Paola Barbato: ‘’La torre d’avorio’’ (Neri Pozza), di Angela Molinaro

La Torre d’Avorio di Paola Barbato è un thriller psicologico potente e avvincente, che ridefinisce il genere con profondità emotiva, complessità narrativa e personaggi femminili indimenticabili. Non è solo una storia: è un viaggio dentro la colpa, l’amore deviato e le identità spezzate. Un romanzo capace di inchiodare il lettore e trascinarlo in un labirinto di relazioni, traumi e ricordi sepolti.

Protagonista della storia è Mara Paladini, un tempo conosciuta come Mariele Pirovano. Due nomi, una sola donna. Due coscienze che convivono nello stesso corpo.

Mariele è la madre che ha avvelenato la propria famiglia con lentezza e meticolosità. Non per odio, ma per amore. Affetta dalla sindrome di Münchhausen per procura, credeva che far ammalare fosse un modo per proteggere, per essere indispensabile, per salvare. Per diventare la madre perfetta. “Luca, Andrea e Clara…L’unico modo che avevo per sentirmi vicina a loro era questo. Non conosco altra maniera di amare. Se amo, avveleno, e poi curo. Non esiste formula diversa, per me”, rivela la protagonista. Mara, invece, è la donna che ha preso coscienza dell’abisso che portava dentro. Ha scontato la sua pena, cambiato città, assunto una nuova identità. Ma il passato non si lascia cancellare così facilmente.

All’interno della sua nuova casa a Milano, Mara ha costruito la sua “torre d’avorio”, che dà il titolo al romanzo. Una torre reale e metaforica, realizzata con scatoloni bianchi che delimitano lo spazio e conservano i ricordi di una vita passata. Un sistema chiuso, progettato con precisione quasi enigmistica, dove ogni passaggio è calcolato al centimetro, ogni apertura è sorvegliata. Una torre labirintica e claustrofobica, in cui Mara ha deciso di continuare a punirsi per ciò che ha commesso, ma soprattutto per imporsi fisicamente un senso di colpa che sul piano emotivo non riesce a provare. Questa è la soluzione che Mara ha trovato per impedire a sé stessa di fare ancora del male alle persone che ama: vivere in totale isolamento e non amare. Non amare mai più nessuno.

Quando, però, un evento imprevisto rompe l’equilibrio di Mara, la torre comincia a crollare, lasciando entrare il sospetto e la paura. Una piccola macchia di umidità nel suo appartamento la costringe ad andare al piano di sopra e a scoprire il cadavere del suo vicino, assassinato con la digitalis purpurea, lo stesso veleno utilizzato da lei per avvelenare la sua famiglia. Diventa subito chiaro che qualcuno vuole incastrarla.

Da qui, il romanzo accelera e si apre a un mondo di fughe, incontri e rivelazioni. Tornano le donne del REMS, la struttura psichiatrico-giudiziaria dove Mara ha vissuto per otto anni: Moira, Fiamma, Maria Grazia e Beatrice. Donne diversissime tra loro, unite da una frattura profonda dell’identità. Non si sono scelte: si sono trovate nella stessa rovina e lì hanno costruito un legame che non ha bisogno di parole e che nasce da una sopravvivenza condivisa.

La Barbato le tratteggia con affetto e, al tempo stesso, ferocia, donando a ciascuna una voce, un passato e una dignità. C’è qualcosa di cinematografico nella loro coralità: l’eco di Thelma e Louise e di Ragazze Interrotte. L’amicizia tra queste donne è una delle componenti più affascinanti del romanzo. È un filo invisibile che resiste al tempo, al silenzio, persino al tradimento. Personaggi vivi, intensi, scolpiti con sensibilità e precisione dalla Barbato, che in ciascuna di loro ha lasciato – come dice in chiusura del libro – un pezzo di sé.

Lo stile del romanzo è ipnotico, il ritmo serrato ma mai artificiale. Ogni svolta narrativa è giustificata, ogni colpo di scena ha un prezzo. La Barbato racconta questa storia con mano precisa, e non ha timore di spingersi nel grottesco. Lo fa con consapevolezza e rigore. Ecco allora che una madre che avvelena i figli – senza sensi di colpa, perché crede di amarli –  diventa una figura troppo scomoda per sembrare credibile. Tutto troppo, qualcuno potrebbe obiettare. Ma forse è proprio questo il punto: disturba perché può essere reale.  La Torre d’Avorio non cerca il realismo convenzionale: vuole turbare, interrogare, scuotere il lettore. Non su ciò che è probabile, ma su ciò che è possibile.

Il male, ci ricorda la Barbato, non è sempre eccesso di violenza: è anche distorsione dell’amore, manipolazione, cieca dedizione. E può annidarsi dove meno lo aspettiamo. Chi lo rifiuta come esagerazione, forse, lo sta solo negando per paura.

Ma questo non è un romanzo sul male. E non è neppure un romanzo sull’assoluzione. Mara non vuole essere perdonata. Non cerca redenzione, né comprensione. La Torre d’Avorio è un romanzo sull’accettazione del proprio abisso, sull’impossibilità di separare definitivamente il prima dal dopo, sull’eredità di ciò che abbiamo fatto e che continua a camminarci accanto.

Questo thriller psicologico non lascia indifferenti. Si legge con disagio e con smarrimento crescente. E quando si arriva alla fine, non resta un messaggio chiaro da portare con sé, ma un dubbio che continua a parlare anche dopo l’ultima pagina:

È davvero possibile cambiare?

Si può vivere dopo aver scoperto di essere stati il nemico?

Angela Molinaro

Angela Molinaro: Laureata in Filologia Classica, insegna Latino, Greco e Cultura dell’Antichità nel cuore dell’Inghilterra. Ama trasmettere ai suoi studenti il fascino del mondo antico e la bellezza della parola. Viaggia con la stessa curiosità con cui legge: per incontrare mondi e conoscere storie. Per questo vive con la valigia sempre pronta e un libro nello zaino. Scrive e collabora con case editrici e riviste letterarie per dare forma a pensieri che nascono tra una lezione, un aereo e le fusa dei suoi due gatti neri.

Wanda Marasco: “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza), di Valeria Jacobacci

 Non esiste un solo Ottocento, come sa bene chi è appassionato di un’epoca così significativa per i presupposti tutt’altro che scontati dei tempi futuri. Di quel periodo la Marasco mette in luce lo spaccato degli intelletti nostri tipicamente meridionali, volontariamente rinunciatari della propria individualità in favore di un bene più alto, nazionalista, che porta all’Unità d’Italia e a gran parte degli eventi che si affacciano al Novecento.

  

Non c’è da meravigliarsi se accanto alla tisi, che faceva strage di eroine romantiche nelle opere liriche, si manifestassero almeno due mali estremi per gli animi sensibili, la follia che si accompagna alle allucinazioni degli artisti, e il male di vivere, un’anticipazione dell’esistenzialismo del secolo successivo. Oppure si tratta di un rinvio al taedium vitae di Lucrezio, che lo associa alla malattia dello spirito, e forse alla noia di cui parla Seneca, l’assenza di senso, che fa dire a Cicerone di tornare indietro, al barcaiolo che lo sta portando lontano dalla lama del sicario venuto a tagliargli la gola. Questa ricerca della morte si camuffa da malattia mentale, nient’altro che uno stato di lucidità estrema, l’orrore della verità senza veli.

Ma cominciamo dall’inizio, come si diceva, appunto, nei romanzi dell’Ottocento. Il male di vivere nel Sud dell’Italia ottocentesca risiede nei due momenti fondamentali dell’esistenza, il tempo racchiuso fra il primo vagito e l’ultimo respiro e la dimensione estesa di un tempo  fermo sempre uguale a se stesso. Quest’ultimo è il dramma del Gattopardo,  inorridito ma impassibile di fronte al “tutto cambia affinché tutto resti uguale”, dall’altra parte c’è la percezione di un movimento che comunque esiste e al quale bisogna dare un contributo personale. Almeno per alcuni decenni, questo  sembra possibile, la volontà trova intoppi ma poi si libera, segue il percorso a tratti faticoso e a tratti in picchiata verso qualcosa.  

Il medico Ferdinando Palasciano è  un personaggio storico, di straordinario talento ma non possiede il cinismo necessario alla sopravvivenza. Chissà, forse se avesse conosciuto Giuseppe Moscati, il medico santo che sarebbe nato a Napoli poco dopo, avrebbero collaborato, invece le cose andarono diversamente. Come altri personaggi eccellenti che appaiono nel romanzo, il pittore Vincenzo Gemito e il meno famoso ma celebre Eduardo Dalbono, autore di paesaggi indimenticabili di Napoli e del Vesuvio, il giovane Ferdinando Palasciano riceve riconoscimenti internazionali per il suo pregevole lavoro di medico e si fa notare per i suoi incrollabili princìpi.

Sarà l’ispiratore per la creazione della Croce Rossa. Durante la spedizione di Garibaldi in Sicilia  era stato arruolato fra le file borboniche, sul campo di battaglia, dov’era ufficiale medico, non esitò a curare i feriti di entrambi gli schieramenti. Chiamato a giustificare il suo operato dal generale Carlo Filangieri, spiega che il soldato va onorato e rispettato qualunque sia la sua appartenenza. Viene condannato lo stesso per tradimento e solo in seguito assolto dopo un anno di carcere grazie all’intercessione di re Ferdinando II. Il Risorgimento napoletano è doloroso, complicato. Questo spiega quella sorta di inguaribile frattura subita da tanti personaggi divisi fra onori e disillusioni.

 

Fatta l’Italia, Palasciano guadagna stima e onori, sposa un’affascinante contessa russa, Olga di Vavilov, che ama appassionatamente e che guarisce da una zoppìa considerata incurabile. Insieme costruiscono e abitano una bella villa dominata da una torre. La Torre è simbolo di spiritualità eccelsa ma prefigura la morte come in un romanzo gotico. L’eccesso di sensibilità racchiude una consunzione morale alla quale i due non possono sottrarsi, quasi che lo sforzo fosse di troppo superiore alle reali capacità umane.

Lo spirito romantico racchiude una radice esoterica che a Napoli è particolarmente sentita. Tutti i personaggi vivono almeno due dimensioni, parlano più lingue, a quella della scienza si affianca il dialetto dei servi ma anche dei napoletani tutti, un linguaggio nobile, forbito, pieno di significati. Il cimento politico del dottor Palasciano diventa frenetico, nella bella villa si svolgono serate e concerti, Olga canta i più difficili lieder, non rimpiange la Russia, ha nugoli di ammiratori, nulla di fronte al legame indissolubile che la lega a colui che l’ha salvata dalla zoppìa. Si tratta di una zoppìa reale o psicologica? Entrambe le cose, la femminilità di Olga è di per sé zoppa.                                                                                                                                       

Il colpo di grazia alla salute mentale del dottor Palasciano lo dà la perdita della sala operatoria, fiore all’occhiello del suo ospedale. Così è la pazzia a fare da padrona, il medico è rinchiuso in una casa di cura, Villa Fleurant, dove a fargli compagnia è il fantasma di Vincenzo Gemito, anch’egli fuori di sé per l’incomprensione della sua arte, o, forse, per il sospetto di averne persa la reale ispirazione. Un altro artista attende al varco il dottore all’uscita dal manicomio, quando sembra ormai guarito. E’ Eduardo Dalbono, al quale il medico commissiona una serie di vedute del Vesuvio, da eseguire in una “camera della poesia” che si trova all’interno della Torre. E’ nella Torre che l’amore di Olga cambia obiettivo, il pittore è irresistibile, ma i princìpi morali e la fedeltà al marito lo sono di più. Ferdinando lo sa, capisce, ama parimenti l’amico pittore e la meravigliosa contessa che è sua moglie. Il ménage a trois non è possibile, non ci siamo arrivati, ammesso che si possa considerare una via di fuga. La Torre resta simbolo esoterico di un’immortalità  messa costantemente in dubbio, l’amore è sacrificato, la felicità è una poetica zoppìa.

“Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco è nella dozzina dei candidati al Premio Strega 2025.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

David Diop: “Fratelli d’anima” (trad. Giovanni Bogliolo – Neri Pozza) – Guerra, follia e identità perduta, di Gigi Agnano

Durante la prima guerra mondiale, l’esercito francese arruolò nelle colonie circa duecentomila soldati da destinare al fronte europeo. “Fratelli d’anima“, dell’autore franco-senegalese David Diop, ci trascina nella mente tormentata di uno di questi giovani: Alfa Ndiaye, strappato dalla vita del suo villaggio rurale in Senegal e gettato negli orrori della guerra di trincea. Il titolo stesso dell’opera racchiude il nucleo della narrazione: il legame profondo tra due amici d’infanzia, Alfa e Mademba, un legame destinato a spezzarsi nelle trincee della Grande Guerra con conseguenze devastanti.

Il romanzo si apre con la brutale morte di Mademba Diop, il “più che fratello” di Alfa: durante un assalto, un soldato nemico lo sventra con una baionetta. Nella sua lunga agonia, disteso tra le braccia dell’amico, Mademba lo supplica tre volte di porre fine alle sue sofferenze. Alfa, paralizzato dal rispetto delle leggi ancestrali del suo villaggio, si rifiuta. Questa scelta, apparentemente morale, si rivelerà l’inizio del suo tormento interiore:

Non sono stato umano con Mademba, il mio più che fratello, il mio amico d’infanzia. Ho lasciato che fosse il dovere a imporre la mia scelta. Gli ho offerto soltanto dei cattivi pensieri, pensieri imposti dal dovere, pensieri raccomandati dal rispetto delle leggi umane, e non sono stato umano.

La morte dell’amico innesca in Alfa una trasformazione inquietante. Consumato dal desiderio di vendetta, sviluppa un macabro rituale: dopo ogni assalto, mentre i commilitoni rientrano nelle trincee, si intrufola al buio nelle linee nemiche e, fingendosi morto, uccide un soldato per mozzargli una mano con il machete.

Inizialmente i compagni celebrano il suo coraggio, trasformando questi trofei in un grottesco gioco. Ma dopo la terza mano, il terrore prende il sopravvento: Alfa viene considerato uno stregone, un dëmm, un portatore di sventure. Alla settima mano, il capitano lo allontana dalla prima linea, inviandolo all’ospedale militare.

È qui che la mente di Alfa sprofonda definitivamente nel delirio. Tra ricordi strazianti del villaggio natale e la desolante realtà dell’ospedale militare, il romanzo procede verso un finale enigmatico e perturbante, in cui realtà e allucinazione si confondono inestricabilmente.

Diop costruisce il suo racconto con una prosa essenziale e ipnotica, che riecheggia l’oralità della tradizione letteraria africana. La scelta linguistica riflette perfettamente lo spaesamento del protagonista: Alfa, che a malapena parla francese, si ritrova coinvolto in un conflitto tra potenze europee di cui non comprende le ragioni. Non a caso, i nemici vengono sempre descritti come “quelli dagli occhi azzurri”, mai come “tedeschi”, sottolineando l’estraneità del protagonista al mondo in cui è stato catapultato.

Il romanzo affronta temi universali – la guerra, l’amicizia, il senso di colpa – attraverso una prospettiva inedita: quella di un soldato coloniale, doppiamente estraneo alla guerra che combatte, sia come africano che come essere umano. Diop racconta magistralmente come la violenza della guerra possa dissolvere non solo la sanità mentale, ma anche l’identità culturale di chi la subisce.

Non sorprende che “Fratelli d’anima” abbia conquistato importanti riconoscimenti internazionali, tra cui lo Strega europeo, il Goncourt des Lycéens e l’International Booker Prize. È un’opera che arricchisce la letteratura di guerra con una voce originale e potente, offrendo uno sguardo nuovo sulla Grande Guerra attraverso gli occhi di chi fu costretto a combatterla senza comprenderne le ragioni.​​​​​​​​​​​​​​​​

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

Barbara Kingsolver: “Demon Copperhead” (Neri Pozza, trad. Laura Prandino), di Valeria Jacobacci

Voluta e dichiarata l’allusione al David Copperfield di Dickens, in questo lungo romanzo, con l’ovvia differenza stilistica. E  guerra, anch’essa dichiarata, ai preconcetti, agli snobismi, alle incomprensioni, a ingiustizie e ostilità, più ancora che all’indifferenza, nei confronti di chi è debole in partenza, perché povero, oppure appartenente a una minoranza etnica o culturale o, anche (il caso del protagonista) un po’ tutte le cose insieme ed altre ancora, mali tipici dei nostri giorni. E al suo personaggio la Kingsolver, che con questo romanzo ha vinto il Premio Pulitzer 2023, non fa mancare proprio niente delle umane disgrazie. 

Un nome, quello dell’autrice, che a noi, non anglofoni e abituati alle traduzioni letterali e scolastiche, fa pensare a qualcuno che il “re” lo “scioglie” nell’acido. Ha un senso se il riferimento a un re ci porta a pensare a sudditi senza diritti o quasi. Sui nomi l’autrice indugia parecchio, il suo protagonista si chiama Copperhead, che vuol dire Testa di rame, il nome di un serpente, temibile ma tanto raro da essere leggendario.

    

A parte ciò, questo Pulitzer tocca temi attuali  e scottanti della società americana dei nostri tempi. 

La storia è ambientata nei Monti Appalachi, nella zona orientale dell’America del nord, che attraversano molti stati americani, e in parte anche il Canada, dalla Pennsylvania fino alla Georgia. Il nome Appalachi venne dato per la prima volta nel ‘500 dagli esploratori spagnoli, che da un villaggio indiano in Florida lo estesero all’intera zona montuosa, la tribù era Alpachen. 

Moltissimi film sono stati girati fra queste montagne, cosa che non ha reso la zona più ricca o turisticamente fortunata. Quello che la contraddistingue è un certo isolamento dalle grandi città e condizioni di vita piuttosto precarie. Ne fa le spese Damon, che racconta se stesso fin dal momento in cui è venuto al mondo.

La caratteristica di Demon (“demonio”) è di avere i capelli rossi e fluenti e incredibili occhi verdi, caratteristiche che ha ereditato dal giovane padre, morto per un incidente sulle rocce di un fiume in piena, mesi prima della sua nascita. Sono le particolari caratteristiche dei Melungeon, gruppo meticcio probabilmente formatosi da una colonia bianca mescolatasi con una tribù nativa, con successivi contributi afroamericani. Il motivo per cui  tali caratteristiche sono rimaste costanti  è l’isolamento delle regioni montuose, poco abitate e favorevoli a matrimoni fra parenti.

Demon è quindi Copperhead, Testa di rame, per il colore della sua chioma, ma anche per la somiglianza con l’astuto e invisibile serpente, è dotato infatti di una straordinaria forza di carattere che gli consentirà di sopravvivere a difficoltà e ingiustizie di ogni genere. La sua mamma è una diciottenne biondissima, timida e fragile, e irrimediabilmente drogata, che vive in una casa mobile ai limiti di un bosco.

I vicini di casa, e in qualche modo la sua unica e affettuosa famiglia, che lo accompagnerà nei pericolosi anni di un’infanzia da orfano, sono i Peggot, proprietari della casa mobile che ospita Damon e sua madre nei suoi primi sei anni di vita. Sono Mr e Mrs Peggot a raccogliere il neonato nel suo sacco amniotico, mentre la madre giace a terra incosciente, fra una bottiglia di vodka e i resti dell’Oxy, un medicinale che viene dato quasi gratuitamente per lenire il dolore ma ha tutti gli effetti di una droga.

A Demon sono accordati giorni felici fra i boschi, in compagnia dei figli e nipoti dei Peggot, Maggot, in particolare, uno strano ragazzino dai capelli lunghi, destinato a diventare sempre più strano crescendo, e zia June, che lo proteggerà per tutta la sua esistenza. Fin quando nella sua vita appare Stoner, il nuovo compagno della mamma che lo tormenta psicologicamente e lo malmena fisicamente.

Il dato saliente di questa narrazione è la voce narrante: Demon. Tutto passa attraverso di lui come un flusso di coscienza in uno slang che non deve essere stato facile tradurre. E’ un modo per entrare in un mondo saltando le descrizioni, il lettore vede, ascolta e riflette con la testa del protagonista, come se avesse una telecamera impiantata nel suo cervello. Da questa prospettiva assiste al funerale della madre, sfilano davanti ai suoi occhi le assistenti sociali che devono decidere della sua vita. E poi, fra alterne vicende, la grande delusione: i Peggot non possono adottarlo.

Incominciano le dickensiane avventure del piccolo orfano, da una fattoria dove è costretto a lavorare come un mulo, insieme a ragazzini dati in affidamento, in attesa di adozioni che non arriveranno mai, alla famiglia con quattro figli che spende i soldi del suo mantenimento facendogli patire la fame e costringendolo a lavorare. Alla fine, l’avventura delle avventure. Con una scatola di latta, contenente i risparmi messi faticosamente da parte, nascondendoli alle brame degli affidatari, scappa, una sera, diretto ad un paese vicino, dove sa che vive sua nonna paterna, mai conosciuta. Verrebbe  in mente il racconto di De Amicis, “Dagli Appennini alle Ande”, salvo che ormai alla crudeltà ottocentesca si è sostituito un cinismo contemporaneo, fatto di droghe e speculazioni moderne.

    

E’ un deciso cambio di prospettive quello che attende Demon alla fine di questo viaggio. Dopo essere stato derubato della preziosa scatola da una vecchia prostituta, riesce a trovare la casa di suo padre e, grazie alla somiglianza con lui, ad essere riconosciuto. Deve ringraziare la sua testa rossa e i suoi occhi verdi.

Non è tutto. La nonna lo affida a un vecchio amico, il coach di football della scuola dove il nipote sarà iscritto. La sua diventa la vita di uno studente americano delle scuole medie, abita in una grande casa, ha cibo, abiti e un’amica: Angus. Colmo del lieto fine, diventa un idolo del football della scuola, assicurando alla sua squadra una vittoria dietro l’altra. 

Ma stiamo parlando di un romanzo di seicentocinquanta pagine e la storia non finisce qui. Un giorno un giocatore della squadra avversaria lo atterra e lo riempie di botte, sotto la massa di corpi che lo sovrasta Demon sente spezzarsi un ginocchio, che non potrà più guarire. 

La musica cambia e la fortuna fa un’altra giravolta.

Proprio quando tutto va meglio tutto va anche peggio. E’ la storia delle droghe immesse fra i montanari in modo subdolo da chi le produce.

Zia June è infermiera e sa come vanno queste cose: nella valle non c’è lavoro, la gente disperata ha poco da fare, sono montanari, presi in giro per il loro accento nelle città, nipoti di minatori che lavoravano in miniere ormai chiuse da tempo, gente che non ha più un’identità. La droga costa poco, gli affari si fanno con lo spaccio facile perché tutti i giovani si drogano e diventano a loro volta spacciatori. Il primo passo si fa negli ospedali, con ricette facili che provocano assuefazione agli antidolorifici.

Non sto raccontando tutta la trama. C’è altro. 

Dory, una ragazzetta esile, affaccendata nel curare un padre di cui è unica figlia non è da meno. 

Il ginocchio dolorante e inguaribile, la perdita del ruolo di star nella squadra di football e Dory segneranno la vita di Demon. Chi legge scoprirà come.

     

Sono evidenti le tematiche di fondo di questo libro premiato per la sua attualità.

Ormai  i veri derelitti ed emarginati in America non sono gli afroamericani, o i messicani che premono ai confini, non sono quegli immigrati che, appena integrati, fanno scudo contro gli altri che tentano di fare altrettanto, non sono gli antichi abitanti, i nativi americani, ancora nelle riserve o resi invisibili, assimilati o neutralizzati. Non sono questi oggetto di razzismo. Il politically correct protegge molte categorie. Quelli veramente emarginati sono i “bianchi poveri non laureati”.

Fra questi ci sono le minoranze non protette da nessuno, soprattutto fra le montagne degli Appalachi, dove la modernità delle istituzioni di assistenza sociale è fittizia: gli assistenti sociali e gli insegnanti sono pagati pochissimo, le famiglie affidatarie di bambini in attesa di adozione sfruttano i sussidi, del resto esigui. 

Dopo la chiusura delle miniere di carbone non c’è  possibilità di lavoro e le vecchie abitudini rurali sono in pericolo. La solidarietà fra poveri è una delle caratteristiche di una società montanara, snaturata dalla modernità, principalmente da droghe e corruzione. Una società che era abituata a condividere tutto, nella quale il vicino di casa era uno di famiglia, come Demon per i Peggot.   

La realtà delle piccole città adiacenti alle montagne porta i nuovi modi per essere liberi: la conoscenza dei propri diritti, la cultura, unica finestra sul mondo.

Fuggire e restare. Restare per cambiare.

La Kingsolver vive col marito e i figli nel sud degli Appalachi, in una fattoria.

 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

L’incipit di “Triste tigre” di Neige Sinno, trad. dal francese di Luciana Cisbani (Neri Pozza)

Ritratto del mio stupratore

Perché anche a me, in fondo, sembra più interessante quello che succede nella testa del carnefice. Con le vittime è facile, tutti riescono a mettersi al loro posto. Anche se non si è vissuto niente del genere, un’amnesia da trauma, la paralisi, il silenzio della vittima, tutti riusciamo a immaginare cos’è, o crediamo di poterlo immaginare.

Con il carnefice invece, è un’altra cosa. Essere solo in una stanza con una bambina di sette anni, avere un’erezione al pensiero di quello che si sta per farle. Pronunciare le parole che indurranno quella bambina ad avvicinarsi, mettere il proprio sesso in erezione nella bocca della bambina, fare in modo che la spalanchi bene. Questo sì che è davvero affascinante. Va al di là della comprensione. E poi c’è il resto, dopo aver finito, rivestirsi, tornare alla vita di famiglia come se niente fosse. E una volta che quella follia è accaduta, rifarlo, per anni e anni. Non parlarne mai con nessuno. Credere che non ti denunceranno, nonostante la progressione degli abusi sessuali. Sapere che non ti denunceranno. E quando un giorno ti denunciano, avere il fegato di mentire, o il fegato di dire la verità, di confessare addirittura. Ritenerti ingiustamente punito per aver preso degli anni di prigione. Reclamare il diritto al perdono. Dire che sei un uomo, non un mostro. Poi, dopo la prigione, uscire e rifarti una vita.”

Neige Sinno: “Triste tigre”, traduzione dal francese di Luciana Cisbani (Neri Pozza)

Libro vincitore del Premio Strega Europeo 2024

Vincitore del Prix Goncourt des lycéens 2023 e del Prix Femina 2023