Giambattista Vico: “La Scienza Nuova”, di Sonia Di Furia

Con il Settecento giunge a piena risoluzione la catena di conflitti apertisi nel Seicento, con la crisi sia del sistema e del modello conoscitivo tradizionale, sia delle certezze che a quello erano collegate. Secolo di profonda e generale trasformazione, il Settecento si apre sulla scena politica con il dominio incontrastato del massimo sovrano assoluto, Luigi XIV di Francia, il re Sole, e si chiude sulle prime vittorie italiane del generale Napoleone Bonaparte, destinato a divenire il primo imperatore dei Francesi e a diffondere in tutta Europa i principi della rivoluzione francese ( Liberté, égalité, fraternité), sui quali si fondano oggi direttamente o indirettamente le Costituzioni di tutti gli Stati del mondo. Egemonia francese che, però, cede ben presto il passo al prevalere di quella potenza marinara, l’Inghilterra, che darà il via al processo di trasformazione globale e radicale dell’organizzazione economica e sociale che va sotto il nome di “Rivoluzione industriale” e segna in modo determinante il percorso successivo dell’evoluzione dell’umanità, condizionandone nel bene e nel male ogni forma di organizzazione civile e di esperienza di vita.

Per analizzare e comprendere questi processi, il metodo d’indagine scientifico-matematico, empirico e razionale, derivato dalle scienze naturali, è dal Settecento applicato a tutto lo scibile. Nessun settore dell’esperienza umana è escluso dalla verifica e dal vaglio critico operato dalla ragione che, in questo senso, si sostituisce, come criterio superiore di verifica di ogni affermazione e come principio di ogni azione, alla fede, alla Rivelazione cristiana e alla sua tradizionale interpretazione dogmatica. Nessuna autorità tradizionale, nessun modello istituzionale passa indenne attraverso l’esame cui l’uomo del Settecento sottopone i più minuti aspetti della realtà naturale e umana, ogni settore della conoscenza e della cultura.

In questo sistema di analisi si inserisce il capolavoro di Giambattista VicoPrincìpi di una scienza nuova d’intorno alla natura delle nazioni, per i quali si ritrovano altri princìpi del diritto naturale delle genti”, come recita il titolo della prima edizione del 1725. Si prende qui in considerazione l’edizione “I classici Bur” della Biblioteca Universale Rizzoli, con introduzione e note di Paolo Rossi, quinta edizione del 1994.

Sintesi coraggiosamente innovativa del lavoro erudito dei decenni precedenti, l’opera propone un’interpretazione generale della storia delle attività umane, dei principi fondatori della società e della sua evoluzione dalle origini (desunte dall’autore nel mito e nella realtà delle lingue e delle letterature arcaiche) fino agli esiti moderni.  La ricostruzione del passato comporta delle costanti del divenire storico, analizzato in tutte le sue espressioni culturali di fondo (religiose, politiche, giuridiche e istituzionali, linguistiche, filosofiche e letterarie) e spiegato come l’alternarsi progressivo di fasi successive di civiltà umana ( l’<<età degli dei>>, <<degli eroi>> e <<degli uomini>>), alle quali l’autore fa corrispondere una concezione del mondo, una sensibilità attraverso la quale si esprime il grado di sviluppo raggiunto dall’umanità e che informa nel profondo le modalità dell’esperienza e dell’organizzazione sociale. 

Poiché la ricerca di Vico si spinge fino alle origini prime dell’umanità, ben oltre il punto in cui l’uomo produsse i primi documenti scritti, buona parte della ricostruzione dei caratteri originari dell’umanità e dell’età primitiva, a cui l’autore dedica la massima attenzione, si fonda sulle tracce non intenzionali trasmesse da quell’età ai tempi successivi. Molto frequente è il ricorso alle spiegazioni etimologiche; indispensabile riferimento e oggetto di studio diviene il patrimonio mitologico e leggendario, i rituali e il folklore, dai quali l’autore ricava i dati utili alla ricostruzione, il più possibile fedele all’originale, della mentalità e delle funzioni interiori dell’uomo primitivo. Da queste infatti Vico fa dipendere lo sviluppo successivo della storia del genere umano. 

Un mondo sterminato di <<detriti>> storici, giudicati fino a quel momento inaffidabili dalla tradizione colta, vengono per la prima volta riportati alla luce e interpretati come documenti della massima importanza per risalire alla definizione della psiche umana, colta nella sua fase primitiva, allo stato originale. Vico supera così definitivamente il confine tra la “civiltà” europea moderna e le altre forme dell’organizzazione umana che l’uomo europeo, al primo contatto con le popolazioni indigene del Nuovo Mondo, aveva provveduto a collocare su un piano inferiore o addirittura subumano: si pensi ai dubbi sorti a proposito della loro appartenenza al genere umano, alle discussioni nate tra i teologi per stabilire se quelle popolazioni fossero o no dotate di anima. Nessuna fase dello sviluppo dell’umanità è di per sé, superiore, in senso assoluto, alla precedente; ciascuna è indispensabile allo sviluppo della vicenda umana. 

Vico ammette la forza della provvidenza divina nella trasformazione storica, ma le considerazioni relative all’azione creativa dell’uomo suggeriscono implicitamente la visione di un mondo il cui sviluppo è largamente affidato alla sua iniziativa, spinto alla trasformazione dal bisogno di soddisfare il proprio desiderio di conoscenza e di azione. In ogni caso Vico non presenta, nella sua ricostruzione del passato, interventi diretti di Dio nella determinazione del corso della storia umana, poiché il progresso, quale è concepito nella Scienza nuova, non è orientato verso alcuna meta e non esclude la possibilità di un regresso, l’instaurarsi di un processo regressivo (corsi e ricorsi). Inseriti nell’insieme ordinato e oggettivo del corso della storia, anche i regressi storici rispondono comunque a una logica che permette in buona misura di prevedere i risultati dell’azione umana.

La progressione delle linee teoriche generali dell’opera, portarono l’autore a due successive riedizioni (1730; 1744, postuma, con il titolo di “Princìpi di scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni”). In esse, il testo dal 1725 veniva progressivamente ampliato e organizzato, inserendo i risultati di nuove osservazioni e dimostrazioni, accumulatesi via via in gran numero, in un processo continuo di revisione e di crescita.

Il lavoro secolare di indagini dedicate dalla critica alle opere precedenti la “Scienza nuova”, per lo più inedite, ha fatto emergere i motivi che orientano la ricerca di Vico e trovano la loro sintesi nel capolavoro. In questo senso il “De antiquissima italorum sapientia” (L’antichissima sapienza degli italici), del 1710, per alcuni attardato e inadeguato, testimonia nello studioso un’esigenza largamente diffusa nella cultura italiana del tempo, che respinse in buona misura la proposta cartesiana a causa della sua astrattezza intellettualistica.

Rifiutando Cartesio, Vico rifiuta di accettare il predominio incontrastato del metodo matematico e del modello conoscitivo proposto dalle scienze naturali e rivendica la piena dignità, anzi la centralità, delle discipline umanistiche, che avevano perduto negli ultimi decenni il predominio di cui avevano goduto nell’età classica e rinascimentale.  Particolarmente significativa è, in questo senso, l’orazione “De nostri temporis studiorum ratione” (Il metodo degli studi del nostro tempo, del 1709). In essa Vico dimostra un’approfondita conoscenza del metodo fisico-matematico usato dai cartesiani, e considerato il metodo universale perfetto di indagine della realtà, ma esprime la preoccupazione che la nuova scienza confidi eccessivamente nell’assolutezza e nell’universalità di applicazione dei propri strumenti conoscitivi e finisca per sottostimare i limiti della ragione umana. Lo studio della scienza finirebbe per distogliere l’attenzione della classe colta dallo studio di tutta una serie di funzioni psichiche non operanti secondo principi matematici, come la fantasia, e di tutta una serie di attività culturali esprimentisi secondo modi di tipo non-logico, l’arte, l’eloquenza, non penetrabili attraverso lo strumento matematico, ma fondamentali nell’orientare il comportamento dell’uomo. 

Ma una volta stabilito, con Cartesio, che l’unica conoscenza sicura, <<certa>>, è quella esatta, offerta dall’applicazione del metodo matematico alla realtà fisica, e constatato che non si possono spiegare matematicamente i comportamenti umani, si deve da questi due fatti dedurre che non si può dare conoscenza sistematica e obiettiva di queste sfere dell’esperienza, poiché non possono essere imposte in termini matematici.  Vico ha il merito di aver superato questa difficoltà metodologica, che blocca di fatto ogni razionalismo di tipo matematico, recuperando all’osservazione e all’interpretazione coerente e rigorosa dell’intellettuale, il “filosofo”, tutto il vasto terreno dell’incerto, in cui l’uomo da millenni, con soluzioni continuamente nuove, opera la maggior parte delle sue scelte di vita, applica la sua intelligenza ed esercita continuamente la sua creatività.

La soluzione che permette a Vico di superare il dilemma, se sia possibile spiegare razionalmente l’irrazionale, emerge nel famoso principio del <<Verum ipsum factum>> (è accertabile solo ciò che è stato fatto): se a Dio soltanto pertiene, in quanto creatore, la conoscenza piena della natura, all’uomo compete la conoscenza delle proprie creazioni concrete, delle proprie realizzazioni. Compito della filosofia è, allora, mettere a punto strumenti concettuali, altrettanto rigorosamente razionali, quanto quelli messi a punto nel campo fisico-matematico dalla scuola cartesiana, ma specificamente adattati all’oggetto di studio. 

Nella ricerca di un collegamento strettissimo tra la formulazione di un’ipotesi teorica che spieghi il meccanismo che guida l’evoluzione della “cultura” umana, nella vita del singolo e della comunità, e i fenomeni particolari in cui la legge dello sviluppo storico si realizza concretamente, Vico si dimostra erede del metodo scientifico inaugurato in Italia da Galilei. Egli lo estende, di fatto, al mondo dell’uomo, di cui come abbiamo detto rivendica il primato.  La nova definizione vichiana dell’esperienza umana presenta non poche analogie, per originalità, ampiezza della portata e risultati raggiunti, con la rivoluzione copernicana del secolo precedente. Non a caso, tra gli autori a cui Vico si collega idealmente, egli indica l’inglese Francis Bacon, filosofo empirista, eminente uomo politico e strenuo assertore della rivoluzione scientifica del Seicento. 

Non è un caso, inoltre, che Vico approdi alla sua geniale ridefinizione dei meccanismi generali, individuali e sociali, del divenire della società umana, attraverso lo studio del diritto, tanto strettamente collegato alla dimensione politica e di conseguenza alla definizione dei bisogni essenziali dell’uomo. La lezione del giusnaturalismo, della teoria del diritto naturale formulata nei decenni precedenti dall’olandese riformato Huig de Groot e dal tedesco Samuel von Pufendorf, che giungono all’identificazione di principi giuridici comuni a tutta l’umanità, perché basati sulle esigenze e tendenze comuni a tutti gli uomini, offre a Vico il primo esempio di una sintesi teorica generale fondata in concreto sullo studio delle forme che l’umanità ha saputo dare nel tempo alle norme che regolano la convivenza civile. 

 Il procedimento dei giusnaturalisti viene applicato da Vico a tutte le manifestazioni della socialità dell’uomo, e non solo a quelle formali e coscienti quali il diritto, aprendo così la via alla costruzione delle moderne scienze sociali e dell’antropologia in particolare. La connessione instaurata tra speculazione filosofica ed esperienza storica concreta, il carattere di utilità pratica che Vico attribuisce alla propria indagine e le modalità stesse di questa, collegano lo studioso alle correnti più autorevoli del pensiero italiano ed europeo che tra Sei e Settecento si oppongono ai vincoli tradizionali della cultura espressa dalla Controriforma e ne determinano la crisi irreversibile.

Stabilito che il <<mondo civile egli certamente è stato fatto dagli uomini>>, la vicenda storica che Vico porta alla luce è la storia dell’evoluzione della mentalità umana, delle caratteristiche psichiche profonde che caratterizzano la percezione del mondo e danno forma, creandola, ad ogni aspetto dell’organizzazione sociale e dell’attività umana. 

Sostanzialmente ignorata dai contemporanei, che per lo più la rifiutarono per la sua <<oscurità>>, La Scienza nuova circolò ampiamente negli ambienti illuministi napoletani e, conosciuta per il tramite degli esuli napoletani della Repubblica Partenopea (1799), ispirò l’azione della maggior parte degli intellettuali impegnati nel Risorgimento. 

I Romantici europei, poi, trovarono in Vico l’anticipazione della loro visione della storia, come progresso civile delle nazioni e della rivalutazione della grandezza umana e civile espressa dalla grande poesia del passato (da Omero a Dante in particolare). Esaltata da Benedetto Croce come fondamento dell’indirizzo storicistico che caratterizzerebbe il pensiero italiano moderno, La Scienza nuova oggi è considerata anche fuori dall’Italia come una tappa fondamentale nella costruzione della moderna concezione dell’uomo e della storia, nonché l’opera con cui ha origine lo studio scientifico della mitologia e, più in generale, della vastissima materia afferente alle scienze umane. 

Per chi ne avesse desiderio, oltre che occasione, si suggerisce di andare a visitare la casa natale di Vico, con la sottostante piccola bottega del padre libraio (libreria non più esistente), in cui visse fino all’età di diciassette anni, come precisa la lapide sulla facciata. Si trova in via San Biagio dei Librai a Napoli. Il testo della lapide fu dettato da Benedetto Croce (colui che aveva scritto e pubblicato su Il Mondo, quotidiano politico, il primo maggio 1925 “L’antimanifesto” in risposta al “Manifesto degli intellettuali fascisti” di Giovanni Gentile). Nella domanda presentata al Municipio di Napoli, su suggerimento di Mario Forges Davanzati, per evitare che la domanda stessa venisse respinta dalle autorità fasciste, Fausto Nicolini si dichiarò autore del testo. La domanda fu accolta e lo scoprimento della lapide avvenne il 23 giugno 1941, alla presenza delle autorità e dell’autore fittizio.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Thomas Bernhard : “Correzione” (Adelphi, trad. Giovanna Agabio) – Maurizia Maiano

A volte mi passa per la mente di non svelare la storia della mia vita

Thomas Bernhard

L’Impero Austro-ungarico era stato simbolo dell’unità nella molteplicità e dal suo esempio sarebbero dovuti nascere gli “Stati Uniti d’Europa” come era nel sogno di Rodolfo d’Asburgo-Lorena, unico figlio di Franz Joseph e Sissi,  finito tragicamente a Mayerling con la sua amante Maria Vetsera. Dopo la prima guerra mondiale invece si passa dall’ Oesterreich, Regno d’Oriente, all’Austria piccola nazione. Una tra le tante e, rispetto alle altre, destinata a “soccombere”, per usare un termine caro a Bernhard, ovvero a negarsi nella “Grande Germania” e ritrovarsi invasa ed occupata prima dai tedeschi e poi dagli Alleati fino al 1955.

Spesso i destini personali si intrecciano stranamente con quelli più grandi della Storia e sono la cronaca annunciata di un tragico epilogo. Lo spazio dell’Arte diventa vetrina del malessere. In “Correzione”, un romanzo del 1975 dello scrittore austriaco Thomas Bernhard, l’autore utilizza in maniera ricorrente una formula – “così Roithamer” – per sottolineare il carattere tormentato del suo protagonista, ossessionato dalla volontà di correggere il mondo esterno e se stesso, fino al suicidio come correzione estrema. 

Thomas Bernhard nasce nel 1931 in Olanda. La madre, abbandonata dall’uomo che l’ha messa incinta – Thomas non conoscerà mai il padre -, lascia l’Austria per andare da un’amica in Olanda che, non volendola tenere in casa in quello stato, l’accompagna in un convento per ragazze traviate a Herleen. Dopo la nascita, madre e neonato vengono allontanati dal convento e andranno a Rotterdam. Qui il piccolo Thomas sarà lasciato in custodia ad una donna che vive in una barca fino al compimento del primo anno di età, quando madre e figlio torneranno in Austria. Saranno i nonni a prendersi cura di lui e loro le persone che amerà di più. Questi episodi segneranno la vita dello scrittore che sarà in ogni sua fase travagliata e sofferta. Lo accompagnerà il sentirsi non adeguato, mai all’altezza, come colui che è capitato al mondo per caso e la cui vita non è stata desiderata. E la ricerca ossessiva della perfezione sarà il tema più rilevante di “Correzione”, uno dei suoi più importanti romanzi.

Tre sono i personaggi che si muovono nel racconto: Roithamer, figura ispirata al filosofo Ludwig Wittgenstein, Höller l’imbalsamatore e l’anonimo Narratore.

Il romanzo inizia quando ormai tutto si è concluso. E’ una storia che si sviluppa in un presente che è già passato. Roithamer, il protagonista, si è suicidato ed il Narratore viene invitato da Höller per riordinare le opere postume che il comune amico, con disposizione testamentaria, gli ha destinato. Nella soffitta della casa di Höller, che si trova nella valle del fiume Aurach, il Narratore troverà migliaia di fogli sparsi scritti da Roithamer, ma anche il voluminoso manoscritto, ossessivamente corretto, intitolato A proposito di Altensam – la cittadina nell’Alta Austria della famiglia Roithamer – dove si narra tra l’altro della costruzione di una casa a forma di cono. Sarà a forma di cono – simbolo di perfezione, completezza e totalità – la casa ideale che Roithamer vuole costruire per Margaret, la sorella, l’unica che egli amasse nella famiglia. Questa però muore dopo aver visto il cono e Roithamer, schiacciato dalle sue ossessioni, si suicida.

Molte sono le metafore e le simbologie. La soffitta di Höller, curiosa l’assonanza con il corrispettivo tedesco per inferno, diventa  la rappresentazione visuale della mente del Narratore, negli scaffali libri e pagine strappate affisse alle pareti: Novalis, Wittgenstein, Schopenauer, Hegel, Montaigne, Pascal. Spartiti musicali sparsi qua e là.  Si noti la strana coincidenza con la soffitta di Harry Haller ne Il lupo della steppa (1927). Altensam è l’assenza di pensiero, il simbolo di tutto ciò che è gretto nella cultura austriaca, le regole ormai superate, ma ancora da rispettare, i pregiudizi di convenzioni sociali che Freud e, prima di lui Arthur Schnitzler, autore de La signorina Else (1924) e Doppio Sogno (1925) per citare i più famosi, con ironia avevano  iniziato a scoperchiare. La casa a forma di cono è il pensiero martellante di Roithamer, a cui lavorerà  per tutta la vita. Sarà costruita nel Kobernaußerwald e Kobern è una caverna, quindi una casa in un bosco che è una caverna così come la casa di Hoeller, l’Inferno, è stata costruita sull’Aurach. Una soffitta, una similitudine che riproduce la tensione in cui visse Roithamer.  Una casa costruita sulla roccia e tra le cui fenditure, in un punto perfettamente centrale scroscia l’acqua dell’Aurach. E’ come ascoltare voci che vengono dal profondo e che di notte diventano più nitide e più chiare e non ci parlano più in modo sommesso e indistinto. Nell’oscurità del Kobernaußerwald e tra lo scrosciare dell’Aurach incomincia il racconto asfissiante, ripetitivo, martellante della voce del Narratore, dell’amico di Roithamer, così Roithamer.

L’Austria di “Correzione”, l’Austria degli anni ’70 e’80, è un’Austria non ancora cambiata e in cui tutto all’esterno continua a mantenere l’ordine di sempre, che sia imbiancato di neve o che splenda il sole, con i gerani sui balconi o le “Dachslavinen”, lastre di ghiaccio sui tetti e pronte a precipitare  sui marciapiedi, rigorosamente recintatiappena il Föhn, vento caldo proveniente dall’Est, fa alzare la temperatura. L’Austria, la cittadina di Altensam sono questo: “ordine sotto forma di disordine” e lui, Roithamer, l’aveva capito da subito che ad Altensam non ci poteva vivere. Perché il padre lascia la proprietà proprio a lui che odiava? Una risposta c’è! In un’altra sua opera il narratore dirà che “l’eredità è un modo per imbavagliare i propri figli”, che è l’impossibilità ad essere se stessi. I fratelli vivono ad Altensam e sperperano un sacco di quattrini riempiendo il guardaroba di vestiti mentre Roithamer, immerso nel suo studio in un paese straniero, non ha neanche il tempo di comprarsi un paio di pantaloni nuovi. La sua felicità era quella di poter realizzare con i milioni che gli aveva lasciato suo padre, e dopo aver liquidato i fratelli, il suo progetto, la costruzione di un cono, di una casa a forma di cono per rendere felice la sorella. Ma quando il cono, la casa sarà pronta, la casa perfetta sarà pronta, Margaret morirà. Il cono stesso, l’emblema per eccellenza della ricerca di perfezione nell’ordine, è destinato a dissolversi nella natura dopo la morte della sorella. Semplice, panta rei, tutto scorre, ogni cosa raggiunge il suo apice e poi ridiscende, si infrange e poi ricomincia, è nella natura delle cose, tutto è provvisorio, la vita è provvisoria. La felicità non esiste avremmo detto, siamo felici per un po’ di tempo e poi tutto finisce, ogni cosa non dura in eterno e bisogna essere pronti per ricominciare. Qui tutto si ferma, nelle pagine di Bernhard che racconta di Roithamer c’è solo un continuo volteggiare dei pensieri su se stessi, una eterna ghirlanda brillante che si avvolge su se stessa, pensieri che ritornano, vanno e vengono e da cui non si esce mai. Dostoevskiano mondo del sottosuolo. Non viviamo forse così?

Concludiamo con questa citazione che restituisce al romanzo una bellezza ed una leggerezza semplice, unica, strana, antica e sempre nuova nella forma e nel contenuto, dopo aver teso l’orecchio per cogliere un senso difficile da distinguere nel rimbombare martellante, ripetitivo  ed ossessivo di parole sempre uguali e quasi senza senso che ci giungono attraverso lo scrosciare dell’acqua tra le rocce. La rosa di carta gialla mi appare un delicato simbolo per l’artificiosità dell’Arte che pur ci sostiene accarezzandoci nelle incombenze della vita quando non riusciamo a trovare una soluzione e ancor di più un senso.

Rothaimer vinse al tiro a segno 24 rose di carta gialla e le regalò tutte meno una ad una ragazza sconosciuta che nel passargli accanto gli aveva ricordato sua sorella. La rosa custodita è l’emblema della possibile felicità, di una chance che, sebbene rifiutata era a portata di mano. Una rosa che racchiude l’enigma di una vita nel gesto di un ventitreenne che dona tutti i suoi anni ad una sconosciuta in una serata di felicità. La vita trascorre tra due poli di esperienza. Il primo coincide con la gioventù e la scoperta del mondo: è la realtà che si apre in tutte le sue forme. Poi si diventa adulti “rinunciando a noi stessi a poco a poco, siamo rimasti uguali, siamo diventati diversi”. Il secondo polo ha a che fare con il graduale addio alle cose e alle persone, gravato dalla consapevolezza che niente di ciò che potremo sperimentare e conoscere avrà lo stesso impatto, la vivida pienezza delle prime ruvide scoperte. E che dire del grumo di nostalgia per le vite non vissute? Quelle che abbiamo costeggiato per un po’ prima di dare le spalle a un futuro che all’istante si impolvera: “in contemplazione della rosa di carta gialla, nient’altro”..

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Intervista a Fosca Navarra per “La notte fa ancora paura” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.2 del Videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.2 Fosca Navarra per “La notte fa ancora paura” (Minimum Fax, 2025).

Quando ho terminato “La notte fa ancora paura” di Fosca Navarra, il suo primo romanzo edito da Minimum Fax, ho sentito il bisogno di raccogliere i miei pensieri.
Mi succede così quando un libro mi piace, soprattutto se contiene note autobiografiche, riflessioni dell’autore in cui mi rispecchio, o una narrazione scomoda.

Fosca è una ragazza giovane, ma già una talentuosa promessa della letteratura italiana. Parlandoci, ho scorto un sorriso che illumina ciò che ha intorno e due occhi frizzanti, quelli di chi ha già fatto tesoro di un passato dalle sfumature complicate e lo ha messo a frutto attraverso la scrittura.

“La notte fa ancora paura” è molto ben scritto, con tratti poetici, poco romanticismo e tanta verità. Tratta l’importanza del ricordo e della memoria, il ruolo del corpo (sia in senso positivo che negativo) nella vita al femminile, e quanto la prevaricazione maschile-femminile cambi poco, attraverso le epoche e girovagando nel mondo.

Un lavoro intenso, con un linguaggio che muta tra i racconti e non annoia mai.
Nella nostra intervista troverete qualcosa del libro e tanto di Fosca, che tra le altre cose è anche molto simpatica. Se siete curiosi, andate a dare un’occhiata su Il Randagio Rivista Letteraria. Trovate il link in BIO e nelle storie. E se lo chiedete a me, io il suo libro ve lo consiglio vivamente.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

“La gatta” di Colette, tra gelosia feroce e amore inconfessabile, di Teresa Lussone

«Diciamolo subito, La gatta è un capolavoro. Un capolavoro di concisione, di perfezione classica», scrive Edmond Jaloux nel 1933, all’indomani della pubblicazione del romanzo. Per Jaloux, scrittore e critico in vista nella Francia degli anni Trenta, questo testo trasuda verità, intelligenza, poesia. Oggi La gatta viene pubblicato da Adelphi nell’impeccabile traduzione di Maurizia Balmelli

Colette, che al momento della scrittura ha sessant’anni e alle spalle una produzione già vasta, si muove con un passo breve e deciso, concentrando in poche pagine un dramma impietoso. Il racconto si apre sette giorni prima del matrimonio tra Camille e Alain. Ma già dalle prime pagine è evidente che qualcosa stride. La giovane ha fretta: «sette giorni», esclama, come se il tempo che la separa dalle nozze fosse un ostacolo. Alain, invece, pensa malinconico che gli resta appena una settimana per godere appieno della creatura di cui è perdutamente innamorato, la gatta Saha.

Alain e Camille sono agli antipodi. Lei è bruna, lui è biondo. Lei è l’immagine della modernità, è dinamica, determinata. Porta la cravatta, indossa il tailleur, guida l’automobile con aggressività, usa un linguaggio gergale, pretende i baci dell’uomo. Lui è biondo, sognante, inchiodato all’infanzia, nostalgico della ritualità domestica e del tempo trascorso nel giardino della casa di famiglia a Neuilly. Camille ama la velocità, il presente, l’irriverenza. Alain ama i gesti lenti, la continuità, il passato… e il pigiama. 

La distanza tra i due è psicologica, sociale, culturale, sensoriale. Alain proviene da una famiglia antica, impegnata nel commercio della seta. Camille è figlia di un’industria nuova, arricchitasi grazie alle centrifughe. La madre di Alain la definisce con disprezzo «una ragazza non esattamente del nostro rango», e Camille, dal canto suo, non ha nessuna intenzione di adattarsi a quell’universo: vuole cambiare la casa di Neuilly, non ama i domestici che vi abitano da sempre né la gatta che domina quello spazio come un’entità regale.

Quando, dopo il matrimonio, la coppia si trasferisce temporaneamente in un appartamento moderno, in attesa della fine dei lavori nella casa di famiglia, lo spazio stesso sembra riflettere le tensioni del rapporto. Camille si trova a suo agio e vorrebbe restarvi per sempre. Alain, invece, percepisce l’appartamento come un luogo ostile, lo paragona a una fetta di torta. E anche qui, i dettagli non sono casuali: quell’ambiente ha una pianta triangolare, segno tangibile che quella non sarà una relazione a due.

Il romanzo ruota attorno a una domanda cruciale: chi è la vera rivale? Camille? O la gatta Saha, «bella come un demonio! Più di un demonio»? Tra le due si gioca una partita violenta e carica di una forte valenza simbolica. La prima è una donna desiderosa, sensuale, concreta. La seconda è un essere etereo, silenzioso, soprannaturale. Se Camille ama con il corpo, Saha ama attraverso il corpo. È l’unica a comprendere davvero Alain, a comunicare con lui in modo perfetto, pur senza parlare. Alain accarezza la moglie come si fa con un animale, ma senza consapevolezza, mentre ogni gesto rivolto alla gatta è carico di intenzionalità e affetto. A poco a poco, la gatta si umanizza, Camille si animalizza.

Il conflitto tra le due cresce, così come l’insofferenza di Alain nei confronti della moglie. L’appartamento diventa teatro di una convivenza impossibile. Camille, frustrata da un desiderio che non trova più corrispondenza, si ritrova sempre più sola. La sensualità disinvolta della donna che inizialmente sconcertava Alain, ora lo respinge. Ogni gesto di Camille gli appare una violazione del proprio universo e la futura installazione della moglie nella casa d’infanzia, al termine dei lavori, è immaginata dall’uomo come un atto di profanazione.

La gatta è un racconto crudele, come ha scritto Francine Dugast, ma ha l’aura di una favola mitologica. Non solo per il modo in cui la gatta assume tratti divini o demoniaci, ma anche per la sua capacità di incarnare archetipi, come la frattura fra l’istinto e la ragione, fra la fedeltà al passato e l’apertura al futuro, fra la creatura spirituale e quella carnale. 

Alcuni critici hanno letto questo romanzo come il più riuscito di Colette. Julia Kristeva ha sottolineato la potenza di questo «folgorante» racconto scisso tra una gelosia feroce e un amore inconfessabile (e invincibile). «C’è rivale e rivale», afferma Camille con amara consapevolezza. 

Teresa Lussone

Teresa Lussone è ricercatrice di Lingua e traduzione francese alla Università di Bari Aldo Moro. Specialista delle opere postume di Irène Némirovsky, ha curato con Olivier Philipponnat la nuova edizione di “Suite française” (Denoël, 2020) e di “Les Feux de l’automne” (Albin Michel, 2014).
Con Laura Frausin Guarino ha tradotto “Tempesta in giugno”, prima parte di Suite française (Adelphi, 2022). Ha scritto svariati articoli sull’autobiografia di Sartre e attualmente sta  preparando l’edizione di due opere di Sophie Cottin per Classiques Garnier. Ha curato per Adelphi la raccolta di racconti “Il Carnevale di Nizza” in libreria dal 21 gennaio scorso.

Srebrenica 1995 – 2025: quando i genocidi vengono riconosciuti, di Amedeo Borzillo

Durante la guerra in Bosnia-Erzegovina, nel luglio 1995, a Srebrenica vennero trucidati oltre 8.000 bosniaci musulmani per mano delle truppe serbo-bosniache (affiancate dal gruppo paramilitare “gli Scorpioni”),  comandate dal generale Ratko Mladić. 

Si tratta del più grande massacro in Europa dopo l’Olocausto, aggravato dal fatto che tutto il territorio colpito fosse stato dichiarato zona protetta dall’Onu, sotto la tutela di un contingente olandese dell’UNPROFOR, ovvero delle truppe di peacekeeping destinate dalle Nazioni Unite all’ex Jugoslavia. 

La strage di Srebenica è stato l’atto finale di pulizia etnica programmata di un’offensiva militare iniziata nel 1992. 

A ciò vanno aggiunti gli stupri di massa operati dalle milizie serbe e l’emorragia di profughi dall’area che ha portato al totale svuotamento della zona, in precedenza occupata dai bosniaci musulmani, e ora invece appartenente alla Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina, entità territoriale rinegoziata durante i trattati di Dayton. 

Nonostante il tempo trascorso, però, la distanza non è ancora sufficiente per circoscrivere l’evento in una cornice storica più chiara, facendo luce sulle tante ombre rimaste, tra cui la responsabilità dell’ONU e i sentimenti anti-islamici delle truppe UNPROFOR, rimanendo un evento lontano e spesso sconosciuto a causa della scarsa rilevanza nei media italiani e non solo. 

Nella migliore delle ipotesi, i conflitti che portarono alla disgregazione della Jugoslavia sono stati rappresentati in maniera spesso approssimativa e semplicistica, quando addirittura non ignorati. 

La colpa non è solo dei media, ma anche di un continuo tentativo di riscrittura della storia a scapito delle stesse vittime.

Ogni anno, nel giorno della commemorazione presso il memoriale di Potocari, nuove bare vengono issate in spalla e preparate per la sepoltura. La conta dei morti non è ancora terminata. Nei giorni scorsi altri otto corpi rinvenuti in una fossa comune sono stati seppelliti.

Una sentenza della Corte internazionale di giustizia dell’Aja nel 2007 ha stabilito che la strage, essendo stata commessa con lo specifico intento di distruggere il gruppo etnico dei bosniaci musulmani, costituisce un genocidio. 

Ratko Mladić (attualmente detenuto nel carcere del Tribunale dell’Aia e di cui in questi giorni è stata chiesta la scarcerazione per gravi motivi di salute) e Radovan Karadžić (ricercato per 12 anni ed attualmente in carcere) sono stati condannati entrambi, in due momenti diversi, all’ergastolo.

Numerosi i libri pubblicati sulla guerra in Bosnia-Erzegovina e più in generale sulle guerre nella ex Jugoslavia. Nel giorno del 30° anniversario del genocidio, vogliamo segnalarne alcuni che più di altri hanno suscitato il nostro interesse.

Il più recente in termini di pubblicazione (è uscito in libreria il 28 giugno scorso) è il romanzo-documentario Metodo Srebrenica (Bottega Errante Edizioni) dello scrittore croato Ivica Đikić, che riporta con estrema perizia quanto accaduto in quei giorni terribili nei territori di Srebrenica.

Sempre della casa editrice friulana BEE è “Le Marlboro di Sarajevo” di Milijenko Jergovic, una raccolta di racconti scritti durante l’assedio e la devastazione della capitale della Bosnia-Erzegovina.

Il saggio storico per antonomasia su quanto successo in Jugoslavia dopo la morte di Tito è, per l’esposizione ampia e dettagliata e per la raccolta estremamente scrupolosa di dati e documentazione, quello di Joze PirjevecLe Guerre Jugoslave 1991 – 1999” (Einaudi).

Infine due reportage: Il libro “Balcania” di Tony Capuozzo (Biblioteca dell’immagine), che per 10 anni ha seguito in loco le vicende della guerra per conto della RAI; e “Maschere per un massacro” (Feltrinelli) del triestino Paolo Rumiz.

Amedeo Borzillo