Intervista a Francesco Piccolo per “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 2026) – Capitolo Zero: Ep. 12 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 12 Francesco Piccolo, “Cosa sono le nuvole. Gli ultimi anni di Totò” (Einaudi, 2026)

Francesco Piccolo, Premio Strega 2014 per “Il desiderio di essere come tutti” (Einaudi), sceneggiatore vincitore di tre David di Donatello e due Nastri d’argento, autore di fiction di grande successo, noto per la sua capacità di radiografare i sentimenti minimi e le piccole sfumature del quotidiano, con questo testo ci conduce in un’operazione di profonda umanità sia letteraria che biografica.

“Cosa sono le nuvole” (Einaudi) è un racconto degli ultimi anni del principe Antonio De Curtis, un’indagine malinconica che naviga con delicatezza nel crepuscolo di un gigante che avvertiva, paradossalmente, il peso dell’arrivo delle ombre su una carriera in cui non si era mai sentito abbastanza. Il cuore del libro esplora con garbo e ironia la scissione netta, quasi schizofrenica, tra Antonio De Curtis e Totò.

Il “Principe” abita ai Parioli, esige eleganza impeccabile con lo stemma nobiliare sulle camicie e si dedica all’araldica; Totò è invece la marionetta sguaiata, il “venditore di chiacchiere” che lavora senza sosta per mantenere l’aristocratico e la sua vasta famiglia, composta da venticinque persone e duecentoventi cani, poiché Totò considerava famiglia anche gli ultimi e gli indesiderabili di cui era silenzioso benefattore. Totò apparteneva al popolo della notte, ore che erano il suo regno di pace dedicate a piccoli riti domestici, all’ascolto del bollettino dei naviganti — un modo per viaggiare restando a casa — e a pensieri profondi che il rumore del giorno non permetteva.

Nonostante la semicecità che lo colpì duramente dal 1957 durante una tournée e aggravatasi notevolmente nel corso degli anni successivi fino a renderlo quasi totalmente cieco, continuò a girare film a ritmi industriali per fuggire dall’angoscia del declino.

Uno dei punti più alti del libro è proprio la descrizione del rapporto di Totò con la sua malattia. Piccolo racconta il “miracolo” testimoniato da registi come Fellini e Pasolini: fino a quando non si accendeva la macchina da presa il principe doveva essere sorretto per ogni passo, ma al momento del “ciak” Totò si toglieva gli occhiali neri e si muoveva tra i mobili e i cavi elettrici con una disinvoltura incredibile, come se la telecamera gli restituisse, per pochi istanti, la vista.

L’incontro con Pier Paolo Pasolini rappresentò una “consacrazione tardiva” presso la critica intellettuale che lo aveva snobbato per decenni. Tuttavia, Piccolo sottolinea il paradosso tragico: i premi e i consensi diedero a Totò un senso di profondo fallimento, convincendolo di aver sprecato trent’anni in filmetti mediocri quando avrebbe potuto essere un attore di ben altra levatura. Egli stesso arrivò a dire che un falegname valeva più di lui, perché almeno il tavolo che fabbrica resta nel tempo.

La conclusione del libro è commovente. Piccolo narra la morte di Totò, avvenuta nell’aprile 1967, e l’umiliazione postuma subita da Franca Faldini, costretta a restare sul pianerottolo dal prete che si rifiutava di benedire una “concubina”. Il finale si sposta su una dimensione quasi onirica: il fedele autista di Totò, Cafiero, smarritosi nel Cimitero del Pianto, vede due sagome discutere nella penombra. Sembrano il Marchese e lo Scopatore della celebre poesia ‘A livella o forse, più semplicemente, sono Antonio De Curtis e Totò, finalmente riuniti in quell’uguaglianza che solo la morte conosce.

Quest’opera rinnova la grandezza di un artista che nello specchio vedeva la “tristezza di un naso torto”, che ha fatto ridere l’Italia mentre il suo cuore cercava il riconoscimento più alto e nobile, arrivato purtroppo solo dopo la fine. Perché, per citare lo stesso Totò, questo è un bellissimo Paese in cui però, per venire riconosciuti di qualcosa, bisogna morire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax, 2026)

L’opera di Giuseppe De Marzo, “L’Internazionale della Terra. Cambiamento climatico, giustizia sociale ed ecologia della relazione” (Minimum Fax) è un vero e proprio manifesto utile per capire e affrontare la crisi di civiltà che stiamo attraversando.
Come sottolinea Tomaso Montanari nell’introduzione, il libro ruota attorno alla riscoperta della densità semantica della parola “cura”, intesa non solo come rimedio terapeutico, ma come assistenza premurosa, protezione sollecita e custodia attiva della nostra casa comune.
Montanari evidenzia inoltre come l’umanità abbia dimenticato questa dimensione, abbandonando la fraternità sia tra gli uomini che nei confronti della natura, finendo per considerare il “progresso” ciò che in realtà conduce verso la morte del pianeta e della giustizia.

In questo scenario, il libro di De Marzo aiuta a tornare a vedere le cose per quello che sono, indicando la strada di una fraternità universale in nome della liberazione della Terra.
Il testo denuncia con forza il fallimento del modello economico tecnocapitalista fondato sull’idea della crescita economica infinita, definendolo una minaccia diretta alla nostra esistenza perché ignora i limiti del pianeta. De Marzo argomenta che non vi sono due crisi distinte, una sociale e una ambientale, ma un’unica crisi originata da una visione sbagliata che promuove modelli coloniali, patriarcali e specisti.
L’autore invita a un cambiamento culturale per trasformare la crisi in un’occasione di sovvertimento della realtà odierna, partendo dalla consapevolezza che non siamo il centro del tutto, ma una parte di una rete di vite interconnesse in cui ogni entità vivente ha il diritto di esistere e rappresenta un fine in sé.

seconda parte

Uno dei punti cardine del libro è la critica all’attuale governance politica, accusata di ignavia e di aver tradito gli impegni presi per contrastare il collasso climatico. De Marzo mette in luce come il potere di pochissimi super-ricchi sia diventato illimitato, mentre quello dei cittadini viene costretto entro margini sempre più angusti, alimentando disuguaglianze e ingiustizie ambientali che sono oggi la prima causa di povertà ed esclusione sociale. L’autore denuncia inoltre la tendenza a normalizzare il fascismo e a utilizzare la guerra come strumento politico, investendo somme enormi nel riarmo, a scapito delle politiche sociali e della riconversione ecologica.
Nonostante il quadro drammatico, il libro apre a una soluzione attraverso quella che definisce la “geografia della speranza”. Questa si manifesta nelle lotte dei movimenti per la giustizia ambientale ed ecologica, che dai territori propongono alternative concrete basate sull’equità, sulla solidarietà e sul riconoscimento dei limiti planetari. L’Internazionale della Terra è dunque l’unione di questi mondi che si battono per cambiare i sistemi di governo, riconvertire le attività produttive e ricondurre l’essere umano all’interno della comunità della vita.
Con L’internazionale della terra De Marzo ci ricorda che la salvezza non verrà dall’alto o dalla semplice tecnica, ma dalla nostra capacità di ricostruire relazioni inseparabili, adattandoci alla logica della Terra per diventare, finalmente, parte della cura e non più del problema.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Caterina Villa per “Misurare il vuoto” (Lindau, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Caterina Villa, “Misurare il vuoto” (Lindau, 2026)

Dalle sponde nebbiose del Lago Trasimeno Caterina Villa ci racconta “Misurare il vuoto” (Lindau), dove una roulotte abusiva e scrostata smette di essere un semplice relitto della periferia rurale per diventare confessionale discreto e rifugio per le anime tormentate. 

Il romanzo è un labirinto sotterraneo, fatto di tratti poetici e onirici attraverso i quali si attraversa il vuoto esistenziale, inteso non come assenza, ma come l’ingombro pesante di ciò che non è stato vissuto, che ci rende bloccati e sopraffatti da una vita più forte e più audace di noi. 

Lo stile di Caterina Villa è intensamente sensoriale: trasforma sentimenti astratti in immagini concrete. Il dolore diventa “un seme duro che scheggia i denti” e la solitudine si fa materia attraverso metafore che evocano gli odori e i rumori del lago, creando un’atmosfera sospesa.

Al centro della vicenda troviamo tre solitudini che si incrociano attorno a questo “purgatorio di lamiera”. Nicola, il custode, è un uomo che vive nell’arrendevolezza della fine vita; pervaso da una malattia gravissima, ha scelto di lasciarsi morire, così come in passato ha lasciato andare il suo grande amore. 

seconda parte

Accanto a lui si muove Ofelia, una ragazza rimasta immobile per anni, orfana di una madre che le ha negato l’affetto e terrorizzata dall’idea di compiere anche un solo passo verso il futuro. 

A scuoterla dal torpore è l’incontro con Simone, un ragazzo segnato dall’autolesionismo e dall’abbandono dei genitori, il cui rancore sembra condensarsi tutto nel ricordo di una vecchia vestaglia a pois.

​Il ritmo del romanzo riflette perfettamente l’evoluzione dei protagonisti: inizialmente lento e meditativo, segue l’inerzia e il torpore di Nicola e Ofelia. Tuttavia, con l’emergere della componente thriller e lo scorrere del tempo, il tempo viene scandito da un’accelerazione progressiva. 

A rompere l’equilibrio arrivano un biglietto firmato da “T.”, lasciato proprio nella roulotte e l’imminente inesorabile rimozione del mezzo abusivo da parte del comune. Questi elementi introducono da un lato un mistero macabro, che agisce da catalizzatore, e dall’altro l’urgenza del ritrovamento del proprietario del mezzo, che costringono i tre personaggi a trasformare la propria mancanza di coraggio in una forza inaspettata e a affrontare finalmente una introspezione rimasta sempre sulla superficie, come a galleggiare sulle acque scure e inerti del lago.

L’intreccio finale fa affondare e riemergere mostri, fantasmi, paure, ricordi che vorticosamente portano il lettore verso una domanda conclusiva: quanto può essere salvifico misurare il proprio vuoto con lo spettrometro della razionalità?

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Intervista a Anna Mallamo per “Col buio me la vedo io” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 11 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 11 Anna Mallamo, “Col buio me la vedo io” (Einaudi)

​Lo pseudonimo social di Anna Mallamo, Manginobrioches, da tempo cattura l’attenzione per la sua arguzia, spesso corredata da un sano sarcasmo rispetto a ciò che accade intorno a noi. 

Con il suo ultimo romanzo, Col buio me la vedo io” (Einaudi, vincitore del Premio SuperMondello 2025 e finalista al premio europeo Chambery), l’autrice rivela la sua levatura letteraria.

​Ambientato in una Reggio Calabria dei primi anni Ottanta, oppressa da una ’ndrangheta che ne delinea i confini fisici e comportamentali, il romanzo colpisce innanzitutto per il suo stile: una melodia incalzante fatta di contrasti estremi.

Il primo contrasto evidente è il linguaggio: il dialetto calabrese è il codice degli adulti usato per tacere o distorcere la realtà, i ragazzi utilizzano invece un registro colto, alternato a dei passaggi in lingua locale che volontariamente devono squassare, intimidire, ferire o utilizzati solo per disobbedire.

Lucia, la protagonista, studentessa di lettere classiche, cerca proprio nella parola la chiave per sollevare il velo di segreti che avvolge la sua adolescenza, mescolando la ricerca della verità con la vendetta personale. Uno stato d’animo incerto, che si muove sul filo della suspence e contemporaneamente sulla trasformazione dei personaggi da ragazzine anonime a “fimmine” attraverso sguardi, carezze, piccoli momenti.

​Il libro è costruito tutto sull’architettura dell’ossimoro: “sopra” e “sotto”, i luoghi in cui si estende proprio quell’incertezza di Lucia; la dicotomia tra Luce (il nome, Lucia) e Buio (il cognome, Carbone). Ne deriva un affascinante ribaltamento prospettico: l’oscurità si fa rivelatrice di verità e legami familiari indissolubili, mentre il bagliore solare agisce come una facciata che nasconde l’omertà e le bugie in una specie di coltre che si taglia con una lama.

​Il ritmo è quello serrato di un thriller psicologico: il lettore viene risucchiato dalla necessità di scoprire fin dove si spingerà l’oscurità di Lucia e se, in questa lotta, la figura di Caino saprà infine cedere il passo a quella di Abele.

​Anna Mallamo affronta nel suo romanzo due tematiche complementari: da un lato, l’incapacità delle famiglie di offrire ai giovani un modello autentico di felicità, lasciando i figli in uno stato di fragilità, amati solo per il fatto di esistere e non per ciò che sono realmente; dall’altro, emerge la complessa “questione femminile”: Lucia è figlia di una stirpe di donne forti, di una forza però distruttiva e letale, una tempra che la corazza, rendendola pronta ad affrontare dolore, solitudine e umiliazione, ma che è radicata in valori arcaici e spesso feroci, che lei rifiuta e combatte con una enorme spinta  verso la libertà sessuale e l’urgenza di affermarsi a proprio modo, affrancandosi in parte dalle sue radici.

“Col buio me la vedo io” è un romanzo che diventa a tratti un’indagine antropologica e a tratti poesia. Anna Mallamo ci trasmette una storia dove la lingua è sostanza reale e dove il riscatto non passa mai per facili consolazioni, ma attraverso l’accettazione coraggiosa delle proprie tenebre. Un racconto dove se sei a metà non vedi l’ora di tornare per sapere come va a finire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Danilo Chirico per “La figlia del clan” (Piemme, 2026) a “Tre minuti per un libro”, videopodcast a cura di Loredana Cefalo

prima parte

Danilo Chirico, “La figlia del clan: un cognome da nascondere un destino da riscrivere” (Piemme, 2026)

“Dormi dormi tu che puoi,

Io cerco una risposta a questi errori miei.

Timida la luce che mi fa compagnia

è stanca anche lei in questa vita mia

vuota, triste e amara,

se non fosse per il tuo sorriso che di giorno la rischiara.

Dormi dormi tu che puoi,

non voglio che conosci i pensieri miei.”

La scrittura di Danilo Chirico in La figlia del clan (Piemme Edizioni) si muove con un rigore documentale che non cede mai alle lusinghe della narrativa di genere, preferendo farsi testimonianza civile. Al centro dell’opera troviamo il racconto del crimine, ma soprattutto quello di un destino imposto: quello di Giuseppina Pesce, nata a Rosarno in una delle famiglie più potenti della ’ndrangheta mondiale.

L’autore sceglie una strada complessa, rinunciando alla struttura classica del romanzo per affidarsi alla nuda cronaca dei fatti e alla precisione degli atti processuali. Ne emerge la dimensione claustrofobica di una realtà in cui il controllo del territorio avviene attraverso un “metodo quasi democratico”, basato sul consenso sociale prima ancora che sulla violenza manifesta.

Il libro esplora con crudezza il paradosso di un’educazione costruita su codici arcaici e distorsioni valoriali, dipingendo un ritratto familiare intricato, dove il boss Salvatore Pesce non ricalca il cliché cinematografico del padre padrone, ma si rivela un uomo capace di delegare il comando domestico alle donne, di coltivare la fede religiosa attraverso una Bibbia rilegata in oro e di gestire il potere mafioso tra processioni, partite di calcio e l’amore per la radio.

Chirico, descrivendo questa quotidianità, ci mostra come la ’ndrangheta non sia un’entità esterna, bensì una realtà che si mimetizza nella normalità. In questo contesto, la ribellione di Giuseppina diventa un atto di rottura quasi inconcepibile, dove il tradimento del legame matrimoniale è considerato persino più grave della collaborazione con la giustizia.

seconda parte

“Io ho denunciato, ho cambiato vita, ma io sono una Pesce e quindi devo buttare sangue fino a quando muoio.”

Il mondo fatto di violenze subite, matrimoni forzati e segregazione si intreccia indissolubilmente con la cronaca giudiziaria guidata dalla magistrata Alessandra Cerreti. Tuttavia, la storia di Giuseppina Pesce non è lineare, ma colma di contraddizioni: è la storia di una donna che, pur avendo cambiato vita, sente ancora il peso di un cognome che definisce come una “tara nel DNA”.

Il legame con la famiglia appare indissolubile nonostante le minacce, le menzogne, l’indifferenza e l’inasprimento e i maltrattamenti subiti anche dai suoi figli, per via della collaborazione con i magistrati. E risulta paradossale che Giuseppina arrivi a considerare che la sua forza nel testimoniare contro la sua famiglia derivi proprio dai valori trasmessi da suo padre, un uomo su cui pesa una condanna per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, che non ha mai mostrato segni di pentimento e che si è sempre rifiutato di collaborare con la giustizia. 

La vera riflessione che il libro ci offre è quella sulla libertà. Giuseppina non sceglie la magistratura solo per il bene dei figli o per un avvenire che, dopo quindici anni di fughe e sotterfugi, appare ancora minato. Denuncia perché le è stata tolta la cosa più preziosa: la possibilità di scegliere.

Il suo percorso non è immediato: inizialmente non regge al peso dell’arresto, decide di collaborare, poi torna indietro, ritratta e rinnega le sue confessioni, mettendo in crisi un sistema costruito in settimane di interrogatori. Solo quando realizza che il prezzo da pagare sarebbe la perdita del rapporto con i figli e il loro giudizio morale, decide di ricominciare. 

“Mamma, io voglio stare con te, io non voglio vivere con gli altri. Tu sei la mia mamma e senza di te non sono niente, qualsiasi scelta farai ti seguirò.”

In questa altalena emotiva, è il sostegno della figlia Chiara a fare la differenza: di fronte alla prospettiva di una costrizione ancora più feroce di quella vissuta da fuggiasche, Giuseppina trova finalmente la forza per non tornare più sui suoi passi.

La figlia del clan è un’analisi sulla capacità di trasformare il “buio” in luce. Attraverso l’uso delle fonti e del dialogo diretto, Chirico documenta come la vera sfida al potere mafioso non passi solo dalle aule di tribunale, ma dalla volontà di una madre di spezzare la catena di un destino già scritto.

Si evidenzia il grande potere femminile, lo stesso che come buio tramanda valori distorti e non mostra alcuna solidarietà con le altre donne, ma impone una stretta gerarchia basata sull’accettazione e sul silenzio, ma che si fa luce proprio quando “come nella primavera araba” le donne come Giuseppina Pesce diventano motori di una rivoluzione.

La figlia del clan è un libro che non cerca di intrattenere, ma di svelare la verità, elevando la cronaca a strumento nobile per comprendere la realtà ancora oscura del nostro Paese, puntando l’occhio di bue su questo incredibile potere, che trasforma la coscienza civile, o parte di essa, in quei territori che sembrano dormienti, arrendevoli e destinati a finire nel dimenticatoio.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.