Cronaca da un villaggio in attesa
Bogdanski Dolina non è su nessuna cartina geografica; pare sia da qualche parte nei Carpazi, ma sicuramente non lo trovate su Google maps. È un luogo – forse un villaggio o una città – dove l’aria “vibra come una campana viscosa” per il fetore delle discariche, dove i gabbiani tacciono e le mosche sbattono contro i vetri come prigioniere. È un piccolo mondo chiuso dove si aspetta un arcivescovo che non arriverà mai. E, nell’attesa, qualcuno scompare.
Il Nobel dello scorso anno a László Krasznahorkai ha sicuramente contribuito ad accrescere l’interesse per la letteratura ungherese, un universo narrativo ricco e complesso che comprende classici amatissimi come Sándor Márai, Imre Kertész, Magda Szabó e Péter Esterházy. In Italia, in particolare, già da qualche tempo, assistiamo a un lavoro editoriale e traduttivo di qualità sugli autori magiari contemporanei: Voland ha pubblicato Krisztina Tóth (Gli occhi della scimmia, 2025) e Il Saggiatore sta proponendo l’opera di Ádám Bodor (Boscomatto, 2019 e La visita dell’Arcivescovo, 2026), entrambi autori tradotti da Mariarosaria Sciglitano.
Ádám Bodor nasce nel 1936 a Cluj, in Transilvania. Giovanissimo viene condannato a due anni di carcere per “complotto contro lo stato”, in seguito studia teologia, lavora come redattore, e solo nel 1982 si trasferisce in Ungheria, dove viene assunto da un’importante casa editrice. Oggi è uno dei maggiori autori viventi di lingua ungherese, premio Kossuth nel 2003, «Artista della nazione» nel 2019.
La visita dell’Arcivescovo (Az érsek látogatása, 1999) è uno dei vertici della sua opera, da cui è stato tratto nel 2007 il film Dolina, diretto da Zoltán Kamondi, che si è aggiudicato numerosi premi nazionali e internazionali. Il romanzo, che è del 1999, è da pochi giorni nelle nostre librerie con Il Saggiatore, nella pregevole traduzione di Sciglitano, encomiabile nel restituircene la prosa asciutta e allucinata.

A Bogdanski Dolina il tempo ristagna, sospeso nell’attesa della visita di un alto prelato, di una figura messianica non meglio identificata che dovrebbe arrivare non si sa quando e da dove. Quello che avvertiamo, fin dalle prime pagine, è la puzza delle discariche di rifiuti che circondano l’agglomerato di case ammorbando l’esistenza degli abitanti. I cumuli di immondizia sono così alti da sbarrare la strada ai venti: “intorno a mezzogiorno sopra la città l’aria si offusca, e sui tetti delle case vibra solo la campana viscosa del fetore, e vi ammutoliscono dentro anche i gabbiani più feroci. Sui muri cala un silenzio che provoca torpore, si possono sentire solo le mosche che vanno a sbattere contro le finestre”.
Tra il villaggio e la discarica c’è il filo spinato e le baracche dell’Izolda, un centro d’isolamento formalmente destinato ai tubercolotici, ma nella sostanza a tutte le persone che il potere, invisibile ma onnipresente, non vuole. È lì che vengono portati i folli, i dissidenti, gli “incurabili”, cioè tutti coloro che è meglio che l’arcivescovo non veda nella sua ipotetica visita.
In quell’occasione – quando sarà e se sarà – il villaggio dovrà essere perfetto. Mentre i “ribelli” vengono reclusi e fatti sparire, gli abitanti “liberi”, se non vogliono fare brutta fine, è meglio che si comportino da vegetali. Il potere seleziona chi è sufficientemente addomesticato e quindi presentabile, distinguendolo da chi non merita alcuna cittadinanza.
L’attesa è la vera protagonista del romanzo ed è funzionale al potere: mettendo in pausa un presente orribile, rende la quotidianità tollerabile, facendo credere agli individui che il futuro sarà meraviglioso. L’attesa quindi diventa il modo attraverso cui il regime controlla con successo «una comunità di derelitti che cerca di salvarsi la pelle», come ha scritto Massimo Congiu sul Manifesto del 6 settembre scorso.
Ádám Bodor affida la narrazione al figlio adottivo della parrucchiera, gestore di un negozio che noleggia abiti eleganti, aperto solo nel fine settimana, quando la richiesta è alta perché in città si aspetta l’arcivescovo. È un cronista che osserva gli eventi da lontano, poco coinvolto nell’evoluzione degli accadimenti come nell’eccitazione dell’attesa, ma attento nel registrare l’irrazionalità di alcuni episodi o certe crudeltà disumane.
Per entrare nel clima di terrore e di violenza, apprendiamo dalla prima pagina che il tentativo di fuga dall’Izolda, dalla «baracca delle zitelle», delle sorelle Senkowitz si è concluso con l’arresto e la lapidazione delle due donne. Al linciaggio hanno provveduto gli stessi detenuti: “Non sembravano due morte, anzi nemmeno una, solo un po’ di pappetta di carne fumante con dentro straccetti, scaglie e schegge. I gabbiani non ne avevano lasciato granché”.
Le ha catturate e riportate al guinzaglio Gabriel Ventuza, un cappellano militare venuto in paese per recuperare le spoglie del padre, famoso trafficante di clandestini ucciso in circostanze rimaste oscure. La sua presenza nel villaggio lo rende testimone della vita quotidiana sotto il regime teocratico, impegnato nei preparativi per la visita.
Il racconto non ha una narrazione lineare, ma procede per accumulazione di dettagli allegorici inquietanti: il fetore, l’incombere minaccioso del filo spinato dell’Izolda, il silenzio per strada, l’incontro con figure allarmanti. In questo modo, Bodor crea un’atmosfera da incubo tale da rendere opprimente e claustrofobica anche (forse soprattutto) quella parte di mondo “libero” che si vorrebbe mostrare perfetta.
Questa narrazione delirante ed enigmatica, in un tempo sospeso e in un luogo di frontiera esistenziale, colloca Bodor nella grande tradizione dell’assurdo mitteleuropeo. Non si può non pensare a Kafka, al protagonista de Il processo o de Il castello che urta contro apparati anonimi, norme indecifrabili e autorità invisibili. O a Hrabal e Kundera per l’ironia, il comico, il grottesco inseriti nelle tragedie della Storia. O a Buzzati de Il deserto dei Tartari per l’attesa inquietante e il realismo fiabesco dello stile.
O, infine, a un altro capolavoro dell’Europa orientale post-totalitaria: quel Cronorifugio di Georgi Gospodinov, che descrive una tendenza della società a fuggire dal presente per rifugiarsi in un passato idealizzato; laddove, all’opposto, per gli abitanti del villaggio di Bodor è la promessa di un evento futuro che non si realizza a condizionare il presente. In buona sostanza, entrambi questi grandi autori rappresentano una società in crisi: in Gospodinov l’umanità vuole tornare indietro, in Bodor non riesce ad andare avanti.
C’era una vecchia canzone di Venditti dei primi anni settanta che ripeteva ossessivamente un unico verso: “Quando verrà Natale tutto il mondo cambierà”. Bodor non ha dubbi: non cambierà un bel niente, non arriverà né l’arcivescovo, né la redenzione, né il cambiamento. Non a caso Krasznahorkai ha definito Bodor “l’autore più spietato e crudele della letteratura est-europea” e La visita dell’Arcivescovo sicuramente ce lo conferma.
P. S. Qualcuno avrà notato che, nella trasmissione radiofonica “La Pennicanza”, Fiorello propone col suo spirito consueto il personaggio del poeta dell’Est malinconico e banale, e che quel personaggio si chiami proprio Adam Bodor! Come L’insostenibile leggerezza dell’essere a metà degli anni Ottanta deve molta della sua notorietà in Italia agli sketch televisivi di D’Agostino a “Quelli della notte”, così possiamo augurarci che Bodor, grazie a Fiorello, abbia analogo successo.
Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.










