La voce che sparisce – Stile, IA e memoria collettiva della scrittura, di Francesco Russo

Ieri un amico italianista mi ha scritto su WhatsApp per segnalarmi qualcosa. Aveva letto alcuni miei articoli e aveva rilevato stilemi ricorrenti che, a suo avviso, potevano far pensare a una scrittura generata dall’intelligenza artificiale. Le sue parole erano precise: stile paratattico-enfatico, frasi molto brevi, punto insistito, trattino lungo, epanortosi enfatiche — il classico “Non è X. È Y.”

Lo ringrazio per quella segnalazione, perché ha aperto una riflessione che va molto al di là del mio caso personale.

Il primo impulso, lo confesso, è stato difensivo. Ho esercitato una scrittura professionale estremamente sintetica e secca per più di trent’anni, ed è l’unica scrittura che ho davvero praticato: quella degli atti giudiziari, delle memorie difensive, dei pareri legali, con le massime della Cassazione costruite sull’antitesi secca, i considerando che pesano ogni parola, i dispositivi che non lasciano margine. La retorica forense classica funziona così da secoli, molto prima che qualcuno pensasse di affidare la scrittura a una macchina.

A questo si è sovrapposto, negli ultimi anni, il canone LinkedIn, che tra i ceti professionali ha imposto uno schema preciso come formato della comunicazione seria: frase d’attacco, sviluppo a capoversi brevi, chiusura-sentenza. Un canone mutuato dalla scrittura giornalistica anglosassone, adattato alla velocità dello scroll e consolidato dalla ripetizione fino a diventare quasi obbligatorio per chi voglia essere letto.

L’intelligenza artificiale generativa ha poi pescato da entrambi questi repertori e li ha restituiti amplificati, moltiplicati, diffusi capillarmente in ogni angolo della scrittura in rete, al punto che lo stile è diventato un marker dell’IA proprio perché l’IA lo ha reso così ubiquo da cancellarne la memoria storica. Chi lo usa per ragioni proprie, di formazione, di abitudine, di contesto professionale, rischia oggi di essere letto come macchina.

Il problema non si esaurisce nell’attribuzione: riguarda qualcosa di più largo, che si potrebbe chiamare perdita di memoria stilistica collettiva. Quando uno stile viene saturato fino all’omologazione, smette di essere riconoscibile come scelta individuale e diventa rumore di fondo, e la voce che lo abita sparisce dentro il pattern senza che chi legge si accorga di aver perso qualcosa.

Per chi viene dai margini della scrittura pubblica, questo meccanismo è particolarmente insidioso. Il professionista tecnico, il giurista, il funzionario che entra in territori nuovi porta con sé repertori antichi, costruiti in contesti precisi, e si trova a doverli rinegoziare in uno spazio dove quegli stessi repertori sono stati colonizzati da uno strumento che non conosce la loro origine.

La risposta ovvia sarebbe cambiare stile, ma non è così semplice, e non è detto che sia la risposta giusta. Uno stile non è un vestito che si cambia secondo l’occasione: è una forma del pensiero, e smontarlo senza capirne le ragioni significa perdere qualcosa di più del tono. La risposta più onesta è un’altra, e consiste nel governare la propria voce con consapevolezza, sapendo che certi pattern sono diventati segnali ambigui e che l’ambiguità va gestita, non rimossa. Nei pezzi più meditati tendo deliberatamente verso un registro ipotattico — più barocco nel senso dell’accumulo, non della brevità sentenziale — non per esibizione ma per marcare una differenza che altrimenti scompare nell’uniformità del pattern dominante.

Quella conversazione su WhatsApp mi ha ricordato che la scrittura è anche un atto di riconoscimento reciproco. Quando una voce sparisce dentro un pattern collettivo, non è solo chi scrive a perderci: è anche chi legge, che si trova davanti a un testo senza origine riconoscibile, senza la possibilità di incontrare qualcuno. Il problema non è tecnico e non si risolve con accorgimenti tecnici, ma riguarda il modo in cui uno stile smette di essere il sedimento di un’esperienza e diventa la replica inconsapevole di un modello — un processo che accadeva già prima dell’IA, ogni volta che un linguaggio dominante assorbiva le voci individuali fino a renderle indistinguibili, e che l’IA ha solo accelerato, rendendolo più riconoscibile perché gli ha dato un nome e una faccia. Oppure, come scriverebbe un LLM (Large Language Model): l’IA non ha inventato il problema. Lo ha reso visibile.

Francesco Russo*

* Francesco Russo è avvocato cassazionista, interno all’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale di Napoli, dove si occupa di contenzioso civile, amministrativo e tributario. Scrive di diritto, intelligenza artificiale e spazio pubblico per Pressenza, Filodiritto e altre testate giuridiche e culturali. Ha pubblicato Il principio del risultato. AI e decisione pubblica (Amazon KDP, 2025) e sta lavorando a un secondo progetto editoriale sullo stesso tema.

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