Émile Zola: “L’assommoir” (Rizzoli, trad. Luigi Galeazzo Tenconi), di Lavinia Capogna

Il sogno di Gervaise

Émile Zola (1840 – 1902) era un uomo sensibile, pieno di talento. 

Riuscì a farsi notare nel variegato mondo letterario parigino con le sue prime opere e vari articoli e nel 1870, a trent’anni, firmò con un editore un contratto che ben pochi scrittori avrebbero avuto il coraggio di accettare: scrivere venti romanzi in vent’anni e ci riuscì.

I venti romanzi, intitolati “I Rougon-Macquart. Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero” (Les Rougon-Macquart. Histoire naturelle et sociale d’une famille sous le Second Empire) pubblicati tra il 1871 e il 1893, prendevano a modello la “Commedia umana” di Balzac ma erano/sono assai diversi nello stile e nei contenuti.

 

Non è necessario leggerli in ordine cronologico, anche se i personaggi sono collegati fra di loro essendo discendenti della stessa famiglia.

Edmondo De Amicis, scrittore ligure autore del famoso libro “Cuore”, ha lasciato un resoconto prezioso di una sua conversazione con Zola nella quale l’artista francese (ma di padre italiano) gli svelava il suo modo di procedere nel lavoro (nota 1). 

Quando Zola aveva un’idea letteraria iniziava a fare un’indagine giornalistica sull’ambiente che intendeva descrivere. Se voleva descrivere un mercato, per esempio, stava tutta la giornata sul posto, prendeva appunti, annotava la topografia, le botteghe, guardava le persone, i modi di fare, di parlare, l’abbigliamento, i tessuti, i colori, faceva caso agli odori, ai dettagli. 

Man mano che il romanzo prendeva sempre più forma, con i suoi personaggi e i suoi eventi, quelle note meticolose gli servivano per essere fedele alla realtà.

Egli tracciava anche un’accurata descrizione delle psicologie dei personaggi. 

Era infatti vicino alla corrente letteraria del Naturalismo e a quella scientifica del Positivismo. Il Naturalismo rigettava le ombre inquietanti del gotico e del fantastico, gli abili ed ingenui stratagemmi letterari del feuilleton, la narrativa idealizzata e romantica borghese per concentrarsi obiettivamente sul popolo. Zola era un impetuoso socialista e nella vita un uomo riservato, timido, gentile (nota 2).

Il suo modo di scrivere era cinematografico ben prima che il cinematografo fosse inventato, nel 1895, dai Fratelli Lumière. Se fosse vissuto nel XX secolo sarebbe stato, molto probabilmente, un grande cineasta e non a caso fu un appassionato della nascente fotografia. 

Leggere i suoi libri vuol dire entrare in un mondo perduto, ma da lui così vividamente descritto, da farci quasi dimenticare il presente. 

Nel 1876 Zola incominciò a pubblicare su una rivista il settimo romanzo del ciclo sui Rougon-Macquart , intitolato “L’Assommoir”.

Lo scandalo fu enorme sia per la trama sia per il linguaggio (nota 3) e si dovette interrompere la pubblicazione. 

L’anno seguente venne pubblicato in volume ottenendo un grande successo e violente critiche. 

“L’Assommoir” era il nome di un’osteria di infimo ordine dove operai, disoccupati e disperati si stordivano con vino da poco prezzo, acquavite e assenzio. 

Spesso nelle versioni italiane si è lasciato il titolo originale che si può tradurre “l’ammazzatoio”. Qualche traduttore ha optato per “lo scannatoio”. 

Nel 1954 il regista René Clément ha realizzato un bel film dal romanzo intitolandolo “Gervaise”, come la sua protagonista, una scelta a mio avviso azzeccata. 

Gervaise era interpretata dalla bellissima e radiosa attrice austriaca Maria Schell che venne premiata al festival del cinema di Venezia. 

L’Assommoir è la storia, ambientata tra il 1850 e il 1877, di una giovane donna, Gervaise Macquart, la quale nonostante tutte le circostanze le siano negative e le persone contro, tenta di costruirsi una vita onesta e dignitosa. 

Gervaise è bionda, bella, un po’ claudicante, tenace ma anche arrendevole, non vuole deludere o scontentare nessuno ma il mondo in cui vive è iniquo e violento. 

Nata a Plassans, una città del sud immaginaria in cui lo scrittore ritrasse la natia Aix – en -Provence, ha avuto un padre violento con lei e con sua madre. Ha iniziato a lavorare come lavandaia da bambina e a 14 anni ha incontrato Lantier, un ragazzo piacente, in teoria cappellaio ma in realtà nullafacente, con il quale ha iniziato, senza sposarsi, una relazione sentimentale da cui sono nati due bambini, Claude e Étienne.

Il primo era già apparso brevemente come pittore ritrattista nel grande mercato parigino di Les Halles qualche anno prima nel romanzo “Il ventre di Parigi” e sarebbe ritornato come tormentato pittore protagonista nel romanzo “L’Opera”. 

Il secondo Étienne, sarebbe stato invece l’introverso minatore protagonista di “Germinal” (1883), altri due bellissimi romanzi di Zola. 

Gervaise avrà anche una figlia da Coupeau, suo secondo compagno e marito, un parigino loquace e furbetto lattoniere, cioè riparatore di grondaie: la bellissima Nanà, futura protagonista del romanzo omonimo e cortigiana nell’alta società parigina. 

Gervaise sogna una vita semplice: un compagno che le voglia bene, un lavoro onesto, una casa modesta ma con qualche mobile grazioso, vicino a sé i suoi figli che adora e che spera che diventino “brave persone”. Il suo sogno sembra realizzarsi quando riesce ad aprire, facendo tanti sacrifici, una bella tintoria. 

Zola scrive: “Il trasloco avvenne immediatamente. Nei primi giorni, Gervaise provava una gioia bambinesca quando attraversava la strada tornando da una commissione. Si attardava, sorrideva alla sua casa. Da lontano, in mezzo alla fila nera delle altre vetrine, il suo negozio le appariva tutto chiaro, di una allegria inedita, con la sua insegna azzurra, dove le parole: Blanchisseuse de fin (lavanderia rifinita) erano dipinte a grandi lettere gialle. Nella vetrina, chiusa sul fondo da piccole tende di mussola, tappezzata di carta blu per valorizzare il candore della biancheria, erano esposte camicie da uomo ed appesi cappelli da donna con i lacci annodati a fili di ottone. E lei trovava il suo negozio grazioso, color cielo. All’interno, si entrava ancora nel blu; la carta da parati, che imitava una decorazione stile Pompadour, raffigurava un pergolato sul quale si intrecciavano delle piante rampicanti” (nota 4). 

L’unico che ama veramente Gervaise è il bello e onesto fabbro repubblicano Goujen. Vi è tra di loro un innocente, quasi non confessato sentimento. 

Le conseguenze della povertà, le ingiustizie sociali, l’alcolismo, i maltrattamenti contro le donne, il lavoro minorile, la promiscuità sessuale sono i temi del libro che Zola descrive non con l’occhio del moralista ma con quello del serio reporter oltre che con quello, ovviamente, del grande artista.

Nonostante la drammaticità della trama, essa è molto avvincente, non mancano momenti pateticamente buffi come i popolani che vanno a vedere il Museo del Louvre, dopo il matrimonio di Gervaise, con i loro abiti sgargianti o una bonaria ironia tutta francese ma anche episodi scioccanti come l’ubriaco che massacra di botte la moglie, salvata da Gervaise e da un vecchio operaio. 

E non si può non provare una grande amarezza che questi temi, che per un attimo nel Novecento avevamo creduto relegati al secolo scorso (il 1800), siano tornati di nuovo in prima pagina. 

Lantier e Coupeau sono i due personaggi maschili del romanzo sul quale non si può dire altro per non svelare l’inconsueta trama, Virginie rappresenta invece una doppiezza femminile più sottile e subdola. 

Anche i personaggi minori del libro, del composito microcosmo che lo compone, sono indimenticabili: dalla vecchietta che cuce bambole per 13 soldi nella sua misera stanza alla madre di Goujen, ricamatrice che reagisce dignitosamente alla terribile disgrazia che l’ha colpita: il marito si è suicidato in carcere, così come gli operai che si incontrano nelle osterie dove bevono vino e sminuzzano nelle pipe tabacco da pochi centesimi (fumare insieme la pipa ha una valenza per gli uomini d’oltralpe che non c’è in Italia). L’ambiente è tipicamente parigino, ma una Parigi ingrata, difficile, quella delle antiche strade tortuose e cadenti dove le donne rovesciano secchiate d’acqua ed i monelli giocano eccitati e tante vicende umane si incrociano ogni giorno. 

“L’Assommoir” è un capolavoro che non ha perso dopo 150 anni il suo impatto emotivo: ci conduce in un mondo senza speranza e redenzione dal quale egli fa emergere il volto di una donna tra la folla. Sullo sfondo si percepisce una sobria, contenuta ma palpabile compassione. 

………

Nota 1) Edmondo De Amicis, Ricordi di Parigi, capitolo intitolato “Émile Zola”. 

Nota 2) ho dedicato un articolo alla vita di Zola, intitolato “Il coraggioso Émile Zola” nel mio saggio “Pagine Sparse – Studi Letterari” (2024). 

Tra le varie biografie (purtroppo non tradotte in italiano) assai gradevole quella del noto saggista francorusso Henri Troyat intitolata “Zola” (Livre de Poche) 

Scriveva Guy De Maupassant su Zola: “La sua vita è semplice, molto semplice. Nemico del mondo, del rumore, del trambusto parigino (…) Si alza presto e non interrompe il lavoro prima dell’una e mezza circa, per il pranzo. Si siede di nuovo al tavolo verso le tre e le otto, e spesso torna al lavoro anche la sera. In questo modo, per anni è riuscito, pur scrivendo quasi due romanzi all’anno a comporre un articolo quotidiano (…)” (1883). 

Nota 3) in relazione al linguaggio, elemento importante del romanzo” L’Assommoir”, Zola usa varie espressioni dell’argot parigino o idiomatiche che contribuiscono al realismo del testo.

Egli si servì di un dizionario dell’argot, che è un dialetto parigino le cui prime tracce risalgono al 1500 – inizialmente usato nell’ambiente del sottoproletariato e della malavita ma oggi comprensibile in tutta la Francia. 

Bisogna anche considerare che è difficile tradurre fedelmente le frasi di un lessico specifico e minoritario di un’altra lingua: ci saranno sempre sfumature differenti. 

Nell’argot parigino come nel cockney londinese vi sono spesso delle espressioni colorite.

Il linguaggio del libro contribuì, oltre che la trama, ai grandi attacchi contro Zola della stampa borghese. 

In realtà la scelta stilistica di Zola era ineccepibile letterariamente: far parlare dei proletari del 1850 così come parlavano i borghesi sarebbe stato irreale.

Per verificare le traduzioni ho letto e confrontato l’edizione originale francese con alcune traduzioni passate e recenti. 

Personalmente, trovo quelle passate, come l’edizione Rizzoli, migliori perché nonostante alcune forme un po’ desuete, le parole e le frasi più audaci, pur mantenendo il loro significato, sono smorzate in confronto a quelle più recenti le quali, essendo eccessivamente volgari, sminuiscono il valore artistico del romanzo (in francese non suona così spinto). 

Nota 4) mia traduzione dal testo originale francese. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

L’arabo e la “pietra nera”. Come una lingua mi ha insegnato a capire i Greci, di Vincenzo Franciosi

Venticinque anni fa seguii un breve corso di arabo. Non avrei mai immaginato che quei rudimenti mi avrebbero spalancato un mondo. Con quelle poche nozioni, cominciai a vedere l’antichità greca con occhi nuovi, a cogliere nessi che l’archeologia classica, salvo rare eccezioni, ha quasi sempre ignorato.

Mi resi conto allora di quanto fosse limitato il nostro sguardo, chiuso nel perimetro ellenocentrico che separa artificiosamente la Grecia antica dal suo vero contesto: il Mediterraneo. Sabatino Moscati aveva già tracciato la strada, ma pochi tra gli archeologi classici l’hanno seguita. Tutto ciò che nasce dall’incontro fra Greci e Fenici viene solitamente attribuito geograficamente alla Frigia o alla Tracia, ricondotto a generiche culture antico-mediterranee, a lingue misteriose genericamente pre-greche, come se l’Oriente semitico non fosse mai esistito. Forse residui inconsci del “pregiudizio ariano”.

Eppure le prove sono sotto gli occhi di tutti. Prendiamo i Cabiri (greco Kábeiroi), i Megáloi Theói (Grandi dèi) di Samotracia, di Lemno, di Imbro, di Pergamo, di Tebe in Beozia, città fondata dal fenicio Cadmo (semitico √ qdm = Oriente), colui il quale ha insegnato l’alfabeto ai Greci (Erodoto V. 58; Diodoro B.H. III. 61. 1): nelle lingue semitiche √ kbr – kabîr vuol dire “grande”. È un’evidenza etimologica disarmante. Il sacerdote confessore del culto cabirico è indicato dalle fonti greche con il termine anellenico di kóes/kóies(Esichio, s.v. κοίης, κ 3230 Latte): ma non si tratta della chiara ellenizzazione del termine kohen/kahin, che nelle lingue semitiche vuol dire semplicemente “sacerdote”?

Lo stesso vale per la dea frigia Kubaba/Kybele, venerata a Pessinunte sotto forma di pietra nera caduta dal cielo, un betilo, in greco báitilos, dal semitico bêt/bait (casa, sede) + el (divinità) = sede della divinità. Quando quella pietra fu portata a Roma durante la seconda guerra punica, divenne il fulcro di un culto potentissimo: la Madre degli dèi, la pietra che racchiude il principio vitale. La pietra nera di Pessinunte, donata al popolo romano dal re pergameno Attalo, fu incastonata nella testa della statua argentea della Madre degli dèi.

In Kybéle troviamo la radice semitica √ k‘b che rimanda al cubo (in greco kýbos, in latino cubus), alla forma primordiale della pietra sacra. La Ka‘ba della Mecca, con la sua pietra nera, non è che l’eco di un simbolismo antichissimo, comune a tutto il Mediterraneo. Nella lingua latina il termine caput, da cui in italiano “capo” e nei dialetti del Sud-Italia “capa”, conserva ancora quella radice, che troviamo anche nel greco kephále: la forma stereometrica della testa, la solidità del principio. Kybéle è la divinità della pietra, la potenza che abita la materia.

Fu con quei pochi rudimenti di arabo che, un giorno, mi trovai a leggere un’iscrizione fenicia del IX secolo a.C. e a comprenderla. Mi vennero i brividi. Le parole erano semplici: “Io sono…, figlio di…, mio padre…, re di…, servo di…, re di…”. Ma era come se la voce stessa del Levante antico parlasse attraverso i secoli, limpida, comprensibile. L’arabo mi aveva restituito la vita della lingua madre.

La mia maestra di arabo era palestinese, originaria di Nablus (l’antica Neapolis) e, per uno scherzo del destino, si era stabilita proprio a Napoli. Si chiama Souzan Fatayer. Attivissima nel sociale, mediatrice culturale, traduttrice e interprete, oggi insegna arabo all’Università Orientale di Napoli. È una figura centrale della comunità palestinese napoletana: si batte per portare studenti palestinesi a studiare in Italia e per far curare nei nostri ospedali i bambini mutilati dai bombardamenti israeliani, feriti dai cecchini mentre giocano, lasciati deperire fino a morire di fame. Molti di loro, grazie a lei, sono stati operati e salvati all’ospedale Santobono di Napoli.

Souzan è stata candidata alle ultime elezioni europee, per poco non risultando eletta, e oggi si presenta alle regionali in Campania. Qualche giorno fa, un noto “giornalista”, onnipresente in televisione e noto per la sua “avvenenza”, l’ha attaccata con toni spregevoli, che non meritano neppure di essere ripetuti. È un segno dei tempi: oggi la cultura dominante non sopporta le voci libere, in particolare quelle palestinesi, soprattutto quando vengono da donne colte, determinate e moralmente integerrime.

Io, però, non dimentico che è stata proprio una donna palestinese a insegnarmi l’arabo, e dunque a farmi capire la Grecia. La lezione più grande che mi abbia dato è che le lingue, come le civiltà, non sono mai pure: vivono di incontri, di scambi, di pietre cadute dal cielo che diventano simboli universali.
E che anche la pietra, muta in apparenza, conserva una voce. Basta saperla ascoltare.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Intervista a Carola Susani per “Il dio delle genti” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.5 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.5 Carola Susani, autrice di “Il dio delle genti” (Minimum Fax, 2025).

“Il dio delle genti” di Carola Susani si presenta come l’ultimo episodio di una trilogia che attraversa la storia italiana dagli anni ’50 ai giorni nostri. L’autrice tesse una trama dove la narrazione storica si fonde con una dimensione onirica, che sfiora il surreale. 

Al centro di questo racconto c’è la figura enigmatica di Italo Orlando, un personaggio quasi spettrale, la cui esistenza sembra oscillare tra realtà e allucinazione collettiva. Italo non è un semplice protagonista, ma una sorta di amuleto, un’entità che catalizza fortuna o sfortuna, agendo non attraverso la parola, ma attraverso i ricordi e le visioni della voce narrante. 

​Il romanzo è raccontato da Piera, una ragazza perseguitata dal senso di colpa per la morte del fratello e dei suoi amici, a causa del crollo di una palestra. La sua ricerca della verità funge da filo conduttore, aprendo un “vaso di Pandora” di segreti, illegalità e tradimenti che si sono infiltrati nelle vite dei personaggi e che, con il tempo, sono stati normalizzati a tal punto da essere considerati “parte del paesaggio”. 

​Uno degli aspetti più notevoli e disturbanti del libro è il modo in cui l’autrice affronta una relazione simil- amorosa tra la protagonista ancora diciassettenne e Ignazio, un amico cinquantenne del padre, coinvolto nella vicenda di cronaca. La relazione è descritta come un misto di curiosità sessuale e di vendetta contro i genitori che sembrano accettare tacitamente questa relazione, come se fosse una conseguenza naturale del trauma subito da Piera. Questo atteggiamento di arrendevolezza e disattenzione da parte degli adulti, che sembrano più preoccupati per le loro cause legali e le loro responsabilità che per la salute mentale della ragazza, solleva un’importante riflessione sulla negligenza emotiva, tematica cara all’autrice che non manca, nella sua lunga carriera, di racconti incentrati sull’infanzia e l’adolescenza disagiate e abbandonate. 

​Lo stile di Carola Susani è un notevole punto di forza del libro. Il suo linguaggio è impeccabile e descrive con precisione i luoghi e le condizioni di vita dei personaggi. Il lessico informale contribuisce a rendere i dialoghi autentici e vividi, riflettendo accuratamente il contesto sociale e culturale. 

​Il tono del libro oscilla tra il drammatico e il nostalgico, a volte con una voce narrante che si mostra distaccata, quasi estranea agli eventi che racconta, la cui voce trasla fra i ricordi e le testimonianze degli altri personaggi, che fanno come da ponte di verità ed emozioni. Questo espediente narrativo, in cui Piera sembra realizzare veramente la sua storia solo attraverso il racconto di terzi, crea una distanza che rende la narrazione ancora più efficace. 

​Il dio delle genti, pur trattando argomenti crudi e complessi, lascia il lettore con degli interrogativi aperti e inquietanti: è possibile che la sofferenza di un’adolescente possa essere così ignorata fino a quando non si manifestano segni evidenti di un grave disagio? E ancora, è possibile che la verità scomoda e il dolore passano volontariamente in secondo piano, rendendo la tragedia un’altra sfumatura di un paesaggio già desolante? 
Al lettore l’ardua risposta. A quello stesso lettore che, secondo la Susani, va stuzzicato e spronato a riflettere senza essere accompagnato per mano, affinché il libro gli lasci una scia disturbante e luccicante.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Breve riflessione a caldo leggendo Krasznahorkai e guardando la balena di Tarr, di Mariarosaria Sciglitano

C’era aria di Nobel fin dal 2015, quando la critica americana Susan Sontag lo aveva definito “The contemporary Hungarian master of apocalypse”, maestro dell’Apocalisse, dopo aver letto il suo secondo libro, Melancolia della resistenza, e dopo che lo scrittore ungherese era stato insignito del prestigioso Man Booker International Prize. I nomi ungheresi che ritroviamo puntuali ogni anno sono, appunto, quello di László Krasznahorkai e quello, assolutamente non meno meritevole, di Péter Nádas, anche lui leggibile in lingua italiana.

In occasione del conferimento del Nobel la sua casa editrice ungherese, la storica Magvető, sui social ripubblica un post del 2024: «Quest’anno la Magvető è piena di anniversari importanti, rotondi […]: la casa editrice compie 70 anni, Péter Esterházy è nato 75 anni fa […] Esattamente 40 anni fa, il 10 aprile 1985, veniva pubblicato il primo romanzo di László Krasznahorkai: Sátántangó. I tesori gelosamente custoditi del nostro archivio editoriale sono i cataloghi in cui i colleghi di un tempo registravano i dettagli delle prime pubblicazioni. […] Sátántangó è ormai diventato un classico, un’opera fondamentale senza la quale la cultura ungherese, così come la letteratura mondiale, sono impensabili e inimmaginabili”, scrive János Szegő, editor della casa editrice. 

L’allora curatrice, Mária Zsámboki, a cui si deve in assoluto il primo tentativo di interpretazione, annotava: «Leggiamo il primo, avvincente romanzo di uno scrittore con un umorismo pungente, una visione sofisticata e profonda, uno stile sfumato e raffinato: un libro che ci presenta le vicissitudini del destino in una forma matura e chiara».

Ma in Italia László Krasznahorkai non si presenta con Satantango (trad. di Dóra Várnai, Bompiani, 2016), bensì con Melancolia della resistenza (trad. di Dora Mészáros e Bruno Ventavoli, Zandonai, 2013) grazie alla brillante intuizione dell’editor Giuliano Geri, poco prima che la casa editrice in questione, purtroppo, chiudesse i battenti.

Ed è proprio su questo suo secondo libro che si basa una delle più fortunate collaborazioni tra lo scrittore e il regista, parimenti ungherese, Béla Tarr, ospitato nel 2024 a Napoli nell’ambito del Maggio dei Monumenti con un workshop, una bellissima rassegna integrale e tante iniziative a lui dedicate. Parliamo de Le armonie di Werckmeister (2000), che ho avuto l’onore di tradurre lavorando fianco a fianco con il regista, che ascoltava scrupolosamente risuonare i dialoghi in italiano. 

Le atmosfere rarefatte, quelle comunità ai limiti dell’umano, ai margini del mondo, in prospettive temporali sospese, le attese infinite, che ricordano il tempo in Dino Buzzati, dei libri di Krasznahorkai, lo hanno forse troppo spesso incastrato nella definizione di “apocalittico”. Ma l’autore ha più volte ribadito nelle sue interviste che l’Apocalisse è la normale condizione del mondo, è il suo stato ordinario.

L’opera di Krasznahorkai viene abitualmente considerata come un unico, lungo arco narrativo che parte dall’implosione del villaggio e della sua comunità e procede verso aperture cosmiche, prende il via dal senso della fine del mondo e si eleva fino alla trascendenza. E, sebbene ogni sua opera affronti il caos e l’ordine da prospettive diverse, ci riporta sempre alla stessa consapevolezza: oltre i confini del linguaggio, dell’esperienza umana e della comprensione, c’è qualcosa che ci attende e che non possiamo più controllare. 

Nota positiva: mentre per il primo premio Nobel alla letteratura ungherese, Imre Kertész (2022), l’editoria italiana era stata colta alla sprovvista e in italiano c’era solo un titolo, Essere senza destino (trad. di Barbara Griffini dal tedesco, Feltrinelli 1999), con Krasznahorkai si è organizzata per tempo, tant’è che dopo Zandonai e Melancolia della resistenza, Bompiani ha regolarmente pubblicato le sue opere.

Mariarosaria Sciglitano*

László Krasznahorkai e Mariarosaria Sciglitano. Foto di Katalin Kismartoni scattata a Budapest, presso la sede della MTA – Accademia Ungherese delle Scienze.

*Mariarosaria Sciglitano: ha ottenuto la cittadinanza ungherese per chiari meriti. Traduttrice, giornalista, PhD in letteratura comparata, ha tenuto corsi di letteratura italiana contemporanea e di traduzione letteraria dall’ungherese all’Università ELTE di Budapest. Ha insegnato italiano come lettrice madrelingua all’Università Corvinus di Budapest per circa un trentennio; ha svolto corsi di lingua italiana livello avanzato all’Istituto Italiano di Cultura per l’Ungheria per un ventennio.
È stata docente a contratto all’Università di Firenze e cultrice della materia (Letteratura ungherese) all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale.
Membro della Federazione Nazionale dei Giornalisti Ungheresi (MÚOSZ) dal 1995, collabora con media italiani (la Repubblica, il Manifesto, il Sole 24 Ore, RAI, Radio Popolare, Radio Mir) e ungheresi (ÉS, HVG, MTI, TV2, Magyar Rádió) occupandosi di cultura.
È stata giornalista accreditata presso il Ministero degli Esteri d’Ungheria per Radio Rai, Rassegna sindacale e Il Manifesto.
Svolge attività di consulenza per la traduzione letteraria dall’ungherese all’italiano presso l’Istituto Balassi, e continua a svolgerla presso il Petőfi Literary Fund. Collabora come consulente madrelingua per l’Italianistica con l’Ufficio Scolastico Nazionale – Oktatási Hivatal.
Traduce per editori come Garzanti, Feltrinelli, Bompiani, Il Saggiatore, Marsilio, Marietti, Neri Pozza, Hopefulmonster e altri sia italiani sia stranieri, conseguendo il riconoscimento per la traduzione “Frankfurt ’99”, nel 1997; il premio Déry Tibor per la sua attività di traduttrice nel 2018; il premio MIBACT – Fondo per il potenziamento della cultura e della lingua italiana all’estero nel 2020. Tra gli autori tradotti, il premio Nobel della letteratura ungherese Imre Kertész.
Ha curato la traduzione dall’ungherese e dall’inglese all’italiano di numerose sceneggiature letterarie e la sottotitolazione dei relativi film, nonché di opere teatrali.
Svolge regolarmente lavori editoriali di revisione, correzione, editing.

Richard Coles: “Omicidio in parrocchia” (Einaudi, trad. Letizia Sacchini), di Silvia Lanzi

Mi sembrava spocchioso l’autore, con quel “rev.” che ne precedeva il nome in copertina. Ho pensato che fosse l’ennesima persona famosa che si cimenta in “letteratura” di bassa lega. 
Sì, perché Richard Coles, oltre ad essere un sacerdote della Chiesa anglicana, è anche l’altra metà dei Communards, un gruppo musicale che, chi ha la mia età, non può non conoscere.
Mi sono dovuta ricredere. 
In effetti, “Omicidio in parrocchia”, il secondo libro che vede protagonista il reverendo Daniel Clement, è una vera chicca.

Nonostante quello che sembra un sacrificio rituale e cruento, vittima un sedicenne un po’ ribelle, ci si affeziona all’atmosfera provinciale, un po’ consunta e a volte occhiuta dell’angolo di Sussex in cui si svolge la vicenda. È uno di quei libri perfetti per questo inizio autunno: un divano comodo, una coperta, una tazza di tè caldo e le pagine che scorrono una dopo l’altra, senza soluzione di continuità.
Daniel è la perfetta controparte anglicana di padre Brown.
L’editore, in quarta di copertina definisce la storia “delicata, ironica e molto british” e, in effetti, la scrittura risulta arguta e molto piacevole e i personaggi e le situazioni sono tratteggiati in maniera molto convincente. Piccole beghe di paese, persone che si tagliano i panni addosso, come si trattasse di uno sport nazionale, con solo una punta di acrimonia che si stempera nella prossimità affettiva ancora prima che spaziale, sono frequenti come lo sono anche riflessioni profonde sul senso della fede, sulla vita e sul significato di appartenere ad una congregazione. L’autore, poi, gioca con maestria e leggerezza con i luoghi comuni facendoli diventare occasioni di sorriso e riflessione.
Altra protagonista del libro è la Chiesa anglicana, raccontata con bonaria indulgenza: le sue vicende storiche, il suo modo di concepire il cristianesimo i suoi riti, gli insegnamenti, sono descritti con puntualità ma senza pedanteria: ne risulta un’ottima occasione per imparare qualcosa di nuovo e allargare gli orizzonti – il che non fa male.
Il libro, ambientato negli anni ’80, racconta le vicende di Daniel Clement, canonico di una piccola cittadina di provincia che si improvvisa investigatore a seguito della morte del giovane Josh, figlio del suo nuovo collaboratore, il pastore Chris Biddle,
con cui ha un rapporto difficile, quando non apertamente conflittuale. Due sacerdoti. Due modi di vedere la vita. E la fede.
Daniel dovrà darsi da fare per trovare il colpevole, anche perché parecchi abitanti del villaggio sembrano nascondere dei segreti e le loro vicende distrarranno non poco il nostro improvvisato detective – una di queste è la morte della signora Hawkins, molto ricca e già malata da tempo, cui il nostro, oltre a dare l’ultimo conforto, dovrà diventare esecutore testamentario proteggendo i suoi beni da persone che, a vario titolo, millantano di esserne i principali eredi…
Una lettura che è un piacere ad ogni pagina, un cosy crime delizioso. Il secondo caso del reverendo Clement, che fa venire voglia, per chi non l’abbia ancora fatto, di procurarsi il primo libro della serie, “Delitto all’ora del vespro” – per ora gli unici due tradotti in italiano. Non c’è che da sperare che arrivino presto anche gli altri.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).