Intervista a Grazia Procino, di Lavinia Capogna

Grazia Procino, poetessa, la limpida voce della Magna Grecia

Grazia Procino è una delle più brave poetesse del nostro tempo. La sua limpida voce ci giunge da quelle terre dove il mare è intensamente blu, il sole accecante, le vallate hanno ulivi centenari e le notti sono dolci: il nostro sud che tanto ha affascinato nel tempo Goethe, il poeta Von Platen e altri viaggiatori, antropologi alla ricerca di antiche e misteriose magie, come Ernesto De Martino, e dove anche Ulisse si era smarrito essendogli ostile il dio Poseidone. I Greci la chiamarono “Magna Grecia” (Grande Grecia) e il legame con quel mondo arcaico, la Grecia, non si è mai spezzato nei cuori più sensibili. Grazia Procino, pugliese, di Gioia del Colle, docente di Lettere al Liceo Classico, autrice di ben sei raccolte poetiche, di cui l’ultima “Esercizi quotidiani di compassione” è stata pubblicata a fine giugno di quest’anno da Puntoacapo Editrice, pluripremiata, a cui hanno dedicato articoli anche quotidiani nazionali (che generalmente parlano assai poco di poesia), è una voce prestigiosa della poesia contemporanea che riprende sovente nella sua poetica quell’eco millenario ma non solo. 

I suoi componimenti poetici hanno uno squisito equilibrio tra forma e significato, non sono mai artefatti o banali, ma sono di una raffinata schiettezza, segno di una ricerca costante.

Grazia, puoi raccontarci come e quando è nata in te l’ispirazione alla poesia?

Non c’è stato un momento preciso e definito; ho sempre amato leggere anche la poesia, avevo scritto qualche poesiola alle scuole medie ma non avevo più proseguito. Dopo anni di letture appassionate e continue ho avvertito il bisogno di esprimermi attraverso la scrittura, componendo haiku, racconti e poesie. Questa esigenza è coincisa con una particolare fase della mia vita professionale: ero molto delusa e ho trovato nello scrivere un’energia che non avrei mai immaginato. Da allora, da circa dieci anni, non ho più smesso di scrivere poesia, senza un’imposizione precisa ma quando l’estro me lo detta. Non ho regole, non m’impongo orari; ci sono mesi in cui non scrivo neppure un verso, altri in cui sgorga un mare un parole.

Quali temi del mondo classico ti affascinano e quali dei suoi valori resistono in una società dominata dalle tecnologie e con guerre feroci in corso? La poesia può essere un conforto nel terzo millennio? 

La mia devozione per l’umanità ha trovato nel mondo classico le sue radici, il senso profondo del mio stare al mondo. La persistenza dell’antico nell’attualità si concretizza in ciò che avviene, la guerra e l’impegno per la pace, la ricerca del bello in ogni sua forma e manifestazione, la tensione al bene comune; in tutte queste dimensioni vi è l’antico, ma anche nella pretesa superiorità della civiltà greca rispetto ai popoli non parlanti il greco, i barbari. È bene ravvisare nell’antica Grecia anche dei disvalori, per individuare anche gli aspetti negativi di una civiltà che ha fondato la visione occidentale. La società contemporanea, così permeata dal narcisismo e dalla disumanizzazione, manca del caposaldo della cultura greca: la misura, il mètron. Gli antichi Greci erano convinti che l’armonia derivi dalla moderazione, né troppo, né troppo poco; la potenza smisurata è nociva, come evidenziano i miti in cui il superamento dei confini della natura umana si converte nella tracotanza, la yubris, e la conseguente punizione divina. La loro saggezza ci insegna ancora che porsi e vivere entro certi limiti consente all’uomo di godere con intelligenza dei beni offerti dalla natura. Il valore della misura è da porsi come criterio per tutte le cose, anche nel rapporto con la tecnologia e l’intelligenza artificiale, da cui, per esempio, è possibile farsi aiutare per rendere meno pesante e fastidiosa la vita quotidiana.

La poesia oggi più che mai è preziosa perché ci offre prospettive inusuali e particolari che ci consentono visioni plurime, in grado di approfondire problematiche della realtà anche interiore. La poesia non consola o salva tutti, non è il rimedio dei malesseri ineriori, ma cambia coloro che si predispongono alla metabolè, al mutamento. Come sostiene il poeta Giancarlo Pontiggia, la poesia salva chi vuole essere salvato, chi avverte dentro sé la volontà del cambiamento. E questo è già tanto, in un mondo inaridito e incattivito.

Tu hai composto anche numerosi Haiku, cosa ti conquista di questa forma poetica di origine giapponese ? 

Scoprii gli haiku e i tanka grazie al mio professore di greco al liceo. Devo a lui alcune illuminazioni che sono rimaste nel tempo: l’amore per la letteratura greca, in special modo per la lirica e il teatro. Sono stata conquistata dagli haiku tanto da voler approfondire questa espressione così tipica del mondo giapponese, in cui l’amore per la natura, la ciclicità delle stagioni aprono mondi straordinari di visioni poetiche. Ammiro, inoltre, in queste forme la sintesi e il fren dell’arte, come Dante definì, il significante.

Quale spazio occupa l’amore nella tua poetica? 

Enorme. Non solo e tanto l’amore sentimentale quanto l’amore per l’individuo, per la mia terra, per la vita, per me stessa. L’amore è il motore che mette in circolo le energie vitali e propositive, la creatività. 

Quali sono i poeti che rileggi più volentieri? 

Sicuramente, i lirici greci, i poeti greci più recenti come Kavafis, Ritsos, Seféris, i poeti italiani Leopardi, Montale, Ungaretti, Penna, Rosselli, Anedda per citare i più frequentati.

Lavinia Capogna*

Due poesie di Grazia Procino:

Minimo dettaglio

Ti tengo stretto

nel luogo protetto

della mia anima.

Lì nessuno incede;

l’abisso avanza

lascia bave di buio.

Lì mi siedo 

come lumaca schiumo.

Mi faccio piacere

questo mondo scandito

da giorni slanciati

verso utopie incantate.

Eppure io so che

tutto è provvisorio

tutto si rompe

all’incrinarsi del vetro.

Quello che resta

Mi chiedete, quello che resta.

Davvero, non lo so.

Forse la tana dei vermi 

nel terreno grasso e umido.

Le vite dei santi e le stanze dei detenuti.

I giorni mai uguali l’uno all’altro

i minuti di sofferenza sempre uguali.

Le contusioni violacee, e il tempo

dopo le bufere. Tu che mi chiami

e mi dici:

<<Come stai?>>

Le voci querule di chi simula

stati di malessere. Il dolore

di ognuno infisso nelle pupille.

Tu che ammetti di stare sbagliando

a indovinare la vita

Grazia Procino, nata a Gioia del Colle, laureata in Lettere Classiche con 110 e lode e una tesi in Letteratura latina con il professor Paolo Fedeli; è docente presso il Liceo Classico di Gioia del Colle. Scrive per il settimanale “La voce del paese” e ha collaborato con il blog letterario collettivo “Diario di pensieri persi”. Dal 2017 ad oggi ha pubblicato haiku, cinque sillogi poetiche che hanno riportato diversi premi e una raccolta di racconti.

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Claudio Magris: “Tempo curvo a Krems” (Garzanti), di Maurizia Maiano

Claudio Magris, germanista e scrittore nato a Trieste nel 1939, non ha certo bisogno di presentazioni. È stato definito il “cantore” della finis Austriae e della cultura mitteleuropea: basti pensare a opere come Lontano da dove o Danubio. Ha dedicato attenzione anche ad autori italiani di confine, come Biagio Marin e Italo Svevo, e più in generale alla crisi della letteratura contemporanea. Accanto ai saggi, è autore di narrativa: tra le opere più significative vi è Tempo curvo a Krems, che dà il titolo ad uno dei cinque racconti della raccolta pubblicata da Garzanti nel 2019.

In questi testi i protagonisti fanno i conti con un tempo che sembra fermarsi, ma che continua a scorrere inesorabile verso la foce del Danubio. Non il Mar Nero, come si direbbe seguendo la geografia, ma Krems: la cittadina della Wachau che, nel racconto, diventa simbolicamente l’Oceano, un cerchio che abbraccia il mondo. Le sue acque scorrono e, nello stesso istante, ritornano; le rive si specchiano l’una nell’altra. È l’immagine di un tempo che smette di espandersi in linea retta e si curva, trovando una suggestiva raffigurazione anche nella copertina del libro.

Che cos’è un’immagine, se non l’intrinsecamente  statico in contrasto con lo scorrere eracliteo? I cerchi concentrici creati da un sasso gettato nell’acqua: un punto in cui passato e futuro si incontrano nell’eterno presente. E’ qui che letteratura e scienza si sfiorano. Può la letteratura illuminare concetti della fisica quantistica e, viceversa, la fisica aiutare la comprensione della letteratura? In queste pagine le immagini scientifiche si adagiano morbidamente sul racconto, trasfigurando la realtà in simbolo.

Il “cono di luce” di Penrose, per esempio, mostra che nulla può viaggiare più veloce della luce: alla base sta il passato, al vertice il futuro, all’interno un agitarsi di punti, di monadi che, incontrandosi, generano infinite possibilità. Stati finzionali (si chiamano così in fisica quantistica gli stati potenziali, tutto ciò che potrebbe essere) che, in letteratura e in filosofia, diventano lo spazio dell’anima: ciò che tutto contiene. L’indeterminismo quantistico, con le sue possibilità multiple, trova un’eco nell’invenzione letteraria, che crea universi possibili e li rende esperienza umana.

Il tema centrale del libro resta però la vecchiaia: un avanzare per indietreggiare, come scrive Magris:  ci si inoltrava in un territorio sconosciuto per sottrarsi alla realtà che premeva da tutte le parti spigolosa ed invadente. Il mondo continuava ad affluire generoso verso di lui ma a poco a poco aveva sentito  la necessità di arginarlo, di deviare se possibile quel fiume e di erigere qualche barricata contro la vita che avanzava. È il tempo in cui si erigono argini e si cercano ripari contro l’invadenza del mondo, mentre tutto continua a fluire intorno. 

Tempo curvo a Krems è il racconto più complesso della raccolta: qui il tempo fisico si piega e diventa quasi metafisico, toccando le corde dell’interiorità.

Lo spunto narrativo nasce da un episodio casuale: durante una conferenza a Krems, una signora triestina ricorda al protagonista la compagna di liceo Nori, di cui egli era innamorato a diciassette anni. Quel nome riaccende memorie sopite, che sembrano tornare a vivere come presenti. Il fatto che Nori le avesse parlato di lui lo stupì alquanto, ma si lasciò viziare da quella fantasia come da una musica. Era una dilazionata rivincita. Qualche tempo dopo, un amico a Roma gli dice di aver incontrato Nori e di aver parlato con lei di lui. Incuriosito, l’uomo la chiama: ma mentre tenta di presentarsi, dall’altro capo del telefono riceve un saluto festoso, come se fossero amici di lunga data. Un evento banale diventa allora un cortocircuito spazio-temporale, in cui effetto e causa si confondono, e il presente sembra modificare retroattivamente il passato.

Magris gioca qui con le teorie della fisica e le trasforma in metafora esistenziale: può un passato che non è mai stato realmente vissuto essere creato da un evento successivo? Può il presente riscrivere ciò che è stato? Così, la legge newtoniana dell’azione e reazione e la relatività di Einstein diventano immagini narrative della memoria, del desiderio di eternità, della tensione tra apparire ed essere. Quella  familiarità  al telefono era dunque l’effetto di una conoscenza reciproca che per forza doveva esserci stata nel passato e quindi  modificava quest’ultimo, risaliva nel tempo a creare, decenni addietro, qualcosa che allora non c’era stato.  Può un passato che non è mai esistito  essere modificato dalla casualità di un evento presente?

Potremmo continuare con l’esperimento  di John Archibald Wheeler della doppia fenditura ed eseguito in laboratorio. L’ossservazione può influenzare retroattivamente il passato di un evento quantistico. La realtà non è fissata finché non viene misurata e l’osservatore gioca un ruolo attivo nella creazione della realtà.  Da qui la sua famosa sintesi: “Nessun fenomeno è un fenomeno fino a quando non è un fenomeno osservato.” 

In un esperimento classico decidiamo l’assetto prima che il fotone parta. Nel delayed choice (scelta ritardata), invece, il fisico decide dopo il passaggio del fotone durante il percorso.

Incredibilmente, l’esito sembra “adattarsi” alla scelta finale, come se la decisione presente influisse retroattivamente sul comportamento passato. Possiamo usare quanto affermato da Wheeler per lasciare una conclusione aperta al racconto di Magris?

La riflessione si allarga alla nostra epoca, segnata dal culto della giovinezza nella convinzione di poter sfuggire alla fugacità e transitorietà dell’esistenza. Magris, al contrario, offre una visione in cui il passato si allinea al presente, e la morte stessa diventa forma di eternità: Muori e divienicosì veramente sei,  riecheggia la massima goethiana. Eterno  dileguare, eterno  essere,  il  fiore  muore nel  frutto,  dunque  è  il  frutto. Non solo gli esseri viventi, ma anche gli oggetti, gli elementi del paesaggio  subiscono mutamenti  temporali dilatandosi in un tempo infinito.  Ma se non c’è più quel tempo, se non esiste, si può dire cos’era, com’era? Il non-essere non è. La Storia non si fa con i se e con i ma. Un semplice detto popolare che si applica alla Grande Storia e alla Storia personale di ogni uomo.  

Tempo curvo a Krems rimane di raffinata filosofia per l’anima,  ci invita a riflettere sul valore del passato, della memoria che diventano eterno presente: la leggera brezza estiva che entrava dalla finestra, vicina al telefono, era un vento degli spazi infiniti, in cui tutto è presente e simultaneo, il roteare di un pianeta e la luce di una stella che giunge da tanto lontano. Forse il Danubio nei pressi di Krems era l’Oceano. Per noi Krems diventa la metafora che abbraccia i passaggi della vita e medita sul crepuscolo dell’esistenza. E cos’è la vita eterna se non la limpida luce che splende negli occhi immortali di Nori, che non invecchia. Paradosso temporale poiché la trasformazione sul cono di luce all’infinito è possibile solo per corpi fisici senza massa. La familiarità tra i personaggi è descritta come un effetto della relatività ristretta di Einstein secondo cui  si tratta di fenomeni che  avvengono in assenza di gravità dove due eventi non possono essere ordinati nello spazio-tempo in modo assoluto, mentre il tempo curvo fa parte della relatività generale dove la gravità causata da massa e energia determina la curvatura dello spazio e quindi il tempo scorre in modo diverso a seconda  della sua posizione gravitazionale. Allora l’amore, l’amore tra i personaggi è oggetto di un maleficio o di un paradosso temporale?

Un P.S. al commento

Quanti libri ci consentono un viaggio nel tempo, in quanti libri ritroviamo luoghi in cui abbiamo vissuto, esperienze simili del nostro vissuto, ricordi che si affacciano e che attraverso le pagine riviviamo. Nel regno dei libri, tra le sue pagine, tutto acquista un’aureola di strana bellezza, il segno diventa simbolo, ciò che non avremmo mai potuto vedere. È come sentirsi parte di un mondo di eletti in piena consapevolezza.

Ho comprato il libro perché il titolo Tempo curvo a Krems mi ha fulminato, cosa racconterà Magris, anche Magris conosce Krems? Un luogo in cui avevo vissuto da ragazza.  Krems, cittadina della Wachau, valle in cui scorre il Danubio l’Oceano che stringe in cerchio il mondo, acque che scorrono e nello stesso istante ritornano, rive che  si rispecchiano  sempre  nelle  sue  onde e sulle cui rive si stagliano silenziosi, severi e colmi di Storia conventi che accoglievano le scuole per i cadetti della nobiltà ed alta borghesia austro-ungarica come Stift Goettweig, che vedevo dalla finestra della mia stanza ed ancora Stein, Klosterneuburg, Stift Melk und Weisskirchen. Tutto mi riporta indietro nel tempo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Intervista a Michele Ruol per “Inventario di quel che resta dopo che la finestra brucia” (Terrarossa, 2024) – Capitolo Zero: Ep.3 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.3 Michele Ruol, autore di “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” (Terrarossa, 2024).

Ci si può davvero anestetizzare a vita dopo un grande dolore? È possibile raggiungere un distacco tale da osservare la sofferenza senza esserne travolti? Questi interrogativi esistenziali risuonano come un’eco persistente nella narrazione di “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia”, il caso editoriale che ha saputo conquistare critica e lettori.

L’opera di Michele Ruol, un oggetto letterario sperimentale e sfuggente, sfida le convenzioni del romanzo tradizionale. Qui non troverete la canonica struttura del “viaggio dell’eroe”, né dialoghi espliciti o l’applicazione pedissequa del “show, don’t tell”. Ruol ci guida in un’esplorazione che nega il lieto fine, pur lasciando uno spiraglio di speranza, immergendoci in un’atmosfera di profonda riflessione sulla natura della perdita.

Il libro è un lento stillicidio di sofferenza, veicolata non attraverso l’azione, ma tramite gli oggetti, i relitti di una normalità perduta.

La storia di una famiglia borghese, con le sue ordinarie frizioni coniugali e le banali ribellioni adolescenziali, viene improvvisamente oscurata da un evento traumatico. Un’ombra cala su tutto, annientando ogni apparenza di serenità e lasciando dietro di sé solo frammenti, che il tempo, pur lenendo le ferite, non può che trasformare in una cicatrice indelebile.
È proprio attraverso questi resti che l’autore intesse il suo inventario della memoria, dimostrando che la normalità è, in fondo, un’illusione precaria.

Nella nostra recente intervista per Capitolo Zero, Ruol, un professionista diviso tra la medicina, la scrittura teatrale e la narrativa, offre uno sguardo intimo sul suo processo creativo.

Egli ci svela come le sue esperienze professionali e artistiche si siano contaminate per dare vita a questo libro, celebrato dalla critica e onorato dal Premio Strega, con l’ingresso in cinquina.

Un delicato passaparola ha investito questo esordio letterario, portando alla luce un libro in cui la lungimirante casa editrice, Terra Rossa Edizioni, ha fortemente creduto.

Durante la nostra chiacchierata, l’autore riflette sul suo stupore e la sua gratitudine per il successo inatteso, accennando anche alla “magia” del centesimo capitolo, un elemento che ha coinvolto molti lettori in una partecipazione attiva.

L’intervista lascia in sospeso una domanda cruciale: dove si trovano la foresta e le fiamme menzionate nel titolo? Questo mistero, che noi Randagi vi sfidiamo a svelare come un viaggio di scoperta tra le pagine del libro, promette non solo un piccolo giallo, ma un’opportunità per scrivere il proprio finale.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Agustina Bazterrica: “Cadavere squisito” (Eris, 2024, trad. Francesca Signorello), di Silvia Lanzi

Marcos lavora nel mercato della carne da sempre, è un’attività di famiglia. Ma ora le cose sono cambiate, in modo radicale e irreversibile. Un virus ha attaccato gli animali, sia domestici che selvatici, per cui sono stati tutti sistematicamente abbattuti e la loro carne non può assolutamente essere consumata. Ora la carne che tratta è diversa, speciale, perché i governi di tutto il mondo hanno dovuto affrontare la situazione e hanno deciso di rendere legale l’allevamento, la produzione, la macellazione e la lavorazione della carne umana.

Marcos si è dovuto adattare, cerca di non pensare a cosa fa per vivere, e fa del suo meglio per stare dietro a fornitori, clienti, ordini e consegne, perché deve pagare la casa di riposo in cui vive suo padre. E ora che sua moglie lo ha lasciato deve pensare a tutto da solo.

Dalla sinossi del libro

Crudo, è proprio il caso di dirlo. 
Una narrazione molto intensa.
Una storia incredibile sulla crudeltà umana.
Un finale ineccepibile.
Tutto questo è “Cadavere squisito” di Agustina Bazterrica, un libro che si legge in fretta ma che lascia tracce indelebili. E non credo sia successo solo a me.
Di solito diffido dei “casi editoriali” e non mi sento particolarmente attratta dalla letteratura sudamericana (complice un incontro non troppo felice con “Cent’anni di solitudine”).
Questa volta ho fatto un’eccezione. E il risultato è stato al di là di ogni aspettativa.
La storia, raccontata con maestria e senza sbavature, è costellata di dilemmi etico-morali che si risolvono nella domanda: “Cos’è un essere umano?”.
Secondo Kant ciò che ci distingue dalle altre forme di vita è la capacità di pensiero astratto.
Le bestie del libro, che altro non sono che uomini privi di questa capacità – non ci è dato sapere il perché e questa non-conoscenza rende ancora più terrificante il racconto ponendo domande di senso cui non si può trovare risposta – sono “semplicemente” carne da macello – letteralmente.
Chi decide? Con quale criterio?
Chi si arroga il diritto di scegliere che un essere umano nasca per essere mangiato? 
Che differenza c’è tra i due se entrambi appartengono alla specie homo sapiens?
È più bestia la “bestia” o l’essere umano? A tal proposito mi viene in mente il celeberrimo discorso di Shylock nel “Mercante di Venezia”.


Il nuovo tipo di società adombrata dal romanzo, sembra portare all’estremo quello che nel 2002 Patricia Piccinini aveva già intuito con il gruppo scultoreo “The young family”.
Per marcare la differenza tra gli esseri umani e il loro cibo – la consapevolezza che ciò che hanno nel piatto è in tutto e per tutto come loro – i personaggi del libro utilizzano un linguaggio volutamente tecnico, disumanizzato.
E chi non si adegua al nuovo andamento viene considerato pazzo e rinchiuso.
E se il protagonista venisse in possesso di un capo di bestiame femmina, cosa potrebbe succedergli?
Lui che, in lutto per la morte di un figlio in fasce è abbandonato dalla moglie, troppo annichilita dal dolore per stargli accanto?
Tutto questo, e molto di più, è “Cadavere squisito”.
Si dice che sia una sorta di critica al capitalismo e alla società attuale: tutto vero. Ma credo che ci sia anche qualcosa di più profondo ed ineffabile: una riflessione, non più procrastinabile,  sull’essenza umana.
Un libro unico, intenso. Una lettura per stomaci forti che a tratti ricorda Margaret Atwood, Joyce Oates e George Orwell.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Lutz Seiler: “Stella 111” (Utopia Editore, trad. Paola Slaviero), di Claudio Musso

In queste pagine Lutz Seiler racconta i mesi immediatamente successivi al crollo del Muro di Berlino, ma non ne fa un romanzo storico né una cronaca politica. La DDR non viene mai nominata, la riunificazione resta sullo sfondo come un’eco lontana: al centro c’è un tempo sospeso in cui le certezze si sono dissolte e il presente diventa l’unico terreno da abitare. Tutto sembra avvenire fuori dal quotidiano in una dimensione che sfugge alla linearità della storia e che restituisce con forza l’esperienza di chi, in quel 1989, ha vissuto più il vuoto lasciato da ciò che era crollato che la promessa di ciò che sarebbe venuto.

Il titolo rimanda a una radio legata all’infanzia di Karl, il protagonista di questo romanzo: un oggetto che evoca un passato sereno, fatto di armonie familiari e scoperte, che non ha altro ruolo se non quello di segnale affettivo e memoria di un tempo perduto. Quel ricordo contrasta con l’animo inquieto del giovane, nutrito da una parte torbida e irrisolta. Karl porta con sé un passato disadorno e un rapporto disturbante con i genitori: li abbandona nella Turingia Orientale e li ritroverà anni dopo. La radio rappresenta allora un frammento di infanzia felice ma anche il limite oltre il quale quella felicità non si è più ripetuta.

L’incipit sorprende: non è il figlio, come molti suoi coetanei, a fuggire verso l’Ovest, ma i genitori, «interpreti principali della consuetudine», con una fuga studiata da tempo, a partire, lasciandogli la casa in una sorta di passaggio di consegne. Karl non cerca stabilità, non rincorre il benessere, ma si dirige, a bordo della sua eccentrica Zighuli, verso Berlino Est, verso la soglia dove si incontra la Storia. Qui si rifugia in una delle tante società a nicchia popolata da artisti, poeti, squatter, visionari e persone che si rifanno la carta di identità. Un luogo che si colloca ai margini sia fisicamente, nelle zone degradate della città, sia ideologicamente, fuori dalla propaganda ufficiale. E trova randagi come lui, senza più collari imposti, che cercano di fare branco e che popolano una sorta di libero ‘parco giochi’ di utopie. Al contempo si immerge in un tempo provvisorio, affidandosi alla precarietà e al qui e ora come forma di vita possibile, preferendo il margine alla sicurezza e la comunità improvvisata ma affiatata al modello dominante. Perché c’è un istante nella storia in cui tutto sembra possibile e nulla è ancora deciso. È quello tra un non più e un non ancora in cui le regole si allentano, i sogni si affacciano senza filtri e la mente elabora.

È qui che la dimensione psicologica si intensifica: nei volti dei personaggi che incontra, figure eccentriche, radicali, spesso borderline, Karl sembra ritrovare non solo nuovi compagni di strada, ma anche riflessi di sé, specchi deformanti che gli rimandano frammenti del proprio passato e di quello che non ha avuto modo di essere. Alcuni incontri hanno la concretezza ruvida del reale quotidiano, altri assumono quasi la consistenza del fantasma. Quelle cantine lasciate al logorio del tempo, quegli appartamenti abbandonati diventano così anche un nuovo spazio interiore in cui Karl, lasciandosi alle spalle «l’intero squallore della sua insufficienza» affronta i propri irrisolti e misura la propria capacità di trasformarli in possibilità di vita e, al contempo, di farne, senza sconti, la tara.

In quella che poi diventerà la celebre Prenzlauer Berg egli lavora come muratore e cameriere nel bar sotterraneo Assel, stringe legami con chi, come lui, sperimenta un’esistenza fuori dalle regole. Questa vita collettiva è instabile ma intensamente vitale: l’esperienza del presente prende il posto del futuro che non si conosce e del passato che non offre più appigli. Anche i genitori, dall’altra parte della cortina, scoprono che l’Ovest non è un approdo sereno ma un nuovo inizio fatto di difficoltà e adattamenti. Seiler mostra così che nessuno, in quel passaggio epocale, trova garanzie immediate: l’unico modo di esistere è muoversi nell’incertezza, trasformando la fragilità di passi incerti in possibilità.

La peculiarità del libro risiede soprattutto nella scrittura. Seiler proviene dalla poesia e si avverte: la sua prosa è densa, sensoriale, capace di trasformare gli oggetti quotidiani – una stufa, un mattone, un asello, una radio – in simboli vivi, dotati di una risonanza che travalica la materia. Ogni dettaglio diventa concreto e insieme poetico, restituendo non solo l’atmosfera di un’epoca ma la sua vibrazione più intima. Non è una lettura immediata: il testo è complesso, stratificato, ma proprio per questo riesce ad appagare il lettore con la ricchezza di immagini, la profondità dei personaggi e la densità di significati che emergono pagina dopo pagina, grazie anche all’attenta e vibratile traduzione di Paola Slaviero.

Da questa esperienza, controcorrente e, al tempo stesso, nella corrente, per Karl nasce l’approdo alla scrittura: non un gesto estetico ma la necessità di dare voce a un presente che altrimenti resterebbe muto. La poesia diventa l’unico modo per orientarsi in un mondo in trasformazione, per dare forma a ciò che è fragile, instabile, ma intensamente vissuto. Nello scrivere poesie egli attua una ricerca di identità in un mondo che gli sfugge, un gesto di resistenza contro la dispersione e la disgregazione che vede intorno a sé, un vissuto da elaborare per trasformare la propria esistenza in un linguaggio durevole, l’appartenenza ad una tradizione inserendosi, sopravvivendo, ad una comunità invisibile di voci.

“Stella 111” è dunque il romanzo di un passaggio: non documenta la storia, ma la trasfigura in esperienza universale. Racconta come, nel momento in cui le strutture di riferimento crollano, diventa possibile reinventarsi e cercare nuove forme di libertà e di definizione. Il gesto di Karl – lasciare la città per rifugiarsi nelle sue nicchie – non è soltanto un atto di ribellione, ma il tentativo di plasmare da sé la vita: perdersi pienamente, senza se, fuori dalla norma e dall’incasellamento, per poi ritrovarsi. È in questo smarrimento volontario che il testo trova la sua forza, come un invito a interrogarsi su cosa significhi oggi davvero abitare il presente quando ogni cornice sembra dissolversi. E, una volta compiuto questo primo passaggio decisivo, dare libero sfogo a forme espressive e strumenti interiori per orientarsi perché solo chi riesce a trasformare un tracciato di vita disorientata in occasione di riscatto può sentirsi veramente ‘a casa’ nel tempo che gli è dato.

Perché l’abitare l’oggi non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte, ma un compito quotidiano, un esercizio di attenzione e di invenzione. È, riprendendo Rilke, vivere le domande. Così forse un giorno, senza accorgercene, vivremo dentro le risposte.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.