La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne ci propone l’omelette ispirata a “Il cugino Pons”, il romanzo scritto da Honoré de Balzac nel 1847. Il romanzo fa parte, assieme a “La cugina Bette”, delle “Scene di vita parigina” nella sezione “I parenti poveri” de “La Commedia Umana”. Pons è il personaggio ideale per la nostra rubrica, in quanto buongustaio che ama le cene raffinate offerte dai suoi parenti benestanti, sicuramente più ricche di quelle che gli garantisce la sua modesta padrona di casa.
*** L’OMELETTE DI HONORÉDE BALZAC ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
Honoré de Balzac, Le Cousin Pons, in Les Parents pauvres, Paris, 1847.
“La Cibot, nonostante le raccomandazioni del dottore, non ci credeva: donna del popolo, priva di esperienza e di istruzione, non dava credito a questi contrasti tra il sistema nervoso e quello umorale. Le spiegazioni del signor Poulain le sembravano semplici idee da medico. Voleva assolutamente, come tutta la gente del popolo, nutrire Pons; e, per impedirle di dargli di nascosto del prosciutto, una buona omelette o del cioccolato alla vaniglia, non ci volle meno che questa dichiarazione categorica del dottor Poulain:
— Date anche solo un boccone di qualsiasi cosa al signor Pons, e sarà come ucciderlo con un colpo di pistola.
La testardaggine delle classi popolari è così grande, in questo senso, che la riluttanza dei malati ad andare in ospedale nasce dal fatto che il popolo è convinto che lì si lasci morire la gente di fame.”
Ricette Letterarie: l’omelette di Honoré de Balzac
Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.
Omelette alle Erbe Aromatiche
Tempo di preparazione: 10 minuti
Ingredienti per 1 persona:
3 uova taglia M
un pizzico di sale
30g Parmigiano reggiano
Erbe aromatiche fresche tritate a piacere. Io ho usato: prezzemolo, erba cipollina e dragoncello.
Un cucchiaio di olio extravergine d’oliva e una noce di burro
Procedimento
Trita le erbe aromatiche finemente e grattugia il Parmigiano reggiano.
Sbatti le uova in una ciotola con una forchetta. Non esagerare per non perdere la “forza” che consente di arrotolare l’omelette senza romperla. Aggiungi il pizzico di sale (poco, per non coprire il sapore dell’uovo).
Scalda una padella antiaderente con l’olio e il burro, a fuoco medio. Poi, versa le uova sbattute e ruota la padella per distribuire il composto.
Cuoci a fuoco medio finché i bordi iniziano a staccarsi dalla padella. Usa una spatola in silicone. Ci vogliono due minuti circa.
Quando vedi che l’uovo si sta rapprendendo aggiungi le erbe e il Parmigiano e distribuiscili con delicatezza, utilizzando la spatola. Procedi con la cottura uscendo ed entrando con la padella sul fuoco, per non bruciare l’omelette.
Quando vedi che l’omelette si stacca completamente dal fondo, inizia ad arrotolarla facendola girare su se stessa, dando dei colpi al manico della padella.
Arrotola “a sigaro” e falla scivolare sul piatto di servizio.
Servila con le erbe che hai usato all’interno e una spolverata di Parmigiano.
Esco, anzi non so se ne sono uscita, da una full immersion ne “Il maestro e Margherita”. Ho provato le stesse sensazioni della lettura di Celine “Viaggio al termine della notte”, le stesse sensazioni di quando vedo un film di Tarantino o un cartone animato della nuova serie Walt Disney, inaugurata dalla famosa fiaba tratta dalle “Mille e una notte” Aladin, e i film di HarryPotter.
Diavoli e streghe, anime buone ed anime cattive, streghe che volano sulle scope lanciandosi dalle finestre, maghi orribili e dagli occhi infuocati che provano ogni tipo di sortilegio: realismo magico, funzione e simbolo di qualcosa per un riferimento al reale nella Russia confusa tra borghesia e comunismo degli anni di Stalin.
E’ una riflessione sul potere politico per dimostrare che mai nulla cambia e che si può governare in modo giusto solo conservandone una tale consapevolezza. “L’uomo nella sua tensione oscura è sempre cosciente della retta via” canteranno gli angeli quando Mefisto, nel Faust di Goethe, penserà di aver conquistato la sua anima. E’ una riflessione sull’arte e sugli artisti, sull’Arte in un regime non certo libertario ma anche sugli artisti che guardano spesso solo ai propri vantaggi economici e per i quali, spesso, l’Arte non è un fine ma un mezzo. Il tutto descritto quasi come in un cartoon: biglietti da 10 rubli che volano e che diventano carta straccia, il gatto Behemot che parla e che acquista un biglietto sul tram confondendo tutti e, così facendo, abbattendo i limiti tra razionale e irrazionale, il tutto in una Russia della rivoluzione realista e materialista.
La cosa più strana di questo libro è stata che pur avendolo avuto davanti agli occhi non pensavo che avesse come riferimento la Gretchen e il Mefisto di Goethe. Erano due figure che conoscevo e non era la Margarethe abbandonata da Faust ma una Gretchen che farà un patto col diavolo pur di riavere Faust. E’ lei che cerca di salvare l’opera del Maestro, “Ponzio Pilato”, dal critico Latunskij, una critica becera che non coglie il vero messaggio dell’opera perché si ferma alla superficie delle cose senza comprenderla nel profondo.
L’opera di Bulgakov è una polifonia a cui fa da sottofondo l’amore tra il Maestro e Margherita: “Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch’io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall’altro. E si figuri che non c’era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l’avrei mai più rivista. E s’immagini, a un tratto fu lei a parlare: – Le piacciono i miei fiori? Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e – è sciocco, lo so – parve che un’eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull’altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:- No. Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.” E’ andata proprio così, fu lei a parlare. Una storia bellissima e di un amore incondizionato che si staglia con irruenza e dolcezza nella Mosca di Stalin, nella Russia che aborre Dio e che nulla aveva capito di ciò che Jeshua predicava.
Maurizia Maiano
Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
Nel dicembre del 1975, subito dopo la pubblicazione de “La Scomparsa di Majorana”, Leonardo Sciascia, in un articolo apparso sulla Stampa, spiega le motivazioni che lo avevano portato a scrivere di quell’enigma insoluto. Lo fa attraverso le parole di Albert Camus: “Vivere contro un muro, è vita da cani. Ebbene, gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà, hanno vissuto e vivono sempre più come cani. Grazie anche alla scienza, grazie soprattutto alla scienza“. Camus dice anche: “Io ne ho abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano”. L’accusa lanciata da Camus è che un cane e un muro rappresentano la limitazione della libertà come condizione di vita; la situazione in cui si è senza quella via di uscita che delinea l’impotenza umana. A quel punto chiunque si sente direttamente coinvolto e spinto a cercare di riconoscere la via che conduce al muro, la possibilità di evitarla, e il pensiero va a coloro che si sono rifiutati di costruire quel muro.
Il testo che si prende in considerazione è pubblicato da Adelphi nella ristampa del 1997, con un saggio di Lea Ritter Santini, che in origine accompagnava la traduzione tedesca della Scomparsa di Majorana (Der Fall Majorana), poi riproposto nell’ambito dell’edizione einaudiana del testo di Sciascia. Ritter Santini cita Bertolt Brecht, Vita di Galileo: “E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale“. Segue l’affermazione di Albert Einstein al fisico Max Born, 29 aprile 1924: “L’idea che un elettrone esposto a una radiazione scelga liberamente l’attimo e la direzione in cui vuole saltare mi è insopportabile. In questo caso preferirei fare il ciabattino o addirittura il croupier in un casinò piuttosto che il fisico”.
Quando uscì, il libro fu accolto in Italia con accese polemiche. Il fisico Edoardo Amardi, nell’Espresso del 5 ottobre 1975, prese posizioni critiche nei suoi confronti, affermando che l’ipotesi di Sciascia fosse “priva di fondamento“, in quanto Majorana non avrebbe potuto presagire la forza distruttrice dell’energia atomica, in quanto, in quegli anni, la scienza non sarebbe stata in grado di concepire gli anelli della catena che ancora mancavano per arrivare all’energia nucleare. In Germania, invece, la tesi di Sciascia aveva incontrato l’attenzione dei protagonisti del dibattito che seguì la scoperta dell’elemento n. 93, Ida Noddack e Fritz Strassmann.
Sciascia aveva ottenuto notorietà già nel 1961 con l’opera “Il giorno della civetta”, con cui portava all’attenzione dell’opinione pubblica la questione della mafia, spesso trascurata o minimizzata dall’informazione e dagli organismi stessi del potere. Egli insisteva sul pericolo della potente organizzazione criminale, sull’oscura rete di collusioni che la legava al potere politico, suscitando con le sue posizioni aspre polemiche. Con “La scomparsa di Majorana”, che fa parte di una serie di brevi opere dedicate alla ricostruzione di casi di cronaca misteriosi, recenti o lontani, Sciascia si propone di seguire le tracce di un caso, di un destino umano mai chiarito, che appartiene ormai alla storia della scienza e ha suscitato sconcerto e inquietudine negli ambienti accademici e intellettuali italiani. Un mistero che, ancora oggi, la polizia non è riuscita a risolvere. Certo è che Sciascia ha sempre percorso vie scomode e anche in questo caso non si accontenta di seguire quella più lineare.
Dietro al breve romanzo, come in quasi tutte le trasposizioni letterarie dell’autore di fatti realmente accaduti, c’è il lungo e approfondito lavoro sui documenti e, ancora prima, la ricerca di fonti, tracce, ricordi, testimonianze. La ricerca inizia negli archivi della polizia fascista per visionare gli atti burocratici che collegavano la scomparsa del giovane fisico Ettore Majorana a implicazioni poco chiare di carattere politico. La ricostruzione della vicenda parte dal marzo 1938, quando lo scienziato siciliano, secondo i documenti, si sarebbe imbarcato a Palermo per raggiungere Napoli, città dove non arrivò mai. Il romanzo d’indagine inizia con una lettera che l’allora senatore Giovanni Gentile invia al senatore Arturo Bocchini, capo della polizia, con la preghiera di ricevere e ascoltare il dottor Salvatore Majorana, fratello del fisico scomparso. Una nuova traccia, infatti, suggeriva di riaprire il caso e ispezionare i conventi di Napoli e dintorni, forse di tutta l’Italia meridionale e centrale. Ma si sa, la scienza come la poesia sono a un passo dalla follia e Bocchini, che si era informato sulla vicenda, si era fatto l’idea, per esperienza e mestiere, che vi fossero in atto due follie: quella dello scomparso e quella dei familiari. Era plausibile che Majorana si fosse buttato in mare o nel Vesuvio o avesse scelto qualche altro genere di morte e la famiglia, come succede nei casi in cui non si trova il cadavere, era entrata nello stato di follia che le faceva credere che fosse ancora vivo, magari ritiratosi in convento.
Ettore Majorana era un giovane scienziato riservato e solitario ed Enrico Fermi lo definì uno di quei geni che compaiono una, massimo due volte nel corso di un secolo. Egli, nel 1933, aveva trascorso alcuni mesi in Germania, presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Lipsia, da Werner Heisenberg. Nei mesi in cui visse in Germania, Majorana aveva stretto un forte legame di amicizia con Heisenberg, uomo che viveva il problema della fisica dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo. Tra quelli che avrebbero potuto fare per Hitler l’atomica, Werner Heisenberg era senz’altro il più importante. Infatti, i fisici che lavoravano a farla in America credevano, fino all’ossessione, che la stesse realizzando. Va da sé, secondo Sciascia, che il legame professionale, oltre che umano, tra Majorana e Heisenberg fosse troppo stretto perché il primo non fosse a conoscenza, o addirittura non partecipasse, degli studi portati avanti nel centro di Lipsia dal secondo.
Chi conosce, sia pure molto sommariamente, la storia dell’atomica, sa che ci furono fisici mentalmente liberi e schiavi. I primi non si fecero problemi di ordine etico: la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e la consegnarono ai politici e ai militari; gli altri ne ebbero paura, sentirono angoscia e preoccupazione per gli esiti disastrosi che lo scoppio avrebbe causato sugli uomini. E non cambia molto che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, il dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, colui che rappresentava la democrazia americana. Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise: fare esplodere la bomba su città accuratamente e scientificamente scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico.
Tornando alle indagini della polizia, alcuni giorni dopo il colloquio tra il dottor Salvatore Majorana e il senatore Bocchini, il caso fu chiuso e archiviato. Solo negli ambienti della bassa burocrazia nacque il sospetto che ci fosse un intrigo spionistico contro gli interessi degli italiani e la difesa nazionale a capo della scomparsa del fisico, considerato l’unico che poteva proseguire gli studi di Guglielmo Marconi, per cui un oscuro complotto lo aveva levato dalla circolazione. Era, appunto, un favoleggiare e Arturo Bocchini lo sapeva bene. D’altra convinzione era Fermi che disse: “Con la sua intelligenza, una volta che avesse deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, Majorana ci sarebbe certo riuscito“.
Per Sciascia nessun investigatore sarebbe stato in grado di portare a conclusione un simile intricato caso, l’unico che considera all’altezza proviene dalla letteratura di genere: è il detective straordinario Dupin, nato dalla penna di Edgar Allan Poe, ispirato dal cavaliere Carlo Augusto Dubin, precursore dell’indagatore moderno, protagonista del racconto “La duplice tragedia nella via Morgue”.
Mussolini, che aveva ricevuto una “supplica” dalla madre di Ettore e una lettera da Fermi, chiese il fascicolo al capo della polizia. Dopo averlo letto, scrisse sulla copertina: “Voglio che si trovi”, seguito da una postilla di Bocchini: “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”. Si sospettò di tutto, anche che fosse stato rapito o fosse fuggito all’estero. È possibile che del caso si siano interessati i servizi segreti; che le ricerche siano state attente e intense, se non febbrili. Di questa attività non è rimasta traccia nell’archivio della famiglia, solo la “supplica” e la lettera di Fermi. Siamo alla fine di luglio 1938. Il 14 era stato pubblicato il Manifesto della razza. Fermi, già insicuro e in animo di emigrare, ritirò il Nobel assegnatogli stringendo la mano al re di Svezia, senza fare il saluto romano, ed emigrò negli Stati Uniti.
Sciascia non segue l’ipotesi della follia che porta al suicidio, ma quella che il silenzioso e introverso giovane professore potrebbe aver scelto il ritiro assoluto del chiostro, l’impotenza del silenzio per paura o insicurezza di fronte ai grandi interrogativi che la scienza gli imponeva. L’autore sceglie la libertà di credere a quest’ultima ipotesi, rispetto alle altre più semplici e tranquillizzanti. Si spinge a pensare che Ettore Majorana potrebbe aver riconosciuto e calcolato la potenza dell’energia atomica qualche mese prima che l’avvenuta scissione dell’atomo fosse resa nota e avrebbe provato orrore e terrore tali da fargli prendere la decisione di scomparire.
Al problema della perdita d’identità, all’alienante estraneità dell’individuo in un mondo che gli appare fittizio e minaccioso, all’inesorabile tormentoso interrogativo dei rapporti fra la propria esistenza e i riflessi che vengono percepiti dagli altri è legato, inevitabilmente, il nome di Luigi Pirandello. Siciliano come Sciascia, siciliano come Majorana. È certo, infatti, che alla base della sua visione del mondo vi sia una concezione vitalistica, che è affine a quelle di varie filosofie del ‘900 (in particolare quelle di Henri Bergson e di Georg Simmel): la realtà è tutta vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro, “flusso continuo, incandescente, indistinto“, come lo scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si disgrega, si smarrisce, si perde; i suoi confini si fanno labili e la consistenza si sfalda nel naufragio di tutte le certezze. La crisi dell’idea d’identità e di persona risente evidentemente dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea, dove si muovono forze che tendono proprio alla frantumazione e alla negazione dell’individuo. Proprio nel ‘900 si affermano quelle tendenze spersonalizzanti della società i cui echi ed estreme conseguenze arrivano fino a noi: l’instaurarsi del capitale monopolistico, che annulla l’iniziativa individuale e nega la persona in grandi apparati produttivi anonimi; l’espandersi della grande industria e dell’uso delle macchine, che meccanizzano l’esistenza dell’uomo e riducono il singolo a insignificante rotella di un gigantesco meccanismo, priva di relazioni e di coscienza; la creazione di sterminati apparati burocratici che annullano l’individuo in quanto tale e cancellano la sua interiorità, riducendolo alla sua pura funzione esteriore; il formarsi delle grandi metropoli moderne, in cui l’uomo smarrisce il legame personale con gli altri e diviene una particella isolata e alienata nella forma anonima.
Sciascia, riprendendo la poetica pirandelliana, lascia indovinare quale trappola pericolosa e micidiale può diventare la scienza, quando l’azione combinata dei dati “tempo, spazio, evento” mette in moto il suo meccanismo. E la trappola può evocare solo l’immagine dell’animale che, attirato fuori strada, crede di trovare la via giusta nell’imboccare una nuova entrata; invece, è costretto a continuare a vivere nella grande gabbia della scienza, prigioniero dei suoi costruttori. Il rifiuto di servirli anche quando, come nel caso di Majorana, si appartiene alla scienza in maniera esistenziale, rimane l’appello che l’enigma attorno al giovane fisico italiano scomparso rivolge ai lettori. Così come il fisico Mobius, nel dramma di Friederich Durrenmatt, rinnega la sua scienza, perché essa può solo nuocere alla comunità: “Siamo giunti, nella nostra scienza, ai confini dello scibile… Abbiamo raggiunto il traguardo del nostro cammino. Ma l’umanità non c’è ancora arrivata … La nostra scienza è diventata tremenda, la nostra ricerca pericolosa, la nostra conoscenza mortale. Non resta per noi fisici che la capitolazione di fronte alla realtà… Dobbiamo rinnegare la scienza, e io l’ho rinnegata. Non c’è nessuna altra soluzione, nemmeno per voi“.
Sciascia (e Pirandello) ci consegna la visione di un “io”, ora più che mai attuale, che si disgrega e smarrisce la sua identità personale. Non solo noi stessi ci fissiamo in una forma, anche gli altri con cui viviamo in società, vedendoci ciascuno secondo le sue prospettive particolari, ci danno determinate forme. Noi crediamo di essere uno per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a seconda della visione di chi ci guarda. Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una maschera che noi stessi ci imponiamo e che ci impone il contesto sociale. Sotto questa maschera non c’è un volto definito, immutabile: non c’è nessuno o, meglio, vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione, per cui un istante più tardi non siamo quello che eravamo prima.
Pirandello fu influenzato dalle teorie dello psicologo Alfred Binet sulle alterazioni della personalità, ed era convinto che nell’uomo coesistessero più persone, ignote a lui stesso, che possono emergere inaspettatamente; condusse quindi una critica serrata al concetto di identità personale, di “io”, su cui si era fondata una lunga tradizione filosofica e a cui si appellava abitualmente la coscienza comune. Questa teoria della frantumazione dell’io in una varietà di stati incoerenti, in continua trasformazione, senza un vero centro e senza un punto di riferimento fisso, è un dato storico significativo: nella società novecentesca entra in crisi sia l’idea di una realtà oggettiva, organica, definita, ordinata, univocamente interpretabile con gli schemi della ragione, sia un soggetto forte, unitario, coerente, punto di riferimento sicuro di ogni rapporto con la realtà.
Come nella migliore tradizione dei cold case, Sciascia consegna al lettore una storia ancora misteriosa, che sarebbe rimasta sconosciuta se non ce l’avesse raccontata nella sua ricostruzione ipotetica, al netto di quella che rimarrà, presumibilmente, una vicenda oscura, a meno che il futuro non ci riservi un ribaltamento e un colpo di scena che spiazzi tutti.
Sonia Di Furia
Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.
Sandro Veronesi, durante la sua intervista, ci ha raccontato che, quando diventa troppo nostalgico, c’è una parola d’ordine, una password, che usano in famiglia.
“Papà, TAZZA!” e la nostalgia sembra affogare di colpo nella ceramica immaginaria.
Il Salone Internazionale del libro 2025 si apre con questo piccolo scorcio domestico, uno stratagemma per esorcizzare le sensazioni di noi “diversamente giovani” rispetto al fatto che la vita oggi va velocissima.
“Tre minuti, cinque minuti” nel nostro mondo, che era fatto di libri e un po’ di insana televisione, erano pochissimo. Quante volte avete detto “arrivo fra cinque minuti”. La chiacchierata con Francesca Crescentini, mamma di un bebè e simpatica bookblogger, col nome di @Tegamini, ha fatto ripensare a tutti i presenti quanto, dal momento in cui sono entrati i social a far parte della nostra esistenza, quei cinque minuti siano diventati un’eternità.
Il mondo viaggia a manciate di attimi e mentre tu cerchi di tenere il tuo “pubblico” attaccato a un video di trenta secondi, ce ne sono altri che durano quindici, dieci, otto, che spingono per entrare nelle vite virtuali di tutti.
È un conto alla rovescia verso la visibilità, in cui un lavoro di scrittura viene sostituito da un altro senza un vero perché.
E allora ti ritorna la nostalgia delle pagine scritte, che al SalTo sono tantissime e per tutti i gusti e tasche, del rapporto uno a uno con le persone. Quei momenti in cui il corpo si palesa e si manifesta, mentre sei in due, sul divano, ognuno col suo libro, due chiacchiere, teino e buonanotte. Perché come dice Paolo Nori, candidato al prossimo Premio Strega con Chiudo la porta e urlo, è molto più importante il rapporto a due rispetto alla folla, alla moltitudine, dove la parola diventa un urlo e dove un libro ha poco spazio. “Nel rapporto a due hai un amico con cui condividere le tue miserie” ha aggiunto lo scrittore, con la voce un velo strozzata dal pianto, mentre ricordava un amico caro che non c’è più.
“TAZZA!”
No, non voglio tacere la bellezza che c’è nel vedere una bambina che si avvicina timida ad Altan e gli chiede “di che razza è La Pimpa?” e lui le sorride dicendo che è una specie di cocker.
O la magia dei gruppi di ragazzi e ragazze che a fine giornata si sistemano le calze arrotolate nelle scarpe, uscendo dal padiglione del Salone, con il bottino di libri acquistati, autografati, disegnati e conquistati dopo ore di fila.
Sono troppo melensa? Si, forse si.
Ma in un Paese che a causa del virtuale “non riesce più a ridere” se non per MEME, dove mentalmente si divide il mondo, quello giusto, da quello sbagliato solo per colore, razza, religione e bandiere, in un paese dove anche la cultura fa poco per combattere le guerre ingiuste, i genocidi al di là di un braccio di mare, dove le proteste contro i conflitti e il riarmo vengono accolte come un elemento di disturbo a “chi sta lavorando” e dove per diventare cittadini italiani, come ha raccontato Takoua Ben Mohamed, autrice della Graphic novel Italiana con permesso, ci si impiega anche 23 anni, ho scoperto che essere nostalgici aiuta e ad essere terribilmente melensi e atrocemente sensibili, anche nella folla, non ci si sente troppo soli, soprattutto se si ha un libro fra le mani.
“TAZZA!”
Va bene, tazza sia.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
A Macondo il tempo scorreva immobile al pari delle acque del fiume che placido si accucciava tra gli alberi appena più in là.
Il colonnello Buendia guardava il cielo dalla veranda pensando al tempo della sua rivoluzione e annusava l’aria impregnata di sapori che si spandevano tutto intorno.
I peperoncini erano talmente corrugati che se avessero disteso le infinite grinze sarebbero diventati degli enormi palloni tanto da potersene volare.
Erano di tutti i colori.
Rossi, gialli, color terra bagnata, verdi.
Spuntavano da ogni crepa, da ogni fessura della terra arsa o sanguigna a seconda che tirasse il vento furioso o scrosciasse incontenibile la pioggia. E gli mettevano allegria. Gli piaceva addentarne qualcuno ogni tanto.
Solo i vecchi come lui potevano addomesticare quei peperoncini sensuali come la vita e piccanti come la solitudine.
Quando pioveva, dio ce ne scansi, pensavano terrorizzati i pochi superstiti. Ma non lui. Con la pioggia la terra si impregnava di quei sapori tanto da sentirteli nel naso, nella gola e persino negli occhi che lacrimavano per tutti gli amori perduti e le rivoluzioni non fatte . Quella terra era intrisa di sensualità come nessun’altra. Ci facevi l’amore stando fermo sotto la veranda e se ti veniva l’idea di andare in giro a sguazzare nel fango ed a rischiare di essere travolto dalle acque furenti del grande fiume, non ti salvavi più. Morivi di beatitudine, come tra le braccia di una donna maestosa attesa tutta la vita.
Il colonnello Buendia lo sapeva bene.
E aspettava che il cielo diventasse nero, i tuoni ed i lampi spaventassero case, gente ed animali, la pioggia scrosciante trasformasse allegramente le strade in un pantano e ingoiasse felicemente la terra con tutti i fottuti soldati che la occupavano. Lui se ne sarebbe andato a zonzo a sfidare l’universo come aveva fatto con quel dannato esercito che lo aveva portato davanti al plotone di esecuzione infinite volte, uscendone sempre indenne però perché egli conosceva il segreto della vita.
Anzi solo allora con la furia scatenata degli elementi si sentiva vivo e poteva respirare la sua solitudine e farla durare cent’anni a beneficio di figli e nipoti. Solo allora gli si parava davanti, momento dopo momento, tutta intera la sua vita e lui la contemplava incurante delle urla di quanti lo invocavano…
“Colonnello Buendia mettiti al riparo… un giorno o l’altro il fiume ti porterà via sino all’Oceano e nessuno ti ritroverà più”.
Gli urlavano per pietà e compassione ma sapevano che quelle urla se le portava via il vento e la pioggia e ammesso che una lontana eco forse arrivava alle sue orecchie, lui se ne sarebbe altamente fregato. Perché ritrovare il tempo della sua solitudine tra le acque gonfie del fiume e nell’Oceano turbolento ingoiando i sapori ed i profumi della terra che gli penetravano in corpo tanto da farlo diventare lui stesso terra e fango, acqua e cielo come quei peperoncini che correvano sulle onde limacciose, era proprio quello che voleva. Quello che cercava. Perché lì erano concentrati i cent’anni della sua solitudine piena di vita. Ed i successivi e tutti gli altri a venire.
Era convinto che il mondo a volersi salvare non aveva altra scelta. Doveva tuffarsi nella natura, amarla e farsene travolgere se necessario. Tutte le rivoluzioni a cui aveva partecipato tendevano a questo. Ripristinare il flusso primordiale tra gli uomini e l’anima dell’Universo. Le violenze, le dittature, le sopraffazioni erano scaturite di là, dal potere e dalla smania di ricchezza che generavano violenza. Ma appena tu fossi stato in grado di assecondare la natura ti accorgevi che tutto tornava a posto. Non solo.
Comunque essa si sarebbe incaricata di rimettere a posto le cose.
Dove non fosse riuscita la cocciutaggine di Buendia o di Mujica, le loro infinite, reiterate rivoluzioni, vi avrebbe pensato l’Universo a rimettere le cose a posto. Come il vento furioso che alla fine avrebbe sradicato tutto intero Macondo sollevandolo in volo fino a farlo scomparire in cielo.
Ecco era questo il destino del mondo, pensava Pepe Mujica, mentre nella sua fattoria coltivava quanto gli serviva non per sopravvivere ma per vivere. Egli non cercava la povertà ma il benessere prodromo della felicità…
Aveva fatto il guerrigliero, era stato il terribile tupamaro da tutti i nemici temuto e cercato. Amato solo dai Campesinos.
Era finito in prigione, torturato per lunghi anni, ma la sua coerenza non era mai venuta meno. Proprio come il colonnello Buendia e lui aspettava, perché lo sapeva, che un giorno o l’altro il vento terribile, come un giudice impietoso, se li sarebbe portati via tutti quei soldati e i dittatori che li comandavano.
E arrivò quel giorno.
E Pepe fu liberato… lo vollero Presidente quanti avevano atteso con lui il ritorno della libertà fresca e grondante come una pioggia purificatrice…
E salì le scale del Palazzo di Montevideo. Ma poi se ne tornò nella sua masseria dove serviva poco per vivere, e dove c’era tutto per essere felici.
Esattamente come succedeva ai campesinos.
E l’Uruguay tornò a respirare.
E Pepe se ne tornò a vivere senza rabbia e rancore ma solo con la coerenza che lo aveva abitato da sempre come un grande fiume, il fiume della vita.
Solo dalla fine del mondo, dai luoghi del colonnello Buendia e del comandante Mujica, campesino, guerrigliero, Presidente, poteva arrivare quell’insegnamento.
Vivere in armonia con la natura e in simbiosi con la comunità che ti ha generato cercando la libertà come l’aria da respirare e la compassione come la via della salvezza.
E allora ti rendi conto che non serve accumulare ricchezza sino ad impoverire i tuoi simili e distruggere il pianeta.
Non si tratta di essere “pauperisti” diceva Pepe, ma di avere il senso della misura e del limite, nella vita, nei rapporti con gli altri, nella produzione e nei consumi.
Allorché i nuovi potenti avranno raccattato tutto l’oro del mondo, cosa se ne faranno se non ci sarà più nessuno intorno a loro?
Come Creso arriveranno alla disperazione e moriranno di fame o se ne partiranno per Marte. Ma quella partenza sarà la loro più grande sconfitta ed allora un vento furioso si solleverà come a Macondo. Ma sarà un vento senza poesia e senza compassione … e non sarà la terra a volarsene sino a sparire ma l’umanità intera, distrutta dall’ingordigia di pochi.
C’è un fantasma che si aggira tra gli uomini contemporanei, ne era convinto Pepe come ne era convinto Buendia… é la violenza figlia dell’ingordigia e schiava del potere che tutto può distruggere.
E contrapposto ad esso, come un potente antidoto l’insegnamento della coerenza di Pepe e della determinazione di Buendia.
La coerenza non solo davanti alla prigione ed alle torture ma anche davanti alla vittoria ed al potere, e la determinazione anche davanti alle sconfitte.
Non si tratta di sposare le teorie pauperiste. Non si tratta di rifiutare la modernità.
Non si tratta di spingere verso una inutile palingenesi fuori dal tempo.
Si tratta di ripristinare il senso del limite e della misura nelle azioni degli uomini, delle nazioni e di orientare la produzione della ricchezza in un orizzonte che comprenda l’Umanità perché l’Umanità intera possa beneficiarne.
É una lezione impossibile da mandare a memoria?
É una lezione necessaria, piuttosto.
L’alternativa sarà un vento di tempesta saturo di polveri irrespirabili se non di scorie nucleari e di particelle radioattive che seccherà la terra e che spazzerà via la comunità umana proprio come Macondo. Ma senza poesia questa volta, e senza compassione.
Antonio Corvino
Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori.
Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.
In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma nord-atlantico su di essa, dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più compromesso.
Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi di cui “Cammini a Sud” è il primo ad essere stato pubblicato.
Nel 2024 a dicembre esce il suo secondo romanzo di viaggio questa volta dedicato a Partenope. “L’altra faccia di Partenope” edito da Rubbettino racconta il viaggio pieno di peregrinazioni reali e immaginifiche dell’autore-narratore tra i misteri ed i miracoli che avvolgono i luoghi e la dimensione della napoletanità che, dal canto suo, riflette la nostalgia e rivela il bisogno del ritorno ai valori primordiali dell’esistenza.
Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.
Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.
Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.
Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali. Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo.
Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni.