Violeta Parra, Guido Morselli, Stig Dagerman, Primo Levi, Amelia Rosselli. Dunque, suicidi compiuti, falliti, pensati, immaginati, vagheggiati e mai perfezionati, rappresentano comunque per noi che leggiamo e riflettiamo sulle parole di Coscia, storie che ci parlano e che ci fanno pensare a come la vita ma anche la morte succedano e che entrambe siano degli esperimenti di provvisorietà o esperimenti, in quanto tali, provvisori, di felicità e di infelicità.

Di Suicidi imperfetti ci è piaciuta proprio la cura con cui Fabrizio Coscia affresca il suo polittico letterario di profili esistenziali nei quali raffigura minuziosamente dettagli esistenziali che concorrono a comporre l’immagine finale in cui ci fa vedere quando e come quegli artisti divengono autori della propria morte.

Quella di Fabrizio Coscia è una narrazione a pezzi di storie di vita spezzate, è una narrazione per storie in cui l’autore prova emozioni e condivide il suo sentire. Ci fa stare con lui quando, leggendo, avvertiamo che insieme a lui stiamo provando a sperimentare di reggere il peso di quei suicidi narrati. Il modo in cui lo fa e ce lo fa vivere è quello dell’artigiano che tornisce ogni singola vita esitata poi nell’imperfezione suicidaria.

Più volte e in più riprese nel corso della lettura di Suicidi imperfetti ci è tornato alla mente il monito poetico di Pablo Neruda ‘E ricorda. Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati. Ogni giorno.’, quasi possa funzionare come fattore di protezione per dirottare verso la trasformazione vitale davanti al bivio vita-morte.

Gli artisti che si sono dati la morte e che vivono per noi lettori nel libro di Coscia ci interrogano su quale avrebbe potuto essere l’elemento cruciale, accidentale, casuale, apparentemente insignificante che avrebbe potuto dare scacco alla morte, come nel classico del cinema mondiale, Il settimo sigillo di Ingmar Bergman del 1957, dove è proprio la Morte che acconsente alla sfida a scacchi lanciatagli da Antonius Block, il cavaliere crociato che chiede e ottiene di poter avere ancora del tempo da vivere, foss’anche che per continuare la sua angosciosa ricerca di Dio.

Nei suicidi imperfetti, scolpiti dalle parole di Fabrizio Coscia nei minimi dettagli della vita quotidiana dei diciannove protagonisti, la domanda che riecheggia in noi lettori è ‘che cosa non li ha salvati?’ e non solo ‘perché si sono dati la morte?’. Senza anticiparne la loro nota identità, lasciandola scoprire tra le pagine del libro, quello che abbiamo trovato capitolo dopo capitolo è un catalogo di motivi per suicidarsi: banali coincidenze, assenze, malinconie, morte intesa come unica verità sperimentabile, ombra incombente del fallimento sul gioco della vita, bellezza ineffabile dell’Amore e il coraggio di uccidersi, istinto di autodistruzione e avidità di non essere, dilemma libertà-infelicità, morti eroiche di coppia, amori incombenti e mimetici, futuri senza speranza, suicidio senza voglia di morire, suicidio come ultimo viaggio, vita come ultimo atto di fiducia prima del buio della morte, mute grida d’aiuto che guardano la morte dritta negli occhi, poetici naufragi e amori spodestati, disvelamenti apocalittici, sopravvivenza all’amaro assenzio e voglia di non essere.

La varietà dei motivi ci spiazza, ci fa sospettare che in ognuno dei protagonisti si celasse un assassino interiore che non aspettava altro che il momento buono per il delitto perfetto, premeditato. Cosa voleva l’assassino interiore da ciascuno di loro: da tutti la stessa cosa o per tutti una cosa diversa?

Perché si commette il suicidio e perché no? Perché non l’hanno fatto gli altri personaggi delle storie familiari dei suicidi descritti da Coscia? È dunque il suicidio un problema che riguarda la vita e la morte insieme. A noi sembra che l’autore, da una parte faccia luce sugli aspetti ombra dei diciannove suicidi e allo stesso tempo ci fa fare delle ipotesi e ci fa dubitare, intravedere, immaginare, intuire, interrogarci.

In più momenti della lettura ci è sembrato di vedere l’autore che, nell’atto di scrivere, si disponeva nella posizione di apertura alle ragionevoli spiegazioni del gesto finale, come se fosse quello il vertice di osservazione perfetto senza peraltro mai giungere a liquidarlo, etichettandolo con la follia.

L’autore, nei racconti, sembra muoversi verso la morte con i suicidi quando ne mette in chiaro l’ombra per tentare di restituirceli audacemente perfetti per sempre, apertamente e senza angoscia.

Lo abbiamo sentito partecipe a un mistero, in modo particolare a quello della mente e del cuore dei personaggi che ci presenta. Racconta senza giudicare e senza giustificare il suicidio.

La preoccupazione che si avverte seguendolo negli specchi delle vite descritte ci appare essere ciò che di vivo o di morto c’era già nell’esistenza di quelle persone e di quelli a loro vicini. Sembra piuttosto invitarci a indagare su cosa abbia ammalato l’anima di quelle persone, ad ascoltare piuttosto la voce, più volte inascoltata nel corso delle vite, di ciò che in esse si stava ammalando ancor prima che la morte prendesse la forma del suicidio. 

La riscrittura di quelle vite a cui si è dedicato Fabrizio Coscia, a noi lettori de Il Randagio arriva come il tentativo umano postumo, seppure imperfetto, di innescare la relazione, forse quella mancante e mancata in vita, mediante l’adesione profonda della sua personalità e delle nostre a quella dei personaggi che fa rivivere in Suicidi imperfetti. Senza ansia di redenzione, o di fallimento nell’aiuto e nella prevenzione del gesto suicidario. Piuttosto ricordandoci o lasciandoci scoprire altro non è se non quell’esperimento nel corso del quale, procedendo per prove ed errori, ci è solo dato di tendere alla perfezione. E che il corpo che ci fa compagnia e che sta nella relazione con l’altro può essere distrutto da una mera fantasia, da una mancata elaborazione dell’esperienza, anche la più banale, la più approssimativa, la più imperfetta.

Coscia, con la sua scrittura lieve e appassionata, ci coinvolge guidandoci in un viaggio letterario attraverso vite affascinanti e complesse, cattura la nostra attenzione e ci accompagna in una caleidoscopica riflessione sulla condizione umana.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Silvana Fei: Ombre stampate (Editoriale Scientifica), di Daniela Marra

Avrò avuto forse quattro anni e da bambina mi piacevano le ombre stampate, scatenavano la mia fantasia, facendomi ravvisare in esse giganti cattivi che combattevo con pestoni accaniti fino a provocarmi un leggero formicolio ai piedi.

Leggere Silvana Fei è seguire il richiamo segreto e silenzioso di un piccolo mondo antico, dove tutto si scompone e si ricompone in chiaroscuri e macchie dense di luce e colore. Sembra quasi di muoversi attraverso le scene di vita quotidiana dipinte dai Macchiaioli, che hanno fatto dell’incontro con l’altro la loro materia sacra. Basterebbe gettare lo sguardo su uno dei tanti dipinti dei Macchiaioli come le acquaiole livornesi di Fattori e leggere la Fei per comprendere il legame segreto che intercorre tra la prosa e la pittura.

Ombre Stampate è l’ ultimo gioiellino della preziosa collana S-Confini diretta da Fabrizio Coscia dell’Ed. Scientifica. È un libro errante, vagabondo, randagio, che attraversa con grazia luoghi, tempi e realtà. Si salta da un luogo a un altro, da un tempo a un altro, da una realtà a un universo immaginativo inafferrabile, che appartiene alla voce narrante, a cui piace tanto giocare a nascondino. A Silvana piace nascondersi, anzi piace percepire, scoprire, sognare e raccontare attraverso uno sguardo sugli altri, su ciò che la circonda. È uno sguardo straordinario sull’ordinario, su un mondo di fine secolo che sta agonizzando lentamente e sul secondo dopoguerra. 

Fin dal primo frammento intitolato Primo amore la quotidianità si afferma come centro di gravità del racconto e appare confortevole come un camino d’inverno, saporita come la pasta fatta in casa o il pane appena sfornato, profumata come la terra bagnata dopo un temporale o stucchevole come le rose e i gelsomini. È la vita che incede, il tempo che scandisce, lento, lontano, libero dalle lancette.

I frammenti di Silvana Fei oscillano tra una Firenze di fine secolo che ancora conserva tradizioni e mestieri destinati a scomparire e un’altra Firenze, quella fascista con i suoi sogni e le sue realtà.

Ironica, visionaria, ma sempre misurata, la voce di Silvana Fei è delicata, fresca e umbratile, depurata dalla malinconia che spesso accompagna le memorie. Certamente il lato oscuro, l’aspetto ombra esiste nell’orizzonte della Fei ma è strettamente ancorato al reale e viene raccontato sempre attraverso lo sguardo sull’altro. La Fei preferisce raccontare delle costellazioni umane che la circondano, piuttosto che parlare di sé, della sua coscienza, del suo io, ne risulta un amore per il racconto che trasporta e incanta e non inciampa mai in sentimentalismi senza rinunciare a un orizzonte poetico, quello delle piccole cose.

Sinossi

Leggere l’esordio di Silvana Fei è come penetrare in una piccola «camera delle meraviglie» contenente ricordi, aneddoti, ritratti, tipi, bozzetti, reperti di un tempo ritrovato e riportato in vita. Firenze, con i suoi dintorni, è la protagonista assoluta di questo libro, tra fin de siècle e il secondo dopoguerra, rievocata nelle memorie della narratrice e nelle sue cronache familiari con un tono ironico, perfino parodico, che non ha nulla di nostalgico. Un’autobiografia anomala, ingannevole, decentrata, è quella che si presenta al lettore, poiché spesso l’io narrante è assente, o si nasconde, si pone ai margini del racconto, preferendo descrivere le vite degli altri più che la propria. Tutto è funzionale al piacere del racconto e alla rappresentazione di un microcosmo con le sue vite minuscole, le sue storie anonime votate all’oblio, che trovano qui un’occasione di riscatto, spesso intrecciate con la grande Storia, quella della seconda guerra mondiale, con la Firenze occupata dai tedeschi, la vita da sfollati, la Resistenza.

Daniela Marra